Storia dell’Italia mafiosa, di Isaia Sales

Ne Il Granello di sabbia, la mafia governa metà del paese direttamente e ha stretti rapporti con l’altra metà, guidata da un governo autoritario e tecnocratico. La fonte di quest’idea e la lettura del libro che oggi recensisco.

Alla luce dell’arresto della vedova Schifani, un fatto tristissimo che desta molta amarezza, ma non troppo stupore, in chi si occupa di mafia, mi sembra opportuno riproporre all’attenzione dei miei lettori questo libro di Isaia Sales, studioso di mafie e docente di Storia delle mafie,che cancella definitivamente quell’assurda narrazione delle mafie come fenomeno esclusivo del Mezzogiorno, che fino a tempi recenti ha costituito e costituisce ancora, un ostacolo alla piena comprensione del fenomeno.

Chi scrive ricorda ancora quando, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, i magistrati parlavano della Liguria come di un’isola felice, rispetto alle infiltrazioni mafiose. la cronaca ha poi raccontato che si erano sbagliati di grosso. In anni più recenti, abbiamo constatato la difficoltà da parte dei giudici di identificare Mafia capitale come associazione mafiosa.

Isaia Sales parte dal presupposto che se un’organizzazione criminale dura da duecento anni e prospera all’interno di uno Stato, non si può più parlare di storia criminale ma di storia tout court: in Italia la storia della mafia, nelle sue tre declinazioni principali, è intrecciata con un filo indissolubile alla sua storia politica.

Il rapporto tra mafie e politica comincia già nell’Italia borbonica e continua dopo l’Unità senza che si sia mai interrotto. Forse, dopo le stragi costate la vita a Falcone e Borsellino, lo Stato ha avuto l’occasione per chiudere definitivamente il discorso, ma troppo profondo era quel rapporto, troppi segreti avrebbero dovuto essere svelati, troppi interessi in gioco.

Sales descrive con dovizia di particolari come agiscono le tre mafie sul territorio, come, alla forza bruta e alla violenza, si accompagnino capacità imprenditoriali e la tendenza a stare al passo con i tempi, a sfruttare le risorse fornite dalle innovazioni tecnologiche, a trovare sempre a disposizione un esercito di fiancheggiatori insospettabili, quella zona grigia che oggi appare il vero braccio armato delle mafie, la vera punta di diamante che gli permette di evadere fiumi di denaro e infiltrarsi nei consigli di amministrazione di grandi aziende. Descrive, soprattutto, l’atteggiamento ambiguo del potere politico nei primi anni della repubblica e nel dopoguerra e le connivenze evidenti che hanno acompagnato gli anni successivi.

Si arriva alla conclusione riflettendo sul mfatto che, più che di trattativa Stato- mafia, bisognerebbe parlare di un legame talmente lungo da sembrare quasi indissolubile.

Libro pieno amarezza partenopea, questo di Sales, che ricorda l’ironico pessimismo di Sciascia, completo, documentato e necessario, come quelli di Marcello Ravveduto, che con lui ha collaborato in passato, di Nando Dalla Chiesa, di Rocco Sciarrone, tutti intellettuali che studiano da anni le mafie e cercano di coglierne i cambiamenti e le mutazioni.

Ma il libro di Sales si distingue tra tutti, oltre che per la completezza e la visione d’insieme, per riflessione lucida e amarissima su un fenomeno che influenza, più di quanto ciascuno di noi possa immaginare, la vita di questo paese.

Lettura necessaria, quindi. Per tutti.

Permettetemi una nota a margine riguardante il rapporto tra antimafia e scuola.

Due anni fa è uscito un rapporto di Dalla Chiesa che riporta come la didattica dell’antimafia abbia fatto fatica a entrare nelle scuole, soprattutto al nord. Negli ultimi anni, queste attività vengono svolte quasi interamente dagli attivisti di Libera in forma laboratoriale. Io ho collaborato con Libera nella mia città e ho un grande rispetto per la loro dedizione e il loro lavoro anche se non amo una certa ripetitività nel modo di proporsi.

Credo che il problema oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel nostro paese, sia quello di rendere questo insegnamento strutturale, di fare sì che l’impegno antimafia riguardi ogni insegnante e che ogni insegnante si formi adegutamente per informare e formare seguendo il proprio metodo e la propria sensibilità ( questo è il punto su cui divergono le mie opinioni da quelle di Libera). Troppe fiction che presentano il fenomeno come qualcoisa che appartiene al passato, troppe informazioni approssimative dai media, troppa indifferenza da parte della politica.

Per questo ho collaborato alla creazione del codice etico di Libera per le scuole medie, per questo ho tenuto corsi di aggiornamento per i colleghi, senza che però sia scattata quella sensibilizzazione generale necessaria per cambiare davvero le cose.

Parlo di me perché sono esperienze che conosco, per altro avviate in una città difficile e chiusa come Genova, ma sono certo che molti colleghi in tutta Italia si sono trovati nella stessa situazione: non si riesce a passare dal laboratorio alla didattica, dall’una tantum alla quotidianità e questo, senza dubbio, è colpa anche di noi docenti.

Il libro di Sales può essere un’ottimo strumento per parlare di mafia quando si fa storia, almeno nei momenti topici che hanno scandito la storia del nostro paese. Un modo per non discostarsi dai programmi scolastici, arricchendoli con note amargine che nella memoria dei ragazzi restano.

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La legge sull’aborto e la necessità dell’educazione sessuale

L’intervento volgare, greve e rozzo di Salvini dovrebbe essere l’occasione per avviare un provvedimento necessario: l’inserimento dell’educazione sessuale nelle scuole, vista la precocità dei primi rapporti sessuali e il materialismo dilagante nella nostra società. Ne discuto nel podcast.

Ascolta “La legge sull'aborto e la necessità dell'educazione sessuale” su Spreaker. Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Donna, madre, italiana…e bugiarda.

Ci vuole una bella faccia ( da fascista) per criticare le parole pronunciate ieri dal ministro Lamorgese, come ci vuole una bella faccia a criticare Rula Jebreal e il giorno seguente al suo commovente intervento a S. Remo bloccare i finanziamenti a un centro che si occupa di assistere le donne vittima di violenza, andandone fiera e prendendo come spunto le parole del capo della polizia, travisandole completamente.

Non esiste un’emergenza odio in Italia, secondo la donna, madre, italiana, è normale che si aggrediscano ragazzi cinesi sui mezzi pubblici, che si facciano morire in mare in mare i migranti, che si mettano sulla strada, grazie ai decreti che anche lei ha approvato, altri migranti che si ritrovano ad essere clandestini e capri espiatori di tutti i mali italiani. Non esiste un’emergenza per i gay pestati quotidianamente nelle nostre città, i volantini attaccati dai suoi amici sulle serrande dei negozi cinesi, il veleno versato sui social dai suoi sodali, i rom scacciati dalle ruspe, capro espiatorio per ogni stagione, le cifre allarmanti sulle donne uccise, stuprate, pestate, usate da uomini che odiano le donne. Tutto normale, nel paese della donna, madre, italiana.

Esiste un problema lavoro, dice, ed è anche vero. Peccato che in quattordici mesi lei e i suoi compagni di merende non abbiano fatto un cazzo al riguardo, troppo occupati nel fomentare la paura del nero e nell’ideare leggi per reprimere le proteste dei lavoratori.

Esiste un problema criminalità, dice la donna, madre, italiana e mente spudoratamente. Basta guardare i dati di quello stesso Ministero dell’Interno che è stato la pietra dello scandalo del governo di cui lei faceva parte per smentirla: l’Italia è un paese sicuro, non grazie alla destra, che con le sue posizioni anti islamiche rischia sempre di attirare l’attenzione di qualche terrorista radicale. Comunque, per quattordici mesi, il suo amico a capo del ministero non si è occupato né di mafia, né di ‘Ndrangheta, né di Camorra, ma solo di paventare una inesistente invasione di uomini neri.

Se questa è la nuova destra, come afferma Calenda, la stella in ascesa del neofascismo soft, no grazie, di ipocriti, sepolcri imbiancati e bugiardi ne abbiamo a sufficienza in tutti e due gli schieramenti, si può anche passare la mano.

Le dichiarazioni deliranti e vuote della donna, madre, italiana sono la prova che il ministro Lamorgese ha colto nel segno. Affermando che non esiste un’emergenza odio e spiegandone i motivi, la donna, madre, italiana fa una tautologia. Purtroppo credo che il vocabolario non faccia parte degli arredi di casa sua.

Vorrei che Italia viva riflettesse su quello che sta facendo: dopo aver favorito la nascita del governo ed essersene lavato le mani come Ponzio Pilato, pur mantenendo i suoi ministri, davvero Renzi vuole mandare tutto all’aria come un Bertinotti qualsiasi e regalare il paese alla donna, madre, italiana e alla deriva neofascista? Davvero crede che la battaglia sulla prescrizione, su cui, mi fa veramente male dirlo, sono d’accordo con lui, anche se per motivi diversi dai suoi, sarà talmente apprezzata dall’elettorato dall’offrirgli un consenso che può solo sognare?

Io credo che l’uomo sia intelligente, molto meno i suoi seguaci più fanatici, che vivono in una realtà parallela, ma credo che Matteo Renzi sia, oggi, l’unico politico vero dello schieramento non fascista, ( mi scuso, ma a definirlo di sinistra non ce la faccio), e credo che sia sinceramente antifascista. Confido quindi che possa escogitare presto uno dei suoi giochi di prestigio e uscire dall’impasse in cui si è infilato giocando a chi ce l’ha più lungo con Zingaretti. E pazienza se il blocco della prescrizione al secondo grado di giudizio è una vittoria per il Pd. Renzi deve smetterla di pensare di poter ottenere consensi oceanici, non ha praterie davanti, come ha detto recentemente: questo è un paese bipolare che, se farà la cazzata di far cadere il governo, rischia di diventare monocolore e monocromatico, nero.

Quanto alla donna, madre, italiana, che dire? Forse che la dignità e il senso morale non abitano più quida quando lei e quella come lei stanno guadagnando consensi, forse che il fascismo è rimasto uguale a sé stesso e per questo è destinato alla sconfitta, o forse che, a volte, dovrebbe provare a guardarsi allo specchio. Quello che vedrà non lo so, quello che vediamo noi, non è piacevole.

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L’emergenza odio

La bella intervista su Repubblica del ministro La Morgese sul clima di odio ed emarginazione che si respira in Italia e sulla necessità di contrastarlo con politiche culturali adeguate, mi trova perfettamente d’accordo anche sulle virgole.

Non è un caso se a pronunciare parole chiare e forti su quanto sta accadendo nel nostro paese non è un politico, ma un ministro “tecnico” che quindi non ha né timori riguardanti la propria rielezione, né necessità di blandire l’elettorato, né paturnie riguardanti la permanenza sulla poltrona. Il ministro è una donna che ha subito in prima persona le violenze verbali dei vigliacchi social e che adempie il proprio ruolo con coscienza etica e serietà. Dovrebbe servire da esempio ai suoi colleghi, ma temo che resterà una rara avis nella storia di questo governo.

Il ministro non fa nomi, non attribuisce le campagne d’odio a una sola parte politica e ha, a mio avviso, assolutamente ragione. Certi atteggiamenti da stadio, certe asperità verbali sono trasversali, hanno ormai contagiato tutti gli schieramenti politici e, a volte, all’intento dello stessa area politica, tra seguaci di guru diversi, gli insulti sono anche peggiori di quelli con la controparte.

È tuttavia inutile negare che questa destra sempre più neofascista, priva di valori e contenuti politici, incapace di virare verso la moderazione e di costituirsi alla stregua delle destre liberali di altri paesi, preferendo il neonazismo spiccio di un mediocre dittatorucolo da quattro soldi come Orban, all’adesione ai principi dell’Unione europea, costituisca un problema. La virulenta campagna permanente contro i migranti, quella nascosta d una patina di cristianesimo ipocrita e deviato contro gli omosessuali, le posizioni grottesche riguardo il problema delle dipendenze, oltre a mostrare un vuoto ideologico che può essere riempito solo con grossolane menzogne mostrano una fobica paura dell’alterità, del diverso, vissuto sempre come minaccia e mai come risorsa, che potrebbe spingere le frange più estreme, con cui Salvini flirta spesso a volentieri, a radicalizzarsi.

L’incoscienza e l’assenza di vincoli morali della destra e dei suoi leader, non porteranno un ritorno del fascismo in Italia, perché la Storia, al riguardo, ha già espresso il suo inappellabile verdetto, ma possono riportare nelle piazze uno scontro tra le frange più radicali di destra e di sinistra che, chi ha la mia età, sa quali conseguenza nefaste potrebbe portare al paese.

Non basta, a contrastare questo clima, il perbenismo borghese e di tendenza delle sardine, un Movimento certamente portatore di novità positive ma che rivela, come ampiamente previsto, la sua inconsistenza politica.

Come dice il ministro, il vero nemico da combattere è l’indifferenza, la posizione di comodo di chi non schiera mai, il qualunquismo degli astenuti, l’ignavia di chi ritiene di non avere obblighi civili e morali da spendere a favore della collettività.

Per combatterla, è necessario un rinnovamento culturale del paese che deve partire dalla scuola, dai programmi didattici, da quella risorsa necessaria in democrazia che è la libertà d’insegnamento, dal funzionamento reale degli organi di controllo che regolano la libertà di stampa, come l’ordine dei giornalisti, dal ritorno delle reti Rai alsero ervizio pubblico autentico.

Confondere il pluralismo con l’omaggio al potente di turno, la libertà d’opinione con il diritto di diffondere informazioni false e insultare grossolanamente l’avversario politico, permettere che in una rete pubblica un così detto giornalista affermi che il fascismo nacque come reazione alle violenze dei comunisti, minoritari a quel tempo, e che Berlusconi sia stato un partigiano a nove anni, non è libertà d’opinione, è una tentativo squallido e disonesto di manipolare l’opinione pubblica tramite il mezzo televisivo. Scene penose come quella sopracitata sono indegne di un servizio pubblico.

Non sembra possibile che un governo impegnato a far passare una legge contro un diritto acquisito e a difendere l’indifendibile, incapace di assumersi la responsabilità di abrogare provvedimenti iniqui e stabilire un nuova soglia di civiltà nel nostro paese, possa avviare la politica culturale auspicata dal ministro.

Continueremo quindi a scendere lungo una china che sembra, da qualche tempo, interminabile, in attesa dell’ennesimo insulto alla ragione, dell’ennesimo nemico da usare, dell’ennesimo silenzio da parte di chi avrebbe voce e non la usa.

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Il virus peggiore è la paura

Viviamo in un mondo politico, cantava Bob Dylan qualche anno fa, un mondo dove tutto era interconnesso e le dinamiche sociali avrebbero dovuto unire, invece di dividere. Se e quando ci regalerà un nuovo album, probabilmente canterà che viviamo in un mondo dominato dalla paura e dall’egoismo. Oltre che dall’idiozia.

L’ondata di sinofobia che investe il nostro paese, non si può spiegare solo con le legittime preoccupazioni per la salute, stiamo andando molto oltre. Quando una ragazzina dai tratti asiatici sale su un treno e il vagone si svuota come per magia, lasciando soli lei e il sottoscritto, quando un’altra ragazzina, che si sta recando a scuola, viene insultata e fotografata su un mezzo pubblico, casomai fosse un’untrice, quando sui social compaiono lettere deliranti di genitori preoccupati per la compagna di classe dei figli, che viene dalla Corea e l’ha vista solo in cartolina, quando un rettore invita gli studenti cinesi a non recarsi a dare gli esami e quattro governatori di regione propongono di tenere gli alunni cinesi a casa, quando un sindaco, nonostante le rassicurazioni mediche, impedisce a una nave di attraccare in porto, ci troviamo davanti a un cortocircuito che non può essere ascritto solo alla puara.

C’è perfetta continuità con quel rifiuto programmatico dell’alterità, che in questo caso ha anche tratti somatici diversi dai nostri e appartiene a un cultura arcaica, con quella presunta difesa del territorio e dell’italianità che fa parte del programma politico dei neo fascisti e che, evidentemente, riesce a trasmettere la paura attraverso canali privilegiati, non ultimi giornali illeggibili e programmi televisivi dei canali nazionali che sembrano essersi accordati nell’ostinato rifiuto di fare servizio pubblico.

Naturalmente, questa gente si rifiuta di ascoltare i medici, che invitano sistematicamente a mantenere la calma, a non discriminare nessuno e a rispettare norme igieniche elementari che andrebbero usate sempre. Perfino il più allarmista dei commentatori, Burioni, che personalmente non amo ma di cui rispetto la competenza, ha detto che discriminare i cinesi è un comportamento da idioti.

Viviamo ormai in uno stato di quotidiana follia da cui sembra non esserci via d’uscita. Io vorrei che rifletteste su un fatto. I dati e le cifre riguardanti i decessi parlano chiaramente di un virus a bassa letalità, anche più bassa della normale influenza e di un rischio, in questo momento, assolutamente controllato. Due amici arrivati da Shangai con cui ho avuto il piacere di cenare, mi hanno confermato che la situazione in Cina appare sotto controllo, che i cinesi sono fiduciosi e che il governo ha isolato un’area di sessantaquattro milioni di abitanti, agendo in fretta e in modo efficace. Non hanno visto gettare animali dalle finestre nè scene di panico nelle strade.

Perfino il governo italiano, nonostante le consuete bugie di Salvini, che dovrebbe temere la sua passione per il junk food piuttosto che il virus, ha agito tempestivamente e in modo adeguato. A parte la penosa e provincialistica esaltazione per aver isolato il virus per primi. Non siamo stati i primi, ma i sesti .

Quindi perché questa ondata di sinofobia, perché sfogare la propria paura in modo del tutto gratuito e ingiustificato? Posso capire i decerebrati che a Brescia hanno attaccato manifestini sulle serrande dei negozi cinesi ( perché non sulle vetrate, davanti ai padroni? perché sono vigliacchi, come tutti i fascisti), a quelli, come a molti leghisti, manca un numero sufficiente di neuroni per elaborare concetti elementari, sono più o meno come quei rifuti umani che in nome di Dio invitano i gay a immolarsi, frutti amari della legge Basaglia. A turbarmi è la paura della gente normale, dei cittadini sugli autobus e sui treni, questa caccia all’untore che dimostra due fatti incontrovertibili:

A) La gente è capace di una ascolto selettivo che seleziona il peggio e diffida delle persone competenti in materia.

b) Bisogna assolutamente tornare a leggere a scuola La storia della colonna infame, perché Manzoni aveva capito tutto con largo anticipo. oggi ho cominciato.

Io temo cosa potrebbe succedere se l’allarme fosse reale, se la pandemia fosse più grave e le notizie poco incoraggianti. Arriveremmo ai pogrom? O ai lager per cinesi? Perché, signore e signori che avete la pazienza di leggere le mie elucubrazioni, la strada è quella, la paura segue una via che porta sempre allo stesso punto.

Speriamo che l’allarme rientri presto, il picco in Cina dovrebbe essere stato raggiunto e dovrebbero cominciare a calare sia i contagi sia le vittime, in attesa del prossimo capro espiatorio, della prossima categoria vittimaria da perseguire, fino a quando, se la politica per allora non si sarà svegliata e la risposta della gente non si limiterà solo a cantare canzoni in piazza, succederà una tragedia. Speriamo che il sonno della ragione per allora sia terminato e sia cominciato il risveglio delle coscienze.

Perché siamo di fronte, oltre che a un caso evidente di stupidità di massa, a una scelta etica e morale di non poco conto, ci avviciniamo sempre di più al punto critico in cui saremo costretti a decidere chi vogliamo essere e da che parte vogliamo stare, una volta per tutte, seriamente, sapendo che la scelta potrà comportare anche qualche rischio. Reale, questa volta.

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Il ritorno della razza

– Il certificato di purezza razziale, prego.

Il Granello di sabbia comincia con queste parole. Parole che, oggi, man mano che gli eventi si susseguono, non appaiono più distopiche, ambientate in un mondo parallelo, ma pericolosamente vicine.

Il Foglio non è il peggiore dei giornali di destra eppure ha pubblicato quella che, a tutti gli effetti, è un’apologia di Joseph Mengele, sadico torturatore di bambini ad Auschwitz, vigliacco e squallido opportunista, medico fallito che trovò nel Reich un ambiente adatto a sfogare la propria psicopatia.

Non leggerò la biografia a cui si riferisce l’articolo, non ho bisogno di leggere testi revisionisti: su Mengele esiste un grande libro di Oliver Guez, La scomparsa di Joseph Mengele, un mare di testimonianze e una documentazione ricca e attendibile.

È un brutto segnale la comparsa di articoli revisionisti, che pretendono di far passare un mostro per uno scienziato, come è un brutto segnale il raid dei neofascisti che hanno attaccato, a Brescia, volantini contro i negozi cinesi. Un fatto che richiama alla memoria le prime incursioni dei nazisti contro gli ebrei.

Un altro brutto episodio è la lezione della professoressa di Firenze che ha accusato Liliana Segre di volersi far pubblicità con l’Olocausto, suscitando le ire di ragazzi e genitori.

Per non parlare degli illeggibili fondi di Vittorio Feltri, che andrebbe espulso dall’ordine dei giornalisti definitivamente, perché, una volta per tutte, ci si possa liberare del suo fascismo greve e mostruoso.

In Razzismo e indifferenza, un libro piccolo e agile ma denso, ricco di spunti di riflessione, con una prefazione alla prima edizione del mai troppo rimpianto Don Gallo, Renato Curcio, sì, esatto, lui, che ha pagato il suo prezzo con la giustizia e da anni fa quello che sa fare meglio, l’attento osservatore della realtà e delle dinamiche della società nel nostro paese, traccia a sommi capi la storia del razzismo nel nostro paese, mostrando come parta da lontano, come ci abbia accompagnato dalla nascita della repubblica ai giorni nostri, come ad esempio, la logica concentrazionaria, che oggi viene applicata agli immigrati, nell’indiffferenza generale, abbia fatto parte dell’agire politico in tempi remoti.

Logica concentrazionaria che, di per sé, comprende il concetto di diversità, di una alterata che va controllata e messa in condizione di non nuocere ai normali. Ci vuole un attimo per arrivare alla difesa della razza.

Ormai, quotidianamente, accettiamo l’inaccettabile, non chiediamo neanche più che le forze dell’ordine individuino e mettano in condizione di non nuocere i balordi dei raid di Brescia, che Feltri venga zittito perché ogni sua parola è un insulto, che il servizio pubblico venga depurato da personaggi che portano avanti tesi chiaramente anticostituzionali, ecc.ecc.

Questa indifferenza, questo sdegnarsi un istante e poi continuare ad andare avanti come se niente fosse, è legata anche alla velocità con cui i media divorano le notizie, senza approfondire, senza andare al fondo delle cose, senza riuscire a superare gli spazi angusti della polemica di parte, della difesa del proprio orticello, all’assenza totale di etica professionale di troppi giornalisti.

Siamo davvero sicuri che il razzismo sia esclusivo monopolio della destra? Non si nasconde forse, tra i distinguo di certi politici di sinistra, che enunciano la possibilità che, tutto sommato, la Lega dica cose giuste nel modo sbagliato? Non è sottinteso nella mancata abrogazione dei decreti sicurezza, razzisti e liberticidi? Non si intravvede nella fiacchezza con cui viene tirato fuori e poi rimesso in soffitta lo ius soli? Non è razzista tenere su una nave dei migranti e poi farli sbarcare a elezioni avvenute, per timore che liberarli prima potesse influire sul risultato?

Il razzismo non si nasconde forse, nella sinistra dura e pura, una razza anch’essa, costantemente alla ricerca del nemico come la sua controparte e come la sua controparte, manichea?

Non si nasconde nella difesa acritica del leader, di cui ho parlato ieri, leader che definisce un’appartenenza, cioè un’altro tipo di razza, appartenenza a cui ci si aggrappa acriticamente, sperando di essere traghettati fuori dall’incertezza della contemporaneità e, nel frattempo, stilando l’elenco dei buoni e dei cattivi?

Gli episodi più virulenti di razzismo, la sinofobia quasi grottesca di questi giorni, sono solo la punta dell’iceberg di una società che, nel mondo globalizzato, va paradossalmente rinchiudendosi in spazi angusti per la paura di confrontarsi con l’Altro.

Ecco allora l’untore, descritto magistralmente da Manzoni, meglio se un untore dai tratti somatici diversi dai nostri, appartenente a un cultura poco comprensibile e distante dalla nostra. Ecco allora l’antisemitismo, che viene sempre bene, o l’anti islamismo, che viene ancora meglio, perché gli ebrei sono in mezzo a noi e sono noi, indistinguibili nei loro tratti somatici, mentre i mussulmani, bene o male, riusciamo a individuarli. Ecco l’odio per i rom, che sono cristiani, per la maggior parte integrati, ma per i fomentatori di odio contano solo quelle poche migliaia di nomadi presenti nel nostro paese, responsabili di tutti i mali dei quartieri in cui risiedono.

Davanti a questo sfacelo, a questa diminutio di civiltà, a questo deficit di valori etici, civili e morali, restiamo tutti, troppo spesso, più o meno inerti, limitandoci a scuotere la testa amareggiati o ad andare in piazza a cantare Bella ciao, che viene sempre bene.

Inutile giocare con i rimandi storici perché la Storia cambia, muta, diviene altro da sé, anche se si ripresenta in modi simili ma mai uguali, tuttavia ritengo che la pericolosa acquiescenza all’infamia che ormai sta diventando quotidiana, ci stia conducendo su una china pericolosa.

Se il punto d’arrivo sarà il certificato di purezza razziale, come ho paventato nel mio libro, o un paese diverso e senza razze di ogni sorta, come auspico, non si può ancora dire.

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La disperata ricerca del Vate, o della scomparsa dello spirito critico in Italia

Pubblico su Twitter una garbata critica a Calenda, che ha affermato che la Lega e Fratelli d’Italia rappresentano una novità nella destra italiana. Faccio notare che, politicamente, non c’è nulla di nuovo nella loro proposta, cambia, ovviamente, il medium con cui viene veicolata che è però in perfetta continuità con quello berlusconiano: dalle tv alla rete.

Vengo subissato di critiche dai calendiani, che difendono a spada tratta l’opinione del leader senza entrare, ovviamente, nel merito di quanto affermo o dandogli ragione obtorto collo.

Accade in continuazione anche con (alcuni) renziani, il cui fideismo nel nuovo Vate è pari solo a quello leghista nei confronti di Salvini.

Con i leghisti non parlo, le rare volte che ci ho provato, in passato, sono stato subissato di insulti del tutto privi di qualche fondamento, per altro, perché riferiti al mio precedente libro dove, su Salvini, non ero più critico che su Renzi o Minniti.

Lo spirito critico, la capacità di afferrare il senso di un commento e di controbattere sul merito dell’affermazione e non aprioristicamente, sembra del tutto scomparso in questo paese, sostituito da una affannosa e disperata ricerca del Vate, dell’uomo superiore che ha in tasca ogni soluzione per ogni problema, il leader 3.0, multitasking e onnisciente, che pensa al nostro posto e delega ai seguaci solo il compito di difenderlo a spada tratta.

Nel mio libro Il granello di sabbia, a un certo punto della narrazione, il protagonista rimprovera ai ribelli che lottano contro il regime oppressivo che domina il paese, di usare di usare le stesse armi e lo stesso linguaggio del nemico.

Mettendo da parte spudoratamente ogni modestia, credo di aver centrato il problema.

La comunicazione si è talmente destrutturata, banalizzata, involgarita, da diventare omogenea e indistinguibile: a destra come a sinistra quasi mai si entra nel merito delle questioni, fermandosi alla superficie, all’antico “noi siamo i buoni e voi i cattivi”, categorizzazione manichea che sottintende che i buoni hanno ragione a priori, anche quando sbagliano.

La campagna elettorale in Emilia è stato un esempio paradigmatico di questo atteggiamento: con una candidata cabarettistica e una totale assenza di argomenti che non fossero l’altrettanto cabatteristico sbandierare il pericolo comunista o le provocazioni carnascialesche di un leader da sempre senza argomenti come Salvini, la destra ha ottenuto comunque un risultato notevole, sminuiti solo dal delirio di onnipotenza e dalla stupidità del suo Vate, che ha puntato tutto sul nero, perdendo.

Il Pd, che ha vinto le elezioni, non ha fatto nulla per ottenere il consenso: aveva un buon candidato, forse non proprio esattamente di sinistra, ma un buon candidato, ha aperto alle sardine pochi giorni prima delle elezioni e ha raccolto sicuramente, ma per fortuna, più di quanto meritasse. Ma gli argomenti politici del Pd erano esili quanto quelli della Lega.

Elly Schlein, astro nascente della sinistra sinistra, ha usato i social in modo assolutamente intelligente, a supporto di una campagna porta a porta vecchio stile, portando avanti istanze generaliste in gran parte condivisibili, ma non tutte condivisibili, a rifletterci qualche secondo sopra, e ha ottenuto un risultato lusinghiero.

Il grande assente della tenzone elettorale è stata la politica, il dibattito sui fatti concreti, lo spirito critico applicato alle istanze di una e dell’altra parte.

Infatti, subito dopo, renziani, calendiani e piddini si sono scannati sui social sulla e contro la Schlein, ovviamente senza mai entrare nel merito delle sue proposte, nella disperata difesa del proprio Vate. parliamo di persone che dovrebbero apaprtanere alla stessa famiglia politica. Perché ogni nuovo Vate portatore di verità assoluta, insidia il pulpito dei precedenti e si attira le ire dei fedeli.

La verità è che, nel nostro paese, chi applica lo spirito critico, chi chiede ragione di certe affermazioni o, semplicemente, ha la memoria lunga, rompe i coglioni.

Accade in qualsiasi ambito, in qualunque posto di lavoro. Ci sono miei colleghi che censurano addirittura gli alunni che chiedono perchè, che non si limitano a studiare la lezioncina o a seguirla muti e zitti nei loro banchi di costrizione, come se uno dei compiti della scuola non fosse, appunto, sviluppare lo spirito critico. Io dialogo sempre con i ragazzi, anche quando le domande sono irritanti, cercando di fartli arrivare da soli alle conclusioni. Capita anche che mi scusi con loro, talvolta, magarti per una sfuriata un po’ troppo energica, un gesto che non giudico di debolezza, come farebbero tanti, ma di rispetto nei confronti di chi ho davanti. Voglio che capiscano che nessuno ha sempre ragione. Spirito critico, appunto.

Se li educhiamo fin da piccoli a seguire i Vati che incontreranno nella vita, ad accettare senza fiatare quello che gli viene detto e introiettarlo acriticamente, non c’è da stupirsi se invece di un popolo consapevole, abbiamo un popolo di adepti che si limitano ad adorare invece di pensare.

Personalmente, plaudo a quei bambini che hanno contestato l’insegnante di Firenze secondo cui Liliana Segre si fa pubblicità con l’Olocausto, non perché Liliana Segre sia incriticabile ( per me lo è, ma è un’opinione personale) ma perché un’insegnante non può, deontologicamente, fare affermazioni che spingono all’antisemitismo. Il fatto che una simile affermazione riecheggi le parole della Mussolini, ci dice molto su quell’insegnante, che non voglio definire collega.

Concludo riabadendo la priorità di politiche culturali forti , che partano dal riassetto dei media, vecchi e nuovi, se non colpevoli, complici della scomparsa dello spirito critico nel nostro paese e contemplino una rialfabetizzazione generale del paese che non può che partire dall’arte e dai libri..

Non di vati abbiamo bisogno, ma di idee su cui confrontarci, di soluzioni per i problemi reali del paese, di un popolo che prenda coscienza e non la deleghi al giullare di turno.

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