Presidi o Dirigenti, come cambia la scuola

Due episodi accaduti uno a Como e l’altro a Crema, mi permettono di tracciare una linea di demarcazione tra due mondi diversi: quello dei presidi e quello dei dirigenti scolastici,   linea che divide due modi differenti di pensare la scuola.

 

 

 

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Dedicato a chi dice che la scuola funziona

La lettura errata del sondaggio Ocse riguardo le capacità di comprensione dei ragazzi italiani, ha scatenato da parte di dirigenti e colleghi una difesa d’ufficio della Scuola ancora più grottesca dell’attacco che era seguito alla pubblicazione del sondaggio. Commento brevemente la cosa nel mio podcast.

 

 

 

 

 

 

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Cattivi maestri

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Adesso ci si mette anche un docente universitario, per altro di filosofia politica, che inneggia ad Hitler, sdoganandolo come difensore dei valori europei.

Il rettore, dapprima fa appello alla libertà di opinione, poi forse qualcuno gli ricorda che l’apologia del fascismo è reato e promette sanzioni immediate.

È un episodio inquietante, quanto quello dell’insegnante che ha minacciato i suoi studenti di ritorsioni casomai avessero aderito alla manifestazione delle sardine e che, a sua volta, si definiva orgoglioso di essere razzista. Inquietante perché queste persone hanno a che fare con i nostri giovani, li formano, dovrebbero educarli a diventare classe dirigente, dovrebbero tramandare i valori fondanti della nostra democrazia. Sembrano, invece, fare tutt’altro.

I social e l’esposizione pubblica che ne deriva, pongono un nuovo problema che non è ancora stato affrontato dal legislatore: fino a dove può esporsi pubblicamente chi svolge un lavoro pubblico e chi ha un compito educativo? Quanto siamo liberi di esprimere il nostro pensiero?

È un problema molto più complesso di quanto si creda perchè mette in discussione proprio alcuni di quei valori fondamentali di cui si parlava sopra: la libertà d’espressione e d’opinione, in primis.

Ma vediamo cosa dice la legge Scelba, che attua il titolo XII della Costituzione riguardante l’apologia di fascismo

«quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.»

Dunque la Costituzione proibisce sia la ricostituzione del partito fascista sia chi esalti, allo scopo di ricostituire il partito fascista, le sue finalità antidemocratiche o i suoi esponenti.

A rigor di logica, dunque, il professore di Siena non è perseguibile secondo questa norma, perché si è limitato a esprimere il proprio pensiero, senza altri fini noti. Qui entra in gioco il vuoto legislativo di cui parlavo: non esiste una regola chiara riguardo chi esercita la professione di insegnante e, di volta in volta, la decisione è demandata ai giudici.

Così accade che la maestra di Torino, che durante una manifestazione no Tav ha inveito contro i giudici, sia stata licenziata perché la professione prevede un comportamento decoroso, che secondo i giudici ha infranto, mentre ancora nulla sappiamo del professore di Fiorenzuola e dei provvedimenti che verranno presi nei riguardi del docente di Siena.

Io sono per la libera espressione del pensiero, anche quando  è di segno contrario al mio, a patto che non infici e non informi il proprio lavoro, che è soggetto sì, alla libertà d’insegnamento, ma anche a una responsabilità morale ed etica enorme che non può essere regolata d nessuna legge.

Tradotto: se insegno ai discenti che Hitler era una brava persona, commetto un abuso, se lo dico in privato o sui social no, ma me ne assumo la responsabilità.

Va assolutamente sanzionato il revisionismo storico, la diffusione di informazioni false e tendenziose, qualsiasi tentativo di indottrinamento, ma non può essere sanzionata, a mio avviso, la libera espressione del pensiero, anche quando risulta sgradevole e al limite dell’osceno, come in questo caso.

Casomai, bisognerebbe indagare sul perché persone di cultura, a contatto con i giovani e che i giovani dovrebbero avere a cuore, coltivino opinioni così deleterie e siano arrivati a una tale mancanza di discrezione e pudore da palesarle senza vergogna.

Qui sì che entra in gioco il vecchio e caro fascismo, con cui la partita non si è mai chiusa perché si è preferito optare per una ipocrita convivenza.

Personalmente, sono allergico sia alle liste di buoni e cattivi sia alle schedature, non mi sento sinceramente di esprimere solidarietà né al docente di Fiorenzuola né a quello di Siena perché abbiamo una visione deontologica differente, ma neanche di crocifiggerli sulla pubblica piazza. È facile riempirsi la bocca di belle parole e poi dimenticarsele quando ci si trova davanti al capro espiatorio di turno, specie un capro espiatorio  fascista. C’è una sostanziale differenza: quelle del professore di Fiorenzuola erano minacce, che configuravano un abuso di potere, questo sì che è un reato, mentre quelle del docente di Siena sono parole, orribili, ma parole.

Non  mi piace neanche invocare nuove leggi, penso che quelle che ci sono siano più che sufficienti, mentre sarebbe invece opportuna una legislatura scolastica, con giudici specializzati a trattare un mondo non sempre chiaramente afferrabile dall’esterno. Non si capisce perché un  calciatore debba essere giudicato da un tribunale specifico e un docente no.

È comunque un altro segno dello spirito del tempo, di uno Zeitgeist che sembra guardare indietro, nonostante le piazze gioiose inneggianti a una politica educata e all’antifascismo.

Ricordo, per la cronaca, che quando Mussolini prese il potere, il partito Socialista era ampiamente maggioritario in Italia e riempiva piazze anche più numerose. Poi, per vent’anni, le piazze le riempì, a forza, lui. Verrebbe da dire ma questa è un’altra storia, ma non ne sono così sicuro. Anche allora non si seppe percepire in tempo dove sarebbe girato il vento.

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Le prove Invalsi: non è tutt’oro quel che riluce

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Cito testualmente dall’articolo apparso su Repubblica oggi, firmato da Maria Pia Velediano

“Sia pure nell’anonimato degli studenti, la rilevazione permette di leggere i progressi (o i mancati progressi) nella acquisizione delle competenze linguistiche e matematiche dalla scuola primaria all’ultimo anno delle superiori e permette quindi di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza, quali aree geografiche soffrono di criticità, dove devono andare le maggiori risorse. Dice, ad esempio, attraverso il dato della variabilità degli esiti fra classi della stessa scuola e fra scuole della stessa città, se si sta sbagliando, se si creano in partenza classi elette e classi ghetto e gli uffici scolastici territoriali possono saperlo e intervenire con i dirigenti. È un dato che ci serve, fondamentale per l’equità.”

Il virgolettato in questione contiene, a mio modesto avviso, ma io sono solo un docente di scuola media, anzi, secondaria di primo grado, alcune marchiane inesattezze che mi permetto di sottoporre all’attenzione e alla pazienza di chi legge. Premetto che l’unica cosa in positivo che penso delle prove Invalsi  è che non costituiscono più una prova d’esame.

Intanto parliamo dell’anonimato degli studenti che vengono classificati numericamente e quindi sono assolutamente riconoscibili da chi ha ideato il cervellotico sistema di classificazione che prevede di incollare materialmente delle striscione numerate dopo averle ritagliate su delle schede. davvero, non sto scherzando. Ma che l’anonimato non sia garantito,  lo chiarisce la stessa redattrice nell’articolo: se dai risultati possiamo osservare la variabilità degli esiti tra classi dello stesso Istituto, mi dite dove sta l’anonimato?

Quanto alla variabilità degli esiti tra classi della stessa città, è dovuta al fatto che esistono scuole più ricche e scuole più povere, scuole che operano in quartieri con famiglie strutturate e benestanti e scuole che operano in quartieri con famiglie destrutturate e disastrate, scuole con molti alunni stranieri e scuole senza.  Dati, di cui l’Invalsi non tiene alcun conto. Il dato sarebbe, come dice la redattrice correttamente, fondamentale per l’equità, peccato che dopo anni di Invalsi sull’equità tra scuole in Italia non si sia fatto un accidente di niente. Ricordo che equità significa anche garanzia del rispetto del diritto allo studio.

Il passo più irritante poi è quello in cui si dice che le prove Invalsi permettono di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza. Su che basi? Secondo la redattrice preadolescenti obbligati ad andare a scuola e a studiare cose di cui non gli importa un accidente possono fornire prestazioni uguali ad adolescenti che hanno scelto la scuola da frequentare e studiano secondo le loro competenze materie che gradiscono? Il giovane della scuola media di Scampia o dello Zen di Palermo può fornire le stesse prestazioni del liceale di Napoli o di Palermo e, in caso contrario, significa che la scuola med… scusate, secondaria di primo grado non funziona? Avrebbe ragione Salvini a definirla un parcheggio? Si può essere seri almeno una volta parlando di scuola?

C’è poi un’affermazione esilarante: i test Invalsi stabilirebbero in quali zone debbano andare le maggiori risorse. Le risorse, chiunque fa scuola lo sa, sono, per misteriose alchimie, abbondanti dove non ce n’è bisogno e scarse dove servirebbero e parlare di redistribuzione delle stesse dopo anni in cui la scuola è stata oggetto di tagli costanti, con fondi d’Istituto ormai ridotti al lumicino, provoca, appunto, grasse risate. Si ride per non piangere, ovviamente.

Quanto alla volontarietà dei test Invalsi, citata a inizio articolo, permane alle superiori mentre nella secondaria di primo grado il superamento del test è conditio sine qua non per l’accesso all’esame.

Scrivere in modo approssimativo sulla scuola, in un momento in cui la scuola è in grave crisi, i suoi lavoratori hanno il contratto scaduto da mesi e si lavora costantemente in emergenza, non è elegante e da un giornale come Repubblica ci si aspetterebbe qualcosa di più della difesa d’ufficio della Buona scuola e delle prove Invalsi, cordialmente detestate da molti docenti italiani. Anche perché di Scuola, di una scuola attiva ed efficiente che formi cittadini responsabili questo paese ha disperatamente bisogno.

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Insegnante? No, un cretino.

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Mi chiedo se Salvini abbia qualcosa da dire, lui che fece sospendere una collega per una ricerca dei suoi alunni, sulle dichiarazioni di quell’insegnante leghista che ha pubblicamente minacciato i suoi alunni di ritorsioni, offendendoli, se avessero partecipato alla manifestazione delle sardine. Mi chiedo se chiederà una dovuta e prolungata sospensione dall’insegnamento. Non credo.

Perché questo sì che è fare politica a scuola, e della peggior specie, venendo meno, tra le altre cose, a uno dei principi fondanti dell’istruzione: quello di sviluppare lo spirito critico.

Direi lo stesso, e chi mi conosce lo sa, se un insegnante di sinistra avesse minacciato i suoi alunni di ritorsioni nel caso avessero partecipato a una manifestazione della Lega. Giusto per chiarire come la penso.

A me le sardine non convincono, specie dopo aver sentito parlare il loro leader, ma più giovani riempiono le piazze, più si interessano di politica, una politica che guardi al bene di tutti, meglio è per questo paese. Se sbagliano, se come temo tutto si risolverà nell’ennesima bolla di sapone, impareranno dai loro errori e torneranno in piazza con maggiore consapevolezza.

Io faccio fatica a ritenere un collega l’insegnante in questione, faccio fatica a credere che si possa usare il voto come mezzo di pressione per affossare un’idea. È un atteggiamento fascista, razzista, che viola il diritto di opinione. Un atteggiamento leghista, insomma. Quell’insegnante insulta tutti gli insegnanti italiani che svolgono il proprio lavoro con coscienza.

Parlare di politica a scuola significa fare il contrario di quanto ha fatto lui: insegnare a ogni ragazzo che deve maturare un pensiero autonomo, quale che sia, e non avere nessun timore di manifestarlo secondo le norme della buona educazione e del rispetto. Io ho un ex alunno di destra, un altro Cinque stelle, posizioni distanti dalle mie, ma, quando capita, dialoghiamo con educazione e ci scambiamo opinioni, spesso trovandoci anche d’accordo su alcune cose e inevitabilmente in disaccordo su altre. Mai mi permetterei di insultarli o ritenerli idioti perché la pensano diversamente da me, anzi, il loro impegno mi fa piacere, credere in qualcosa è comunque una buona cosa.

Persone così fanno il male della scuola, la squalificano e, soprattutto, fanno il male dei ragazzi. Mi auguro che, chi di dovere provveda istruire questo individuo su cosa significa essere insegnanti. In attesa dei soliti leccaculo che sui soliti giornali giustificheranno questo atteggiamento o del solito Fusaro che col suo linguaggio da Azzeccagarbugli de noartri ci spiegherà che l’insegnante è un vero ribelle contro la plutocrazia di sta minchia.

Perché ormai siamo abituati, in questo triste paese, a sentir giustificare l’ingiustificabile.

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La scuola che non c’è più e la barbarie prossima ventura

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Se questo governo non fosse per metà miope, per metà sconcertante nella sua carenza di capacità di fare politica, ( ditemi voi se un ministro può dire di un’azienda che ha vinto un regolare bando pubblico che “non li convince”), se questo governo, dicevo, non fosse una eterogenea accozzaglia raccogliticcia di mediocri, quando va bene, interpreti della politica, data la situazione sociale, vista la rabbia che serpeggia tra le fasce più basse della popolazione, avrebbe provveduto a quel rilancio della Scuola che appare ormai ineludibile.

È evidente che quelli che passano il loro tempo a insultare via internet presidenti della repubblica e reduci dell’Olocausto salvo poi chiedere scusa quando colti con le mani nel sacco, esclusi i sessantenni per cui servirebbe il geriatra, non hanno evidentemente frequentato con profitto le scuole e imparato ad esercitare quella funzione essenziale per vivere attivamente in società che si chiama spirito critico. Probabilmente considerano i libri strumenti del demonio e si abbeverano alle verità confezionate ad arte per loro da chi usa la rete come strumento di manipolazione di massa.

Banalizzo, certo, sociologi e psicologi troveranno altre motivazioni mentre, i geni dell’ultima ora, ritengono che le masse operaie abbiano trovato il loro punto di riferimento nell’estrema destra perché dice loro quello che vogliono sentire. Io vengo da una famiglia operaia e,onestamente, credo che le masse operaie sappiano sgamare un bugiardo disonesto tanto che non mi risulta di aver visto cortei operai inneggiare a quello che si manda i proiettili da solo per fare notizia. L’odierna ondata di violenza che si concretizza a vari livelli ha l’odore forte e chiaro dell’ignoranza.

Il declino della scuola coincide, guarda un po’, con il progressivo imbarbarimento della nostra società, con la caduta di valori che, fino a poco tempo fa, credevamo inattaccabili. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Unamuno, da noi genera mostricciattoli, almeno per ora, e il sonno della ragione si accompagna sempre all’ignoranza. Il disprezzo della cultura e dei professori è un distintivo della destra italiana che non è mai riuscita a diventare, come altrove, democratica, liberale,  europea, antifascista.

La svalutazione dell’istruzione, e della competenza, comincia con l’era Berlusconi, una grossa mano l’hanno data Monti e personaggi come Burioni, non proprio simpatici, incapaci di capire che la comunicazione, oggi, va gestita in modo intelligente e puoi essere un genio ma, se non sai come portare avanti le tue tesi in modo da arrivare a più gente possibile, specie a quella fascia di popolazione che non ha gli strumenti per capire, resterai un genio odiato.

Per quanto riguarda la Scuola, si è solo provveduto a tagli indiscriminati riuscendo a creare una situazione costante di emergenza oltre che per la didattica anche per la sicurezza a interna degli istituti. La Buona scuola di Renzi, con il suo arruolamento cervellotico e la finta meritocrazia, ha creato una gerarchia interna di cui non si sentiva davvero il bisogno e speso tanti soldi, più di altri, malissimo.

Questo governo, che per la scuola non ha stanziato una lira, si mantiene sulla falsariga di chi l’ha preceduto: promesse, parole al vento, niente fatti, parecchie stupidaggini.

È proprio in momenti come questo, invece, che si dovrebbe intervenire con coraggio per fare sì che la scuola torni a formare persone consapevoli, informate, competenti, che possa aprirsi al mondo per cercare di decifrarne la chiave d’interpretazione utile a preparare i ragazzi ad affrontarlo, senza il rischio di diventare adepti del Masaniello di turno, di destra o di sinistra che sia.

Invece siamo al vanto dell’ignoranza, al disprezzo di quelli libri polverosi che sono, o sono stati, la bussola per i giovani di questo paese, al disprezzo quotidiano del sapere.

D’altronde, chi ha la verità in tasca, specie se facile ed elementare, chi semplifica grottescamente concetti che meriterebbero tutt’altra attenzione, ha il successo assicurato.

E’ èproprio oggi che la Scuola dovrebbe tornare a quella sua importante funzione politica a cui sembra aver abiurato.

Buona parte del merito della situazione attuale, va ascritto ai mezzi d’informazione e alla televisione. Abbiamo il giornalismo peggiore d’Europa, asservito, privo di nomi di spicco, con qualche eccezione, incapace di approfondire e teso solo a manipolare. Abbiamo una televisione di rara disonestà intellettuale, volgare, improponibile, spesso oltre il limite dell’osceno. Questo spiega gli hater ottuagenari ma non i giovani.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento che, un tempo, erano forniti, appunto, dalla Scuola. L’insegnante era una figura rispettata anche nelle scuole più disagiate perché dava l’esempio svolgendo il proprio lavoro nonostante tutto. Era un modello, qualcuno di cui ci si poteva fidare. Oggi continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutto, ma a che fare con famiglie che, molto spesso, avrebbero bisogno di essere istruite più dei figli. E rischia anche di essere menato se si permette di  segnalare un problema a chi di dovere o a dare un brutto voto al genio di famiglia.

Eppure, questo paese nel dopoguerra è riuscito a produrre un’alfabetizzazione di massa, a creare una classe dirigente dignitosa, a crescere e progredire con fatica ma con buona rgadualità. Abbiamo avuto intellettuali di fama mondiale, come Eco e Sanguineti, e adesso ci siamo ridotti a Fusaro, che rimastica Marcuse senza averlo capito e crede di fare filosofia quando fa solo cabaret.

Questo paese ha una speranza se riparte da una scuola che deve tornare a insegnare, possibilmente sui libri polverosi, senza derive tecnologiche che non portano a niente se diventano un fine e non un mezzo, una scuola che deve essere ristrutturata dal punto di vista logistico e rivista dal punto di vista della didattica. Una scuola che diventi un laboratorio critico della società, che formi cittadini attivi e consapevoli, che al sapere nozionistico, necessario, accidenti se oggi è necessario!, accompagni la consapevolezza del mondo che ci circonda, che sottoponga alla lente dello spirito critico le verità che ci vengono amanite quotidianamente.

Diventa per me ormai essenziale che nelle scuole entri lo studio del linguaggio dei media, la decodificazione di una parte dei messaggi con cui ci bombardano quotidianamente e delle tecniche di manipolazione, altrettanto essenziale diventa insegnare a usare la rete, evitare che i ragazzi trovino solo ciò che conferma le proprie tesi e rifiutino il resto, istruirli su come distinguere le informazioni utili da quelle false..

Sono solo due proposte ma sono sicuro che da un confronto aperto con chi la scuola la vive e la fa quotidianamente ne uscirebbero molte altre, se solo qualcuno fosse disposto ad ascoltare.

Oigni volta che ho avuto il privilegio di confrontarmi con colleghi provenienti da altre scuole e da altre regioni, sono sempre venute fuori idee, spunti, riflessioni che ho poi usato per il mio lavoro quotidiano.

Se i politiuci ascoltassero direttamente chi la scuola al vive e la fa ogni giorno, prima di emanare leggi inutili e confuse, se avessero la bontà di consultare chi è competente, forse avrebbero qualcosa da imparare anche loro.

Molti episodi ripetuti formano un clima e il clima che si respiura in Italia non è dei più salutari. La Scuola è un microcosmo a imamgine e somiglianza del macrocosmo che la circonda, la speranza è che possa essere utile a correeggerne i difetti e non ad acquisirli. Ma è una risposta che deve dare la politica.

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Scuola? No, grazie.

La dichiarazione del ministro del’Istruzione è quasi tenera nella sua ingenuità: dice, il ministro, che non ci sono soldi per la scuola nella finanziaria e che nessuno l’ha consultato.

Viene da chiedersi perchè gli viene pagato un lauto stipendio ogni mese, dal momento che non è neanche in grado di far sentire la propria voce quando si stila il documento più importante del governo.

Soldi alla scuola, lo premetto onde evitare ridicole polemiche, non significa solo soldi agli insegnanti, su quelli, ormai, non ci speriamo più. Significa soprattutto una marcia indietro sulle politiche degli ultimi vent’anni che hanno visto il settore istruzione sottoposto a operazioni di macelleria come nessun altro, ( e qui mi perdonino gli operai Arcelor Mittal a cui va tutta la mia solidarietà), soprattutto per quanto riguarda il taglio degli organici di personale ATA, segreteria e docenti.

E’ cominciata con la frontalizzazione, diciotto ore da lavorare in cattedra per tutti, compresi i docenti di Lettere che un anno sì e uno no, facevano quindici ore, restando a disposizione e tappando quei buchi che oggi si tappano smistando le classi con enormi problemi di sicurezza e gestione del lavoro. Poi sono arrivati i tagli della riforma Gelmini: un insegnante ogni dieci e e un’unità ogni sette di personale ATA. Quindi, gli aumenti dei carichi di lavoro delle segreterie, l’aggravio di responsabilità dei dirigenti scolastici, ecc.

Dopo la Gelmini, da cui non si è mai tornati indietro, la 107, con la distruzione della collegialità nelle scuole, un merito ridicolo che ha causato divisioni e malumori, un arruolamento che sembrava ideato da un pool in trip di allucinogeni. Tanti soldi spesi, male.

Tutto questo si traduce in un sistema perennemente sul punto di collassare, che va avanti grazie all’impegno e allo spirito di servizio di chi la scuola la fa ogni giorno, docenti, ATA e personale di segreteria, con gravi lacune in settori chiave come quello della sicurezza.

Il quaranta per cento degli edifici scolastici in Italia non è a norma, molti non sono nati come scuole e da decenni vi si lavora in condizioni di sicurezza critiche. Classi sovraffollate a causa di continue deroghe da parte dei dirigenti, personale ATA sempre sotto organico con piani scoperti ogni mattina nelle scuole di ogni ordine e grado.

Ma di aumento degli organici a Roma neanche si parla.

Io non so quali responsabilità dei singoli ci siano nella tragedia del bambino morto a scuola a Milano, né se ci sono responsabilità dei singoli, c’è un’indagine della magistratura e sarà il giudice ad accertare i fatti, ma ci sono sicuramente dei responsabili politici che non verranno neanche sfiorati dall’inchiesta giudiziaria.

A ogni tornata di rinnovo contrattuale, i sindacati firmatari di contratto chiedono l’apertura di tavoli tecnici per mettere sul piatto questi problemi che chiedono una soluzione politica, perché sugli organici il sindacato non ha possibilità alcuna di intervento, essendo materia di competenza delle amministrazioni. Sindacati che restano quasi sistematicamente inascoltati.

Andrebbero anche chiariti i nuovi ambiti di responsabilità giuridica e penale di dirigenti scolastici ed enti locali, responsabili della manutenzione degli edifici scolastici, che il nuovo testo unico sulla sicurezza non definisce in modo preciso.

La questione salariale è ovviamente sempre presente: anche qui promesse di tutti i ministri che si sono avvicendati negli ultimi vent’anni, con risultati offensivi per la categoria.

Il fatto che al scuola rappresenti il futuro e la speranza di questo paese non sembra sfiorare né i nuovi né i vecchi politici, incapaci di andare oltre la chiacchiera elettorale.

In un momento in cui l’ignoranza sta diventando una patente di vicinanza al popolo e i valori che la scuola deve proporre e portare avanti appaiono sempre più sbiaditi e lontani dal sentire comune, le prospettive di un cambiamento strutturale appaiono sempre più labili.

A farne le spese, i ragazzi, naturalmente, e chi nella scuola si spende ogni giorno chiedendosi ogni giorno perché.

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La scuola che non conta nulla

Il peso politico della scuola, alla luce della finanziaria che verrà varata tra breve da quello che potremmo definire un governo ombra fatto di ombre, è pari a zero.

Ancora una volta, chi guida questo paese, evita accuratamente di programmare il futuro, limitandosi alle solite promesse sulla fine del precariato, che fa buona compagnia alla fine della povertà e dei debiti.

L’ultimo intervento strutturale sulla scuola è stata la Buona scuola di Renzi, un progetto coraggioso in teoria, che non si è tradotto in buone pratiche ma nell’esatto contrario, anche perché scritto malissimo. L’errore di quella legge è stato quello di essere stata imposta dall’alto, senza consultare chi la scuola la fa e la vive ogni giorno, chi ne conosce i problemi e i meriti. Senza contare l’introduzione del finto merito, mai regolamentato, fonte di divisioni e contrasti all’interno dei collegi docenti. Senza contare norme di arruolamento del tutto prive di qualunque raziocinio e, per fortuna rientrate, o altre norme, come quella della chiamata diretta, mirate ad attribuire un potere d’arbitrio enorme ai dirigenti, per fortuna eliminate.

Ma, almeno, ci ha provato, ha smosso le acque.

Oggi invece, la scuola sembra non interessare nessuno dei due partiti principali di governo, bene attenti a non erodere i propri margini di consenso consapevoli che la Scuola ha in parte segnato il destino di Renzi, che è materia da trattare con i guanti, visto il numero ingente di voti che può portare o togliere.

Quindi la scelta è di cambiare poco o nulla, con provvedimenti che assicurino il massimo consenso possibile e il minimo attrito.

Ma la politica non può ridursi a esercizio del potere e ricerca del consenso perseguita seguendo la pancia degli elettori, questo è il metodo della destra, non di un governo quantomeno liberale, se non vogliamo definirlo ( non voglio) di sinistra. La politica deve fornire valori, indicare strade, proporre modelli diversi da quelli del senso comune. Non può ridursi ad affermazioni che si possono ascoltare in qualunque bar.

Il giorno in cui ci si renderà conto che la Scuola è una istituzione strategica nel nostro paese, quella che prepara il futuro, che forma la classe dirigente e i quadri che verranno, che deve contribuire alla crescita di cittadini consapevoli, sarà sempre troppo tardi.

Fino adesso, come spesso accade, il ministro nominato non sembra avere ben chiaro la natura del proprio lavoro e alcune notevoli idiozie, come sostituire l’educazione civica con l’educazione ambientale, preoccupano non poco riguardo la sua conoscenza del settore che è deputato a dirigere.

Come qualunque insegnante di Lettere fa, quasi quotidianamente, educazione civica, che glielo dica il ministero o no, così qualunque insegnante di Scienze fa educazione ambientale, che glielo dica o no il ministero. Non è di nuove materie e di cervellotici calcoli per inserirle nell’orario e capire come valutarle quello di cui la Scuola ha bisogno, ma di soldi, e Renzi ne ha messi tanti, male ma li ha messi, e di una visione, un progetto, un rinnovamento generale che guardi non alle tanto decantate nuove tecnologie, che rischiano di diventare un fine piuttosto che uno strumento da dosare con parsimonia, ma alla didattica, ad esperienze consolidate da decenni in altre realtà che, chissà come mai, in questo paese sono sistematicamente osteggiate.

La scuola oggi ci pone nuove sfide: quella di famiglie allargate o disgregate o diverse dal consueto, di un nuovo modo di rapportarsi con ragazzi perennemente connessi e, paradossalmente, più soli, problematici, spesso stressati dalle aspettative di genitori che proiettano su di loro sogni superiori alle loro forze. La Scuola deve confrontarsi col problema delle droghe, di una società violenta e amorale, del razzismo dilagante. La Scuola deve essere il primo agente di integrazione e di condivisione tra ragazzi italiani e ragazzi stranieri. La Scuola, soprattutto, è un presidio di democrazia fondamentale e deve operare nella massima libertà all’interno dei limiti imposti dalla professionalità di ognuno. La sospensione della collega di Palermo è stato un atto di inaudita gravità passato troppo presto nel dimenticatoio.

Non c’è traccia di tutto questo nella prossima finanziaria o nelle dichiarazioni del ministro. Come accade quasi sempre.

O la scuola torna ad essere ascensore sociale, e su questo, su una meritocrazia di fatto che non sia una estensione del clientelismo ma qualcosa di assolutamente e inedito nel patrimonio nazionale, deve dibattere la politica, e i ragazzi devono tornare ad essere motivati a frequentarla, oppure tanto vale sostituirci con Wikipedia.

Lo dico a bassa voce, non vorrei regalare un’idea al ministro.

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