Un paese sempre più ignorante

Italia fanalino di coda istruzione

Sarò radical chic, a dir la verità un po’ radical sì, ma chic per niente, magari potessi!,  sono anche un professore, quinbdi afflitto da diverse colpe, ma la notizia che l’Italia è il paese europeo che spende meno soldi per l’istruzione non mi ha stupito per nulla.

Per altro, va chiarito, che la spesa per l’istruzione dovrebbe andare di pari passo con quella per i servizi sociali, con lo sviluppo del terzo settore, ambiti che hanno visto tagli da macelleria sociale negli ultimi anni.

Renzi ha speso molto ( e male) per la scuola, ma ha speso molto dopo anni di tagli, quindi anche quell’investimento, che c’è stato, va visto alla luce dei miliardi di euro che la scuola italiana ha elargito agli italiani col blocco degli scatti di anzianità, con assunzioni col contagocce, contratti non rinnovati da decenni e aumenti da fame. Scuola e pubblico impiego, s’intende.

Il nuovo esecutivo molto aveva blaterato di scuola ma, fino ad oggi, oltre a ridurre in modo vergognoso la spesa per  i servizi sociali e il terzo settore, non ha mantenuto nessuna delle sue promesse. Spesso il ministro degli Interni ha blaterato di scuola, sempre a sproposito, sempre mentendo, ad esempio sui tre mesi di ferie, sempre proponendo soluzioni ( es. i grembiuli obbligatori) che neanche sfiorano da lontano i reali problemi. Senza contare che Salvini sempre più spesso fa e dice quello che diciamo quotidianamente ai ragazzi a non fare e a non dire, dando un quotidiano cattivo esempio, che si estende anche al campo dell’alimentazione.

L’avversione di questo esecutivo per tutto quello che è servizio sociale, per spiegare la mia precedente affermazione, si ripercuote direttamente sui bambini e sui ragazzi: le scuole egnalano, gli interventi, nella migliore delle ipotesi, arrivano dopo mesi, sono quasi sempre inefficaci e i problemi per i ragazzi si aggravano. Spesso, si arriva all’abbandono scolastico con percentuali di cui nessuno parla, che cominciano ad essere allarmanti.

Io vorrei chiarire un punto: non è vero che la scuola italiana non funziona, è assolutamente vero che gli insegnanti italiani, soffocati dalla burocrazia, sottomessi a dirigenti burocrati timorosi anche della propria ombra, ben diversi dai presidi di un tempo, inseriti grazie a Renzi e all’immonda legge 107, in un contesto di inutile competitività che finisce per produrre carte e progetti di facciata, oltre che a sottomette- rli a piccoli gruppi di potere, vittime della conflittualità crescente da parte delle famiglie, non sono messi in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro, anzi, non sono messi in condzione di svolgere dignitosamente il proprio lavoro. Ma, nonostante tutto, continuano a farlo ogni mattina.

Aggiungiamo le carenze strutturali delle scuole, l’enfasi assurda sulla tecnologia,  programmi obsoleti e scarsa disponibilità della categoria ad accogliere le novità, che novità non sono ma strumenti didattici che all’estero si usano da decenni, e avrete un quadro parziale della situazione in cui versano le scuole italiane. Aggiungete anche la delegittimazione della categorie da parte dei media.

L’enfasi sull’eccellenza, sul valorizzare i migliori, ha contribuito poi a fare sì che, secondo la regola che i soldi chiamano soldi, le scuole dei quartieri più abbienti siano più ricche di strutture e dotazioni, abbiano gli insegnanti migliori e i dirigenti migliori, siano isole felici, contribuendo di fatto a una sostanziale disuguaglianza sociale. I ragazzi dei quartieri più disagiati vivono, di fatto, una diminutio inaccettabile del diritto allo studio.

Aggiungiamo a questo l’inaccettabile attacco alla libertà d’insegnamento degli ultimi tempi, da parte di un governo di destra francamente anomalo: a scanso d’equivoci, non voglio in alcun modo lodare un assassino miserabile come Mussolini, ma lui si occupò di scuola appena giunto al potere, per renderla più efficiente nella sua visione distorta, non per farla a pezzi come i nostri governanti.

Sono uno di quelli che pensa che l’elettorato di Lega e Cinque stelle sia formato da analfabeti funzionali?  Per quanto riguarda la prima, sicuramente sì, per quanto riguarda i secondi, solo in parte, anche se sospetto che la pattuglia dei normodotati si sia assottigliata dopo le ultime elezioni. Certamente normodotati non sono diversi esponenti pentastellati del governo, ed è un dato di fatto incontestabile.

Il disastro della nostra scuola si riverbera su più livelli: scarsa istruzione e formazione significa scarsa professionalità, male sempre più diffuso in Italia, assenza dell’etica del lavoro, ignoranza dei propri diritti e doveri, un giornalismo sempre più carente non solo dal punto di vista sintattico, un’informazione drogata. Se il livello culturale medio degli italiani fosse quantomeno decente, il fenomeno delle fake news  non sarebbe virale ma folkloristico. Con le fake news Lega e Cinque stelle hanno mobilitato il consenso, traete le conclusioni che preferite o leggete un paio di libri in proposito scritti da infami e radical chic come me.

A questo potere la scuola non interessa, anzi, la avversa dichiaratamente, pubblicamente, manifestamente. Un altro ministro dell’istruzione si sarebbe dimesso di fronte a certe cifre, a certe dichiarazioni. a certi provvedimenti: invece, l’ineffabile Bussetti resta più o meno al suo posto, seduto sulla riva del fiume in attesa che gli isnegnanti non disposti a sentir dire come devono lavorare, passino.

Peccato che quel fiume stia trascinando verso le rapide anche il nostro paese.

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La scuola che verrà.

scuola salvini

Da anni la scuola italiana sembra essere impegnata in una guerra contro l’intelligenza, la creatività e il buon senso che sembra, negli ultimi tempi, in procinto di vincere.

Basta pensare alle deliranti e inutili novità dell’esame di maturità, trasformato in un telequiz, alla scomparsa ingioustificata del tema di storia, alla sospensione della professoressa di Palermo, del tutto insensata, ai girotondi sulla mobilità e al numero esorbitante di insegnanti  che andranno in pensione grazie a quota cento, lasciando molte cattedre scoperte.

Dalla Buona scuola in poi, nelle scuole si vive male o bene a seconda che si capiti col dirigente e il o la vicaria “giusta”, un’alea che non dovrebbe esistere in una sitituzione che, a parole, dovrebbe garantire la stessa qualità d’insegnamento in tutte le sue diramazioni sul territorio nazionale.

Invece siamo soffocati da una burocrazia imbecille e del tutto inutile, la sinergia, scusate la parola, con agenzie del territorio fondamentali, come i servizi sociali o il tribunale dei minori, risente di rallentamenti biblici, sempre più spesso un insegnante si trova solo, con ragazzi che hanno problemi sempre più grandi, che chiedono risposte sempre più difficili da dare.

E Salvini, che per altro con la scuola non c’entra niente, che fa? In campagna elettorale tira fuori la vecchia storia dei tre mesi di ferie. Chiariamola per l’ennesima volta: io lavoro nella scuola media, dove sono in servizio attivo fino al trenta Giugno, quindi, a rigori, ho due mesi di ferie, tanto per cominciare, i colleghi delle superiori, che proseguono gli esami fino a Luglio, ne hanno ancora di meno. E’ il tempo minimo necessario per ricaricare le pile, smaltire le tossine acucmulate durante l’anno in un lavoro quotidiano che, per chi lo fa con coscienza, è psicologicamente, e di rimando, fisicamente, gravoso, a volte angosciante, quasi sempre frustrante. Ma cosa volete che ne sappia Salvini.

Forse sarebbe il caso di capire quale scuola ci aspetta, ora che Salvini governa il paese da solo, nella sostanza se non nella lettera. Una scuola in cui tornano i grembiuli? In cui gli insegnanti devono indirizzare il pensiero dei ragazzi verso ciò che piace al potere e non verso la libertà? Una scuola in cui non si parla di politica  e il mondo resta chiuso fuori, una sorta di torre d’avorio instabile, data la precarietà di molti edifici? Torneremo a dire una preghierina prima di cominciare le lezioni e a salutare la bandiera?

Non sono problemi da poco: la scuola rappresenta il futuro del paese, anche se nè le famiglie nè l’opinione pubblica sembrano rendersene conto. La scuola italiana è vecchia, ha programmi vecchi, insegna in modo vecchio, è protesa a mostrare con orgoglio una organizzazione vecchia, dirigenti e affini si sforzano di far vedere che tutto funziona alla perfezione quando non funziona niente: ogni ragazzo perso, perso, non bocciato, è una sconfitta per la scuola, non un peso di cui ci si è liberati, come pensano, a volte, certi colleghi, e di ragazzi la scuola italiana ne perde troppi.

Se poi un incauto insegnante cerca di innovare, di provare nuove strade, di azzardare uno scatto di fantasia, le possibilità sono due: o fallisce, e la colpa è tutta sua, o funziona e allora scatta il gioco delle invidie di corridoio, della burocrazia, del questo non si può fare.

Situazione che, presumibilmente, andrà peggiorando se le idee di alcuni sodali di Salvini, incapaci di comprendere che la scuola non è un parcheggio ma una palestra di vita, verranno realizzate.

In Inghilterra partirà dal prossimo anno in trecento scuole l’insegnamento della mindfulness, la meditazione di consapevolezza, come strumento per la prevenzione del bullismo. Funziona, viene sperimentata negli USA da anni sia nelle scuole sia negli ospedali come terapia per il trattamento delle tossicodipendenze, gli stati depressivi, le crisi di panico, ecc. Ci sono evidenze scientifiche, sperimentali, è uno strumento efficiente e testato. Io la pratico da anni e, spesso, ho avuto la tentazione di proporla in classe, ma ho sempre desistito: non mi va di essere preso per pazzo da famiglie e colleghi, come certamente accadrebbe. In Italia esistono associazioni di insegnanti che superano le loro remore e la propongono nelle classi ma vengono viste come associazioni esoteriche.

Questo è solo un piccolo esempio, marginale se volete, di come le buone int enzioni vengano frustrate dalla realtà della scuola italiana. Per non parlare delle difficoltà che ci si trova ad affrontare quando si prova a proporre didattiche innovative: cooperative learning, classe capovolta, fasce di livello; didattiche applicate da decenni ovunque che qui da noi reestano lettera morta per chiusura mentale di chi dirige le scuole e, a volte, di chi la scuola la fa e non ha voglia di uscire da una comoda routine.

Ma tutto questo a Salvini e  Bussetti non interessa, naturalmente e, purtroppo, neanche alle famiglie. Conta solo l’apparenza, per i primi e il voto in pagella, per i secondi.

Così creiamo generazioni di ragazzi sempre più smarriti, privi di punti di riferimento, incapaci di gestire l’affettività, allo sbando nelle strade della vita.

Ma della scuola, in fondo, importa solo agli insegnanti e neanche a tutti.

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Quelli che, come l’ANP, non entrano nel merito della questione


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In occasione di sgradevoli fatti di cronaca come la sospensione comminata all’insegnante di Palermo, c’è sempre qualcuno che posta un pippone cominciando con:” Non entro nel merito della questione”.

Nel caso specifico, non si capisce cosa ci fosse da entrare nel merito: l’accusa di culpa in vigilando costata la sospensione alla collega era chiaramente fuori luogo e immotivata, come è evidente che dare risalto a una notizia così, chi lavora nella scuola sa cosa voglio dire, significa sì provocare una levata di scudi da parte dei soliti noti ma anche fare sì che un copspicuo numero di appartenenti alla maggioranza silenziosa si auto imbavaglino per paura.

A furia di non entrare nel merito della questione, di far finta di non sapere, di voltarsi dall’altra parte per non criticare chi sventolava la nostra bandiera abbiamo permesso a Renzi di fare a pezzi il Pd per eccesso di narcisismo e mancanza di contraddittorio, lasciando il paese in un momento critico della propria storia senza un’opposizione degna di questo nome.

A furia di non entrar nel merito della questione, di lasciar lavorare dei giovani inesperti, di trovare perfino la sinistra a destra, leggi Cinque stelle, abbiamo un governo di razzisti e incompetenti che sta traghettando il paese verso il disastro.

A furia di non entrare nel merito della questione, ci sediamo sulle comode poltrone dell’antifascismo senza comprendere che siamo di fronte a un fenomeno nuovo di condizionamento di massa, che la cieca sudditanza dei Cinque stelle è frutto di una accurata poltica aziendale, che Salvini manda i suoi post attraverso i social ai giovanissimi, per preparare nuovi proseliti. Il fascismo in Italia è fermo da decenni all’1% e così resterà nei secoli.

A furia non entrare nel merito della questione ce la prendiamo con la scuola che non insegna storia. Beh, chiedetelo ai miei alunni che lunedì hanno una verifica su guerra fredda, sessantotto e terrorismo, chiedetegli quanto abbiamo parlato di mafia e corruzione e non credo che solo nella mia scuola si affrontino certi argomenti. Quanti di quelli che criticano li affrontano a casa con i loro figli?

A furia di non entrare nel merito della questione, stiamo dimenticando che la Memoria non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo, come dimostra l’egregio lavoro dei ragazzi di Palermo ( a proposito: se i miei alunni mettessero su un powerpoint così girerei ubriaco per il mio quartiere cantando canzoni goliardiche per la gioia, perché mi sentirei utile), che la memoria non è condivisa, anche se sarebbe bello che lo fosse, che bisogna cominciare a leggere il presente per ritrovarvi i semi del passato, ma leggere tutto il presente, non solo quello che ci serve.

A furia di non entrare nel merito della questione tolleriamo quotidianamente un uso improprio dell’operato delle forze dell’ordine consentendo senza fiatare piccoli abusi di potere che forse resteranno tali, forse diventeranno grandi abusi di potere e la colpa sarà di chi non è entrato nel merito della questione a suo tempo.

A furia di non entrare nel merito della questione, stiamo accettando una quotidiana diminuizione di umanità, un quotidiano sopruso ai danni degli ultimi a cui restiamo indifferenti nelle nostre tiepide case.

E chi sa un po’ di libri, sa già come andrà a finire.

E sarebbe buona creanza, che chi non vuole entrare nel merito della questione, tacesse.

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Insegnanti sotto mira? Un problema per tutti.

Insegnanti cattivi

E’ un brutto episodio quello che ha coinvolto una collega d’Italiano di un Istituto tecnico di Palermo, Rosa Maria Dall’Aria, a cui va tutta la mia solidarietà, sospesa dal servizio per quindici giorni a causa di un powerpoint in cui alcuni suoi alunni equiparavano il decreto sicurezza alle leggi razziali, quindi Salvini a Mussolini.

Brutto episodio perché segnalato da un fascista, che scrive su siti fascisti, con un tweet al Ministero dell’interno, secondo quanto scrive oggi La Repubblica, e perché ritengo, onestamente, che la Digos potrebbe occupare il suo tempo in modo più sensato piuttosto che sequestrando cellulari, striscioni con citazioni di artisti famosi e presentazioni powerpoint.

Non c’è bisogno di gridare aiuto i fascisti, la presenza della Digos nelle scuole, per chi ha la mia età e magari ha anche contestato e occupato a suo tempo, come chi scrive, ha un significato ben preciso e rimanda a un periodo poco lieto per le libertà individuali in questo paese. In nome della sicurezza di pochi, spesso, si è agito a scapito della sicurezza di molti.

La colpa ascritta alla collega è l’incubo di tutti gli insegnanti: culpa in vigilando, uno dei motivi per cui, ad esempio, da anni non partecipo più a gite scolastiche. Sostanzialmente siamo responsabili di tutto ciò che accade ai ragazzi quando sono sotto la nostra custodia.

Benissimo e giusto, entro certi limiti, ma secondo il Provveditorato di Palermo, da oggi, siamo anche responsabili di quanto pensano e dicono i ragazzi, e questo è francamente assurdo. Da un lato, dobbiamo sviluppare lo spirito critico, dall’altro, se questo viene esercitato in modo sgradito al potere, siamo colpevoli di aver esercitato lo spirito critico. E’ esattamente quanto successo a Palermo.

So, per esperienza personale, che  la tua carriera e quello che hai costruito, la rete sociale di stima e di affetto che un insegnante con tanti anni di esperienza finisce per crearsi attorno, non conta nulla nel momento in cui sei oggetto di una indagine disciplinare: non è ammesso che un insegnante sbagli e, forse, anche questo è giusto, data la responsabilità che abbiamo e che ci viene riconosciuta, va detto, solo quando finiamo nei guai.

Sono convinto che la collega verrà ritenuta non responsabile di quanto ascrittole e debitamente risarcita, ma sono cose che ti segnano, momenti in cui si svelano amici e nemici, dove i secondi, spesso, superano i primi. Sono quelle situazioni in cui ti sembra che tutto il lavoro svolto non sia servito a nulla.

Tanto per essere chiari e perché, come ho già scritto, ho paura della polizia: l’accostamento leggi razziali- decreto sicurezza è improprio, semplicemente perché la nostra Costituzione impedisce in modo chiaro e netto che possano esser promulgate di nuovo oscene leggi come quelle del ’38. Certo che il decreto bello non è, induce a qualche dubbio sia sulla sua liceità, sia sul rispetto dei diritti civili dei migranti e sono sicuro che la professoressa avrà debitamente spiegato perché quell’accostamento era azzardato e perché era comunque il caso di fare attenzione a quanto succede nel paese in termini di diritti civili.

Doveva controllare prima la presentazione e impedire che venisse presentata? Ma non diciamo fesserie! L’ultima moda della didattica è il dibattito: due gruppi di alunni presentano tesi contrapposte ( razzismo e antirazzismo, per esempio) e poi dibattono cercando logicamente di argomentare le loro posizioni. E’ esercizio utile e salutare per lo spirito critico di cui sopra: aiuta a salire su una sedia e vedere il mondo da punti di vista diversi, farebbe bene a molti esponenti del governo e dell’opposizione. Tra l’altro, la libertà d’espressione, è diritto costituzionale garantito anche ai ragazzi.

Quella presentazione, quindi, poteva essere occasione di critica, di dibattito, di crescita,; quanto all’accusa di plagio, rivolta alla collega, a parte che il reato non esiste più da anni, è ridicola: per fortuna i ragazzi, oggi, continuano a ragionare con la propria testa, qualunque cosa tu gli dica.

Non è un bel posto dove vivere quello dove si punisce un insegnante per aver svolto il proprio lavoro in base alla spiata di un fascista. Speriamo non sia un inizio ma solo un episodio isolato.

P.S. La mia frase sulla Digos non ha alcun sottotesto critico: se l’ufficio politico ritiene che lenzuola di donne anziane che citano Pino Daniele, selfie con goliardate e cartelloni che citano testi famosissimi di De Andrè e Caparezza costituiscano un pericolo per la sicurezza, fa bene a sequestrarli. Ma dubitare di questo non è ancora un reato, spero.

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Il grembiule di Salvini

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Mentre a Napoli la Camorra colpisce per l’ennesima volta ferendo gravemente anche una bambina di quattro e a Viterbo un commerciante viene ucciso a sprangate, il Ministro dell’Interno continua come se niente fosse la campagna elettorale occupandosi di ciò che non gli compete.

“A scuola grembiule per tutti”, “Ordine e disciplina per un paese migliore” (Matteo Salvini, tratto da La Repubblica di oggi).

Dunque per Matteo Salvini ordine e discipolina in questo paese passano dalla reintroduzione del grembiule nelle scuole elementari e secondarie di primo grado piuttosto che dalla repressione della Camorra o dal ripulire il Parlamento italiano da mafiosi e amici dei mafiosi. Ne prendiamo atto.

Entrando nel merito e al di là della polemica politica mi preme fare un approfondimento su quanto affermato dal ministro dell’Interno che non è nè qualificato nè autorizzato ad annunciare mutamenti riguardanti la scuola dato che, fortunatamente, il ministero dell’Istruzione non è di sua competenza.

Questo governo, fino ad oggi, in ultimo con la norma che reintegra l’educazione civica come materia obbligatoria a scuola, norma salutata con entusiasmo da chi non conosce la scuola, ha mostrato un culto per l’apparenza, per le operazioni di facciata (vedi la cervellotica riforma dell’esame di maturità) che preoccupa, in prospettiva, perchè mai come oggi in questo paese c’è bisogno di una scuola che funzioni.

Non stupirebbe più di tanto, dunque, la reintroduzione del grembiule, strumento che a detta di Salvini impedirebbe ai bambini ricchi di sfoggiare felpe costosiossime ( altro capo di abbigliamento a parte le divise Salvini, evidentemente, non conosce) umiliando i bambini poveri.

A parte le gretta morale nascosta in queste parole, secondo cui chi è ricco è da invidiare a priori da chi non lo è, e se c’è una cosa che la scuola dovrebbe insegnare è proprio l’idiozia sottesa a questa affermazione, una volta dismesso il grembiule ai bambini basta scendere a giocare per strada o andare a studiare da un compagno più agiato per comprendere che nella vita per fortuna, siamo tutti diversi e che qualcuno parte (apparentemente) con qualche carta più favorevole tra le mani. Casomai, essere consapevoli di queste diversità, può essere uno sprone a studiare per garantirsi un futuro migliore anche dal punto di vista economico, avviare quella sana competitività leale che c’è sempre tra gli alunni più dotati nelle classi che funzionano.

Ma a Salvini si può dire di tutto, veramente di tutto, tranne che sia un’idiota. La trovata del grembiule e il richiamo all’ordine e alla disciplina, sono invece una strizzata d’occhio a quell’estrema destra che rappresenta ormai il bacino elettorale di riferimento del leader leghista. I fascisti da sempre vivono nel culto ipocrita dell’apparenza, tutta la storia del ventennio, la biografia stessa di Mussolini sono una manifestazione di apparenza, di operazioni di facciata, nel tentativo di anestetizzare l’opinione pubblica.

Il sogno di Salvini è un paese di bianchi, cattolici e bigotti, ubbidienti, uniformati, conformisti e benpensanti, razzisti e orgogliosi di essere italiani. Poiché il Nostro pensa alla grande e vede lontano, cominciare a uniformarli da piccoli, dapprima con quella sorta di divisa che è il grembiule, poi magari mettendo mano ai programmi e riscrivendo la Storia ad uso e consumo proprio.

Vedrete che torneremo a sentire parole come merito, selezione dei migliori,. avviamento al lavoro per chi non ha voglia di studiare, etc. che erano le parole chiave della Riforma Gentile, non a caso il primo atto politico di Mussolini al potere.

L’idea di ordine e disciplina di Salvini è quella dell’obbedienza, dell’azzeramento del dissenso e dell’annullamento dello spirito critico a favore della fiducia aprioristica nel leader e nelle sue idee.

E’ tutto molto pericoloso e molto sgradevole, la scuola viene usata a sproposito per portare avanti quelle prove generali di autoritarismo che Salvini ha avviato sin da quando ha ricevuto il suo doppio incarico. Da mesi continua ad alzare l’asticella dell’invasione di campo, dell’abuso di autorità, dell’arroganza elevata a metodo per vedere fin dove può arrivare e le risposte, purtroppo, anche per l’assoluta e ormai manifesta incapacità, oltre che della tendenza suicida dell’alleato di governo, sono positive.

Non importa a Salvini dello stato pietoso in cui versa l’edilizia scolastica, della dispersione scolastica che favorisce l’arruolamento di chi lascia la scuola nelle organizzazioni criminali, di una scuola sommersa dalla burocrazia dove tra aggressioni dei genitori, dirigenti più preoccupati di evitare denunce che di svolgere il proprio ruolo e famiglie sempre più ostili ed  aggressive, sta diventando sempre più difficile, per chi vi lavora, svolgere il proprio compito in modo adeguato.

Non si cura del degrado morale ed etico del paese a cui contribuisce quotidianamente, di una gioventù spesso violenta e  senza freni anche perché nella scuoila il lassismo sta diventando la regola per evitare problemi legali, a lui importa solo salvare le apparenze e gettare il seme di un’ideologia morta, sepolta e sconfitta, nella speranza che possa rinascere.

Il mondo della scuola dovrebbe opporsi senza ambiguità contro questa invasione di campo, contro chi continua a consigliare e suggerire provvedimenti inutili riguardanti un mondo che non comprende, dovrebbe chiedere a gran voce che in questo paese si apra un dibattito sulla scuola, ascoltando chi la scuola la fa, per una riforma vera, sensata e necessaria, che aspettiamo da decenni.

Ordine e disciplina sono parole che aborro, io a scuola preferisco parlare di rispetto, rispetto reciproco che va guadagnato sia da parte di chi insegna che da parte di chi riceve l’ìnsegnamento, in un processo di reciprocità e di crescita, di conoscenza reciproca e revisione di modi, tempi ed obiettivi sulla base delle effettive competenze e dei problemi che si riscontrano, che costituisce il nucleo più importante e dà un senso al mestiere d’ insegnare.

Rispetto dunque, parola  che sembra ormai essere stata estirpata dal vocabolario italiano.

 

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Educazione civica: ritorno al passato

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Non c’è nulla di rivoluzionario nella reintroduzione delle 33 ore di Educazione civica a scuola, un’ora a settimana con  valutazione finale che sarà, come sempre è stato, presumibilmente di pertinenza di chi insegna Storia.

Non c’è nulla di rivoluzionario perché qualunque insegnante di Storia, di Lettere, ma anche di tutte le altre discipline, fa educazione civica ogni qual volta commenta un fatto di cronaca, spiega perché si devono rispettare certe regole, parla di convivenza civile o di cittadinanza.

L’educazione civica è una materia che, se istituzionalizzata, normata e inserita magari in specifici manuali, diventa del tutto inutile, un aggravio per gli studenti e gli insegnanti ed è esattamente questo lo spirito con cui sembra essere stato varato questo ritorno al passato.

Come si può conciliare, infatti, l’introduzione di una materia squisitamente “politica” cone le dichiarazioni del ministro Bussetti di qualche tempo fa, che ribadivano la necessità che la politica restasse fuori dalle scuole? Come si può conciliare la critica etica del fascismo, come filosofia di prevaricazione dell’avversario e di disprezzo della diversità, con la notizia che il ministro degli interni pubblicherà un libro con una casa editrice fascista?

La scuola non aveva bisogno di altre operazioni di facciata, ne ha già vissute troppe negli ultimi anni e questa si aggiunge alle altre.

Personalmente, faccio educazione civica quasi ogni giorno, i miei alunni con quella poesia di cui solo i ragazzi sono capaci oggi, la chiamano “insegnare la vita”, e non mi interessa stabilire con un numero in pagella se il tale ragazzo ha acquisito determinate connoscenze che, fini a sè stesse, risulteranno sterili e inutili.

La crescita umana e sociale di un ragazzo io, i miei colleghi e qualunque insegnante che svolga questo lavoro con coscienza, la vediamo ogni giorno e, se qualcosa non va, cerchiamo dei correttivi non per un voto in più in pagella, ma per il suo bene, perché possa diventare una persona migliore.

E’ proprio questa dimensione “umanistica” della scuola che manca sia ai legislatori (ai quali, spesso, manca anche molto altro), sia alla gente che crede che l’introduzione di una nuova materia cambierà i ragazzi, li renderà più responsabili e civili, senza capire che è spesso l’educazione tout court che manca oggi e che se innaffi una volta al giorno una pianta con un fertilizzante sano e il resto del giorno la sommergi di concime chimico, non è che puoi aspettarti miracoli.

Ma la retorica è tutto quello che rimane a questo paese insieme alle operazioni di facciata come questa, che servono a far finta di cambiare per non cambiare niente.

Vediamo la Costituzione vilipesa, oltraggiata e violata pressochè quotidianamente da chi avrebbe il dovere di tutelarla e pensate davvero che noi insegnanti, delegittimati e, spesso, anche malmenati, si possa cambiare le cose con un numero in pagella?

Mi viene da pensare che non è ai ragazzi che bisognerebbe imporre lo “sviluppo della conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società“, così recita pomposamente la norma, ma a chi di quelle strutture e quiei profili sociali , giuridici, civici e ambientali fa strame ogni giorno.

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