Scuola? No, grazie.

La dichiarazione del ministro del’Istruzione è quasi tenera nella sua ingenuità: dice, il ministro, che non ci sono soldi per la scuola nella finanziaria e che nessuno l’ha consultato.

Viene da chiedersi perchè gli viene pagato un lauto stipendio ogni mese, dal momento che non è neanche in grado di far sentire la propria voce quando si stila il documento più importante del governo.

Soldi alla scuola, lo premetto onde evitare ridicole polemiche, non significa solo soldi agli insegnanti, su quelli, ormai, non ci speriamo più. Significa soprattutto una marcia indietro sulle politiche degli ultimi vent’anni che hanno visto il settore istruzione sottoposto a operazioni di macelleria come nessun altro, ( e qui mi perdonino gli operai Arcelor Mittal a cui va tutta la mia solidarietà), soprattutto per quanto riguarda il taglio degli organici di personale ATA, segreteria e docenti.

E’ cominciata con la frontalizzazione, diciotto ore da lavorare in cattedra per tutti, compresi i docenti di Lettere che un anno sì e uno no, facevano quindici ore, restando a disposizione e tappando quei buchi che oggi si tappano smistando le classi con enormi problemi di sicurezza e gestione del lavoro. Poi sono arrivati i tagli della riforma Gelmini: un insegnante ogni dieci e e un’unità ogni sette di personale ATA. Quindi, gli aumenti dei carichi di lavoro delle segreterie, l’aggravio di responsabilità dei dirigenti scolastici, ecc.

Dopo la Gelmini, da cui non si è mai tornati indietro, la 107, con la distruzione della collegialità nelle scuole, un merito ridicolo che ha causato divisioni e malumori, un arruolamento che sembrava ideato da un pool in trip di allucinogeni. Tanti soldi spesi, male.

Tutto questo si traduce in un sistema perennemente sul punto di collassare, che va avanti grazie all’impegno e allo spirito di servizio di chi la scuola la fa ogni giorno, docenti, ATA e personale di segreteria, con gravi lacune in settori chiave come quello della sicurezza.

Il quaranta per cento degli edifici scolastici in Italia non è a norma, molti non sono nati come scuole e da decenni vi si lavora in condizioni di sicurezza critiche. Classi sovraffollate a causa di continue deroghe da parte dei dirigenti, personale ATA sempre sotto organico con piani scoperti ogni mattina nelle scuole di ogni ordine e grado.

Ma di aumento degli organici a Roma neanche si parla.

Io non so quali responsabilità dei singoli ci siano nella tragedia del bambino morto a scuola a Milano, né se ci sono responsabilità dei singoli, c’è un’indagine della magistratura e sarà il giudice ad accertare i fatti, ma ci sono sicuramente dei responsabili politici che non verranno neanche sfiorati dall’inchiesta giudiziaria.

A ogni tornata di rinnovo contrattuale, i sindacati firmatari di contratto chiedono l’apertura di tavoli tecnici per mettere sul piatto questi problemi che chiedono una soluzione politica, perché sugli organici il sindacato non ha possibilità alcuna di intervento, essendo materia di competenza delle amministrazioni. Sindacati che restano quasi sistematicamente inascoltati.

Andrebbero anche chiariti i nuovi ambiti di responsabilità giuridica e penale di dirigenti scolastici ed enti locali, responsabili della manutenzione degli edifici scolastici, che il nuovo testo unico sulla sicurezza non definisce in modo preciso.

La questione salariale è ovviamente sempre presente: anche qui promesse di tutti i ministri che si sono avvicendati negli ultimi vent’anni, con risultati offensivi per la categoria.

Il fatto che al scuola rappresenti il futuro e la speranza di questo paese non sembra sfiorare né i nuovi né i vecchi politici, incapaci di andare oltre la chiacchiera elettorale.

In un momento in cui l’ignoranza sta diventando una patente di vicinanza al popolo e i valori che la scuola deve proporre e portare avanti appaiono sempre più sbiaditi e lontani dal sentire comune, le prospettive di un cambiamento strutturale appaiono sempre più labili.

A farne le spese, i ragazzi, naturalmente, e chi nella scuola si spende ogni giorno chiedendosi ogni giorno perché.

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Una democrazia malata

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Più del voto in Umbria, ampiamente previsto e amplificato ad arte dalla grancassa fascista e da un Di Maio che non vede l’ora di trovare il pretesto per staccarsi dal Pd, trovo allucinante l’immagine di quegli esponenti politici del centro destra che restano seduti in aula mentre i colleghi applaudono Liliana Segre e non votano la risoluzione riguardante l’antisemitismo.

Qui non è questione di libertà d’opinione, ci sono argomenti che non rientrano in questo ambito e l’antisemitismo è sicuramente uno di questi argomenti, non è neanche questione di incoerenza, come quella di Salvini che dice di non aver votato il provvedimento perché non vuole uno stato di polizia, lui, l’uomo che faceva eliminare gli striscioni sgraditi alla Digos, è quesitone di rispetto delle più elementari regole di convivenza civili e dei principi fondamentali della Costituzione.

Le ipocrite dichiarazioni dei fascisti, chiamiamoli così per favore, did democratico questi non hanno nulla, per giustificare un atto ignobile, mostrano solo l’infima statura man di questa gente.

Liliana Segre è una superstite della più grande tragedia del secolo scorso ed è persona di altissima statura etica e morale che non può e non deve essere oggetto di attacchi squallidi e ignobili da parte di una massa di dementi, manovrati ad arte da una macchina propagandistica per cui la definizione di “macchina del fango” non è più adeguata.

È inammissibile che in questo paese ci siano individui rappresentanti del popolo che si astengono su una questione fondamentale per la tenuta democratica di questo paese blandendo e cercando il consenso di movimenti anticostituzionali e criminali.

Tenuta democratica che, bisogna dirlo forte e chiaro, tra rievocazioni nostalgiche della marcia su Roma, razzismo dilagante, e flirt della destra con le frange più violente del neonazismo nostrano, è in pericolo.

Per anni, durante il ventennio di Berlusconi, ci siamo sentiti dire che non c’era nessun pericolo, che la democrazia era solida, ecc. ecc. Intanto, la democrazia veniva erosa giorno dopo giorno, il welfare ridotto, diritti fondamentali cancellati, presidi di democrazia come la Scuola ridimensionati e modificati in modo da mettere a tacere il pensiero critico e libero.

I segnali di un attacco frontale alle libertà costituzionali sono stati forti e chiari ma sono stati ignorati sia dalle forze politiche sia dalla società civile, nel timore di perdere consensi o apparire impopolari. 

Se la sinistra e la società civile fosse stata presente e compatta a ogni sgombero di campi rom, per stigmatizzare la disumanità, a ogni manifestazione neofascista per ricordarne l’illegalità, ai primi accenni di xenofobia che si sono manifestati in varie città, per contrastarli senza se e senza ma, se avesse, senza ambiguità, fatto una scelta di campo netta, chiara, decisa, le cose sarebbero andate diversamente. La sinistra tutta, la società civile quasi tutta e la stampa di sinistra, disonesta intellettualmente quanto quella di destra, solo un po’ più elegante.

Prendiamo come esempio gli accordi con la Libia: invece di rendere umani gli hot spot  e i centri di accoglienza, dove i diritti vengono violati quotidianamente,e invece di riorganizzare l’accoglienza in base a nuove regole,   ripulendo il campo dalle associazioni che non svolgono il proprio lavoro in modo adeguato e facendo entrare invece chi, da sempre lo fa, invece di rendere norma il modello Piace, Minniti e co. hanno avvalorato la falsa idea dell’invasione  giocando in difesa sulla pelle dei migranti e facendo il gioco dei fascisti.

Oggi che quell’accordo ignobile, un vero e proprio patto Stato-mafia, deve essere rinnovato, ancora una volta la sinistra non riesce a compattarsi e distaccarsi da quest’idea che per battere la destra bisogna comportarsi come la destra. E continua a fare il gioco dei fascisti.

Matteo Renzi, addirittura, dichiara di essere fiero della propria identità italiana, peccato che non esista storicamente e antropologicamente.

L’atto di non alzarsi di fronte a una vittima dell’Olocausto è uno sdoganamento della peggiore forma di razzismo possibile ed è un comportamento che non dovrebbe suscitare pallide proteste ma rasenta il crimine. È l’esempio più eclatante che l’identità nazionale, quel sentimento che si coagula attorno a valori condivisi da tutti, non esiste. Siamo un paese diviso da sempre, l’entità geografica di Metternich e, tempo, anche un paese fascista.

O si torna a difendere i valori che hanno unito questo paese contro la follia nazi fascista, tornando a cercare di costruirla, un’identità italiana, o a quella stessa follia, e deve essere chiaro a tutti, finiremo per arrenderci.

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Le convergenze parallele di Di Maio e Zingaretti

Il Pd non riesce a convincere gli elettori di sinistra perché troppo appiattito sui Cinque stelle e coautore di una finanziaria senza coraggio che ha finito per scontentare tutti. Zingaretti sapeva che l’abbraccio con i grillini poteva essere mortale ma la spinta dei renziani è stata decisiva per formare, suo malgrado, l’alleanza tra due formazioni politiche con storia e obiettivi incompatibili.

Obiettivi forti come lo ius soli, o quel che è nelle sue varie declamazioni, l’abolizione dei due decreti sicurezza, un’azione decisa su scuola e sanità non sono neanche stati sfiorati dall’azione di un governo che ha preferito una logica giustizialista e di facciata, in puro stile Cinque stelle.

Di Maio, la cui statura politica è risibile, è convinto di essersi spostato troppo a sinistra e dimentica che l’emorragia di voti era già cominciata per l’incapacità sua e del suo partito di opporsi alla deriva a destra di Salvini e co. Di Maio sta svelando in queste ore la sua natura, non troppo distante da quella di Salvini, come si evince anche dalla sua storia familiare, e gli inutili e dannosi fascisti di spicco dei Cinquestelle, Paragone e Di Battista, uno un servo di ogni padrone e l’altro la prova che si può vivere anche senza pensare, gli mordono le caviglie perché rompa l’alleanza con il Pd, Pd che, nonostante, tutto, va detto, tiene.

La reazione impulsiva del leader grillino mostra la concezione di una politica che si fonda solo sul consenso e, quando questo manca, si scioglie come neve al sole. Di Maio non ha compreso che è stata la sua incapacità a rovinare il partito, la sua ottusa ostinazione a fare propaganda piuttosto che politica.

I Cinque stelle sono la dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica, che servono preparazione, competenza e visione d’insieme e a lungo termine, tutte doti che Di Maio non possiede neanche in minima parte.

Renzi ha poco da ridere. Da giorni sui social lancia messaggi su quanto è bravo e sulle cose che ha fatto, come se non fosse stato lui a dilapidare il patrimonio di consensi che aveva ottenuto. Renzi non ha ancora capito che non andrà oltre il 7/8% dei voti, che in una logica proporzionale gli permetterebbe di fare l’ago della bilancia ma solo con un Pd forte e in una coalizione di centro sinistra forte. Stesso discorso per Calenda, meno autocentranti di Renzi ma destinato come lui all’oblio se alle critiche non farà seguire proposte concrete e chiare che compattino il fronte della sinistra.

Renzi è l’unico, vero politico che c’è in quell’area, piaccia o non piaccia, a me non piace, ma, come una medicina amara, credo che sia necessario in questo momento per contrastare Salvini.

I duri e puri lo considerano uguale al leader leghista, ma sbagliano: essere liberali, essere perfino di destra, una destra moderna ed europea, è ben diverso dall’essere razzisti e fascisti, questo sarà bene che una parte della sinistra lo comprenda, quando questa finita alleanza finirà e si deciderà il futuro del paese alle elezioni.

Il voto in Umbria, conta poco: si tratta di una regione piccola, mal governata dalla sinistra e il risultato era prevedibile. Se cadesse l’Emilia Romagna, e vista la demenziale reazione di Di Maio non appare impossibile, sarebbe un altro discorso.

Una cosa è certa: l’interessa del paese passa in secondo piano rispetto all’interesse dei singoli partiti e questo spiega in buona parte la condizione del paese.

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La scuola che non conta nulla

Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

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L’assenza della politica

Quello che manca, nel dibattito politico di questi giorni, è per l’appunto, la politica, l’assenza di quella dialettica, di quel confronto costruttivo necessario per trovare soluzioni nuove e definitive ai vecchi problemi che assillano il nostro paese.

Il dibattito tra Renzi e Salvini, due straordinari esempi di masochisti politici, è un esempio evidente di quest’assenza: due ore a parlare di nulla, a scambiarsi battute, accuse, insulti più o meno grossolani, più o meno velati, ammiccando alle rispettive tifoserie senza entrare mai nel merito, senza delineare un progetto di paese, una visione lungo termine. Moderati da un ex giornalista ormai privo di qualsiasi credibilità, un uomo per tutte le stagioni, servitore di molti padroni.

È la politica 2.0, mutuata direttamente dai social, un politica che mira a conquistare like, superficiale, fatta di slogan e affermazioni prive di un contenuto reale. La morte della politica, non la sua evoluzione.

Con questo non voglio dire che Renzi e Salvini siano uguali, ma parlano allo stesso modo, usano le stesse armi, si rivolgono a un pubblico che frequenta i social, sono finti giovani privi di idee che si vantano di averne molte.

Stesso discorso va applicato alla finanziaria presentata dal governo: Zingaretti e Di Maio, piuttosto che mostrare coesione, sembrano più preoccupati a rivendicare i punti della finanziaria su cui si sono rispettivamente impuntati, di sottolineare quanto hanno portato a casa, senza accorgersi di mostrare in modo evidente la debolezza di un progetto politico nato zoppo, per il tiro mancino di chi, dopo aver lanciato il sasso, si è in apparenza messo da parte, salvo poi scuotere di tanto in tanto il tavolo di gioco. Come ha fatto oggi con quota cento.

Ma non è solo la politica ad essere scomparsa, in questo paese. Pensate ai nuovi limiti sulla soglia del contante: al di là delle dichiarazioni di Sgarbi, al limite della denuncia penale per istigazione a delinquere, le proteste che arrivano da più parti denotano la fine della vergogna: mi chiedo, e spero che qualcuno mi risponda: al di là delle legittime rimostranze sulle commissioni bancarie, che vanno ridotte, perché una persona onesta dovrebbe avere qualcosa in contrario a che le sue spese vengano tracciate? Dove sta il problema? A me sfugge, o meglio, non mi sfugge, ma preferisco non azzardare risposte. Io penso che solo due categorie abbiano interesse a bloccare il provvedimento: i mafiosi e chi evade.

Intanto c’è una nuova guerra in medio oriente, la gente continua a morire in mare nell’indifferenza più totale, si difendono pubblicamente poliziotti e secondini che pestano carcerati inermi, si continuano uccidere donne, si continuano a pestare o omosessuali, la gente perde il lavoro, ecc..ecc.

Problemi importanti, sia nel presente sia in prospettiva, che nessuno sembra avere voglia o capacità di affrontare, nel timore di favorire la destra.

A nessuno viene il sospetto che non fare qualcosa per non favorire la destra, per la regola secondo cui due negazioni fanno un’affermazione, significa favorire la destra.

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Il gioco delle parti sulla pelle dei curdi

Turkey Moves Forces Into Northern Syria

La Turchia vive sotto dittatura da anni e l’Europa, da anni, lo accetta senza battere ciglio. Anzi, conclude affari con Erdogan, addirittura lo paga per tenersi gli immigrati e fare il lavoro sporco al posto suo. Erdogan il negazionista che minaccia ritorsioni a chi si azzarda di parlare degli armeni, Erdogan il genocida, che vuole eliminare i curdi siriani dal Rotava, dove loro hanno scacciato gli arabi ( le questioni in medio oriente non vanno mai affrontate in modo manicheo).

Non esiste un governo politico europeo forte, compatto e coeso che possa, dopo l’aggressione ai curdi, fare la voce grossa contro Erdogan. L’Europa sembra più preoccupata di arginare la deriva sovranità che di giocare il suo ruolo nello scacchiere internazionale.

Il richiamo ai valori europei calpestati molte volte in questi anni, con le  due  guerre del Golfo e prima ancora la guerra nell’ex Jugoslavia, suona quasi ironico, se non tragico.

Ci sono grandi interessi economici in gioco, più grandi dei diritti di giornalisti, attivisti civili, insegnanti, intellettuali imprigionati da Erdogan a centinaia. Più dei processi sommari e delle sentenze farsa. Vendita di armi, fabbriche, agevolazioni di mercato per la Turchia, il gas: interessi che valgono miliardi di euro.

L’Italia poi, dopo aver perso qualsiasi credito internazionale grazie a Berlusconi prima e a Salvini poi, si affanna penosamente a conservare un residuo di dignità senza riuscirci .

Non si spiega altrimenti l’ipocrita presa di posizione sulla vendita di armi alla Turchia: è necessario un accordo in tutta Europa, sospenderemo le nuove licenze. Tutto qui, il nostro intervento su un conflitto proditorio che sta insanguinando un territorio tormentato e allo stremo e si prefigge come scopo un genocidio, è tutto qui.

Non riusciamo a uscire dalla retorica, non riusciamo a cambiare la narrazione di un paese che continua a vagare smarrito in una terra di nessuno senza sapere quale direzione prendere. Non si può pretendere che un governo nato per contrastare un male maggiore, un’alleanza impossibile tra due forze incompatibili, almeno in teoria, possa mostrare i muscoli a un dittatore che, con l’avallo di Trump, sta facendo quello che tutti sapevano che prima o poi avrebbe fatto. Ma abbiamo continuato a finanziarlo nonostante tutto.

Per inciso, il tradimento di Trump nei riguardi dei curdi, la sua cecità politica riguardo la presunta sconfitta dell’Isis, aprono inquietanti prospettive sulla questione medio orientale nei giorni a venire, e quindi, sul futuro del mondo.

Nessuno farà nulla contro Erdogan, per paura, per viltà, perché non conviene, e ci dimenticheremo presto dei Curdi, lasciati, come sempre, da soli, come soli, in questo momento, sono gli ecuadoriani, i venezuelani, una decina di popoli africani e chissà quanti altri che lottano per la libertà sparsi per il mondo.

Ma continuiamo pure a fare doverosi appelli, per tacitare la nostra coscienza, a lanciare petizioni e twittare ogni giorno indignati. Fino a quando cadrà il silenzio sulla nostra vergogna.

 

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