Chi si ricorda di Chico, che voleva salvare l’Amazzonia?

Chico mendes

Chico Mendes era un seringueiros, un contadino che lavorava all’estrazione del caucciù nella foresta amazzonica. Era anche un sindacalista e riuscì, per una decina d’anni, a organizzare i lavoratori contro il disboscamento indiscriminato della foresta amazzonica. Per questo, dal momento che i grandi latifondisti in Brasile facevano e fanno la legge, venne processato e torturato più di una volta. Venne assassinato nel dicembre del 1988, trentuno anni fa. Molti altri suoi amici e compagni vennero assassinati ma per il suo omicidio vennero condannati due fazenderos, unico caso in Brasile, poi assolti in appello.

Esatto, avete letto bene: trentuno anni fa il disboscamento della foresta amazzonica era già un problema enorme, sconosciuto ai più.

Chico è morto per difendere gli alberi, quelli che stanno bruciando in questi giorni e che tanto clamore ed emozione stanno provocando nell’opinione pubblica. Meno clamore ed emozione l’opinione pubblica provò alla morte di Chico e dei suoi amici.

Trentuno anni fa dei contadini avevano capito che la deforestazione indiscriminata dell’Amazzonia avrebbe provocato danni enormi in tutto il mondo e avevano trovato soluzioni alternative ma meno remunerative, più sane e sostenibili, ma più faticose. Soluzioni che non permettevano ai fazenderos e alle grandi imprese nordamericane gli utili garantiti invece dalla deforestazione e dalla creazione di enormi strade nel deserto.

Oggi, su Repubblica, Stefano Mancuso, biologo e divulgatore  di fama mondiale che studia la vita delle piante, afferma molto chiaramente che l’unica strada per combattere l’effetto serra è tornare a riempire di alberi il mondo ovunque sia possibile. Strano, vero? L’unica via per combattere la devastazione della natura è la natura. Dice, sostanzialmente, quello che Chico, trent’anni fa, aveva capito empiricamente e aveva denunciato pubblicamente. Mancuso dice che gli alberi dovrebbero essere presenti sui palazzi, per le strade, negli stadi, ovunque ci sia la possibilità di farlo. E’ troppo tardi per altre soluzioni, è utopistico pensare. aut cambiamento radicale del sistema economico, questa è l’unica soluzione, per altro a costi irrisori.

Se non si mette l’ambiente al primo posto, se non si mette la salute del mondo e dei suoi abitanti al primo posto, parlare di politica è assolutamente inutile. Le politiche ambientali non sono un tema sono il tema prioritario che qualunque governo responsabile dovrebbe mettere come primo punto della propria proposta. In India, in Cina, nei paesi del nord Europa lo stanno facendo.

Viviamo in un paese che è al primo posto in Europa per reati ambientali, dove l’attenzione verso la natura e la sostenibilità comincia ad essere presente nei giovani, almeno in quelli che ritengono necessario fare qualcosa per costruire un futuro migliore, ma è marginale per non dire inesistente nella politica, dove spesso il concetto di sostenibilità viene dileggiato, e assente nella maggioranza della popolazione.

Bisogna intervenire per correggere questa situazione, la difesa dell’ambiente non può essere delegata alle poche associazioni di settore  o alla buona volontà dei ragazzi. Nella spiaggia di Stintino, in una settimana, si sono raccolti ventimila mozziconi di sigaretta, ogni volta che si puliscono i fondali o le spiagge, la quantità di spazzatura che si raccoglie è impressionante.

La tutela dell’ambiente non è solo un questione politica ma anche di buona educazione e di civiltà, qualità che nel nostro paese sembrano essere scomparse.

Se si formerà un nuovo governo, mi auguro che si ricordi di Chico Mendes e allego al post, il link dove potrete ascoltare la splendida canzone che gli hanno dedicato i Nomadi tempo fa. Chico è stato un eroe che si è sacrificato per tutti noi.

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Recensione di Lo spettacolo della mafia di Marcello Ravveduto

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Attendevo l’uscita di questo libro con un certo timore reverenziale.  Ho incontrato il prof. Ravveduto per la prima volta, in occasione di un seminario di formazione di Libera a Roma e dalle suggestioni nate dal suo intervento che riguardava, appunto, la rappresentazione della mafia nei media, è nato, due anni fa, un corso di formazione che ho tenuto nella mia scuola, imperniato sulla rappresentazione della mafia al cinema e nella fiction. Il corso è stato molto gradito e quest’anno, su richiesta di molti colleghi, l’ho reiterato, incentrandolo sul rapporto tra musica e mafie, partendo dal bellissimo volume del professore Napoli calibro nove.

L’uscita di questo volume quindi, era l’occasione per verificare di non aver detto sciocchezze e di approfondire un tema che mi è molto caro: la rappresentazione delle mafie nell’immaginario mediatico e, di conseguenza, la penetrazione della cultura mafiosa ( termine che può suonare come un ossimoro ma non lo è) nella nostra società.

Posso dire, dopo aver terminato il volume, di aver tirato un sospiro di sollievo: non ho detto sciocchezze e il libro è talmente ricco e ben strutturato,  da porre le basi per altri corsi di formazione, se e quando avrò di nuovo il desiderio di organizzarne.

Marcello Ravveduto è docente di Digital Public History all’università di Salerno,, Modena e Reggio Emilia e molte altre cose. E’ uno di quegli intellettuali di cui il nostro paese ha bisogno come il pane, per tenere unito il filo della propria storia e della propria coscienza civile. Il volume in questione è prezioso perché, con chiarezza e profusione di dati statistici, racconta l’evoluzione del rapporto tra mafie e media, dal cinema, alla musica, dalla televisione ai social media, dai brand gastronomici all’estero a quella celebrazione mediatica che sono diventati i funerali di Stato.

E’ una narrazione affascinante e inquietante perché racconta come, insieme all’immaginario mediatico, si siano evolute nel tempo anche le mafie, arrivando a invadere il web con modalità e simbologie che Ravveduto decodifica con perizia.

Una frase mi ha colpito, posta quasi alla fine dl libro: senza lo spettacolo della morte le mafie non esistono.

E’ questo, secondo me, l’enorme limite della rappresentazione delle mafie: nell’immaginario collettivo, un immaginario fatto di ricordi comuni terribili, come le stragi che hanno causato la morte di Falcone e Borsellino, e di momenti terribili, come il pianto e l’appello ai mafiosi di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, morto a Capaci, momenti che hanno un comune denominatore: la violenza e la morte. Senza violenza, non c’è mafia.

La mafia dei nostri giorni, presente nei consigli d’amministrazione, radicata in tutto il mondo, con centinaia di attività “legali” e la complicità di una zona grigia fatta di professionisti, imprenditori, funzionari comunali e di Stato, che le permettono di tessere la sua ragnatela di corruzione, è difficilmente rappresentabile e non è ancora entrata nel nostro immaginario, fatto che la rende molto pericolosa e pervasiva. Per non parlare della penetrazione delle mafie al nord, ancora sconosciuta nelle sue reali dimensioni al grande pubblico e anche a certa stampa, ancora restia a parlare di mafia anche di fronte all’evidenza dei fatti.

Tutti i capitoli sono interessanti e meriterebbero ognuno un libro a parte, tanto è abbondante la messe di significati e significanti da decodificare e gli spunti di riflessione da approfondire.

 Ci sono film, ad esempio, che hanno, raccontando storie poco conosciute per diversi motivi, come quella di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, ridato vita a queste figure trasformandole in icone, tanto che risulta difficile parlare di Peppino Impastato dimenticando il film, anche se la sovrapposizione tra il personaggio reale e la sua interpretazione cinematografica non è sempre perfetta, esistono delle discrasie che non hanno importanza per il pubblico che non ha né il tempo né la voglia di approfondire, perché Peppino Impastato resterà sempre quello dei Cento passi, anche se quell’episodio non si è mai verificato nella realtà.

Ci sono poi le occasioni perse, i santini televisivi, ad esempio, che partono da buone idee ma le stemperano in un minestrone di buoni sentimenti nazional popolare. Scoprirete che c’è stato perfino un regista figlio di un boss camorrista che ha girato un’apologia del padre.

Quindi cinema e fiction, raccontando la mafia, le danno corpo e, soprattutto sangue, la reinterpretano in modi diversi, a seconda del tempo e degli eventi, e ci consegnano un immaginario che condiziona in modo spesso decisivo il nostro modo di percepirla. La mafia come la pensiamo è anche la mafia come la vediamo rappresentata, si potrebbe dire, con i suoi messaggi, i suoi simboli e i suoi stereotipi.

I funerali di Stato e la presenza in rete di moltissimi filmati riguardanti le stragi di mafia, o una semplice fotografia, come quella di Falcone e Borsellino che sorridono l’uno accanto all’altro qualche mese prima delle stragi, diventano veicoli iconici. strumenti per tramandare il culto di eroi civili, veicoli di una presa di coscienza collettiva che, nel caso della foto citata, parte dalla rappresentazione di un’amicizia sincera cementata da un comune sentire, che diventa un comune riconoscersi in valori etici e morali a cui tutti dovremmo ispirarci.

Inquietante il capitolo sulla mafia come brand, strumento di marketing efficace e di successo all’estero, marchio per catene di ristoranti in Europa e nel mondo, frutto di una concezione della mafia ferma al Padrino, il primo film a creare un immaginario e una serie di stereotipi che ancora resistono nel tempo, ma frutto soprattutto della sottovalutazione del fenomeno mafioso fuori dall’Italia.

Mentre la mafia è esportabile, così non si può dire del sentimento anti mafioso che non può nascere dove non esistono vittime da piangere, eroi da ricordare, rabbia da sublimare in un impegno civile.

Il marchio, il brand, lo ritroviamo anche nei giovani mafiosi che su Facebook sfoggiano abiti e calzature costosissime appartenenti a una nota catena di abbigliamento, a rappresentare il raggiungimento di uno  status. Quello delle mafie sui social, tenuto conto della pervasività del mezzo e della sua diffusione tra i giovani, è uno dei capitoli più inquietanti che mostra anche il consenso diffuso di un certo pensiero mafioso.

Commosso e commovente il capitolo riguardante le vittime innocenti di mafia, celebrate ogni 21 Marzo. Il ruolo dell’antimafia civile, secondo Ravveduto,  è stato ed è quello di tramandare la memoria dei martiri, di ricordare chi è stato vittima della violenza mafiosa allo scopo di creare una memoria condivisa e porre le basi per una cittadinanza attiva, che contempli anche la lotta alle mafie e il contrasto a ogni forma di corruzione tra i suoi valori. Si tratta della continuazione, imprescindibile, di quanto è stato fatto nell’Italia post unitaria e dopo la prima guerra mondiale, di ricordare i valori fondanti del nostro paese. Parlare delle vittime di mafia, non lasciarle scivolare nell’oblio gli dà un senso ed è uno sprone a migliorare la nostra società.

Spero di essere riuscito a dare un’idea di un testo affascinante, ricchissimo di spunti e dati e, mi viene spontaneo aggiungere, necessario, molto ricco, che meriterebbe ben altro spazio e approfondimento, rivolto a chi vuole approfondire la comprensione del fenomeno mafioso e contrastarlo con maggiore efficacia.

Il primo passo per sconfiggere il nemico, è conoscerlo.

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La Camorra va estirpata alle radici

Agguato a Napoli, ucciso colpo in testa, ferito fratello

Una bambina di quattro anni gravemente ferita, una sparatoria in mezzo a una strada affollata: “scene da medioevo” ha dichiarato il procuratore antimafia Cafiero de Raho, ma la soluzione non può essere solo delegata alle forze dell’ordine.

La Camorra è un male antico, la prima delle mafie, quella con la struttura più anarchica, legata a quella città a volte splendidamente anarchica che è Napoli. E’ anche la mafia più legata al territorio, che trova maggiore consenso sociale in una fascia di popolazione tagliata fuori dal luccicante mondo della globalizzazione e senza più alcun ascensore sociale che la porti fuori dalla propria condizione.

Esiste una cultura della Camorra, anche se l’associazione di queste due parole fa venire i brividi, veicolata da storie, canzoni, racconti; la Camorra ha i suoi cantastorie, i suoi eroi (ad. es.  Cutolo, personaggio assurto a dimensione mitica nell’immaginario camorrista), è una creatura antica e feroce, capace di rinnovarsi, anche perché tra le sue fila molti sono i giovani e i giovanissimi.

Basta leggere un recente studio del Prof. Ravveduto, docente di Public History presso l’Università di Salerno, riguardo il modo in cui i giovani camorristi utilizzano i social per veicolare la propria cultura, utilizzando il nuovo per trasmettere l’antico. (La google generation criminale: i giovani della camorra su faceboo. Di  Marcello Ravveduto)

La storia della Camorra è anche la storia di Napoli: di una promiscuità tra popolo e piccola e media borghesia che limitava l’espandersi della criminalità e la manteneva sotto una soglia di tolleranza accettabile e del successivo trasferimento dei boirghesi nella città lecita, con la trasformazione dei quartieri periferici e dei quartieri dormitorio in città illecita, dove la gente per bene non vive più ma con cui ha rapporti costanti, di affari, dove la gente per bene trasgredisce per poi tornare nella città legale e lasciare al proprio destino l’altra città.

Banalizzo e sintetizzo per dire che la storia dell’ascesa della Camorra va di pari passo con la marginalizzazione delle periferie e con il boom del traffico di droga, traffico che ha offerto un modo facile anche se rischioso per diventare qualcuno, una prospettiva di vita a generazioni di ragazzi delle periferie che non ne avevano altre. Il discorso vale per Napoli ma anche , con le dovute differenze, per Palermo, Catania, Bari, ecc.

Vale anche per le grandi città del nord: Milano, Torino, Genova, dove non a caso, la criminalità organizzata si è saldamente stabilita in periferia, mostrando nei centri la propria faccia pulita, evitando eccessi di violenza che al nord risulterebbero, per molti motivi, insopportabiie e provocherebbero reazioni sgradite da parte del tessuto sociale nel suo insieme.

Pensare di combattere la Camorra militarmente significa aver già perso la battaglia. Le mafie si combattono combattendo la corruzione, con politiche del lavoro sensate, risanando le periferie e offrendo a quei ragazzi una possibilità di vita diversa, con una presenza costante e capillare della scuola e dello Stato, uno Stato che non sia nè repressivo nè assistenziale ma efficace e presente.

La guerra contro le mafie è anche una guerra culturale, estirpare i frutti della cattiva pianta delle mafie non serve se non si tagliano le radici ma la politica, da decenni, sembra sorda e cieca di fronte al problema o, come in questi giorni, indifferente.

Un ministro degli interni che continua a fare campagna elettorale sproloquiando di grembiuli e castrazione chimica, che difende a spada tratta un sottosegretario che ha avuto rapporti, magari inconsapevolemente, con qualcuno vicino ad un capomafia latitante da quarant’anni, un ministro degli interni che non corre al capezzale di una bambina innocente che rischia di morire per l’ennesimo, brutale agguato di Camorra, è indegno di ricoprire quel ruolo e chi sta all’opposizione, invece di gridare più sicurezza, scimmiottando la destra con uno slogan che non significa nulla, dovrebbe chiederne le dimissioni immediate.

Le mafie e la cultura mafiosa, molto più diffusa di quanto si creda, non sono un problema italiano, sono il problema italiano insieme alla corruzione: le une senza l’altra non esisterebbero, non potrebbero stringere accordi con quella zona grigia fatta di insospettabili che è la loro vera forza, quella che oggi, gli permette di creare una rete di relazioni, fare affari, competere sul mercato con chi lavora onestamente.

Servirebbero persone capaci nei posti giusti, capacità di guardare lontano e senso dello Stato per combattere la battaglia contro le mafie e vincerla: non mi sembra che nè in questo governo nè nell’opposizione si trovino persone con queste caratteristiche. Intanto, a Napoli, si continua a morire per strada.

 

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Perché uno degli assassini di Graziella Campagna era libero?

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La notizia è di ieri e la si può leggere in rete, non sui quotidiani nazionali  che, evidentemente, non hanno ritenuto degno di nota il fatto che un mafioso condannato per due omicidi fosse in libertà  e fosse implicato un traffico di droga nel bar che gestiva insieme al fratello.

Giovanni Sutera, insieme a Gerlando Alberti jr.,  freddò con cinque colpi di lupara, la sera del 12 Dicembre 1985, Graziella Campagna, di diciassette anni, colpevole solo di aver trovato una carta d’identità in una giacca lasciata da uno dei pregiudicati  nella lavanderia dove lavorava.

Solo grazie alla tenacia e all’ostinazione di Pietro Campagna, il fratello carabiniere di Graziella, si giunse a smascherare una lunga catena di depistaggi e corruzione, arrivando, nel 2009, alla sentenza di Cassazione che confermava l’ergastolo ai due imputati.

Premetto che questo non è un articolo obiettivo, equilibrato: conosco Pietro Campagna fin da ragazzo e posso solo immaginare quanto questa notizia abbia riaperto una ferita che non si è mai chiusa, riportandolo con la memoria a quel tragico Dicembre.

Scrivo dunque mosso dallo sdegno, dalla rabbia, con ancora nelle orecchie le parole pronunciate da Barbara Balzarani pochi giorni fa.

Non esiste chi fa di mestiere il parente delle vittime, come ha sfrontatamente affermato la terrorista assassina senza che nessuno degli uditori avesse nulla da obiettare, esiste invece chi, come il mio amico Pietro ieri, è costretto a non dimenticare mai di essere parente di una vittima, perché cronache di quotidiana ingiustizia non mancano di ricordarglielo.

Ad aggiungere amarezza è il fatto che pochi giorni fa, il 21 Marzo, si è tenuta la giornata della memoria delle vittime innocenti di mafia organizzata da Libera che vede la famiglia Campagna sempre in prima fila tra i parenti delle vittime, come incessante è l’attività di Pietro nel fare memoria, parlando con i giovani, spiegando le spietate logiche mafiose perché quello che è accaduto a Graziella non accada mai più.

A me non interessano gli artifici legislativi che hanno permesso a un assassino di tornare in libertà a  delinquere, credo che le leggi non debbano prevedere automatismi ma vadano interpretate anche sotto il profilo etico e morale e, sotto questo profilo, non esisteva alcun motivo perché Sutera tornasse a camminare libero in mezzo a noi.

Io sono garantista, ritengo che la pena debba prevedere la possibilità di reintegrare il colpevole nella società, soprattutto per quanto riguarda i reati comuni.

Ma per i mafiosi vale tutt’altro discorso. I mafiosi vivono fuori dalla società, ne rifiutano le regole e le leggi, vengono educati alla sopraffazione, alla violenza, a sentirsi superiori agli altri perché capaci di intimidirli e di eliminarli se necessario. I casi di mafiosi che si sono realmente pentiti, che hanno cercato una impossibile redenzione, sono rarissimi e, certamente, Sutera non rientra tra questi.  La mafia è un mondo a parte in guerra con il mondo “normale” e garantire la certezza della pena  a chi si è macchiato di delitti brutali, bestiali  e inumani a danno di vittime innocenti, significa una sconfitta in questa guerra che lo Stato sembra ultimamente aver dimenticato.

I mafiosi sono un’eccezione e come tali vanno trattati anche giuridicamente, i recenti tentavi di proporre l’abolizione del 41 bis vengono confutati da episodi come quello di Sutera.  L’azione repressiva dello Stato che fu massiccia e, probabilmente, anche esagerata nei confronti del terrorismo, portandolo alla sconfitta, nei riguardi della mafia si è estrinsecata con l’introduzione del 41 bis e quella della confisca dei beni, strumenti efficaci ma non sufficienti.

Il problema è che il terrorismo flirtava solo marginalmente con la politica mentre le infiltrazioni mafiose sono ormai capillari a ogni livello, il problema è che in questo paese si preferisce ignorare il problema invece che risolverlo, e le conseguenze di questo atteggiamento ricadono su tutti noi. Non mi risulta che nei programmi dei nuovi padroni del Palazzo ci sia la lotta alle mafie, e non mi stupisce.

Sono parole che scrivo con grande amarezza, vicino con il cuore a Pietro, Pasquale e a tutta la famiglia Campagna.  Confido solo che i bambini e i ragazzi che hanno celebrato con me e i miei colleghi il 21 Marzo distribuendo fiori di carta e semi alle persone, insieme a un biglietto col nome di una vittima innocente di mafia, ricordino domani, quando saranno giovani uomini e donne, cosa è la mafia e perché va combattuta senza quartiere. la speranza è che da quei semi germogli una giustizia diversa e un paese diverso.

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