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Cannabis: l’impossibilità di un dialogo vero

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Il provvedimento bocciato per l’inopinato intervento della Casellati su pressione dei fascioleghisti, riguardava la cannabis light, una sostanza che provoca, più o meno, gli stessi danni di un tè: una camomilla forte, una tisana molto rilassante. Il provvedimento non è passato perché in Italia, affrontare serenamente e con cognizione di causa il problema delle droghe e delle dipendenze, è impossibile.

L’unica ricetta valida per lo Stato è quella della repressione, ricetta che si è dimostrata ormai,  largamente fallimentare. Punire chi fa uso di droghe non serve a nulla, non limita l’uso ed è, per molti aspetti, controproducente.

Usare il termine “drogato” in senso dispregiativo, come hanno più volte fatto Salvini e i suoi amici primati, testimonia una cultura del disprezzo che nasce dalla totale disinformazione e dalla disonestà intellettuale ( per Salvini, i suoi seguaci sono privi del ben dell’intelletto e quindi, spesso, solo disonesti).

Per altro il leader della Lega mente a tutto spiano: non solo non tutte le comunità di recupero sono contrarie alla liberalizzazione ma la maggior parte di esse la caldeggia, guarda caso a osteggiarla sono le comunità più mediatiche e con entrature politiche importanti.

Manca la consapevolezza sociale della droga come bene di mercato che si trasforma in problema sociale. Un prodotto viene venduto in virtù della richiesta, se la disponibilità è ampia significa che lo è la richiesta e, se non si parte da questo dato, qualsiasi discorso risulta inutile. La droga è parte della società dei consumi, come il sesso, l’alcol, ecc.

Bisogna quindi rendere lecito ciò che è del tutto inutile rendere illecito? Forse, io sono combattuto al riguardo. Ho visto ragazzi rovinarsi la vita con la cannabis e altri farne un uso moderato, ne ho visto pochissimi passare alle droghe pesanti, smentendo un teorema ormai desueto e altri diventare spacciatori prendendo una strada sbagliata. Voterei a favore della liberalizzazione con non pochi scrupoli di coscienza, per le vite allo sbando che ho incrociato e per le storie che mi sono rimaste dentro.

Non credo  che ci sia nulla di male in un ipotetico privato cittadino del futuro che va in farmacia a comprarsi la propria dose di cannabis, priva di additivi tossici e controllata dal sistema sanitario, pagandoci sopra regolarmente le tasse e trovando il proprio quarto d’ora di relax dopo una giornata faticosa.

Non voglio con questo dire che l’assunzione di droghe sia una comportamento sano, ma che, una volta regolamentato, potrebbe diventare socialmente tollerato, perdere la sua carica emarginante,  come quella droga legale e dannosissima, spesso più della cannabis, che è l’alcool o quell’altra droga legale ancora più dannosa che è il tabacco.

Naturalmente, così facendo, si toccherebbero, seppure marginalmente, gli interessi della criminalità organizzata e si toglierebbe a certa propaganda destrorsa il drogato come mostro da sbattere in prima pagina, due fattori di grande resistenza a una legge sulla liberalizzazione.

Chi ha la mia età ha bene, o male, vissuto più o meno indirettamente, quella tragica stagione in cui la cronaca registrava un morto per droga al giorno, quella degli alberi delle spade nei giardini pubblici o, riferito alla mia città, dei ragazzi che si bucavano nei portoni del centro storico.

Un stagione tragica, a cui lo Stato ha saputo opporre solo una politica repressiva, arrivando a una progressiva demonizzazione del tossicodipendente, considerato un deviante, invece che espressione di una umanità dolente.

La droga, per troppe famiglie, ha riguardato sempre gli altri, salvo poi trovarsi ad averci a che fare completamente impreparati. Non è solo il tossicodipendente, infatti, a pagare il prezzo della propria dipendenza, ma anche la famiglia, la rete di amicizie, di affetti, ecc.

Il mercato fornisce droga a basso prezzo e l’uso più o meno saltuario è assai diffuso, non solo tra i giovani e i giovanissimi, ma in tutte le fasce sociali, perché il bisogno di evadere dalla realtà, per motivi più o meno gravi, per voglia di trasgressione o per il desiderio dis fuggire per un po’ a una vita ingrata, è purtroppo trasversale. Non è certo impedendo la vendita della cannabis light che il ragazzino avrà difficoltà a trovare il suo spinello o il professionista la sua striscia di coca.

Credo che la direzione da prendere sia non solo quella della liberalizzazione delle droghe leggere, le droghe non sono tutte uguali, questa è un’altra bugia di Salvini, ma anche del consumo responsabile e controllato delle altre. Un bestemmia, in un paese in cui c’è sempre bisogno di un nuovo nemico e spacciatori stranieri e tossici italiani rappresentano un’accoppiata vincente per i benpensanti di ogni colore.

Per ora, si è persa l’occasione di legalizzare ciò che non ha nessuna ragione di non essere legale, con la contraddizione che la stessa lega di Salvini, che ricordiamo è  stato ritratto in atteggiamento affettuoso con uno spacciatore, ha autorizzato la coltivazione della canapa in Veneto. Ma si sa, pecunia non olet, certi politici invece sì, parecchio.

Questo provvedimento mancato rischia di far chiudere diverse aziende sul territorio e mandare a casa molti addetti ai lavori, lavori onesti e puliti. Capri espiatori da sacrificare sull’altare del consenso.

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Abolito il merito per i docenti: fine di una farsa

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Tra i tanti orrori della Buona scuola, quello del bonus merito per i docenti è stato sicuramente il più odiato dalla maggior parte dei docenti italiani e, sospetto,anche da qualche dirigente.

Mai regolamentato, lasciato all’arbitrio del Dirigente o, nella migliore delle ipotesi, da comitati di valutazione eletti con criteri discutibili, il così detto merito è diventato un fattore di divisione all’interno delle scuole andando a ledere in modo significativo la compattezza dei collegi docenti

Senza contare che, quasi sempre, a ricevere il bonus sono stati quegli stessi collaboratori che venivano già retribuiti, più o meno generosamente, ma questo è un altro discorso, con il fondo d’Istituto e che quindi, alla fine della fiera, senza nulla voler togliere al loro necessario ( ma volontario) lavoro, erano pagati tre volte.

I criteri per il merito, poi, mai stabiliti per legge, sono rimasti talmente larghi e vaghi, da lasciare mano libera ai Dirigenti e trasformarlo in uno strumento di gestione del potere interno.

In questi anni, lungi dal valorizzare la professionalità e la competenza, il merito ha alimentato malumori, divisioni e mortificato chi ha sempre svolto con coscienza il proprio lavoro ma non si è reso disponibile a lavorare gratis o quasi.

Personalmente, in contrasto con il mio sindacato, credo che inserire categorie di merito tra gli insegnanti vada verso quell’idea, ben presente nella Buona scuola, di aziendalizzazione, che rappresenta la morte dell’istruzione pubblica.

Stabilire graduatorie di merito iin questo campo sfiora quel cardine della democrazia che è la libertà d’insegnamento, senza contare che nessuno potrà mai valutare il fattore umano, l’empatia che si crea con i ragazzi, quel rapporto di reciproco rispetto necessario per svolgere al meglio il proprio lavoro.

Faccio mea culpa per non essere tacciato d’ipocrisia: lo chiesto due volte perché la regola sindacale è non rinunciare ai diritti acquisiti, l’ho anche ottenuto, poi ho smesso di chiederlo perché, avendo pagato dazio alla coerenza sindacale, potevo mettermi in pace con la mia, di coerenza.

Naturalmente la ridistribuzione delle risorse del merito nel fondo d’Istituto non intacca nemmeno in superficie il problema dei salari degli insegnanti e del finanziamento necessario per adeguare la quota spesa per l’istruzione a quella dei paesi europei, né gli altri, gravi problemi che affliggono la scuola: dalla sicurezza degli edifici, al ponte con il mondo del lavoro, dalla necessità di nuovi programmi alla formazione degli insegnanti e dei dirigenti in entrata, ecc.ecc.

Eliminare uno dei provvedimenti simbolo della Buona scuola è comunque un segnale forte, che spero apra la strada a una revisione integrale della riforma, non per tornare indietro ma per andare avanti battendo una nuova strada.

 

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Intervista su Il granello di sabbia

Pubblico l’intervista che ho rilasciato al sito Recensioni per esordienti riguardo il mio ultimo libro

Intervista a Pietro Bertino Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Il granello di sabbia”, l’autore Pietro Bertino ha risposto così alle nostre domande.

Qual è stata l’ “urgenza” interiore che ti ha spinto a scrivere un romanzo distopico sì, ma decisamente verosimile e plausibile? Ti preoccupa la deriva populista imboccata dalle democrazie contemporanee nel loro complesso politico, economico e sociale?

Sì, mi preoccupa la deriva populista ma soprattutto il deficit di solidarietà, la paura della gente che si trasforma in odio e mancata attenzione verso l’altro. Il contesto politico ormai sembra più orientato ad alimentare le paure della gente o a controllarle che a creare un clima di solidarietà e cooperazione.

L’urgenza da cui è nato il romanzo è il quotidiano massacro dei migranti in mare, un genocidio silenzioso attorno al quale c’è troppa indifferenza. Tutto viene semplificato e affrontato con superficialità, seguendo la pancia della gente, delegando al senso comune le responsabilità della politica.

Storicamente, i puristi che anelavano ad un mondo perfetto hanno puntualmente commesso atrocità inenarrabili: è un caso, o un mondo perfetto non è auspicabile, né persino possibile?

Io credo che un mondo perfetto non sia né auspicabile né possibile perché la perfezione o l’imperfezione sono categorie soggettive e quindi ci sarebbe sempre chi ne viene escluso.

Quanto credi che Internet possa essere strumento di partecipazione democratica, e quanto di controllo? È plausibile avere garanzie circa l’utilizzo della Rete per fini non malevoli, o è tutto in mano a tecnocrati incontrollati e incontrollabili? Può essere la “democrazia digitale” diretta una soluzione alle storture della democrazia rappresentativa elettiva?

La rete sarebbe in potenza un formidabile strumento di controllo che si è trasformato, purtroppo, in una sorta di arena pubblica e in un medium altamente manipolabile.

Quella democrazia diretta digitale è un’utopia perché il web, per la sua natura virtuale, non garantirà mai la sicurezza necessaria. I tecnocrati sono ancora controllabili ma rischiano di diventare pericolosi aghi della bilancia nel dibattito politico.

Nel complesso, Internet, si è trasformato in un veicolo di manipolazione delle informazioni, di diffusione ad arte di fake news e di controllo dell’opinione pubblica.

Lo Stato che descrivi è autarchico e di polizia – ricorda in tal senso vagamente quello fascista – ed al contempo imbrigliato in rapporti inestricabili con criminalità organizzata e potere economico multinazionale: hai forse descritto “la tempesta perfetta”?

Ho descritto una realtà possibile, spero non ancora realizzata ma non irrealizzabile.

La criminalità organizzata è ormai un competitor nel mondo economico, le collusioni politiche sono all’ordine del giorno, basta leggere i giornali e il potere economico delle mafie è enorme.

Più che la tempesta perfetta, il libro vuole essere un monito a intervenire finché si è ancora in tempo e, credo o spero, che un margine di intervento sia ancora possibile.

Quanto davvero il singolo può operare allo scopo di far saltare l’ingranaggio e l’intera macchina, proprio come il protagonista, metaforicamente il “granello di sabbia” cui alludi nel titolo?

Io credo, per dirla con Vaclav Havel, nel potere del lavoro ben fatto, il vero granello di sabbia che può far saltare l’ingranaggio.

Il singolo può dare l’esempio, ma è l’assunzione di responsabilità della collettività che può veramente fare la differenza, la consapevolezza del potere della maggioranza.

Il romanzo si chiude con più dubbi che certezze circa la bontà del futuro: credi dunque che l’uomo non imparerà mai dai propri errori?

Non è che lo creda, lo dimostra, purtroppo, la Storia. Anche se passi avanti sono stati fatti e c’è la speranza che altri ancora se ne facciano.

Possiamo sperare in un sequel della storia qui descritta? Hai altri progetti in cantiere?

Non ho in programma un sequel, per il momento, credo che il romanzo sia concluso nell’unico modo possibile, ma non escludo di tornare in quel mondo in futuro. Sto scrivendo un manuale per la didattica dell’antimafia nelle scuole e ho cominciato a buttare giù un po’ di materiale per un giallo.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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Perché la destra non ha bisogno delle piazze

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Ieri ho fatto dei rilievi, non delle critiche, al movimento delle sardine, esprimendo delle perplessità, perplessità che, alla luce del manifesto pubblicato oggi sui giornali, sono diventate quasi certezze.

Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto. Io spero che le piazze riempite dalle sardine non illudano la gente che la destra populista sia in crisi. La sinistra, storicamente, è sempre riuscita a riempire le piazze perché i principi di solidarietà e cooperazione a cui si rifaceva un tempo avevano come inevitabile appendice quella di manifestare tutti insieme.

La destra estrema  lo ha fatto fino agli anni settanta, quando ancora era ideologicamente formata sui principi, chiamiamoli così, fascisti e senza grandi esiti. Più che altro, distruggeva il lavoro degli altri, invece di costruire qualcosa. Provocava, aggrediva, minacciava, sempre dieci contro uno secondo la curiosa interpretazione del coraggio che li contraddistingue.

Oggi, che la destra estrema ha al suo interno una componente neofascista irrisoria numericamente e che, nel frattempo, si è trasformata in qualcos’altro, non ha alcun bisogno delle piazze. Gli bastano fame e troll in rete o l’enorme esposizione mediatica, del tutto ingiustificata, dei suoi leader.

Non ha alcun bisogno neanche di un vero leader, bastano caricature viventi come Salvini o la Meloni che ci mettano la faccia a portare avanti il discorso politico della destra radicale.

Un discorso fondato sull’egoismo, la prevaricazione, la sottomissione del più debole, alimentato dall’odio e dalla frustrazione, centrato sull’individualismo autoreferenziale e quindi complemetamente alieno da qualsivoglia manifestazione pubblica che non sia espressione di rabbia violenta.

Salvini è ormai la caricatura di sé stesso e l’originale non era già un granché, un personaggio talmente improponibile da risultare quasi patetico, non fosse per le conseguenze che i suoi discorsi privi della minima sostanza politica hanno sul tessuto sociale del nostro paese.

Ma ai suoi seguaci non importa. Gli basta ascoltare quello che vogliono sentire, gli basta sentirsi dare ragione e scuotersi di dosso il complesso d’inferiorità che hanno sempre nutrito nei confronti delle persone normali, quelle che provano ad essere equilibrate, che leggono libri, che cercano di migliorarsi e non danno al prossimo le colpe dei loro fallimenti. Gli basta non sentirsi diversi e trovare altri piccoli mostri uguali a loro, per considerare la mostruosità una categoria del reale socialmente accettabile.

Per questo il consenso sale nonostante sembri assurdo a chi, normodotato mentalmente, si rende conto del vuoto di certe affermazioni, delle menzogne palesi, dell’ipocrisia che scorre a fiumi, dell’assurdità di certe tesi. Non è a loro che parlano le due caricature viventi.

Non saranno le piazze piene a sconfiggerli: nel 2001 a Genova eravamo una marea e si è visto come è andata a finire. Se le sardine, non credo ma tutto può essere, dovessero trasformarsi in un movimento concreto, basteranno pochi provocatori a farle arenare sulla spiaggia, perdonate la metafora greve.

Salvini si sconfigge conquistando il voto di quel 50% di italiani che non vota, con una proposta politica forte, chiara, concreta e coerente, alternativa alla deriva populista e ai giochetti da vecchia politica dei cinque stelle, che da nuovi, sono diventati vecchissimi.

Bisogna smetterla di semplificare e considerare il popolo dell’estrema destra come una massa informe di dementi: c’è anche quello, e in misura rilevante, ma Salvini, Meloni ecc. sono espressione di una rabbia sociale, unità a una povertà culturale profonda.che sta montando nel paese e che rischia di portarci a una nuova stagione di violenza.

Quella rabbia sociale va individuata, studiata e curata, come un virus resistente agli antibiotici, con modelli e strumenti nuovi, che non siano quelli del secolo corso, un antifascismo di facciata unito a gioiose ed estemporanee manifestazioni di piazza che lasciano il tempo che trovano.

Trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia, uno dei più lucidi e preveggenti intellettuali che il nostro paese abbia avuto. Sono uomini della sua statura che mancano a questo paese, che hanno lasciato un vuoto ancora lontano da colmare. Solo quando quel vuoto si ridurrà, potremo cominciare a tirare un sospiro di sollievo.

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Perché non condivido l’entusiasmo per le sardine

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Chi mi conosce sa che ho sempre difeso i giovani che scendono in piazza e continuerò a farlo, ma sa anche che ho sempre affermato che la politica devono farla i politici e non può partire dal basso. La parabola dei Cinque stelle è un triste esempio che conferma il mio pensiero in proposito. Il popolo ragiona di pancia, la politica dovrebbe usare la testa.

Vedo molto entusiasmo in giro per il movimento delle sardine e già il nome, una felice invenzione mediatica, mi induce a fare alcune riflessioni prudenti.

Se ne parla come di uno spontaneo movimento antifascista, Bella ciao torna a risuonare nelle piazze, ecc.ecc.

Ho più volte manifestato la mia perplessità nel definire la deriva populista “fascismo” e le stesse perplessità le ho a definire le sardine come “antifascismo”. Il motivo è, per entrambe i fenomeni, l’assenza di un pensiero politico alle spalle. Per essere più chiare, l’assenza di un corpus di conoscenze acquisite necessarie a formare un’opinione che si possa definire politica.

Io sono stato un contestatore all’università, ho manifestato con gli operai dell’Italsider, sono sceso in piazza contro la guerra del golfo, ero a Genova nel 2001: parliamo di piazza di centinaia di migliaia di persone, di un pensiero forte, di proposte concrete: tutto si è rivelato inutile. L’università arranca ed è un centro di clientelismo e nepotismo, le due guerre del Golfo si sono combattute, il mondo migliore che chiedevamo nel 2001 non c’è.

Mi chiedo quindi, come si possa anche solo pensare che un movimento che raccoglie nelle piazze migliaia di persone appartenenti per lo più a una sinistra frastagliata e divisa, uniti solo dall’avversione e dalla paura nei confronti di Salvini, possa in qualche modo incidere sul presente.

La dichiarazione dei leader delle sardine, di non volere i partiti, la dice lunga sull’insipienza politica degli stessi e su quel tocco di arroganza giovanile che ci sta, e che purtroppo i Cinque stelle non hanno mai perso.

Temo che Bella Ciao sia noti ai più per via della Casa di carta e che la suggestione di quella fiction, geniale ed anarchica, giochi un ruolo importante in questo movimento.

A me sembra una riedizione del vaffa politically correct, simpatica, sicuramente rigenerante, ma priva, come spesso accade, di un reale contenuto.

Non ci sono proposte concrete, non c’è una via politica, solo una protesta dai toni contenuti, una rabbia radical chic, mi verrebbe da dire.

Io penso, so di essere in minoranza, che il Pd abbia fatto bene a sfruttare l’onda, che temo breve, di questo movimento per mettere sul tavolo la carta dei diritti civili e spero che abbia la costanza e la forza di mantenerla.

Il Pd, che ci piaccia o no e a me non piace per niente, tanto per essere chiari, è l’unica forza in grado di fare massa critica a sinistra alla deriva populista, a patto che ritrovi un’anima e inverta la direzione che aveva preso Renzi, sapendo che con Renzi dovrà comunque trovare un accordo.

Temo che molte persone del secolo scorso, come chi scrive, stiano confondendo una iniziativa mediatica con il ritorno di una stagione di lotte che ha avuto ben altri interpreti e ben altre interpretazioni.

Nel tempo della nostra gioventù, leggevamo Marcuse e Popper e, anche chi non è mai stato marxista, come me, aveva ben presento il concetto di redistribuzione della ricchezza e di disuguaglianza come aveva ben presente quello che la Resistenza ha rappresentato per il nostro paese.

La gioventù oggi, e non me ne vogliano, lavoro con loro e per loro, è di una ignoranza sconcertante, ha una vaga idea del fascismo ed è autoreferenziale. Forse i leader delle sardine fanno eccezione, li ho sentiti parlare e non mi pare, ma sono certo che la stragrande maggioranza di quelli che erano in piazza non sanno chi era Bombacci o Bordiga, per dirne una, e sarebbe già un peccato veniale, ma temo non sappiano neanche cosa siano stati gli anni di piombo, la speculazione industriale, il compromesso storico, ecc. Ed è un peccato un po’ meno veniale per chi pretende di guidare un movimento di rinascita del nostro paese.

Non sono stato tante cose in questi anni, non sono stato democristiano, renziano, piddino, più recentemente non sono stato Charlie Hebdo e oggi no, non me la sento proprio di essere una sardina.

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Il gioco delle parti sulla pelle dei curdi

Turkey Moves Forces Into Northern Syria

La Turchia vive sotto dittatura da anni e l’Europa, da anni, lo accetta senza battere ciglio. Anzi, conclude affari con Erdogan, addirittura lo paga per tenersi gli immigrati e fare il lavoro sporco al posto suo. Erdogan il negazionista che minaccia ritorsioni a chi si azzarda di parlare degli armeni, Erdogan il genocida, che vuole eliminare i curdi siriani dal Rotava, dove loro hanno scacciato gli arabi ( le questioni in medio oriente non vanno mai affrontate in modo manicheo).

Non esiste un governo politico europeo forte, compatto e coeso che possa, dopo l’aggressione ai curdi, fare la voce grossa contro Erdogan. L’Europa sembra più preoccupata di arginare la deriva sovranità che di giocare il suo ruolo nello scacchiere internazionale.

Il richiamo ai valori europei calpestati molte volte in questi anni, con le  due  guerre del Golfo e prima ancora la guerra nell’ex Jugoslavia, suona quasi ironico, se non tragico.

Ci sono grandi interessi economici in gioco, più grandi dei diritti di giornalisti, attivisti civili, insegnanti, intellettuali imprigionati da Erdogan a centinaia. Più dei processi sommari e delle sentenze farsa. Vendita di armi, fabbriche, agevolazioni di mercato per la Turchia, il gas: interessi che valgono miliardi di euro.

L’Italia poi, dopo aver perso qualsiasi credito internazionale grazie a Berlusconi prima e a Salvini poi, si affanna penosamente a conservare un residuo di dignità senza riuscirci .

Non si spiega altrimenti l’ipocrita presa di posizione sulla vendita di armi alla Turchia: è necessario un accordo in tutta Europa, sospenderemo le nuove licenze. Tutto qui, il nostro intervento su un conflitto proditorio che sta insanguinando un territorio tormentato e allo stremo e si prefigge come scopo un genocidio, è tutto qui.

Non riusciamo a uscire dalla retorica, non riusciamo a cambiare la narrazione di un paese che continua a vagare smarrito in una terra di nessuno senza sapere quale direzione prendere. Non si può pretendere che un governo nato per contrastare un male maggiore, un’alleanza impossibile tra due forze incompatibili, almeno in teoria, possa mostrare i muscoli a un dittatore che, con l’avallo di Trump, sta facendo quello che tutti sapevano che prima o poi avrebbe fatto. Ma abbiamo continuato a finanziarlo nonostante tutto.

Per inciso, il tradimento di Trump nei riguardi dei curdi, la sua cecità politica riguardo la presunta sconfitta dell’Isis, aprono inquietanti prospettive sulla questione medio orientale nei giorni a venire, e quindi, sul futuro del mondo.

Nessuno farà nulla contro Erdogan, per paura, per viltà, perché non conviene, e ci dimenticheremo presto dei Curdi, lasciati, come sempre, da soli, come soli, in questo momento, sono gli ecuadoriani, i venezuelani, una decina di popoli africani e chissà quanti altri che lottano per la libertà sparsi per il mondo.

Ma continuiamo pure a fare doverosi appelli, per tacitare la nostra coscienza, a lanciare petizioni e twittare ogni giorno indignati. Fino a quando cadrà il silenzio sulla nostra vergogna.

 

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