Categoria: La scuola Pagina 1 di 9

Una riapertura delle scuole poco seria

Nè il governo nè la regione hanno preso provvedimenti seri e strutturali per riaprire le scuole superiori in sicurezza.

Il sorriso smagliante dei legali rappresentanti di uno sparuto nucleo di famiglie, immagino benestanti, visto che i ricorsi costano, per aver ottenuto presso il Tar la riapertura delle scuole superiori in presenza in Liguria fino al 10 febbraio, stona con una realtà che è ben diversa dallo storytelling di quelle famiglie e della Regione Liguria.

Chi scrive è sempre stato un sostenitore della scuola in presenza, lo testimoniano alcuni articoli apparsi in tempi diversi su questo spazio, ma ho sempre ribadito, da insegnante e da rappresentante sindacale, che una riapertura delle scuole non potesse prescindere da una ragionevole messa in sicurezza delle stesse per gli studenti e per i docenti.

Mi risulta difficile capire cosa hanno da sorridere legali e famiglie del ricorso al Tar visto che, a oggi, non è stato fatto nulla per mettere in sicurezza le scuole. Possiedono forse i dati epidemiologici relativi all’incidenza del Covid nelle scuole? Non mi risulta. Sanno di interventi strutturali di messa in sicurezza delle aule ( sistemi di ventilazione, riduzione del numero di alunni per classe, ecc.) che verranno attivati con efficienza nipponica da qui a Lunedì? Sono a conoscenza di dati che garantiscono il cessato allarme Covid nelle prossime settimane? Hanno consultato gli insegnanti delle scuole frequentate dai figli per valutare le criticità?

Perché se così non fosse, su di loro, sul Tar e sulla Regione ricadrà tutta la responsabilità di una eventuale recrudescenza dell’epidemia simile a quella che si è verificata poco dopo l’apertura delle scuole a Settembre.

I provvedimenti sui trasporti, checchè ne dicano i diretti interessati, risulteranno, come è prevedibile per chiunque frequenti i mezzi pubblici a Genova, insufficienti e velleitari e le entrate scaglionate aumenteranno il disorientamento degli alunni,impedendogli, in taluni casi, di poter studiare a casa.

Si riapre dunque, in condizioni peggiori di Settembre, con metà classi che restano a casa e docenti costretti a fare dad da scuola, con attrezzature non sempre sufficienti e funzionanti, quindi portandosi dietro i propri dispositivi ( va bene, abbiamo il bonus per quello) e, a volte, la connessione ( questo va meno bene), cosa che non credo capiti nè al pugno di famiglie che hanno trovato i soldi da spendere per il ricorso al tar, costa molto, nè agli avvocati sorridenti e vittoriosi che hanno ottenuto una probabile vittoria di Pirro.

Ancora una volta, gli interessi di pochi prevalgono su quelli di molti, le richieste di sindacati e docenti sono state ignorate, della didattica non sembra importare nulla a nessuno, conta solo la socializzazione immobile e mascherata che, finalmente, a turni alterni, i ragazzi potranno riacquistare.

Sulla scuola continua il massacro mediatico, le affermazioni estemporanee di esperti di tutto ma non di scuola, l’arroganza di chi ha verità in tasca da diffondere, la presunzione di chi ha sempre soluzioni pronte per tutto e le sbandiera ai quattro venti come se il mondo girasse attorno a lui, l’incompetenza di un ministro a cui va consegnato il primato dell’amministrazione più fallimentare degli ultimi anni e sì che bastava fare pochissimo, visto chi l’ha preceduto.

Gli insegnanti e la stragrande maggioranza dei ragazzi non chiedono la luna, solo un minimo di serietà nell’affrontare i problemi, merce rarissima di questi tempi in Italia. Perché dei ragazzi e degli insegnanti, parliamoci chiaro, non frega niente a nessuno in questo paese.

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La scuola come pretesto

Da genitore, faccio molta fatica a capire quelle famiglie che ricorrono al Tar per chiedere la riapertura delle scuole. Non riesco a trovare una logica in chi contesta un provvedimento dettato dalla necessità di tutelare studenti e docenti dal Covid. Non sarà una sentenza a sconfiggere la pandemia.

Gli orari dettati dai prefetti risulteranno pesantissimi per i ragazzi che, paradossalmente, si troveranno ad avere meno tempo che in Dad per lo studio.

Anche i richiami alla socialità mostrano che, davvero, non si sa di cosa si sta parlando e la scuola è solo un pretesto per portare avanti istanze private, per difendere il proprio particulare,senza tenere conto del quadro d’insieme.

Quale socialità possono sviluppare 25 ragazzi distanziati di un metro, con la mascherina, che non possono neanche scambiarsi una matita, nè alzarsi, nè bisbigliare tra loro?

Ben chiusi nei loro giacconi per il freddo che penetra dalle finestre aperte. Con la possibilità di mangiare a ricreazione ma non di alzarsi dal banco.

Era questa la realtà della scuola quando ha aperto a Settembre, forse a qualcuno è sfuggito, e questa sarà se riapriremo tra breve, chissà per quanto tempo. Mi spieghino psichiatri, psicologi, ecc., dov’è la socialità in una scuola così.

Meglio che restare ore davanti a uno schermo? Forse, forse no, sulla Dad si scrivono e dicono un mare di sciocchezze, generalizzando e, di conseguenza, banalizzando e facendo di tutt’erba un fascio.

In conclusione, poichè l’argomento è stucchevole e vorrei prossimamente parlare del mio nuovo libro, invece che continuare a confutare idiozie, come al solito non si vede neanche l’ombra di una politica scolastica seria e a lungo termine.

Le famiglie che protestano, come gli studenti che protestano, sono una risibile minoranza ma occupano i titoli dei giornali a scapito di chi, sulla scuola, di cose da dire e proposte da fare ne avrebbe, ma viene sistematicamente ignorato.

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Bestiario sulla scuola

Mi pare di poter affermare, senza tema di smentite, che l’intervento odierno del ministro (chiamiamola così) dell’Istruzione rappresenti l’apice di una escalation di idiozie che appaiono ormai quotidianamente in dosi massicce sui social e sui giornali.

Provo quindi a replicare alle fesserie più evidenti accompagnando la replica con una preghiera: prego chi non ne è parte integrante di non parlare di scuola. La prima regola che insegno ai miei allievi è che, a volte, è meglio tacere piuttosto che dire stupidaggini.

Domanda: Medie ed elementari lavorano in presenza, perché le superiori no?

Risposta: medie ed elementari hanno un’utenza di quartiere che non sovraccarica i mezzi pubblici e, di conseguenza, dovrebbe esserci una riduzione del rischio notevole. In realtà non è così, ma dal momento che i bambini non possono essere lasciati a casa da soli si è preferito lasciare aperta la frequenza e sperare in bene. I ragazzi delle scuole superiori arrivano nelle sedi scolastiche da tutta la provincia e dall’entroterra, con un grave sovraccarico dei mezzi pubblici e aumento del rischio di contagio.

Affermazione: La dad deprime i ragazzi e uccide la loro socialità.

Basterebbe il quotidiano sequestro di cellulari in tutte le scuole del regno per mostrare che si tratta di un idiozia. I ragazzi si contattano, vivono, si relazionano in modo virtuale da sempre. Ovvio che l’aggregazione sociale sarebbe auspicabile ma, tranne casi specifici che risulterebbero comunque problematici anche in presenza, mi sento di smentire, per esperienza diretta, questa affermazione, che, guarda caso, non viene mai accompagnata da dati statistici.

Affermazione: Cresceremo una generazione di ignoranti

Risposta: Gli insegnanti italiani, per la stragrande maggioranza, hanno e stando dimostrando la loro grande professionalità, al contrario di chi dovrebbe rappresentarli in parlamento, portando avanti regolarmente i programmi didattici anche in dad, inventando nuove strategie e sperimentando. Se il ministro eviterà di dire a Marzo che tutti saranno promossi, come accaduto l’anno scorso, i risultati scolastici a fine anno saranno quelli attesi e non ci saranno particolari lacune nella preparazione degli studenti, per la stragrande maggioranza di loro.

Affermazione: Disabili e alunni in difficoltà sono danneggiati

Gli alunni disabili vanno a scuola regolarmente, quelli in difficoltà, se abbandonati a sè stessi, sono sicuramente danneggiati dalla didattica a distanza ma la responsabilità è anche di chi li abbandona a sè stessi, non solo della scuola. Vogliamo parlare della dispersione scolastica? Meglio di no.

Affermazione: Si potrebbe andare a scuola due volte a settimana per spezzare la routine.

Risposta: Sfugge il nodo del problema: le scuole non sono in sicurezza, il distanziamento di un metro non è efficace e non ci sono sistemi di aerazione efficienti. Oltre al problema dei mezzi di trasporto.

Affermazione: all’estero non si è chiuso.

Risposta: Sticazzi! Andate a controllare le statistiche dei contagi a scuola all’estero, guardate cosa sta succedendo nel nord Europa. E comunque, tutti gli Stati europei hanno chiuso e stanno chiudendo le scuole.

Affermazione: Le scuole non sono focolai.

Risposta: Vero, quasi vero, falso. Non abbiamo dati ufficiali, il che induce a pensar male. Ma se anche fosse, il problema sono i mezzi di trasporto e il fatto che i ragazzi, se a scuola sono controllati, non lo sono fuori e rischiano di contagiare i loro compagni e i loro insegnanti a scuola. Ripeto: non è stato fatto nulla, da parte di quella stessa persona che oggi dichiara di stare dalla parte degli studenti, per mettere le scuole in sicurezza.

Affermazione: gli studenti protestano in tutta Italia

Risposta: mi spiace per quelle poche decine di studenti plagiati ( guardate le immagini: non arrivano mai a dieci) che protestano per ritornare a scuola in condizioni di scarsa sicurezza. Con la retorica, le lettere di scuse pubblicate sui giornali e i bei gesti. i problemi restano, lavorando seriamente, in parte, si risolvono. Questo vale anche per tutti i colleghi che “stanno con i ragazzi”. Che non vuol dire un cazzo.

Affermazione: Allora dobbiamo restare chiusi a tempo indeterminato?

Risposta: No. In una settimana si possono fare tamponi in tutte le scuole o, comunque, in un numero tale di scuole da essere statisticamente credibile e valutare la situazione. Temo non lo si faccia perché si conoscono già i risultati. In una settimana si possono vaccinare tutti gli insegnanti e gli studenti, ma non lo si fa perché poi insorgerebbero, giustamente, le altre categorie che lavorano a contatto con il pubblico. Di sicuro, in una settimana non si possono mettere in sicurezza le scuole.

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Sorpresa: la scuola distanza piace alle famiglie

I casi sono due: o chi parla dei danni inenarrabili che la didattica a distanza sta provocando sugli studenti delle superiori, compreso chi scende in piazza a reclamare il ritorno delle lezioni in presenza, compresi sociologi, psicologhi, ecc., chi si lamenta del tempo perso ( in certe materie certamente sì, in altre non si sa perché) e compagnia cantante non ha la minima percezione della realtà, oppure gli insegnanti che stanno facendo didattica a distanza alle superiori conoscono bene il proprio lavoro e riescono a mantenere, senza perdite significative, il contatto con i ragazzi.

Perché il sondaggio presentato oggi da Ilvo Diamanti su Repubblica, giornale che volentieri spara a zero sulla scuola gratuitamente, dà un quadro assai diverso da quello che viene dipinto sui media: il 64% delle famiglie, quasi due terzi, è favorevole alla didattica a distanza, che tradotto, significa che i due terzi delle famiglie hanno ancora fiducia nella scuola.

E’ un giudizio che non mi stupisce perché, ripeto, a parte attività laboratoriali importantissime per certi ordini di scuola, come quello in cui insegno adesso, nettamente penalizzate da questa forma di didattica, per quanto riguarda le altre materie si lavora non dico normalmente, ma abbastanza agevolmente e speditamente. Anzi, la DaD, dal punto di vista degli insegnanti è uno strumento per sperimentare nuove didattiche, da applicare poi quando si tornerà in presenza; perché sia chiaro, l’esperienza acquisita in questi mesi non può essere una risorsa da giocarsi nelle emergenze ma deve implementarsi nell’attività “normale”, per potenziare e recuperare, approfondire, cosa che non sempre si riesce a fare come si vorrebbe in presenza.

Quanto alla desocializzazione dei ragazzi, con buona pace di Diamanti, che è un sociologo di vaglia e ne sa certamente più di me, ma forse non ha a che fare con gli adolescenti, non mi trova d’accordo.

Chi con i ragazzi parla e, soprattutto, li ascolta, sa che quella solitudine paventata esiste da tempo, che l’abitudine a trovare riparo dietro lo schermo di un telefonino o di un pc, era consolidata ben prima che partisse la dad.

Le chat hanno sostituito le telefonate, oggetto di litigi furiosi con i genitori per chi ha la mia età, rivoluzionando il modo di relazionarsi tra i ragazzi che tra loro, dialogano realmente sempre meno. I cellulari, sdoganati troppo in fretta dalle famiglie, sono diventati strumento di socializzazione e di emarginazione, di stigma o promozione sociale, rifugio e schermo dietro cui trasformarsi in quello che non si è.

Lo si comprende da come i ragazzi si aprono ingenuamente e candidamente nei temi, nelle discussioni in classe, quando hanno la possibilità di parlare di loro. Allora sì che vengono fuori solitudine e rabbia, lo smarrimento di fronte a un mondo adulto che non comprendono che trovano spesso, giustamente, crudelmente ottuso e insensato e l’irritazione dei più sensibili verso i pari, tacciati di essere superficiali o insensibili mentre, spesso, quell’apparire ossessivamente sui social è una tacita richiesta d’aiuto.

Spesso neanche un buon dialogo in famiglia è sufficiente ad alleviare le loro ansie e le loro paure, che crescono nel confronto con un gruppo dei pari spesso poco incline ad accogliere chi è troppo problematico.

Ecco cosa non potrà mai essere sostituito dalla Dad: non la scuola in sè, che funziona nonostante tutto, ma il guardare un ragazzo/a negli occhi e capire che c’è un problema, dargli la possibilità di parlare, parlare veramente senza filtri, che non sempre serve ma a volte sì, a volte è decisivo.

A Gennaio torneremo in presenza, probabilmente allo sbaraglio come è successo a Settembre, e già si prospettano le ipotesi più demenziali: andare a scuola di domenica, fino alle 18, a Luglio e Agosto, ecc.

Ecco, fa più male alla scuola questa informazione, queste parole in libertà da fiera degli incompetenti, che la didattica a distanza, faticosa, difficile da gestire, ma irrinunciabile in questo momento. Lasciarci lavorare in santa pace, visto che l’utenza apprezza, sarebbe cosa gradita.

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La cattiva informazione sulla scuola.

Non leggo neanche più le notizie sulla scuola che, quotidianamente, appaiono sui maggiori quotidiani. Sono piene di inesattezze, animate da palese malafede e funzionali a fare da altoparlante o da velleitario contraltare critico, anzi acritico, alle iniziative del governo.

Oggi ad esempio, su Repubblica, c’era un articolo che ci informava sul fatto che la DAD amplia le diseguaglianze. Come se, prima, le diseguaglianze fossero ridotte e non fossero invece amplificate da una scuola che, negli ultimi anni, sull’onda di una certa retorica meritocratica, trasversale e ottusa, è diventata più classista di quanto già non fosse.

Anche il quadro che si fa dei giovani, dipinti come depressi, deprivati socialmente, ecc. non tiene conto che da anni, ormai, nella totale indifferenza di tutti tranne che, guarda un po’, degli insegnanti, le relazioni tra i ragazzi, i contatti sociali, le interazioni preliminari, anche sessuali, sono ormai virtuali, passano prima, durante e dopo il contatto fisico e visivo, dai social. L’esposizione social definisce la popolarità, il successo sociale degli adolescenti, aumenta o deprime la sua autostima.

Ma ovviamente, riguardo i giovani, non si interpella chi li vede e interagisce con loro per anni, due, tre, quattro ore al giorno, ma psicologi, filosofi, sociologi che, da quel che dicono, non hanno mai neppure dialogato con un adolescente oggi ( i colleghi che redigono i pdp e si trovano davanti certe diagnosi, sanno cosa intendo).

Finchè un cretino si alzerà ogni mattina, dirà la sua sulla scuola e un giornale lo pubblicherà in prima pagina, finché i social saranno pieni di imbecilli che pontificano su un lavoro sempre più complesso e frustrante, senza sapere di cosa parlano, finché il ministero dell’Istruzione verrà assegnato per dare un contentino a questo o quello schieramento e non sulla base di competenze reali ( vabbè il ministro attuale le competenze le avrebbe, in teoria. E’ sul reali che crolla), parlare di scuola sarà inutile e inutile sarà leggere le argomentazioni di chi ne parla, perché non sa quel che dice.

Prima del Covid, non andava tutto bene. Le classi erano stracolme, gli spazi limitati, i programmi svolti obsoleti, anzi morti, visto che non esistono più da trent’anni e continuiamo a prorogarne la fine, mancava il personale per buona parte del primo quadrimestre, non c’era alcun motivo logico per un un/a giovane dotato/a di normali facoltà mentali dovesse scegliere di svolgere un mestiere ingrato, mal pagato, faticoso e burocraticamente allucinante.

Lasciamo poi stare i tupamaros della scuola in presenza, i luddisti pronti a distruggere i pc, ecc. ormai bastano tre alunni, probabilmente prezzolati che stazionano davanti a una scuola vuota, e pochi colleghi convinti, no, loro non sono prezzolati ci credono davvero, per dire che i ragazzi e gli insegnanti vogliono la scuola in presenza a rischio della vita.

Poi partecipi a un’assemblea sindacale e tocchi con mano i problemi, la paura, le preoccupaszioni di una categoria che nessuno più rispetta. Con buona pace dei luddisti.

Passato il Covid, sarà uguale, La scuola continuerà ad essere classista e ad escludere gli ultimi esattamente come prima: le classi continueranno ad essere sovraffollate ( vi passa mai per la mente che definirle “pollai” è offensivo verso i ragazzi?), gli insegnanti a mancare, i precari a protestare, i ministri a legiferare cose inutili.

La verità, corroborata dai fatti, è che la scuola, ormai, è solo uno strumento di propaganda politica, una parola di cui riempirsi la bocca e poi sputare via, un cattivo pensiero da scacciare. Non gliene frega niente a nessuno e lo Stato si guarda bene dall’investire sull’istruzione, per limitare il rischio che si riesca davvero a formare e istruire generazioni di ragazzi consapevoli e dotati di spirito critico.

Il fatto che, nonostante tutto e tutti, continuiamo a svolgere il nostro lavoro, ad andare avanti anche in piena emergenza, ad usare la DaD come un momento di formazione e stimolo a fornire un servizio migliore, personalmente non lo trovo un motivo di vanto: probabilmente, dimostra solo che siamo cretini.

Il consiglio di lettura di oggi è il diario, esilarante ma non troppo, di una collega di Vercelli.

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Le scuole non incidono sull’aumento dei contagi. Per ora.

I numeri non sono opinioni, i numeri dicono la verità. L’istituto superiore di Sanità dice che la riapertura delle scuole ha inciso per il 2% sull’aumento dei contagi e l’esperienza quotidiana di chi lavora a scuola ci dice che è vero.

Non mi giunge notizia di intere classi di contagiati, ma di casi sporadici e di tante richieste di tamponi, che poi risultano negativi. Non c’è bisogno di un infettivologo per capire che, se la scuola davvero fosse il veicolo primario d’infezione, come qualcuno comincia irresponsabilmente ad affermare, le cifre sarebbero ben altre. Avremmo intere classi in quarantena e istituti chiusi. Non è così.

Tuttavia, le scuole potrebbero inevitabilmente diventare un problema se il governo centrale e quelli regionali continueranno a far finta di non sapere cosa sta accadendo. Anzi, potrebbero diventare un comodo capri espiatorio per giustificare ritardi, inettitudini e omissioni volontarie.

Non è certo bloccando le partite di calcetto o impedendo la vendita di alcolici dopo le 21 che l’infezione si attenuerà. Sarebbe forse il caso di cominciare ad avviare controlli stringenti nelle aziende e di affrontare il tema dei trasporti pubblici. Invece, in nome dell’economia, si preferisce attuare provvedimenti di facciata del tutto irrilevanti, arrivando agli estremi del governatore della Liguria Toti, secondo cui non bisogna dare addosso a chi vuole continuare a vivere e a divertirsi, anche se lo fa a scapito della salute pubblica, infischiandosene di chi ha vicino.

Quello che sta accadendo è il risultato del liberi tutti troppo frettoloso di questa estate, di una politica ormai del tutto priva di etica e subordinata al capitale, di una società sempre più egoista, manichea, dove la solidarietà sociale sta diventando una parola priva di significato.

A scuola, ogni mattina, vedo persone responsabili che hanno cura di sé e degli altri, svolgere il proprio lavoro con grande spirito di servizio e, dall’altra parte della cattedra, ragazzi che rispettano le regole senza protestare, consapevoli che vanno a vantaggio di tutti. Ma purtroppo, in questo caso, il microcosmo scolastico non è l’espressione del macrocosmo.

So che ci sono colleghi nostalgici della didattica a distanza e ne rispetto le opinioni, ma non le condivido: è giusto, che fino a quando sarà possibile farlo in sicurezza, si vada a scuola in presenza.

Quello che fa rabbia è che con pochi accorgimenti, ventilazione delle aule, distanziamento assicurato grazie all’aumento degli organici, doppi turni dove necessario, si sarebbero potuti evitare, probabilmente, anche i pochi casi che si verificati fino adesso, garantendo un prosieguo tranquillo e senza ambasce dell’anno scolastico.

Si è scelta la strada dei proclami, delle operazioni di facciata, del finto rigore nei riguardi dei più deboli ( i precari), del fare (pochissimo) senza pensare a cosa si stava facendo, dell’arroganza a scapito del confronto. Nonostante questo, la professionalità di chi la scuola la fa ogni giorno sta prevalendo e sta ottenendo risultati che non verranno mai riconosciuti da nessuno.

Quello che succede fuori dai cancelli delle scuole è responsabilità politica e la politica, centrale e regionale, è pericolosamente tentennante, quando non è completamente latitante. È anche, ahimè, responsabilità individuale, che non è la dote più spiccata degli italiani.

Stiamo andando verso un nuovo disastro? Non lo so e non è mio compito dirlo. Io sono pagato, poco, per insegnare ed è quello che cerco di fare meglio che posso ogni giorno. Ci sono persone con compiti istituzionali, pagate molto più di me per risolvere questi problemi, che non mi sembra stiano facendo lo stesso.

Mi auguro che non si arrivi a una nuova chiusura delle scuole: questo paese ha bisogno di cultura, di nuove idee, di energie, tutte cose che possono arrivare solo dai ragazzi e dalla scuola. Chiudere di nuovo significherebbe sbarrare ancora una volta le porte al futuro.

 

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La scuola che resiste

La scuola annaspa, mancano insegnanti, banchi, risorse, ci si arrangia come si può, come sempre. Non ricordo un anno scolastico che sia cominciato con gli organici al completo, senza ansie da parte di famiglie che vorrebbero tutto e subito, terrorizzate all’idea di un nuovo blocco delle lezioni, senza ore di supplenza per sopperire alle carenze di organico, ecc.

Il covid è lì, aumenta lentamente, in certe regioni aumenta sensibilmente ma tra giornali e amministratori si gioca con le cifre, facendo finta che non sia così. Ogni riferimento alla Liguria è puramente casuale, ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso, diceva uno che la sapeva lunga. Il covid aumenta nonostante i negazionisti e, nonostante i denigratori del governo, aumenta meno che altrove, grazie ai provvedimenti che sono stati presi e allo stato d’emergenza che continua. Ricordo chi diceva: in Francia e Spagna hanno aperto le scuole perché da noi no? Guardatele oggi Francia e Spagna, e se proprio non riuscite a vergognarvi un po’, almeno ammettete di aver sbagliato. Ogni riferimento a un piccolo e insignificante movimento politico guidato da un leader dall’enorme ego inersamente proporzionale al suo seguito, non è del tutto casuale.

La scuola è ancora lì e continua a svolgere il proprio compito, nonostante i ministri inutili che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, le riforme inutili che hanno cambiato tutto per non cambiare niente, il mare di burocrazia inutile in cui annega, il discredito sociale a cui è sottoposta.

La scuola resiste, perchè, alla fine, entri in classe e ci sei tu e i ragazzi. Li guardi negli occhi e, mascherina o no, svolgi il tuo lavoro, come sempre. Alla fine conmta solo questo, quanto riesci a metterti in gioco, quello che riesci a dare, come riesci a trasmettere quello che gli serve per la loro crescita.

Il covid, i ministri, i dirigenti, la burocrazia, le famiglie che pretendono, la privacy, ecc. restano fuori da quel microcosmo temporaneo e limitato che si crea tra la classe e i suoi insegnanti durante le ore di lezione , restano fuori da quello che è il senso di fare scuola. Per questo la scuola resiste.

Finisce sempre che torni a casa senza voce, a volte stanco, svuotato, ma con la sensazione che, nonostante tutto, fai ancora il mestiere più bello del mondo, non perché hai tre mesi di ferie, sei garantito e le altre cazzate che si ripetono immutate da decenni per denigrare il nostro lavoro, ma perché, ogni santo giorno, rendi reale e tangibile il dettato costituzionale, trasmetti sapere, dai l’opportunità di migliorare sè stesso e il mondo a chi vuole e sa coglierla.

Scusate se è poco.

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Due parole sulla scuola

Ho parlato pochissimo di scuola, ultimamente, perché, avendo deciso di non occuparmi più di politica ( ma esiste ancora la politica? Ci credete davvero?) volevo evitare di replicare agli attacchi pervenuti alla categoria, perfino da un Renzi che non perde occasione per dar modo di pensare che anche il 2% di consensi su cui galleggia, sia troppo. Per altro, il suo paragone con cassieri e netturbini, categorie che hanno potuto svolgere il loro necessario lavoro attuando da subito misure di sicurezza impensabili a scuola, è, come spesso gli capita, del tutto fuori luogo.

Oggi ho donato il sangue, lo faccio ogni volta che posso, senza strombazzarlo ai quattro venti come fanno i leghisti, e il dottore si è fatto una bella risata quando, alla domanda: “Fa un mestiere a rischio?” ho risposto sì, l’insegnante.

Mi ha chiesto quali sono i provvedimenti che le scuole hanno preso per contrastare il rischio Covid e io gli ho risposto: speriamo in bene.

Pensando che ci troveremo davanti ogni mattina almeno un’ottantina di ragazzi spesso non distanziati, per diverse ore, in aule non ventilate artificialmente, se il medico ci riflette su un secondo, la mia affermazione risulterà meno azzardata e divertente del previsto.

Diciamo la verità. A parte le pochissime scuole dotate di spazi ampi che hanno potuto adeguatamente attrezzarsi per il distanziamento fisico, la realtà è quella di edifici dove il distanziamento è utopia e le misure previste dai geni del CTS assolutamente inapplicabili in larga misura. Evidentemente, chi le ha ideate, non sa cosa voglia dire avere quotidianamente a che fare gruppi più o meno numerosi di bambini, o ragazzini, o adolescenti, in spazi ristretti, per cinque, sei e più ore al giorno.

Non ho dubbi che le nuove normative incontrino il favore di chi ama sedersi in classe, aprire il libro e pontificare nel silenzio più assoluto, personalmente ritengo che la scuola sia fatta soprattutto di interazione e confronto e se, ora dico qualcosa che urterà molti, ma chi se ne frega, interazione e confronto erano parzialmente possibili in modalità Dad, seguendo le ultime norme ministeriali vengono di fatto annullate e il distanziamento fisico, anche quando possibile, diventa realmente distanziamento sociale, con conseguenze sugli alunni ancora più pesanti di quelle millantate durante il lockdown.

Le stesse famiglie, la cui pressione è stata decisiva per decidere una riapertura intempestiva e mal preparata, quando dovranno cominciare a fare i conti con quarantene, tamponi, ecc., si renderanno conto dei danni che rischiano di creare con un atteggiamento che guarda al benessere proprio e non a quello comune, atteggiamento, purtroppo, ormai sempre più diffuso nel nostro paese.

Io sono sempre stato per la riapertura, a patto che si rispettassero delle condizioni ineludibili: riduzione del numero di alunni per classe e assunzioni di un numero congruo di insegnanti, doppi turni, flessibilità oraria e alternanza tra lezioni in presenza e Dad, potenziamento della rete, creazioni delle condizioni perché tutti potessano accedervi.

Si è scelta un’altra strada che, secondo me, non risulterà, alla fine, disastrosa come dicono molti, a patto che le misure di sicurezza imposte nelle scuole siano rispettate, almeno quelle meno demenziali, ma costerà un certo aumento di casi che ricadranno tutti sulle spalle di chi ha scelto il vantaggio elettorale ed economico a scapito della salute di ragazzi e personale della scuola. Se qualcuno ci rimetterà la vita, Dio non voglia, saranno vite che potevano essere salvate se chi ne aveva il compito, avesse svolto adeguatamente il proprio mestiere.

Invece si sono seguite ipotesi fantasiose, come quella di cercare spazi idonei per delocalizzare le classi, completamente ignari della rigida legislazione scolastica in tema di sicurezza, o di far lezione all’aperto in un periodo dell’anno che, per esempio in Liguria, è piovosissimo. Gli stessi banchi a rotelle sono una immane idiozia, mentre un senso avrebbe avuto il plexiglass, a mio parere, che avrebbe permesso di evitare l’uso delle mascherine e di guardarsi in faccia, ma anche qui le mamme italiane hanno alzato alti lai.

Come al solito, se succederà il peggio, la colpa sarà di dirigenti scolastici ed insegnanti. Già gli attacchi arrivano quasi quotidianamente.

La verità è che, se si riuscirà ad arginare il problema, il merito sarà solo di dirigenti scolastici, insegnanti e personale della scuola, che in questo momento sono come il bambino della diga di Haarlem, che con un dito nella parete, cerca di fermare l’inondazione.

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La scuola che non esiste.

Sono stato tentato di chiudere il blog. In questi giorni, dopo l’ennesimo attacco frontale agli insegnanti, tutti, colpevoli di non voler fare dei test volontari, di non immolarsi, se pur malati, per spirito di servizio e di tutte le latitanze di un ministero che in sei mesi non ha fatto nulla, ma proprio nulla di quanto andava fatto per la scuola, ero deciso ad abbandonare i social, chiudere il blog e continuare a fare il mio lavoro e scrivere i miei libri in silenzio.

Poi ci ho ripensato: la scrittura è la mia valvola di sfogo e il mio salvagente e non sarebbe giusto rinunciarvi solo perché c’è una marea crescente di stronzi in circolazione. Ma continuerò a non parlare di politica perché la politica, come la scuola, non esiste più.

Non arrivo a dire che sono tutti uguali, sarebbe qualunquismo, diciamo che non sono abbastanza diversi per come intendo io la diversità di vedute politiche, ragione per cui mi asterrò alle prossime elezioni, rifiutandomi di votare per chi è solo leggermente diverso dall’altro. Questo per chiarire che non è un post elettorale, non mi interessa chi vincerà, tanto la gente comune, i lavoratori, le brave persone, perderanno comunque.

Sulla scuola si sta giocando una partita sporca, lurida, giocando sulle pelle di ragazzi e insegnanti e scaricando la colpa su questi ultimi, per venire incontro alle pressioni da parte delle famiglie e alle necessità del mercato. Tutta la seconda parte di quest’anno, dalla parte del lockdown a oggi, è stata basata su uno spregiudicato calcolo, quello che tra le vittime prevedibili e la necessità di rilanciare i consumi, la fabbrica del divertimento estivo, l’economia.

Abili prestigiatori, in Liguria abilissima, hanno letto dati reali in modo distorto, raccontando favole a cui molta gente abbocca perché non chiede di meglio.

Si sta facendo lo stesso con la scuola. Esistono da Maggio protocolli presentati dai sindacati che sono stati quasi totalmente ignorati, si continua con la favola delle assunzioni che non ci sono e, per esempio, riguardo il sostegno, non ci saranno, perché mancano insegnanti abilitati quasi ovunque.

Si è trovato il modo di concludere ottimi affari con i monobanchi a rotelle, inutili, quando quei soldi potevano essere spesi per l’edilizia scolastica, per ridurre il numero di alunni per classe incrementare l’organico, per potenziare la rete e fornire la possibilità di usufruire della didattica a distanza a chi è rimasto fuori ( pochi, non molti come dicono), per rivedere i criteri del trasporto pubblico, per qualunque motivo razionale.

Si è scelta l’inutilità, la facciata, l’attacco frontale ai sindacati e, in queste ore, ai docenti come categoria uniforme e indifferenziata.

La scuola, per la politica, non esiste se non ai fini elettorali, è un capitolo di spesa inutile, da ridurre il più possibile. La scuola, per molte famiglie, è un parcheggio per i figli che permette a entrambi i genitori di andare a lavorare. La scuola, per piccoli alimentari, focaccerie, bar, ecc. è fonte di guadagno sicura. Risultato? Il rischio che si ammalino gravemente i ragazzi è limitato, i docenti sono la categoria più odiata dopo i poliziotti, attiviamo finte misure di sicurezza, fottiamocene se le scuole stanno chiudendo ovunque sono state incautamente riaperte e ripariamo contro ogni logica sperando in Dio, contando magari sull’intercessione di quel comunista del papa.

Posso permettermi di dire che questo paese, senza distinzione politica, fa schifo? Posso permettermi di dire che i comportamenti irresponsabili di queste ultime settimane ne sono la conferma? Posso permettermi di dire che abbiamo la peggiore stampa dell’occidente democratico, asservita al padrone di turno con alcune punte di diamante di demenza pura come Porro, Polito e Galli della Loggia? Posso dire che un Pd che non si occupa più dei lavoratori, medici, insegnanti o operai che siano, non ha più senso di esistere?

Mi hanno molto addolorato i commenti denigratori sulla categoria degli insegnanti, letti sui social, di alcuni infermieri. Primo, perché sono statali come noi e come noi, fatto salvi i coefficienti di rischio ben diversi dovuti alla natura del lavoro, hanno faticosamente fatto fronte a una catastrofe improvvisa e imprevista come è stata l’epidemia mostrando uno spirito di servizio fuori dal comune. Secondo, perché se anche persone che lavorano per la gente, con la gente, come noi, che come noi, in tempi diversi, sono stati oggetti di critiche ingiustificate, attacchi meschini e denigrazioni gratuite, usano le stesse tiritere che si sentono da sempre per tirarci secchiate di merda addosso, significa che davvero la scuola non ha più motivo di esistere, è un’istituzione ormai superflua, sostituitela con la Rete.

Si tratta di eccezioni, ma in questo momento, quando stiamo per tornare in classe in condizioni di sicurezza inesistenti, dopo tante parole e nessun risultato, mentre veniamo bersagliati dalla stampa sulla base di dati inesistenti e fatti a pezzi sui social, il fuoco amico è ancora più doloroso.

Ti chiedi se ne vale ancora la pena, se davvero applicare una Costituzione che sta per essere fatta a pezzi e svolgere un servizio essenziale per uno Stato che non lo contempla tra le priorità, abbia ancora un senso.

Io credo di sì, nonostante tutto, ma i dubbi e lo schifo aumentano ogni giorno.

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L a scuola che ti porti dentro

Nel mio lavoro, per come lo concepisco, le gratificazioni non sono frequenti, frequente è invece la fatica, la frustrazione, l’angoscia che a volte ti assale quando hai davanti un ragazzo/a in sofferenza per problemi più grandi di lui/lei e sai di non poter dargli altro che parole.

Poi succede che una madre scrive un bellissimo post su facebook che non riproduco per pudore, dove trova parole che centrano esattamente quello che per me è la scuola, il senso del mio mestiere, la scuola che mi porto dentro.

Ma non finisce qui, tra i numerosi “mi piace” a quel post riconosco ex alunni e tanti genitori di ex alunni. Allora ti viene il sospetto che, forse, quel lavorare sempre, ostinatamente, per fare la differenza, qualche volta è servito allo scopo.

A scuola non si lavora soli e ho avuto quasi sempre, in questi anni, il privilegio di avere accanto a me colleghi accomunati da un comune sentire, da una diversità palese che ci ha portato sempre, alla fine di ogni anno, a fare i conti tra quello che era andato storto e quello che era andato bene e scoprire che, magari per poco, erano ancora in attivo.

Questo è stato ed è un anno particolare e la classe che ho salutato è stata una classe particolare, con una storia tormentata e complicata, una classe che mi ha portato a riflettere sul senso del mio lavoro e su quanto, negli anni, il luogo in cui lo svolgo da tanto tempo, troppo, sia cambiato, a mio parere, non esattamente in meglio. Dopo tanti episodi che mi hanno procurato profonda amarezza, non certo per colpa dei ragazzi, le parole di questa madre mi rincuorano e mi confortano a non cambiare il mio modo di essere e di rapportarmi ai ragazzi, dovunque lavorerò in futuro.

Perché la scuola che mi porto dentro e che, per fortuna, ci portiamo dentro in molti, è una scuola che trasmette valori e insegna a conoscere e a conoscersi, è una scuola che insegna ad apprezzare la bellezza e a conoscere il male per poterlo combattere, è una scuola empatica che si apre al mondo.

Ringrazio quindi di cuore chi ha scritto quelle parole bellissime, che mi resteranno dentro a lungo e mi serviranno per ricordare perchè faccio questo lavoro.

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