Dell’ingrato mestiere di insegnare al tempo dei social

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Ieri era la giornata mondiale dell’insegnante e mi sembra giusto spendere due parole sul mio mestiere.

Comincio citando Francesco Guccini scrittore (ottimo scrittore):

Il fatto è che gli insegnanti erano rispettati, avevano un ben definito ruolo sociale, nella società d’allora avevano una certa importanza. Oggi qualunque scalzacane si ritiene materialmente e moralmente superiore, e al primo cinque o alla prima osservazione fatta al piccolo Einstein… (Francesco Guccini, Trallumescuro, Scrittori Giunti, 2019)

Non proseguo oltre con la citazione, prima di tutto perché Guccini ha già sintetizzato il senso di queste mie righe e poi per non togliervi il piacere della lettura di un libro malinconico ed esilarante, di cui vi parlerò in uno dei prossimi articoli.

Quello del discredito sociale degli insegnanti è un problema che nessuno vuole affrontare, se non, come Galli della Loggia, discreditando ulteriormente gli insegnanti in un pessimo libro, ma che ha un’importanza capitale in un paese che si ritiene democratico.

Gli insegnanti hanno infatti il compito che un tempo era delegato agli anziani della tribù e poi ai favolisti e ai poeti epici: quello di tramandare alle nuove generazioni la storia, i valori, le conoscenze acquisite nel corso degli anni, quel patrimonio che fa di un popolo quello che è.

Io credo che in Italia, oggi, buona parte dei problemi che abbiamo, siano dovuti all’ignoranza dilagante e all’analfabetismo di ritorno di molta parte della popolazione, che fanno sì che non si sappia più chi siamo e da dove veniamo, mentre dove andiamo, purtroppo, possiamo intuirlo benissimo.

Se uno scalzacane si sente materialmente e moralmente superiore, come dice Guccini, è perché viviamo in un tempo in cui la competenza, la professionalità, il sapere in genere sono svalutati, ognuno crede che basti connettersi in rete per acquisire competenze universali, dai vaccini all’alta politica, dai manovratori occulti del traffico di migranti alle bufale sull’emergenza climatica.

E’ la fine delle competenze, si disprezza  chi si è nutrito di libri polverosi, cito un sottosegretario leghista all’istruzione, ci si vanta di non leggere un libro da tre anni ( altra sottosegretaria, mi pare Cinque stelle), nell’equivoco drammatico che l’università della vita, altro luogo comune devastante, possa sostituire l’università vera.

Tutto queste si riflette, inevitabilmente, sui ragazzi, che vivono la scuola come un luogo altro, una interruzione della vita attiva, valida solo per l’interazione con gli altri sfortunati compagni di prigionia e non perché pone le basi per riuscire ad orientarsi nel mondo e a trovare il proprio posto. Un non tempo, insomma e, per molte famiglie, purtroppo, tempo perso.

I social, specie i social dei genitori, che andrebbero proibiti per legge, sono un coacervo di banalità, luoghi comuni, trivialità, insulti, aggressioni del tutto ingiustificate nei confronti di chi cerca quotidianamente e con fatica, di svolgere il proprio lavoro nonostante tutti, ma proprio tutti, dalle istituzioni, alla burocrazia interna alla scuola, dalle famiglie ai tribunali, che spesso legiferano su bocciature completamente a cazzo, senza rendersi conto del contesto, a, spesso, certi colleghi, remino contro.

Non ho inserito i ragazzi, nel tristo elenco di cui sopra, perché i ragazzi fanno il loro lavoro, che consiste nel fare meno ottenendo il massimo, nel prendere per il culo gli insegnanti e nel far danni uscendone impuniti. Questo fa parte del gioco, lo dai per scontato e cerchi di contrastarlo, il resto no.

Gli insegnanti sbagliano, come tutti, anzi, il nostro è un lavoro che va avanti per tentativi ed errori, che s’impara ogni giorno, in cui le sconfitte sono la regola e le vittorie l’eccezione. Ma quasi sempre sbagliano in buona fede perché il loro obiettivo resta quello di dare un senso ai ragazzi di quella prigionia parziale che è la scuola. Il mio metro e il mio unico referente sono loro perché è con loro che mi rapporto ogni giorno e cerco di stabilire una relazione.

Se si volesse davvero fare qualcosa di utile per la scuola, sarebbe necessario azzerare la Buona scuola, che è riuscita a peggiorare una situazione già poco allegra, specie dal punto di vista dell’armonia interna e della collegialità, eliminare il così detto merito che merito non è, ma cosa diversa e spesso opposta, aprire un ampio dibattito pubblico con chi la scuola la fa e ascoltare cosa ha da dire, formulare delle proposte che vengano valutate ed accettate da quelli a cui sono dirette. Ma in tempi di semplificazione capisco che si tratta di un ragionamento troppo articolato per chi pensa per slogan. Troppi ritengano che la scuola debba solo insegnare a scrivere e a far di conto, non a pensare, non a leggere il presente, non a conoscere il passato per evitare di commettere gli stessi errori. E infatti…

Se non si restituisce dignità alla funzione della scuola e agli insegnanti, stendiamo un pietoso velo sulla retribuzione, il risultato lo abbiamo avuto sotto gli occhi per quattordici mesi e chissà per quanto tempo ne pagheremo le conseguenze: una barbarie diffusa, la cialtroneria come strumento di persuasione di massa, le bugie e una disonesta lettura della realtà come metodo.

Scriveva Brecht (sì, un comunista):

Impara bambino a scuola

impara uomo in carcere

impara donna in cucina

frequenta la scuola,

senza tetto

procurati sapere

tu che hai freddo

affamato, impugna il libro

è come un’arma.

Non temere di fare domande

verifica le cose che leggi

ciò che non sai di tua scienza

in realtà non lo sai.

Io l’ho imparata il primo giorno di scuola, questa poesia, e non ho mai smesso di leggere e di imparare.

Buon lavoro a tutti i colleghi/e

 

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Se tornassimo a pensare al futuro dei nostri ragazzi?

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L’Italia è un paese di vecchi per vecchi, credo che questa affermazione sia difficilmente contestabile. Il conservatorismo intrinseco alla natura di questo paese nasce anche da un’età media che è tra le più alte d’Europa. I salti avanti nella storia li compiono i paesi giovani, la fortuna degli Stati Uniti è stata la presenza di milioni di immigrati, quegli stessi a cui oggi Trump, un altro vecchio al potere, vorrebbe chiudere le porte.

In Italia non si fanno più figli perché si sta bene: può sembrare un’assurdità ma è una legge che chiunque conosca qualche rudimento di geografia può confermare: paesi avanzati dal punto di vista tecnologico, fortemente industrializzati, con un tenore di vita medio- alto, come l’Italia, hanno indici di natalità molto bassi, per tutta una serie di ragioni che non è il caso di spiegare qui.

I paesi guidati da politici normodotati suppliscono a questa tendenza con l’accoglienza dei migranti ( ricordate i siriani accolti dalla Merkel in Germania?), quelli guidati da politici sottosviluppati, come il nostro, attuano politiche razziste e costruiscono muri, metaforici o reali, nell’epoca dei social, poco importa.

I ragazzi sono il nostro futuro, l’unica possibilità che ha questo paese di cambiare strada e imboccare quella che porta a uno sviluppo sostenibile ed equilibrato senza abiurare alle più elementari norme di umanità.

L’Italia è un paese che per i ragazzi non fa più nulla. Nel tempo della mia giovinezza c’erano le sezioni di partito e le parrocchie, due scuole di vita, centri di aggregazione che permettevano di socializzare, di scambiarsi opinioni e, soprattutto, di comprendere che il mondo non cominciava e finiva con noi, che nel mondo c’erano milioni di persone che soffrivano, morivano, lottavano e non dovevano essere lasciate sole. Nelle parrocchie e nelle sezioni di partito si costruiva una coscienza sociale, l’una ispirata al marxismo, l’altra alla dottrina sociale della Chiesa, due scuole di pensiero neanche troppo divergenti, nelle linee generali.

Poi c’era la scuola. Non era una bella scuola, come qualche idiota dell’ultradestra recentemente ha avuto l’ardire di scrivere: era una scuola settaria, classista, ingiusta, meritocratica nel senso peggiore del termine. Ma permetteva ai ragazzi di periferia come chi scrive, di trovare un’alternativa alla fabbrica, di costruirsi un futuro diverso dal presente faticoso e complicato, dei propri genitori. Era un’ascensore sociale efficace e forgiava il carattere, sviluppava la determinazione e la coscienza dei propri pregi e dei propri difetti, pur restando lontanissima dall’idea che io ho di scuola.

Oggi i ragazzi non frequentano più questi agenti sociali di maturazione, le famiglie sono le prime, spesso, a screditare il valore della scuola, i punti di riferimento sono venuti a mancare e la gioventù che sta crescendo arriva all’adolescenza già arrabbiata, emotivamente immatura, incapace di gestire i sentimenti, grazie anche all’uso indiscriminato dei social, fragile e, sostanzialmente, amorale, eticamente immatura e incline a un ribellismo fine a sé stesso, che porta, a volte, a fare scelte drammaticamente sbagliate, come la droga, la violenza o la radicalizzazione politica.

Me li trovo davanti ogni mattina, questi ragazzi e ragazze, e da qualche anno, il pensiero che mi tormenta è di non fare abbastanza, di non riuscire a dare loro quello che riuscivo ancora a dare quando, vent’anni fa, ho cominciato a lavorare nella scuola. Mi sento come dovevano sentirsi i difensori di Alamo, costretti a svolgere un lavoro ingrato che, sapevano, non avrebbe portato a niente. Vedo grandi potenzialità andare spesso in fumo proprio per la fragilità di cui sopra, per la mancanza di una guida adeguata, per l’incapacità di gestire in modo equilibrato una delusione. Sono pezzi di futuro che vanno in fumo, ogni ragazzo o ragazza che si perde per strada, è una possibilità sfumata di migliorare questo paese.

Ecco, io credo che la politica dovrebbe occuparsi soprattutto di questo, di fare in modo che la scuola torni ad essere un agente sociale di aggregazione e di formazione, insieme a d altri agenti sociali da inventare. Molti insegnanti si sentono come me, soli contro tutti, e, sostanzialmente, lo sono. E’ tempo che la politica si occupi della questione giovanile, questione prioritaria, strategica e non più rimandabile.

La Scuola va riformata e non aziendalizzata, secondo le ultime tendenze, gli insegnanti devono essere formati per rispondere alle sfide del nostro tempo e non si può accantonare il valore dell’esperienza in nome di un giovanilismo esasperato, fine a sé stesso.

Ma, soprattutto, riformare la scuola, restituendo dignità agli insegnanti, non serve a nulla se le scuole restano dei fortini da Deserto dei tartari: nei quartieri devono nascere biblioteche, centri multimediali, luoghi d’incontro e discussione, che costituiscano alternative valide e appetibili rispetto a quei non luoghi che sono i centri commerciali.

Questo deve accadere soprattutto nelle periferie, i nervi scoperti di ogni grande città, non luoghi a loro volta, cattedrali in un deserto che deve essere riempito non di santuari del consumismo ma di occasioni di crescita e conoscenza. Può fare di più contro la ‘Ndrangheta o la Camorra una biblioteca che una nuova caserma dei carabinieri. Don Puglisi venne assassinato perché voleva riutilizzare un bene sequestrato alla mafia per costruire una scuola.

Sogno insomma una politica che pensi al futuro dei nostri ragazzi, che si impegni per una nuova stagione di riforme e provvedimenti mirati a risolvere la questione  giovanile, dopo averne finalmente preso coscienza. Basterebbe questo a cambiare in meglio il bruttissimo volto del nostro paese.

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Una piccola nota a margine sulla Scuola


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Questo è un post piccolo piccolo su un problema piccolo piccolo, o, forse, è un  post, piccolo piccolo su un problema enorme di questo paese.

In questi giorni, nella sarabanda di ipotesi su un accordo tra M5s e Pd, accordo che, ormai è chiaro,  nessuna delle due parti in realtà desidera, si è assistito alle ipotesi più fantasiose e a una sarabanda di nomi riguardanti i ministeri, tutti i ministeri, tranne quello dell’Istruzione.

Tradizionalmente, l’Istruzione è un ministero di serie B, poco interessante e poco appetito dalle parti in causa, di qualunque colore sia la coalizione che si appresta a governare.

Sanità, Lavoro, Interni e Istruzione sono i quattro ministeri chiave per governare un paese, in tutto il mondo, tranne che nel nostro paese.

Poi ci stupiamo del vuoto argomentativo, del razzismo becero e dell’assenza di politica in Salvini, del vuoto mentale di Di Maio, della demenza precoce di Di Battista, del nanismo mentale della Meloni, della politica che segue lo stomaco della gente e non propone più+ nulla, della volgarità intellettuale dilagante, della fine delle competenze, del disprezzo verso gli intellettuali, ecc.

Bene: la risposta l’avete sotto gli occhi. Della Scuola, cioè del futuro dei nostri ragazzi, di quel presidio di democrazia deputato a formare la classe dirigente e i professionisti di domani, non frega niente a nessuno, è un ministero da dare come contentino, come regalo per un alleato deluso. Il nostro è un paese incapace di guardare al futuro, che sta tentando di cambiare a proprio uso e consumo il passato e che devasta il presente.

Vi dirò di più, e se vedremo se i fatti mi smentiranno, di solito, purtroppo, non succede: la Buona scuola di Renzi ha posto le basi, promuovendo una aziendalizzazione delle scuole che sta dando i suoi frutti avvelenati; nel caso si formasse un nuovo governo di destra il prossimo passo sarà la privatizzazione dell’istruzione pubblica.

Se non servono più a nulla i medici di famiglia a cosa volete che servano i professori, per altro così si potranno schedare con tutta calma e, nel caso, licenziare a norma di legge senza tanto clamore.

Buon lunedì.

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La scuola è salva ma non può restare immobile

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Diamo a Cesare quel che è di Cesare e, dunque, rendiamo onore ai Cinque stelle per aver impedito quell’oscenità che era la regionalizazzione della scuola pubblica.

Per ora dunque, il pericolo di avere per legge scuole più ricche e scuole più povere e, addirittura, stipendi diversi per i docenti a seconda delle regioni in cui lavorano, è scampato.

Diamo merito anche ai tanti vituperati sindacati nazionali, con buona pace dei tupamaros che urlarono alla svendita della scuola quando, dopo un incontro col presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, Cgil, Cisl e Uil ottennero l’impegno, oggi mantenuto, di lasciare integra la scuola della costituzione.

La scuola si è salvata a un passo dalla fine ma non si può dire che sia in buona salute. Aumentano i precari, la Buona scuola continua a far danni anche se mitigati grazie al lavoro quotidiano dei sopra citati sindacati confederali, i programmi sono vecchi, le differenze tra nord e sud, anzi, tra quartieri ricchi e di periferia nella stessa città esistono e sono un problema enorme perché, di fatto, limitano il diritto allo studio.

Se dovessi citare un esempio del fallimento della nostra scuola, citerei paradossalmente un esempio virtuoso: quello dei maestri di strada di Napoli, segno, a un tempo, della professionalità e dello spirito di servizio di molti insegnanti e dell’assenza della scuola come istituzione.

La politica, negli ultimi vent’anni, ha svalorizzato la scuola, proponendo un modello di affermazione personale basato sul mettersi in vetrina e in vendita al miglior offerente, ha delegittimato gli insegnanti dipingendoli come fannulloni o, addirittura, nell’era Salvini, come pericolosi plagiatori delle giovani menti. Ha fatto anche ottimi affari, spingendo sull’uso delle nuove tecnologie e facendo la felicità delle case produttrici di computer.

Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi di tutti: la scuola viene vissuta da molte famiglie come una piacevole incombenza senza un reale valore o una effettività utilità per il futuro dei propri figli. La retorica del merito ha portato a sopravvalutare il voto, un numero che molte volte poco dice su chi è davvero un ragazzo o una ragazza, a scapito del valore formativo della scuola, che invece ci dice moltissimo, il nozionismo fine a sé stesso a scapito del pensiero critico.

Altri problemi sono la messa in sicurezza degli edifici, la decisione di assegnare in reggenza le scuole sotto una soglia di alunni stabilita per legge, le troppe reggenze, spesso su istituti comprensivi enormi, l’enorme carico di lavoro dei dirigenti  ( quelli che lavorano seriamente) e l’aumento del carico di lavoro per le segreterie spesso sotto dimensionate, come sotto dimensionato in molte scuole è il personale ata.

Last but not least, la burocrazia che occupa almeno un terzo della giornata di ogni insegnantie la litigiosità delle famiglie, sempre più aggressive e, a volte violente, il terrore costante dei ricorsi che finisce per condizionare comunque, anche inconsciamente, il lavoro quotidiano.

Sono solo una parte dei tanti problemi che il passaggio alle regioni avrebbe solo amplificato, provocando inevitabilmente, l’implosione della scuola.

Ma se la Lega ha ceduto su questo punto, purtroppo, significa che della scuola non gli importa poi molto e ai Cinque stelle, dato quanto hanno fatto finora, nulla, importa solo in questo momento, per segnare una tacca sul cinturone caso mai si andasse a elezioni.

Una politica che si disinteressa della scuola, se non quando si deve votare o, come in questo caso, si deve giocare una partita politica, è una politica a cui non interessa il futuro del paese.

E’ evidente che i valori fondanti della scuola, come la cooperazione, la tolleranza, la cultura della pace, il rispetto della diversità, la valorizzazione delle competenze di ognuno al di là della razza e della religione, lo sviluppo della spirito critico e l’accrescimento culturale, stonano con una politica che disprezza i libri polverosi e quotidianamente, usa il termine “professore” in senso dispregiativo, che utilizza l’odio come strumento di consolidamento del consenso e il disprezzo delle opinioni fuori dal coro come metodo.

Il quotidiano livello di volgarità verbale e intellettuale. cui ci stiamo assuefacendo, può essere abbassato solo da una scuola che funzioni ma la scuola può funzionare solo se lo Stato e il governo del momento, comprende che una scuola che funziona va a vantaggio di tutta la società. In questo momento, non mi pare che sussistano queste condizioni.

Aver scampato un provvedimento assurdo non può essere motivo di soddisfazione, tutt’al più può provocare un sospiro di sollievo ma la scuola italiana, se questo paese vuole avere una chance, ha bisogno di ben altro.

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Sciacalli senza onore

Camilleri

Sono molto legato a Camilleri perché, indirettamente, ha contribuito all’inizio della mia carriera di insegnante. Al concorso di abilitazione portavo, infatti, un percorso originale, l’idea di una nuova scuola siciliana che partiva da Verga e passando per Pirandello, Vittorini, D’Arrigo, Sciascia e Consolo, arrivava, appunto a Camilleri. Il presidente della commissione mi chiese, dopo l’esame, se secondo me Camilleri sarebbe durato: risposi di sì, non solo per l’allora nuova serie di Montalbano, ma soprattutto per gli altri suoi libri, dove rivelava la natura di scrittore autentico.

Provo quindi un insopprimibile senso di disgusto di fronte ai miserabili attacchi subiti dallo scrittore siciliano sui social, da parte di individui che, probabilmente, mai hanno aperto un libro in vita loro, e ancor di più per lo squallido, ignobile e vile articolo di Vittorio Feltri su Libero, che come consuetudine di certa stampa di destra, non perde mai l’occasione per mostrare la propria natura necrofaga.

Lo stesso schifo provo per le esternazioni del ministro Salvini riguardo la Sea Watch e la chiusura dei porti italiani alla nave, dovuta agli atti firmati dai ministri grillini. Salvini è fuggito come un coniglio di fronte al tribunale che avrebbe dovuto processarlo, dopo settimane di esternazioni da macho, macho s’intende, da commedia, come l’indimenticabile burino romano di Verdone, e si permette di continuare a insultare persone che ogni giorno salvano vite, persone che sono state sottoposte a inchiesta giudiziaria da parte di un giudice amico di Salvini, non sono scappate come lui cercando l’aiuto degli amici e ne sono uscite pulite. Camilleri molto ha detto a questo riguardo e, forse, come chiunque pronunci verità in un paese di bugiardi e sepolcri imbiancati, a questo è dovuto l’astio nei suoi confronti.

La domanda che mi pongo è: per quanto dovremo sopportare questi sciacalli senza onore, mentre le aggressioni fasciste, condotte come  al solito, quattro o cinque contro uno, o una, aumentano ogni giorno? Quando l’opposizione si renderà conto che la democrazia non solo è in pericolo nel nostro paese ma ha già subito colpi pesanti con i decreti sicurezza, la legge sulla legittima difesa, ecc.? Quando le teste d’uovo comprenderanno che è necessario portare nuove idee sul tavolo, tornare a occuparsi delle fasce più basse e vulnerabili della popolazione e lasciar perdere, per il momento, un ceto medio che come una escort di lusso si vende al miglior offerente?

Penso ai ragazzi che oggi sono impegnati nelle prove di maturità, alla schizofrenia di uno Stato che li fa riflettere su Ungaretti, Stajano, Sciascia e Dalla Chiesa per poi tradirne ogni momento la lezione e la memoria. Come si può far coincidere l’immagine di uno Stato che considera Dalla Chiesa un eroe con quella di un ministro degli interni amico di un sottosegretario che, secondo le accuse,  fa affari con la mafia? Quale futuro si prepara per i nostri ragazzi? Un paese chiuso, cinto da mura mentali e materiali, soffocato da un egoismo che tracima nell’odio verso tutto ciò che risulta diverso agli occhi di chi non è in grado di andare oltre un pensiero elementare e gretto? Un paese guidato da uomini di un’ignoranza senza limiti, di cui si fanno vanto, incapace di guardare al futuro e orientato verso un passato sconfitto e sepolto? Un paese da cui andare via appena possibile?

Per quanto questi sciacalli ci ammorberanno quotidianamente con le loro corbellerie, le loro minacce, le bugie gratuite a flusso continuo, l’incapacità manifestata a ogni passo, l’arroganza da coatti che non hanno altra arma di difesa?

Quando cominceremo a dire basta? Io trovo che il silenzio di chi dovrebbe parlare e invece tace, sia un insulto molto più grave a Camilleri degli insulti dei miserabili che infestano il web, il silenzio dei suoi colleghi scrittori, della sua parte politica di riferimento, il silenzio di quegli intellettuali che sembrano scomparsi nel nostro paese, il silenzio di quegli artisti che hanno mangiato e prosperato alle feste dell’Unità per poi adottare la resilienza e adeguarsi al nuovo corso. Un silenzio assordante, ipocrita e meschino quanto l’assordante rumore di fondo degli sciacalli.

Spero che Camilleri ce la faccia, che torni a illuminarci con le sue riflessioni di uomo che tanto ha visto e, per questo, sa guardare lontano. Se così non fosse, resteranno comunque le sue parole, mentre i silenzi e gli insulti si disperderanno nel vento, come letame inutile e secco.

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Un paese sempre più ignorante

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Sarò radical chic, a dir la verità un po’ radical sì, ma chic per niente, magari potessi!,  sono anche un professore, quinbdi afflitto da diverse colpe, ma la notizia che l’Italia è il paese europeo che spende meno soldi per l’istruzione non mi ha stupito per nulla.

Per altro, va chiarito, che la spesa per l’istruzione dovrebbe andare di pari passo con quella per i servizi sociali, con lo sviluppo del terzo settore, ambiti che hanno visto tagli da macelleria sociale negli ultimi anni.

Renzi ha speso molto ( e male) per la scuola, ma ha speso molto dopo anni di tagli, quindi anche quell’investimento, che c’è stato, va visto alla luce dei miliardi di euro che la scuola italiana ha elargito agli italiani col blocco degli scatti di anzianità, con assunzioni col contagocce, contratti non rinnovati da decenni e aumenti da fame. Scuola e pubblico impiego, s’intende.

Il nuovo esecutivo molto aveva blaterato di scuola ma, fino ad oggi, oltre a ridurre in modo vergognoso la spesa per  i servizi sociali e il terzo settore, non ha mantenuto nessuna delle sue promesse. Spesso il ministro degli Interni ha blaterato di scuola, sempre a sproposito, sempre mentendo, ad esempio sui tre mesi di ferie, sempre proponendo soluzioni ( es. i grembiuli obbligatori) che neanche sfiorano da lontano i reali problemi. Senza contare che Salvini sempre più spesso fa e dice quello che diciamo quotidianamente ai ragazzi a non fare e a non dire, dando un quotidiano cattivo esempio, che si estende anche al campo dell’alimentazione.

L’avversione di questo esecutivo per tutto quello che è servizio sociale, per spiegare la mia precedente affermazione, si ripercuote direttamente sui bambini e sui ragazzi: le scuole egnalano, gli interventi, nella migliore delle ipotesi, arrivano dopo mesi, sono quasi sempre inefficaci e i problemi per i ragazzi si aggravano. Spesso, si arriva all’abbandono scolastico con percentuali di cui nessuno parla, che cominciano ad essere allarmanti.

Io vorrei chiarire un punto: non è vero che la scuola italiana non funziona, è assolutamente vero che gli insegnanti italiani, soffocati dalla burocrazia, sottomessi a dirigenti burocrati timorosi anche della propria ombra, ben diversi dai presidi di un tempo, inseriti grazie a Renzi e all’immonda legge 107, in un contesto di inutile competitività che finisce per produrre carte e progetti di facciata, oltre che a sottomette- rli a piccoli gruppi di potere, vittime della conflittualità crescente da parte delle famiglie, non sono messi in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro, anzi, non sono messi in condzione di svolgere dignitosamente il proprio lavoro. Ma, nonostante tutto, continuano a farlo ogni mattina.

Aggiungiamo le carenze strutturali delle scuole, l’enfasi assurda sulla tecnologia,  programmi obsoleti e scarsa disponibilità della categoria ad accogliere le novità, che novità non sono ma strumenti didattici che all’estero si usano da decenni, e avrete un quadro parziale della situazione in cui versano le scuole italiane. Aggiungete anche la delegittimazione della categorie da parte dei media.

L’enfasi sull’eccellenza, sul valorizzare i migliori, ha contribuito poi a fare sì che, secondo la regola che i soldi chiamano soldi, le scuole dei quartieri più abbienti siano più ricche di strutture e dotazioni, abbiano gli insegnanti migliori e i dirigenti migliori, siano isole felici, contribuendo di fatto a una sostanziale disuguaglianza sociale. I ragazzi dei quartieri più disagiati vivono, di fatto, una diminutio inaccettabile del diritto allo studio.

Aggiungiamo a questo l’inaccettabile attacco alla libertà d’insegnamento degli ultimi tempi, da parte di un governo di destra francamente anomalo: a scanso d’equivoci, non voglio in alcun modo lodare un assassino miserabile come Mussolini, ma lui si occupò di scuola appena giunto al potere, per renderla più efficiente nella sua visione distorta, non per farla a pezzi come i nostri governanti.

Sono uno di quelli che pensa che l’elettorato di Lega e Cinque stelle sia formato da analfabeti funzionali?  Per quanto riguarda la prima, sicuramente sì, per quanto riguarda i secondi, solo in parte, anche se sospetto che la pattuglia dei normodotati si sia assottigliata dopo le ultime elezioni. Certamente normodotati non sono diversi esponenti pentastellati del governo, ed è un dato di fatto incontestabile.

Il disastro della nostra scuola si riverbera su più livelli: scarsa istruzione e formazione significa scarsa professionalità, male sempre più diffuso in Italia, assenza dell’etica del lavoro, ignoranza dei propri diritti e doveri, un giornalismo sempre più carente non solo dal punto di vista sintattico, un’informazione drogata. Se il livello culturale medio degli italiani fosse quantomeno decente, il fenomeno delle fake news  non sarebbe virale ma folkloristico. Con le fake news Lega e Cinque stelle hanno mobilitato il consenso, traete le conclusioni che preferite o leggete un paio di libri in proposito scritti da infami e radical chic come me.

A questo potere la scuola non interessa, anzi, la avversa dichiaratamente, pubblicamente, manifestamente. Un altro ministro dell’istruzione si sarebbe dimesso di fronte a certe cifre, a certe dichiarazioni. a certi provvedimenti: invece, l’ineffabile Bussetti resta più o meno al suo posto, seduto sulla riva del fiume in attesa che gli isnegnanti non disposti a sentir dire come devono lavorare, passino.

Peccato che quel fiume stia trascinando verso le rapide anche il nostro paese.

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La scuola che verrà.

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Da anni la scuola italiana sembra essere impegnata in una guerra contro l’intelligenza, la creatività e il buon senso che sembra, negli ultimi tempi, in procinto di vincere.

Basta pensare alle deliranti e inutili novità dell’esame di maturità, trasformato in un telequiz, alla scomparsa ingioustificata del tema di storia, alla sospensione della professoressa di Palermo, del tutto insensata, ai girotondi sulla mobilità e al numero esorbitante di insegnanti  che andranno in pensione grazie a quota cento, lasciando molte cattedre scoperte.

Dalla Buona scuola in poi, nelle scuole si vive male o bene a seconda che si capiti col dirigente e il o la vicaria “giusta”, un’alea che non dovrebbe esistere in una sitituzione che, a parole, dovrebbe garantire la stessa qualità d’insegnamento in tutte le sue diramazioni sul territorio nazionale.

Invece siamo soffocati da una burocrazia imbecille e del tutto inutile, la sinergia, scusate la parola, con agenzie del territorio fondamentali, come i servizi sociali o il tribunale dei minori, risente di rallentamenti biblici, sempre più spesso un insegnante si trova solo, con ragazzi che hanno problemi sempre più grandi, che chiedono risposte sempre più difficili da dare.

E Salvini, che per altro con la scuola non c’entra niente, che fa? In campagna elettorale tira fuori la vecchia storia dei tre mesi di ferie. Chiariamola per l’ennesima volta: io lavoro nella scuola media, dove sono in servizio attivo fino al trenta Giugno, quindi, a rigori, ho due mesi di ferie, tanto per cominciare, i colleghi delle superiori, che proseguono gli esami fino a Luglio, ne hanno ancora di meno. E’ il tempo minimo necessario per ricaricare le pile, smaltire le tossine acucmulate durante l’anno in un lavoro quotidiano che, per chi lo fa con coscienza, è psicologicamente, e di rimando, fisicamente, gravoso, a volte angosciante, quasi sempre frustrante. Ma cosa volete che ne sappia Salvini.

Forse sarebbe il caso di capire quale scuola ci aspetta, ora che Salvini governa il paese da solo, nella sostanza se non nella lettera. Una scuola in cui tornano i grembiuli? In cui gli insegnanti devono indirizzare il pensiero dei ragazzi verso ciò che piace al potere e non verso la libertà? Una scuola in cui non si parla di politica  e il mondo resta chiuso fuori, una sorta di torre d’avorio instabile, data la precarietà di molti edifici? Torneremo a dire una preghierina prima di cominciare le lezioni e a salutare la bandiera?

Non sono problemi da poco: la scuola rappresenta il futuro del paese, anche se nè le famiglie nè l’opinione pubblica sembrano rendersene conto. La scuola italiana è vecchia, ha programmi vecchi, insegna in modo vecchio, è protesa a mostrare con orgoglio una organizzazione vecchia, dirigenti e affini si sforzano di far vedere che tutto funziona alla perfezione quando non funziona niente: ogni ragazzo perso, perso, non bocciato, è una sconfitta per la scuola, non un peso di cui ci si è liberati, come pensano, a volte, certi colleghi, e di ragazzi la scuola italiana ne perde troppi.

Se poi un incauto insegnante cerca di innovare, di provare nuove strade, di azzardare uno scatto di fantasia, le possibilità sono due: o fallisce, e la colpa è tutta sua, o funziona e allora scatta il gioco delle invidie di corridoio, della burocrazia, del questo non si può fare.

Situazione che, presumibilmente, andrà peggiorando se le idee di alcuni sodali di Salvini, incapaci di comprendere che la scuola non è un parcheggio ma una palestra di vita, verranno realizzate.

In Inghilterra partirà dal prossimo anno in trecento scuole l’insegnamento della mindfulness, la meditazione di consapevolezza, come strumento per la prevenzione del bullismo. Funziona, viene sperimentata negli USA da anni sia nelle scuole sia negli ospedali come terapia per il trattamento delle tossicodipendenze, gli stati depressivi, le crisi di panico, ecc. Ci sono evidenze scientifiche, sperimentali, è uno strumento efficiente e testato. Io la pratico da anni e, spesso, ho avuto la tentazione di proporla in classe, ma ho sempre desistito: non mi va di essere preso per pazzo da famiglie e colleghi, come certamente accadrebbe. In Italia esistono associazioni di insegnanti che superano le loro remore e la propongono nelle classi ma vengono viste come associazioni esoteriche.

Questo è solo un piccolo esempio, marginale se volete, di come le buone int enzioni vengano frustrate dalla realtà della scuola italiana. Per non parlare delle difficoltà che ci si trova ad affrontare quando si prova a proporre didattiche innovative: cooperative learning, classe capovolta, fasce di livello; didattiche applicate da decenni ovunque che qui da noi reestano lettera morta per chiusura mentale di chi dirige le scuole e, a volte, di chi la scuola la fa e non ha voglia di uscire da una comoda routine.

Ma tutto questo a Salvini e  Bussetti non interessa, naturalmente e, purtroppo, neanche alle famiglie. Conta solo l’apparenza, per i primi e il voto in pagella, per i secondi.

Così creiamo generazioni di ragazzi sempre più smarriti, privi di punti di riferimento, incapaci di gestire l’affettività, allo sbando nelle strade della vita.

Ma della scuola, in fondo, importa solo agli insegnanti e neanche a tutti.

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Quelli che, come l’ANP, non entrano nel merito della questione


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In occasione di sgradevoli fatti di cronaca come la sospensione comminata all’insegnante di Palermo, c’è sempre qualcuno che posta un pippone cominciando con:” Non entro nel merito della questione”.

Nel caso specifico, non si capisce cosa ci fosse da entrare nel merito: l’accusa di culpa in vigilando costata la sospensione alla collega era chiaramente fuori luogo e immotivata, come è evidente che dare risalto a una notizia così, chi lavora nella scuola sa cosa voglio dire, significa sì provocare una levata di scudi da parte dei soliti noti ma anche fare sì che un copspicuo numero di appartenenti alla maggioranza silenziosa si auto imbavaglino per paura.

A furia di non entrare nel merito della questione, di far finta di non sapere, di voltarsi dall’altra parte per non criticare chi sventolava la nostra bandiera abbiamo permesso a Renzi di fare a pezzi il Pd per eccesso di narcisismo e mancanza di contraddittorio, lasciando il paese in un momento critico della propria storia senza un’opposizione degna di questo nome.

A furia di non entrar nel merito della questione, di lasciar lavorare dei giovani inesperti, di trovare perfino la sinistra a destra, leggi Cinque stelle, abbiamo un governo di razzisti e incompetenti che sta traghettando il paese verso il disastro.

A furia di non entrare nel merito della questione, ci sediamo sulle comode poltrone dell’antifascismo senza comprendere che siamo di fronte a un fenomeno nuovo di condizionamento di massa, che la cieca sudditanza dei Cinque stelle è frutto di una accurata poltica aziendale, che Salvini manda i suoi post attraverso i social ai giovanissimi, per preparare nuovi proseliti. Il fascismo in Italia è fermo da decenni all’1% e così resterà nei secoli.

A furia non entrare nel merito della questione ce la prendiamo con la scuola che non insegna storia. Beh, chiedetelo ai miei alunni che lunedì hanno una verifica su guerra fredda, sessantotto e terrorismo, chiedetegli quanto abbiamo parlato di mafia e corruzione e non credo che solo nella mia scuola si affrontino certi argomenti. Quanti di quelli che criticano li affrontano a casa con i loro figli?

A furia di non entrare nel merito della questione, stiamo dimenticando che la Memoria non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo, come dimostra l’egregio lavoro dei ragazzi di Palermo ( a proposito: se i miei alunni mettessero su un powerpoint così girerei ubriaco per il mio quartiere cantando canzoni goliardiche per la gioia, perché mi sentirei utile), che la memoria non è condivisa, anche se sarebbe bello che lo fosse, che bisogna cominciare a leggere il presente per ritrovarvi i semi del passato, ma leggere tutto il presente, non solo quello che ci serve.

A furia di non entrare nel merito della questione tolleriamo quotidianamente un uso improprio dell’operato delle forze dell’ordine consentendo senza fiatare piccoli abusi di potere che forse resteranno tali, forse diventeranno grandi abusi di potere e la colpa sarà di chi non è entrato nel merito della questione a suo tempo.

A furia di non entrare nel merito della questione, stiamo accettando una quotidiana diminuizione di umanità, un quotidiano sopruso ai danni degli ultimi a cui restiamo indifferenti nelle nostre tiepide case.

E chi sa un po’ di libri, sa già come andrà a finire.

E sarebbe buona creanza, che chi non vuole entrare nel merito della questione, tacesse.

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