Page 2 of 10

Il virus peggiore è la paura

Viviamo in un mondo politico, cantava Bob Dylan qualche anno fa, un mondo dove tutto era interconnesso e le dinamiche sociali avrebbero dovuto unire, invece di dividere. Se e quando ci regalerà un nuovo album, probabilmente canterà che viviamo in un mondo dominato dalla paura e dall’egoismo. Oltre che dall’idiozia.

L’ondata di sinofobia che investe il nostro paese, non si può spiegare solo con le legittime preoccupazioni per la salute, stiamo andando molto oltre. Quando una ragazzina dai tratti asiatici sale su un treno e il vagone si svuota come per magia, lasciando soli lei e il sottoscritto, quando un’altra ragazzina, che si sta recando a scuola, viene insultata e fotografata su un mezzo pubblico, casomai fosse un’untrice, quando sui social compaiono lettere deliranti di genitori preoccupati per la compagna di classe dei figli, che viene dalla Corea e l’ha vista solo in cartolina, quando un rettore invita gli studenti cinesi a non recarsi a dare gli esami e quattro governatori di regione propongono di tenere gli alunni cinesi a casa, quando un sindaco, nonostante le rassicurazioni mediche, impedisce a una nave di attraccare in porto, ci troviamo davanti a un cortocircuito che non può essere ascritto solo alla puara.

C’è perfetta continuità con quel rifiuto programmatico dell’alterità, che in questo caso ha anche tratti somatici diversi dai nostri e appartiene a un cultura arcaica, con quella presunta difesa del territorio e dell’italianità che fa parte del programma politico dei neo fascisti e che, evidentemente, riesce a trasmettere la paura attraverso canali privilegiati, non ultimi giornali illeggibili e programmi televisivi dei canali nazionali che sembrano essersi accordati nell’ostinato rifiuto di fare servizio pubblico.

Naturalmente, questa gente si rifiuta di ascoltare i medici, che invitano sistematicamente a mantenere la calma, a non discriminare nessuno e a rispettare norme igieniche elementari che andrebbero usate sempre. Perfino il più allarmista dei commentatori, Burioni, che personalmente non amo ma di cui rispetto la competenza, ha detto che discriminare i cinesi è un comportamento da idioti.

Viviamo ormai in uno stato di quotidiana follia da cui sembra non esserci via d’uscita. Io vorrei che rifletteste su un fatto. I dati e le cifre riguardanti i decessi parlano chiaramente di un virus a bassa letalità, anche più bassa della normale influenza e di un rischio, in questo momento, assolutamente controllato. Due amici arrivati da Shangai con cui ho avuto il piacere di cenare, mi hanno confermato che la situazione in Cina appare sotto controllo, che i cinesi sono fiduciosi e che il governo ha isolato un’area di sessantaquattro milioni di abitanti, agendo in fretta e in modo efficace. Non hanno visto gettare animali dalle finestre nè scene di panico nelle strade.

Perfino il governo italiano, nonostante le consuete bugie di Salvini, che dovrebbe temere la sua passione per il junk food piuttosto che il virus, ha agito tempestivamente e in modo adeguato. A parte la penosa e provincialistica esaltazione per aver isolato il virus per primi. Non siamo stati i primi, ma i sesti .

Quindi perché questa ondata di sinofobia, perché sfogare la propria paura in modo del tutto gratuito e ingiustificato? Posso capire i decerebrati che a Brescia hanno attaccato manifestini sulle serrande dei negozi cinesi ( perché non sulle vetrate, davanti ai padroni? perché sono vigliacchi, come tutti i fascisti), a quelli, come a molti leghisti, manca un numero sufficiente di neuroni per elaborare concetti elementari, sono più o meno come quei rifuti umani che in nome di Dio invitano i gay a immolarsi, frutti amari della legge Basaglia. A turbarmi è la paura della gente normale, dei cittadini sugli autobus e sui treni, questa caccia all’untore che dimostra due fatti incontrovertibili:

A) La gente è capace di una ascolto selettivo che seleziona il peggio e diffida delle persone competenti in materia.

b) Bisogna assolutamente tornare a leggere a scuola La storia della colonna infame, perché Manzoni aveva capito tutto con largo anticipo. oggi ho cominciato.

Io temo cosa potrebbe succedere se l’allarme fosse reale, se la pandemia fosse più grave e le notizie poco incoraggianti. Arriveremmo ai pogrom? O ai lager per cinesi? Perché, signore e signori che avete la pazienza di leggere le mie elucubrazioni, la strada è quella, la paura segue una via che porta sempre allo stesso punto.

Speriamo che l’allarme rientri presto, il picco in Cina dovrebbe essere stato raggiunto e dovrebbero cominciare a calare sia i contagi sia le vittime, in attesa del prossimo capro espiatorio, della prossima categoria vittimaria da perseguire, fino a quando, se la politica per allora non si sarà svegliata e la risposta della gente non si limiterà solo a cantare canzoni in piazza, succederà una tragedia. Speriamo che il sonno della ragione per allora sia terminato e sia cominciato il risveglio delle coscienze.

Perché siamo di fronte, oltre che a un caso evidente di stupidità di massa, a una scelta etica e morale di non poco conto, ci avviciniamo sempre di più al punto critico in cui saremo costretti a decidere chi vogliamo essere e da che parte vogliamo stare, una volta per tutte, seriamente, sapendo che la scelta potrà comportare anche qualche rischio. Reale, questa volta.

Ebook in offerta a 1 euro per questa settimana
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il ritorno della razza

– Il certificato di purezza razziale, prego.

Il Granello di sabbia comincia con queste parole. Parole che, oggi, man mano che gli eventi si susseguono, non appaiono più distopiche, ambientate in un mondo parallelo, ma pericolosamente vicine.

Il Foglio non è il peggiore dei giornali di destra eppure ha pubblicato quella che, a tutti gli effetti, è un’apologia di Joseph Mengele, sadico torturatore di bambini ad Auschwitz, vigliacco e squallido opportunista, medico fallito che trovò nel Reich un ambiente adatto a sfogare la propria psicopatia.

Non leggerò la biografia a cui si riferisce l’articolo, non ho bisogno di leggere testi revisionisti: su Mengele esiste un grande libro di Oliver Guez, La scomparsa di Joseph Mengele, un mare di testimonianze e una documentazione ricca e attendibile.

È un brutto segnale la comparsa di articoli revisionisti, che pretendono di far passare un mostro per uno scienziato, come è un brutto segnale il raid dei neofascisti che hanno attaccato, a Brescia, volantini contro i negozi cinesi. Un fatto che richiama alla memoria le prime incursioni dei nazisti contro gli ebrei.

Un altro brutto episodio è la lezione della professoressa di Firenze che ha accusato Liliana Segre di volersi far pubblicità con l’Olocausto, suscitando le ire di ragazzi e genitori.

Per non parlare degli illeggibili fondi di Vittorio Feltri, che andrebbe espulso dall’ordine dei giornalisti definitivamente, perché, una volta per tutte, ci si possa liberare del suo fascismo greve e mostruoso.

In Razzismo e indifferenza, un libro piccolo e agile ma denso, ricco di spunti di riflessione, con una prefazione alla prima edizione del mai troppo rimpianto Don Gallo, Renato Curcio, sì, esatto, lui, che ha pagato il suo prezzo con la giustizia e da anni fa quello che sa fare meglio, l’attento osservatore della realtà e delle dinamiche della società nel nostro paese, traccia a sommi capi la storia del razzismo nel nostro paese, mostrando come parta da lontano, come ci abbia accompagnato dalla nascita della repubblica ai giorni nostri, come ad esempio, la logica concentrazionaria, che oggi viene applicata agli immigrati, nell’indiffferenza generale, abbia fatto parte dell’agire politico in tempi remoti.

Logica concentrazionaria che, di per sé, comprende il concetto di diversità, di una alterata che va controllata e messa in condizione di non nuocere ai normali. Ci vuole un attimo per arrivare alla difesa della razza.

Ormai, quotidianamente, accettiamo l’inaccettabile, non chiediamo neanche più che le forze dell’ordine individuino e mettano in condizione di non nuocere i balordi dei raid di Brescia, che Feltri venga zittito perché ogni sua parola è un insulto, che il servizio pubblico venga depurato da personaggi che portano avanti tesi chiaramente anticostituzionali, ecc.ecc.

Questa indifferenza, questo sdegnarsi un istante e poi continuare ad andare avanti come se niente fosse, è legata anche alla velocità con cui i media divorano le notizie, senza approfondire, senza andare al fondo delle cose, senza riuscire a superare gli spazi angusti della polemica di parte, della difesa del proprio orticello, all’assenza totale di etica professionale di troppi giornalisti.

Siamo davvero sicuri che il razzismo sia esclusivo monopolio della destra? Non si nasconde forse, tra i distinguo di certi politici di sinistra, che enunciano la possibilità che, tutto sommato, la Lega dica cose giuste nel modo sbagliato? Non è sottinteso nella mancata abrogazione dei decreti sicurezza, razzisti e liberticidi? Non si intravvede nella fiacchezza con cui viene tirato fuori e poi rimesso in soffitta lo ius soli? Non è razzista tenere su una nave dei migranti e poi farli sbarcare a elezioni avvenute, per timore che liberarli prima potesse influire sul risultato?

Il razzismo non si nasconde forse, nella sinistra dura e pura, una razza anch’essa, costantemente alla ricerca del nemico come la sua controparte e come la sua controparte, manichea?

Non si nasconde nella difesa acritica del leader, di cui ho parlato ieri, leader che definisce un’appartenenza, cioè un’altro tipo di razza, appartenenza a cui ci si aggrappa acriticamente, sperando di essere traghettati fuori dall’incertezza della contemporaneità e, nel frattempo, stilando l’elenco dei buoni e dei cattivi?

Gli episodi più virulenti di razzismo, la sinofobia quasi grottesca di questi giorni, sono solo la punta dell’iceberg di una società che, nel mondo globalizzato, va paradossalmente rinchiudendosi in spazi angusti per la paura di confrontarsi con l’Altro.

Ecco allora l’untore, descritto magistralmente da Manzoni, meglio se un untore dai tratti somatici diversi dai nostri, appartenente a un cultura poco comprensibile e distante dalla nostra. Ecco allora l’antisemitismo, che viene sempre bene, o l’anti islamismo, che viene ancora meglio, perché gli ebrei sono in mezzo a noi e sono noi, indistinguibili nei loro tratti somatici, mentre i mussulmani, bene o male, riusciamo a individuarli. Ecco l’odio per i rom, che sono cristiani, per la maggior parte integrati, ma per i fomentatori di odio contano solo quelle poche migliaia di nomadi presenti nel nostro paese, responsabili di tutti i mali dei quartieri in cui risiedono.

Davanti a questo sfacelo, a questa diminutio di civiltà, a questo deficit di valori etici, civili e morali, restiamo tutti, troppo spesso, più o meno inerti, limitandoci a scuotere la testa amareggiati o ad andare in piazza a cantare Bella ciao, che viene sempre bene.

Inutile giocare con i rimandi storici perché la Storia cambia, muta, diviene altro da sé, anche se si ripresenta in modi simili ma mai uguali, tuttavia ritengo che la pericolosa acquiescenza all’infamia che ormai sta diventando quotidiana, ci stia conducendo su una china pericolosa.

Se il punto d’arrivo sarà il certificato di purezza razziale, come ho paventato nel mio libro, o un paese diverso e senza razze di ogni sorta, come auspico, non si può ancora dire.

Ebook in offerta speciale questa settimana
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La disperata ricerca del Vate, o della scomparsa dello spirito critico in Italia

Pubblico su Twitter una garbata critica a Calenda, che ha affermato che la Lega e Fratelli d’Italia rappresentano una novità nella destra italiana. Faccio notare che, politicamente, non c’è nulla di nuovo nella loro proposta, cambia, ovviamente, il medium con cui viene veicolata che è però in perfetta continuità con quello berlusconiano: dalle tv alla rete.

Vengo subissato di critiche dai calendiani, che difendono a spada tratta l’opinione del leader senza entrare, ovviamente, nel merito di quanto affermo o dandogli ragione obtorto collo.

Accade in continuazione anche con (alcuni) renziani, il cui fideismo nel nuovo Vate è pari solo a quello leghista nei confronti di Salvini.

Con i leghisti non parlo, le rare volte che ci ho provato, in passato, sono stato subissato di insulti del tutto privi di qualche fondamento, per altro, perché riferiti al mio precedente libro dove, su Salvini, non ero più critico che su Renzi o Minniti.

Lo spirito critico, la capacità di afferrare il senso di un commento e di controbattere sul merito dell’affermazione e non aprioristicamente, sembra del tutto scomparso in questo paese, sostituito da una affannosa e disperata ricerca del Vate, dell’uomo superiore che ha in tasca ogni soluzione per ogni problema, il leader 3.0, multitasking e onnisciente, che pensa al nostro posto e delega ai seguaci solo il compito di difenderlo a spada tratta.

Nel mio libro Il granello di sabbia, a un certo punto della narrazione, il protagonista rimprovera ai ribelli che lottano contro il regime oppressivo che domina il paese, di usare di usare le stesse armi e lo stesso linguaggio del nemico.

Mettendo da parte spudoratamente ogni modestia, credo di aver centrato il problema.

La comunicazione si è talmente destrutturata, banalizzata, involgarita, da diventare omogenea e indistinguibile: a destra come a sinistra quasi mai si entra nel merito delle questioni, fermandosi alla superficie, all’antico “noi siamo i buoni e voi i cattivi”, categorizzazione manichea che sottintende che i buoni hanno ragione a priori, anche quando sbagliano.

La campagna elettorale in Emilia è stato un esempio paradigmatico di questo atteggiamento: con una candidata cabarettistica e una totale assenza di argomenti che non fossero l’altrettanto cabatteristico sbandierare il pericolo comunista o le provocazioni carnascialesche di un leader da sempre senza argomenti come Salvini, la destra ha ottenuto comunque un risultato notevole, sminuiti solo dal delirio di onnipotenza e dalla stupidità del suo Vate, che ha puntato tutto sul nero, perdendo.

Il Pd, che ha vinto le elezioni, non ha fatto nulla per ottenere il consenso: aveva un buon candidato, forse non proprio esattamente di sinistra, ma un buon candidato, ha aperto alle sardine pochi giorni prima delle elezioni e ha raccolto sicuramente, ma per fortuna, più di quanto meritasse. Ma gli argomenti politici del Pd erano esili quanto quelli della Lega.

Elly Schlein, astro nascente della sinistra sinistra, ha usato i social in modo assolutamente intelligente, a supporto di una campagna porta a porta vecchio stile, portando avanti istanze generaliste in gran parte condivisibili, ma non tutte condivisibili, a rifletterci qualche secondo sopra, e ha ottenuto un risultato lusinghiero.

Il grande assente della tenzone elettorale è stata la politica, il dibattito sui fatti concreti, lo spirito critico applicato alle istanze di una e dell’altra parte.

Infatti, subito dopo, renziani, calendiani e piddini si sono scannati sui social sulla e contro la Schlein, ovviamente senza mai entrare nel merito delle sue proposte, nella disperata difesa del proprio Vate. parliamo di persone che dovrebbero apaprtanere alla stessa famiglia politica. Perché ogni nuovo Vate portatore di verità assoluta, insidia il pulpito dei precedenti e si attira le ire dei fedeli.

La verità è che, nel nostro paese, chi applica lo spirito critico, chi chiede ragione di certe affermazioni o, semplicemente, ha la memoria lunga, rompe i coglioni.

Accade in qualsiasi ambito, in qualunque posto di lavoro. Ci sono miei colleghi che censurano addirittura gli alunni che chiedono perchè, che non si limitano a studiare la lezioncina o a seguirla muti e zitti nei loro banchi di costrizione, come se uno dei compiti della scuola non fosse, appunto, sviluppare lo spirito critico. Io dialogo sempre con i ragazzi, anche quando le domande sono irritanti, cercando di fartli arrivare da soli alle conclusioni. Capita anche che mi scusi con loro, talvolta, magarti per una sfuriata un po’ troppo energica, un gesto che non giudico di debolezza, come farebbero tanti, ma di rispetto nei confronti di chi ho davanti. Voglio che capiscano che nessuno ha sempre ragione. Spirito critico, appunto.

Se li educhiamo fin da piccoli a seguire i Vati che incontreranno nella vita, ad accettare senza fiatare quello che gli viene detto e introiettarlo acriticamente, non c’è da stupirsi se invece di un popolo consapevole, abbiamo un popolo di adepti che si limitano ad adorare invece di pensare.

Personalmente, plaudo a quei bambini che hanno contestato l’insegnante di Firenze secondo cui Liliana Segre si fa pubblicità con l’Olocausto, non perché Liliana Segre sia incriticabile ( per me lo è, ma è un’opinione personale) ma perché un’insegnante non può, deontologicamente, fare affermazioni che spingono all’antisemitismo. Il fatto che una simile affermazione riecheggi le parole della Mussolini, ci dice molto su quell’insegnante, che non voglio definire collega.

Concludo riabadendo la priorità di politiche culturali forti , che partano dal riassetto dei media, vecchi e nuovi, se non colpevoli, complici della scomparsa dello spirito critico nel nostro paese e contemplino una rialfabetizzazione generale del paese che non può che partire dall’arte e dai libri..

Non di vati abbiamo bisogno, ma di idee su cui confrontarci, di soluzioni per i problemi reali del paese, di un popolo che prenda coscienza e non la deleghi al giullare di turno.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Un paese assurdo

Il 15 per cento degli italiani non crede nell’Olocausto.

È una percentuale enorme, fatevi due conti su quanti siano numericamente i nostri connazionali che negano la realtà: io non sono bravo con i numeri, ma so che sono tanti.

Questo dato è lo specchio di un fallimento: della Scuola, sicuramente, dei mezzi d’informazione in eguale misura, di una politica che non riesce più a operare secondo un principio di realtà ma solo per narrazioni di comodo, di una società che non è più comunità ed è diventata un insieme eterogeneo di monadi autoreferenziali, tese alla difesa strenua del proprio orticello.

Questo dato è una bestemmia alla memoria, grave quasi come le parole di Alessandra Mussolini e la difesa a oltranza di un criminale assassino che porta avanti da anni, senza che nessuno intervenga a denunciarla.

Questo dato è il risultato dell’analfabetismo di ritorno che in Italia ha dati allarmanti, del fatto di essere uno dei paesi al mondo dove si legge meno, di un politica ormai prima di qualsivoglia sostanza etica e morale disposta a mentire su tutto, pur di ottenere il consenso.

Sarebbe confortante se i negazionisti italiani fossero tutti terrapiattisti, no vax o di quelli che sanno tutta la verità sul Corona virus: potremmo liquidarli come imbecilli e rinchiuderli, circoscriverli, magari in una zona geografica delimitata ( proporrei una qualche area padana) e studiarli, per comprendere come degli adulti possano regredire a tal punto. Temo che però la spiegazione non sia così semplice.

Probabilmente sono gli stessi che non trovano di meglio da fare nel tempo libero delle loro inutili vite che insultare Liliana Segre o scrivere Juden sulla porta di casa del figlio di una vittima dell’Olocausto. Perché forse non sono del tutto dementi, ma sulla loro pochezza umana credo che siamo tutti d’accordo.

Non si può essere così ignoranti, così colpevolmente ignoranti, nell’era di Internet, non quando basta andare su un sito o entrare in una libreria per documentarsi ampiamente sull’argomento e trarne le necessaria conclusioni. Questi non sono ignoranti, sono impregnati d’odio, sono socialmente pericolosi e vanno isolati e rieducati. Istigano al razzismo, giustificano l’ingiustificabile, negano l’evidente.

Negare l’Olocausto non rientra nella libertà d’opinione, negare l’Olocausto significa stare dalla parte di chi ha assassinato milioni di uomini, donne e bambini, negare l’Olocausto è ignobile e vergognoso, negare l’Olocausto è il sonno della ragione.

Io mi auguro che chi di dovere, chi è pagato per questo, prenda atto della necessità di avviare una nuova stagione di politiche culturali in Italia, di bonificare la Tv di Stato e farla tornare ad essere una Tv di Stato, di riformare profondamente la Scuola mettendo mano a indicazioni fumose e onnicomprensive sui programmi, riducendole di numero e chiarendo quali, fatta salva la libertà d’insegnamento, sono i valori e le conoscenze da tramandare senza se e senza ma.

Perché di miserabili e squallidi simulacri di esseri umani, onestamente, ne abbiamo piene le tasche.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

L’Emilia non è il rubicone e la piazza non è la soluzione

Le elezioni regionali in Emilia Romagna non sono la cartina di tornasole per la tenuta del governo e chi si illude che la (bellissima) piazza di ieri riempita dalle sardine sia il segnale di una rinascita della sinistra, è fuori strada.

In Emilia la sinistra va alla tornata elettorale con un ottimo candidato che, all’assenza di argomentazioni della destra, può contrapporre fatti concreti, risultati, cifre: non è sempre così, non accade lo stesso in tutte le regioni ed è per questo che le competizioni elettorali vanno inquadrate nella loro reale dimensione, altrimenti si finisce per continuare a raccontarsi la favola renziana del Pd al 40%.

Se Bonaccini vincerà, e onestamente non vedo come possa accadere il contrario, il Pd resta un partito senz’anima, ondivago e privo di una identità definita. La richiesta di rinviare il giudizio sul Salvini per il caso Gregoretti mostra ancora quella irrazionale paura di non favorire la destra che ha, di fatto, bloccato l’azione del governo e impedito al Pd di portare avanti le proprie istanze, di chiedere il ritiro dei decreti sicurezza, di proporre lo ius soli, rivedere il reddito di cittadinanza, ecc.

Riguardo ai decreti sicurezza, non riguardano solo gli stranieri ma anche la libertà di manifestare in questo paese, che è fortemente limitata dal secondo decreto di Salvini, particolare che, stranamente, viene ricordato di rado.

Quanto alle sardine, non c’è da entusiasmarsi primo, perché la folla che si è riunita a Bologna era eterogenea, secondo, perché continua a mancare una linea politica che vada oltre le buone intenzioni, terzo, perché la piazza, ormai da anni, in Italia, non è più uno strumento di pressione sul governo. Agli esterofili che portano l’esempio della Francia, oltre a ricordare che le rivendicazioni contro la legge sulle pensioni sono state in parte, del tutto legittime, in parte difesa di privilegi assurdi, chiedo di verificare quanti scioperi sono stati fatti in Francia negli ultimi trent’anni e quanti in Italia, la risposta spiega il motivo per cui la piazza, da noi, non è più uno strumento perseguibile per ottenere risultati, con buona pace dei duri e puri che continuano a vivere la loro distopia.

Comunque, quarantamila persone che manifestano chiedendo una politica diversa, sono una buona notizia, ma non è un nuovo sessantotto né altro di simile. È semplicemente un vaffanculo soft senza grandi fratelli dietro le spalle.

L’unica forma di contrasto possibile a un sistema sempre più diseguale e oppressivo, sempre più in grado di controllare le masse con i media, vecchi e nuovi, è una buona politica. La buona politica, oggi, e a questo bisogna rassegnarsi, non può non muoversi all’interno del liberismo ma può cambiarlo, non per trasformarlo in qualcos’altro, ma per umanizzarlo. Si può fare, nei paesi del nord Europa si fa, ma lì il discrimine è dato dalla gente, ed è questo il punto.

La buon politica si può fare se esiste un’assunzione di responsabilità generale di ognuno di noi che si contrapponga alla deresponsabilizzazione generale portata avanti dalla destra, che esiste solo quando individua un colpevole che sia altro da sé e illude la gente di non essere responsabile di quello che succede.

La sinistra ha vissuto la sua stagione di lotta, con molte sconfitte e qualche vittoria, solo quando i vincoli di solidarietà, cooperazione, il comune sentire della classe operaia e di parte della classe borghese gli ha dato la forza per portare avanti certe istanze, ma quella è una stagione irripetibile, quei vincoli non esistono più e bisogna creare un patto su nuove basi, che partano dal passato per costruire il futuro. Bisogna, soprattutto, tornare a fare politica nel senso proprio del termine, raccogliendo le nuove istanze del mondo giovanile ( sardine, ambiente) e della società civile. Moralizzazione è la brutta parola che dovrebbe contraddistinguere il nuovo corso, moralizzazione all’interno degli schieramenti politici ma anche dell’elettorato. In fondo, è quello che, con altre parole, chiedono le sardine e anche, dal suo punto di vista, Papa Francesco.

Certamente l’uomo che può guidare la rinascita non è Renzi, u neoliberista senza idee che si ostina a dare le colpe del suo fallimento agli altri, e, temo, neanche Zingaretti, che però, e va a suo onore, si è assunto, almeno a parole, la responsabilità di traghettare il Pd fuori dallo stagno in cui si è infossato.

Vedremo se ce la farà e speriamo non si intonino peana se Bonaccini vincerà: non è proprio il caso. Se il lavoro ben fatto è la chiave che può cambiare le cose, a sinistra, da parecchio tempo, se ne vede poco.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Lo squallido bullismo di un uomo senza qualità e l’ignoranza trasversale.

Salvini è il nulla, umanamente e politicamente, è il prodotto di una cultura superficiale e gretta che si fonda sul pregiudizio e sull’ignoranza come vanto.

Ma, talvolta, chi lo critica non è da meno, quanto a ignoranza.

Ho visto solo oggi il video del ragazzo dislessico, montato ad arte dagli squallidi cialtroni che reggono il gioco a Salvini, per prendere in giro i suoi oppositori. L’atto è stato indegno, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. Salvini ci ha abituato a offese pecoreccie rivolte a donne rappresentanti dello Stato (Boldrini), a insulti a donne con le palle, quindi assai diverse da lui (Carola Rackete) a offese ai terroni, ai tossicodipendenti, agli omosessuali, a sbandierare, bestemmiando di fatto, crocifissi, a richiedere protezioni alla Madonna dopo atti spregevoli. Sappiamo che uomo è, se proprio è necessario dargli una definizione antropologica, non stupisce che se la sia presa con un ragazzo simpatico colto in un momento di difficoltà. Ha fatto di peggio e di peggio farà fino a quando non tornerà ad essere il nulla mischiato con niente che era prima.

Ma confondere la dislessia, che non è una malattia e non è una disabilità, con una malattia e una disabilità, come hanno fatto molti nel tentativo lodevole di difendere Sergio Echamanov, che, tra l’altro, se l’è cavata benissimo da solo, sul palco, scherzando sulla propria difficoltà, testimonia ignoranza e approssimazione anche in chi sta dall’altra parte, mostrando che certi mali sono ormai trasversali in Italia.

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che può tradursi in disgrafia, problemi di lettura, ecc., ampiamente noto a chi lavora nella scuola e ampiamente gestibile. Negli ultimi anni le diagnosi di DSA sono aumentate e io, da tempo, utilizzo con tutti gli alunni strumenti come le mappe concettuali, le verifiche mirate al contenuto, ecc. che rientrano tra gli strumenti compensativi e dispensativi che la normativa concede loro.

Einstein, Mozart, Leonardo, Paul McCartney, Spielberg, Bob Dylan, sono solo alcuni nomi di dislessici famosi che mostrano come la dislessia possa essere brillantemente superata e, spesso, accompagni uomini e donne con capacità fuori dal comune.

Non si è reso un buon servizio quindi a Sergio trattandolo sui social come un disabile e o un malato offeso da Salvini. Se anche Sergio non fosse stato DSA, ma un ragazzo che si è impappinato sul palco, l’atto del segretario della Lega sarebbe comunque stato un esempio di viltà e miseria, categorie che accompagnano sempre in ogni luogo le persone senza qualità e i fascisti, tanto per fare una tautologia.

I pregiudizi, di qualunque colore, sono duri a morire e, nel sottotetto di certi commenti, ho letto il pietismo per il povero ragazzo sfortunato, cioè l’atteggiamento che qualunque insegnante sa che non deve mai tenere con i DSA, che vanno trattati come gli altri compagni, possedendo capacità cognitive normali e spesso superiori alla media.

La disinformazione e il pregiudizio non sono, purtroppo, appannaggio solo della destra, basta leggere i battibecchi, a volte esilaranti, più spesso deprimenti tra renziani ed anti renziani sui social quando dibattono su argomenti mostrandone una conoscenza, a voler essere generosi, approssimativa.

Quest’episodio mi ha fatto riflettere sul fatto che il vuoto culturale di questo paese è, probabilmente, molto più profondo di quanto appaia, e appare già in modo allarmante. La scuola, ormai, rischia di diventare obsoleta nel amare d’ignoranza, arroganza e ipocrisia su cui galleggia questo paese, una specie di Fort Apache che si ostina a illudersi di formare ed educare alla comprensione di una bellezza che sembra non interessare più nessuno.

Quanto al pietismo, da cattolico, lo trovo deleterio e stucchevole quanto le invocazioni alla Madonna di Salvini, che io mi auguro vengano ascoltate e adeguatamente ricompensate.

Da insegnante, mi amareggia molto vedere gente confondere DSA e disabilità, autismo e ADHD, DSA e BES, sigle dietro cui si nascondono situazioni diverse, storie diverse, soluzioni diverse. Sigle che accompagnano ragazzi e ragazze, troppo spesso bollandoli nell’opinione comune. Dimentichiamo troppo spesso che siamo uno dei paesi guida in Europa in materia d’integrazione scolastica, una delle poche cose che mi rende ancora orgoglioso di essere un insegnante.

Si finisce per fare come quelli che nella categoria migranti inseriscono tutti: profughi, migranti economici, clandestini, ecc. e non riescono a comprendere che problemi diversi comportano soluzioni diverse.

Il primo passo per risolvere i problemi è la conoscenza e, anche se animati da buone intenzioni, sarebbe buona norma, quando non si conosce la natura di un problema, tacere.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il ministro dell’istruzione che non sa copiare.

Così il nuovo ministro dell’istruzione è un furbetta, una che, per non perder tempo, quando ha stilato la relazione finale per l’abilitazione al Sostegno ha copiato ampi stralci da diversi manuali senza virgolettare e segnalare le citazioni. Una furbetta, mi permetto di dire, nemmeno tanto capace. Ai miei alunni dico che il problema non è tanto copiare, che è un’arte, ma copiare in modo cretino, riportando di pari passo le castronerie del compagno. Ai miei alunni. Della scuola media.

Tanto per la cronaca, lo stesso partito che anni fa ci ammorbava urlando onestà, onestà, qualche anno fa chiese le dimissioni del ministro Madia perché aveva copiato la tesi di laurea.

Il ministro dell’istruzione si è difeso affermando che non si trattava di una tesi ma, appunto, di una relazione, come se falsificare e presentare come proprio un documento ufficiale avesse una gravità variabile a seconda dell’importanza del documento. Manca solo che dica che così fan tutti.

Un’altra giustificazione è che Salvini è rimasto posteggiato all’università per anni, Ora io penso tutto il male possibile e anche di più umanamente e politicamente di Salvini, ma, di fronte alla legge, falsificare un documento facendo passare per proprie affermazioni fatte da altri, non è equiparabile ad essere uno scansafatiche. Ovvio che le richieste di dimissioni da parte della Lega rientrano in una dimensione onirica e surreale.

Negli ultimi anni al Ministero dell’istruzione si sono seduti diversi personaggi, alcuni anche volenterosi, altri improbabili, tutti caratterizzati da una totale incompetenza e incapacità di comprendere i reali problemi della scuola.

Essendo stato costretto per doveri sindacali a leggere il testo della Buona scuola, tanto per tornare a chi ha cercato, obiettivamente, di fare qualcosa, inorridisco ancora ricordando il lessico approssimativo, gli anglicismi discutibili, le frasi che non significavano nulla, le scopiazzature mal fatte presenti in quel testo. Figuratevi chi si è seduto lì per svolgere l’ordinaria amministrazione.

Direi che adesso può bastare. Il Ministro rassegni le proprie dimissioni perché è giusto e doveroso che lo faccia, e all’Istruzione vada una persona competente in grado di mettere le mani ai problemi veri della scuola. Eh, sì, perché il programma in dieci punti della ministra Azzolina è come il programma politico delle sardine: condivisibile ma velleitario, ineffabile, fatto della stessa sostanza dei sogni ( citazione: Shakespeare, Sogno di una notte di mezz’estate, così si fa, Ministro).

Ci sarebbe una lunga riflessione da fare sui Cinque stelle, sulla loro genesi e la loro trasformazione, sull’incompetenza manifestata a tutti i livelli, sull’arroganza e sulla capacità maldestra di rigirare la frittata che dimostrano a ogni passo. Ma lasciamo perdere.

Ci sarebbe un’altra lunga riflessione da fare su come la formazione dei nostri ragazzi, la fornitura di strumenti per orientarsi nella vita e nel presente, venga delegata alla buona volontà degli insegnanti che sono al servizio di Dirigenti trasformati in manager, che quando va bene sono responsabili e volenterosi, ma non è che vada bene troppo spesso e patisca l’assenza di qualcuno che nella stanza dei bottoni sia in grado di comprendere l’importanza del ruolo che ricopre e la necessità di ricoprirlo con dignità e competenza.

Verrebbe da pensare che il ministero dell’Istruzione sia diventato solo un contentino, un ruolo senza importanza da assegnare per far quadrare le caselle del mio e del tuo tra alleati di governo. Verrebbe da pensare che del futuro dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, quindi del nostro paese, alla politica non importi, impegnata com’è a inseguire ossessivamente il consenso di un presente sempre più liquido, sfuggente, volubile.

La domanda che mi pongo per concludere è: possibile che prima di nominare un ministro non esista un avvocato del diavolo che vada a cercare i suoi peccati? Possibile che nell’era in cui siamo tutti trasparenti e controllabili nessuno controlli i controllori? ( altra citazione, latina, ma lasciamo perdere).

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La svolta di Zingaretti per una nuova sinistra

Questa volta il segretario parla chiaro e forte: il Pd deve cambiare, lasciarsi alle spalle le ultime mare del renzismo che lo ha quasi portato all’autodistruzione ( ma Renzi è stato solo il terminale di una lunga stagione di errori) e tornare a guardare alla società civile, alle nuove sfide ambientali, al rilancio culturale del paese. Tornare, in sostanza, ad essere un partito di sinistra, rinunciando al sogno renziano di diventare alfieri di un neoliberismo dal volto più o meno umano.

Per fare questo è necessario un nuovo congresso e, soprattutto, un’apertura reale alla società civile ( Sardine, movimenti ambientalisti, associazionismo, ecc.) che comporti un rinnovo della classe dirigente, che comporti una politica fatta di visioni e programmi e non di poltrone e correnti.

È una sfida ambiziosa, quasi disperata quella del segretario del Pd ma necessaria: se un grande partito di sinistra, seppure moderata e realista deve esistere, deve tornare a guardare a sinistra.

Zingaretti è persona di grande cultura, ha sicuramente il know how necessario a guidare questo ritorno a un passato possibile, un partito disegnato da molti ma mai concretizzatosi nella realtà, sia per le remore ideologiche di chi vive ancora nel secolo scorso e non vuole rassegnarsi alla lezione della Storia sia per l’arrivismo e il rampantismo delle nuove leve, che troppo spesso hanno trovato nel partito l’ascensore sociale per salire in alto e non mi riferisco solo a Renzi e ai renziano.

Certo, vincere in Emilia, dove il Pd fa campagna da solo perché i Cinque stelle presentano un inutile candidato di disturbo e Italia Viva latita, rappresenterebbe un importante volano per questo ritorno a sinistra, un segnale forte da un elettorato troppe volte deluso dalla mancanza di un disegno, tradito negli ideali, dimenticato.

Mentre Renzi si macera nell’autunno del proprio scontento, in calo costante di consensi, non perché ha tutti contro, come recita la vulgata social, ma perché non propone nulla di diverso da quel neoliberismo di destra moderata che ha portato il Pd quasi all’estinzione, nulla che non sia stato già proposto da Forza Italia, e non a caso è a quell’elettorato che punta, Zingaretti guarda avanti mettendo sul piatto la propria credibilità, vacillante dopo questi primi mesi di governo.

Aprire alle Sardine e al movimento ambientalista significherebbe anche spingere queste realtà a una scelta di campo, a diventare grandi, abbandonando il giovanilismo un pò naïf e assumendosi la responsabilità di fare proposte concrete. Potrebbe funzionare, per quanto al momento, siamo nel campo delle ipotesi futuristiche, quasi distopiche.

È una sfida affascinante quella del segretario del Pd, coraggiosa, che fa guardare con rinnovato interesse a un partito che da troppo tempo sembra aver perso identità e strada, stordito dal disastro renziano e incapace di tenere il timone senza sbandare.

Speriamo che siano rose e che fioriscano, perché di quello ha bisogno il popolo della sinistra nel nostro paese: di pane e rose, di sogni e concretezza, di speranza e nuovo entusiasmo.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

I giovani e il futuro

L’ha detto Mattarella nel suo discorso di fine anno: i giovani sono il nostro futuro, bisogna investire su di loro. Una frase quasi ingenua nella sua ovvietà ma regolarmente disattesa dalla politica.

L’Italia è un paese per vecchi: conservatore, sessista, classista e straordinariamente ignorante, con una differenza rispetto al passato: oggi molti sbandierano la propria ignoranza come un vanto.

Esiste un problema di migrazione giovanile all’estero: i ragazzi che partono non rientrano e quella italiana è una mgirazione spesso qualificata.

A partire sono laureati, tecnici, ricercatori che trovano in Europa spazi e stipendi che in Italia gli sono preclusi.

I giovani sono politicamente impegnati, le manifestazioni nel segno di Greta e delle sardine lo dimostrano ma attenzione: politicamente impegnati non significa schierati, le sardine non sono l’avanguardia di un nuovo 68 come molti amano pensare ma una spontanea protesta di massa contro una politicasempre più distante dai reali bisogni della popolazione, sempre più asservita a quei meccanismi che promuovono lo sfruttameno indiscriminato dei lavoratori, sempre più imbarbarita nella difesa acritica di posizioni contrapposte, sempre più volgare e vuota.

Articoli sprezzanti e volgari come quelli di un vecchio fascista come Vittorio Feltri, che sta invecchiando malissimo, sono la voce del pensiero comune sui giovani, riscuotono molto più consenso di quanto si creda e, perlomeno, sono meno patetici, anche se spregevoli, delle performances di Salvini su Tik Tok.

In Italia muore una donna ogni due giorni, assassinata generalmente dal coniuge, dal fidanzato o dal suo ex che ha buone possibilità di farla franca o di scontare una pena mite, le donne stuprate sono moltissime, le discriminazioni sul lavoro alte, la sottovalutazione professionale ancora più alta.

Nessuno in questo giorni sta discutendo del curriculum di Rula Jebreal, tanto per fare un esempio sulla bocca di tutti. Perché una giovane laureata italiana, capace, intelligente, preparata, dovrebbe restare in questo paese? Quali sono le sue prospettive?

I giovani non sono razzisti, la Scuola gli sta insegnando da anni che la condivisione di percorsi comuni con chi proviene da altre realtà non solo è possibile ma inevitabile e necessaria. Guardano all’Europa come casa loro, non hanno il mito del posto fisso, hanno capacità di adattamento e voglia di conscere il mondo.

I giovani sono un patrimonio di inestimabile valore che stiamo disperdendo. perché non importa a nessuno della loro sorte. Fa tristezza vedere i giovani-vecchi della politica, animati da buone intenzioni prima di raggiungere il potere trasformarsi in copie dei vecchi che dicevano di voler rottamare: pensate a Renzi e Di Maio, pensate al loro sguardo e a quello dei leader delle Sardine.

I giovani non sono una priorità nell’agenda politica per questo è stato, è e sarà sempre il paese del Gattopardo e fa comodo a tutti: destra, sinistra centro, perché tutti hanno il terrore che le cose cambino davvero, che gli equilibri vengano sconvolti e le consorterie di destra e di sinistra crollino.

Servirebbero politiche che guardino all’Istruzione, alla Ricerca e al mondo del lavoro con occhio diverso, servirebbe una politica economica keynesiana che spezzi il monopolio mafioso delle quattro, cinque famiglie che decidono il destino economico del paese e rilanci quell’eccellenza italiana che esiste ma viene ogni giorno di più umiliata e offesa, servirebbero politiche illuminate sull’accoglienza che partano da Riace, per ripopolare con nuovi giovani i borghi deserti da cui i giovani sono andati via, servirebbero nuove idee al sud, sia per contrastare la criminalità sia per eliminare il malgoverno feudale, le cricche, i freni che da secoli fermano lo sviluppo.

Servirebbero voci nuove,giovan, al governo, forse per questo si fa di tutto per mandarle via.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail