Il drogato è sempre colpevole

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A parte l’assenza di umanità e dignità che purtroppo sembrano costituire una caratteristica comune dei nuovi politici di  ogni colore, le dichiarazioni di un ex ministro della repubblica, capo del partito più razzista e xenofobo degli ultimi cinquant’anni e di un importante esponente della regione Lazio, che non nomino per non fare pubblicità ai miserabili, denunciano la permanenza di uno stereotipo ormai incardinato nella nostra cultura, che sembra impossibile da eliminare: quello della colpevolezza del tossicodipendente.

Sostanzialmente i due uomini politici, i due politici, no, meglio, i due, affermano che la morte di Cucchi sia stata causata non da una violenza ingiustificata e ingiustificabile, gratuita e insensata da parte di due esponenti delle forze dell’ordine, giustamente condannati, ma dalla sua tossicodipendenza. Il drogato è colpevole a priori.

Non mi interessa se il ragazzo assumesse droga o no, perché il discorso non cambia. Questo atteggiamento mostra una imperdonabile ignoranza di cosa significhi essere un drogato, di quali conseguenze comporti per la sua vita e per la vita di chi gli sta intorno, del fatto che non tutti i drogati delinquono, alcuni, semplicemente, vivono il proprio inferno personale in solitudine, se qualcuno non dà loro una mano. Una ignoranza assolutamente ingiustificabile in chi ricopre cariche politiche importanti o aspira a guidare il paese.

Il drogato non è sempre un pericolo per la società mentre è sempre, ma questo i due non lo capiranno mai, il sintomo di un malessere della società, di una fuga da una realtà spesso dura, insopportabile, inaccettabile. La storia di un tossicodipendente spesso, è  una storia di violenze e privazioni, di assenze e perdite, di un male di vivere straziante che merita rispetto.

Oltretutto, l’uso di droghe ha assunto tali e tante sfumature oggi, data la varietà di prodotti sul mercato, e le differenze di prezzo e qualità,  che già la definizione di drogato risulta priva di senso, come risulta del tutto privo di senso affermare che, in quanto tale, un tossicodipendente non possa essere un bravo ragazzo. Come se un sintomo definisse la persona, come se una mancanza la rendesse deviante.

Il risultato di questo eccesso di semplificazione, il fatto stesso che la Bossi Fini sia ancora in vigore lo testimonia, è che il problema non è più di rilevanza politica, anzi, per i media non esiste, se non sporadicamente. Così invece di parlare di argomenti che potrebbero rappresentare una soluzione, dato il fallimento del proibizionismo, come una liberalizzazione controllata o la necessità di educazione all’uso responsabile, si continua a fare finta di niente, salvo estemporanee uscite come quelle citate che servono a continuare perpetuare il mito del drogato  come nemico pubblico, a inserirlo nella categoria dei capri espiatori insieme ai migranti, ai rom, agli ebrei, ai gay, ecc.

Si amplificano, di contrasto, fenomeni importanti ma marginali, come il gioco d’azzardo e il bullismo, assolutamente risolvibili per vie legali, più spendibili mediaticamente, perché, altro luogo comune, tutti sanno che la droga tocca sempre i figli degli altri, non i nostri.  Con questo non voglio assolutamente dire che i due fenomeni sopracitati non vadano  combattuti o non siano gravi, la cronaca, purtroppo, a volte riporta tragedie legate ad essi,  solo che non hanno l’incidenza delle dipendenze da droga e alcool né la stessa stigmatizzazione sociale nell’immaginario collettivo.

Sono certo che le dichiarazioni dei due politici abbiano incontrato il favore di molte persone che la pensano come loro e a cui auguro, di cuore, primo di non finire mai galera, secondo, di non doversi mai pentire, magari sulla pelle dei propri figli, perché non sono sempre i figli degli altri a cadere vittima della droga. Io credo che dovrebbero solo vergognarsi della loro ottusa ignoranza, del loro razzismo, della loro carenza di umanità. Ma non lo faranno.

 

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Droga nelle scuole a Genova: scoprono l’acqua calda.

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No, non si può liquidare con le parole del collega di Genova che ha denunciato la presenza di droga nella sua scuola e parlando di un ragazzo che spacciava ha detto che si tratta di ragazzi deboli che hanno bisogno di essere aiutati .

Questa semplificazione non è più accettabile per definire i contorni di un problema ignorato da tutti, che continua a mietere vittime ed è molto più complesso di un discorso che poteva andare bene quarant’anni fa, ma non oggi.

La droga nelle scuole non gira da oggi ma da anni, anzi, penso che non abbia mai smesso di girare, semplicemente, dopo anni di allarmismi e false informazioni, di dotti dibattiti mentre nelle comunità si tirava fuori la gente dal pozzo in cui era caduta e, spesso, si perdeva la battaglia,  di svolte repressive, oggi non se ne parla più, il problema non esiste per i media, il problema non esiste nelle scuole se non per i ragazzi e le famiglie coinvolti direttamente.

Liquidarlo come problema di ragazzi disadattati non è solo sbagliato, è comodo e intellettualmente disonesto. La droga è trasversale, purtroppo, colpisce ragazzi disagiati e ragazzi ricchi, ragazzi con famiglie solide e con famiglie disastrate, cambia solo la sostanza assunta: cannabis e crack per i più poveri, cocaina per i ricchi. A ognuno il suo veleno secondo il suo target.

La droga costa poco, non è mai stata così accessibile né così potente, non c’è quartiere della città dove non ci sia un punto di spaccio e non c’è scuola dove non ci sia un pusher. Comprese le scuole più rinomate, spesso quelle dove più di altre si fa finta di non vedere e si chiede, gentilmente, alle famiglie di allontanare i ragazzi e fargli frequentare un altro istituto.  Semmai, l’allarme è dato dall’abbassamento dell’età in cui si fanno le prime esperienze, dovuto alla facilità  di procurarsela e al fatto che ir aguzzi, oggi più di ieri, hanno soldi in tasca.

C’è un altro problema che viene sottovalutato: una parte dei genitori, oggi, specie le famiglie più giovani, ha saltuariamente usato stupefacenti in passato e tende a minimizzare il problema, fino a quando  non esplode in tutta la sua gravità.

La droga fa parte della cultura di questo paese, dove si contende il primato con l’alcolismo, quella delle scorciatoie, del godersi la vita, del comprare emozioni se non se li possono ottenere direttamente.  Rientra perfettamente in quella logica commerciale in cui siamo immersi, dove tutto si può comprare. vendere, anche i sogni.

Le politiche proibizioniste non hanno avuto alcun risultato se non quello di rovinare la vita a tanti ragazzi e ragazze,  di colpevolizzare il sintomo di un malessere profondo della nostra società, che oggi si mostra nei suoi aspetti più virulenti.

Affrontare il discorso sulle droghe oggi dovrebbe comprendere il discorso sulla liberalizzazione e sulla necessità di offrire alternative e spazi sociali ai giovani, mentre a Genova si chiudono regolarmente centri di aggregazione che hanno l’unica colpa di essere politicamente connotati da una bandiera diversa da quella dell’amministrazione.

Purtroppo, anche nelle scuole, non si affronta più il  problema con l’attenzione che meriterebbe e, troppo spesso, si fa finta di non vedere anche per evitare conflittualità indesiderate con famiglie non sempre disposte a capire che il problema esiste.

Un buon punto di partenza, soprattutto per  i ragazzi più giovani, sarebbe quello di istituzionalizzare e rendere obbligatorio nelle scuole Unplugged, un programma di prevenzione delle dipendenze, che senza terrorismo psicologico, senza  allarmismo, porta i ragazzi a riflettere su sé stessi, ad aprirsi sui problemi che hanno, a scoprirsi simili e sofferenti degli stessi mali. Solo più avanti si parla di sostanze e alcool,  dei motivi che portano alla dipendenza e di come affrontare i pericoli ad essi legati.

Per i ragazzi più grandi, quelli che nella dipendenza ci sono già, bisognerebbe cominciare a parlare di quel grande tabù che è il consumo responsabile. Insegnare come non arrecare troppo danno osé stessi e agli altri.

Pura fantascienza in un paese dove sul problema si ragiona con logiche del secolo scorso,  dove si torna a emarginare con forza chi è diverso e a considerare i drogati come feccia, invece che come esseri umani che lanciano un grido d’aiuto.

 

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Il virus dell’identità

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Il film si intitola Salvador, di Oliver Stone, con un grande James Woods che tenta di salvare la sua donna, portandola fuori dal Salvador, dopo l’omicidio di Romero. Alla frontiera americana controllano il passaporto della ragazza e la rispediscono indietro, verso la miseria e la morte, mentre quando controllano il passaporto di lui, pronunciano la formula magica: wasp, White, anglosaxon, protestant, la classe dominante negli USA.

È una scena che resta impressa, di quelle che ti porti dietro, come Jena Plisky che in  1994Fuga da New York di Carpenter, spegne l’interruttore e manda il mondo verso il medio evo o il monologo di Rutger Hauer in Blade runner.

Ripensandole a posteriori sono tutte scene che hanno centro la diversità, contrapposta all’identità. Plisky (Kurt Russel) è un outlaws che crede nella giustizia, Woods un giornalista cocainomane che odia l’American Way of  Life, Hauer un androide colpevole di voler amare. Sono tutti etichettati, siglati, catalogati come diversi, anomalie del sistema da neutralizzare.

Un domani, forse, sui nostri documenti sarà aggiunta la sigla DMC, o UPC, donna, madre, cristiana o uomo, padre, cristiano, per chiarire chi comanda, per definire una identità nazionale che non è mai esistita né mai esisterà, se non nella fantasia malata di chi si sente al sicuro solo dietro a un muro, fittizio o reale che sia.

A proposito, trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, tutti abbiamo sperato in un mondo nuovo e invece ci ritroviamo in un mondo sempre più vecchio, dove la storia si ripete in peggio.

Lo ripeto per l’ennesima volta: non stiamo assistendo a un ritorno del fascismo e chi lo pensa sbaglia, credendo di poter combattere con schemi vecchi un pericolo nuovo, per certi versi peggiore del fascismo.

L’energumeno che ha fronteggiato Vauro in quell’ignobile programma tv non è un nazista, nonostante le svastiche e le facce del duce tatuate sul corpo. È un disadattato, un figlio delle periferie degradate delle nostre città, abbandonate alla solitudine e alla violenza, un outlaws senza altri valori che non quelli della propria sopravvivenza a scapito di quella degli altri. Perché non tutti i fuorilegge sono eroi, molti sono uomini di merda.

Male ha fatto Vauro a invitarlo a cena, in una lettera pubblica scritta dopo la trasmissione, perché non hanno niente da dirsi. Lui è un uomo del secolo scorso, legato a idee cadute col muro che non torneranno, almeno speriamo, ci mancherebbe solo un rigurgito di stalinismo. Brasile, l’energumeno, non ha nella parola e nella riflessione i suoi punti di forza, è un concentrato di rabbia e frustrazione, privo di sovrastrutture ideologiche, un soldato perfetto da mandare all’attacco o al macello contro gli ultimi, migranti, gay, o comunisti che siano. Non esiste una base epistemologica comune con questa gente, non esistono presupposti per una conversazione costruttiva, non è vero che con il buon senso e la calma si risolve tutto.

Io, piccolo intellettuale di sinistra, posso dialogare con una persona di destra, destra democratica, intendo, una persona che ha dietro idee, letture, un’etica che, per quanto diversa dalla mia, può presentare anche punti in comune,  ci si può scontrare anche animatamente senza mai superare il limite, forse io posso dargli ragione su certe cose e lui può darla a me su altre, salutandoci poi educatamente e restando ognuno con le proprie idee.

Ma non è possibile alcun dialogo con chi non ha nulla dietro, e l’estrema destra, oggi, in Italia, non è ideologica, non ha dietro libri, non è strutturata ma è fondata sul nulla, alimentata dalla rabbia sociale diretta verso quelli che vengono considerati come responsabili dello sfascio del paese, gli ultimi di cui sopra. Non è mai stata così massificata, destrutturata, anestetizzata moralmente.

L’estrema destra italiana non è anti borghese, anzi, estremizza in modo grottesco il peggio delle tesi borghesi. Guardate i suoi capi, la Meloni e Salvini: due pollici falliti, a capo di due formazioni che non riuscirebbero a costruire un discorso politico neanche sotto tortura, due mediocri caricature manovrate ad arte da chi ha interesse a gettare il paese nel caos, consapevole di poterlo fare, oggi, in un tessuto sociale che si è dissolto dopo anni di crisi economica, di promesse mancata e di tradimenti da parte di chi pretendeva di avere la verità in tasca.

Sono leader improponibili per chiunque usi la propria testa e ragioni un istante su quello che dicono, ma non per chi è cresciuto nella logica hobbesiana dell’ homo homini lupus, non per chi sa reagire solo scappando o attaccando, non per chi ha trovato il proprio senso disperdendo la propria individualità in un’identità deprecabile ma accogliente. Quelle due caricature impersonano lo spirito del tempo, parlano un linguaggio comprensibile a chi non è abituato a usare le parole per confrontarsi, ma solo per attaccare o fuggire, appunto.

È con questo che abbiamo a che fare oggi: prima lo capiamo, prima troveremo, ammesso che sia possibile, l’antidoto. Continuando a chiamarli fascisti, continuando a non capire che dietro quelle bandiere non c’è un’ideologia definita ma solo rabbia cieca, continuando a propinargli dosi di sana retorica, come accaduto recentemente con Liliana Segre, che di rabbia cieca e ideologia ne sa qualcosa, continueremo ad alimentare questa rabbia fino all’implosione.

Il male è l’identità, intesa non come patrimonio di valori e di storie attorno a cui si costruisce la storia di un popolo e ci si compatta nei momenti di crisi, ma come fucina di rabbia, vento che soffia sul fuoco dell’odio, palestra di infamia. Identità degradata a massa di monadi che si riuniscono non attorno a valori comuni, ma dietro il profeta del momento, non importa quanto impresentabile.

Il male è il rifiuto aprioristico di un mondo multietnico, solidale, cooperativo e senza muri, un mondo più umano e migliore. Un mondo di cui nessuno ha più il coraggio di parlare, per timore di favorire la destra, come se mantenere il potere servisse a qualcosa contro lo sfacelo etico di un paese che annaspa in mezzo alla tempesta.

Eppure, se vogliamo uscirne, a quel mondo migliore e possibile dobbiamo tornare ad aspirare, quello dobbiamo tornare a reclamare nelle piazze, sventolando le bandiere arcobaleno, le uniche che oggi abbiano un senso e sperando che non finisca come l’ultima volta che l’abbiamo fatto.

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Sono tra noi e bisogna dire basta

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Salvini che si paragona a Liliana Segre è blasfemo. Uno squallido razzista agitatore d’odio che si mette sullo stesso piano di una donna che rappresenta la memoria vivente dell’orrore.

Ancora più squallidi e miserabili sono i suoi elettori. Tanti, troppi perché la già non sempre stabile tenuta democratica del nostro paese possa sopportarli.

Sono tra noi, sugli autobus, per le strade, nelle file alla posta o alla Asl, sui luoghi di lavoro. Si portano dietro il loro bagaglio di falliti, frustrati e rancorosi, la loro invidia da inetti e, come novelli untori, disseminano i germi del loro odio, l’unico sentimento che sono capaci di esprimere.

Piantiamola di dire che la destra è l’unica a recepire le istanze dei lavoratori, a lavorare nelle periferie. Chi segue dei miserabili è miserabile, punto. Essere di destra è lecito e rispettabile, essere razzisti e seminare odio non è né l’una né l’altra cosa.

Liliana Segre non ha bisogno di retorica ma di rispetto e il miglior modo che abbiamo di manifestare questo rispetto è dire basta.

Io per primo troppe volte taccio di fronte a certe affermazioni che sento in giro, l’ho raccontato in un post qualche giorno fa. Tanta altra gente, come me,  tace, vuoi per paura, vuoi per apatia, vuoi per rassegnazione. Grazie anche al nostro silenzio ci rubano ogni giorno un po’ di libertà.

Non è più il momento di chiedersi come sia stato possibile o di pensare che si possano seppellire con una risata, è arrivato il momento di agire, di testimoniare ovunque il nostro pensiero divergente, di dire basta a ad alta voce e pubblicamente a ogni commento razzista, a ogni atteggiamento discriminatorio,  a ogni insulto nei confronti di chi ha la sola colpa di essere nato con un colore diverso.

È il momento di fare pressioni perché quelle leggi sui diritti civili che il Pd sembra avere accantonato vengano approvate, di chiedere a voce alta l’abolizione dei due decreti   discriminatori che garantiscono sicurezza e impunità solo ai razzisti e vanno sotto il nome mai meno azzeccato di decreti sicurezza. È arrivato il momento di porre freno all’infamia.

È tardi per invertire la rotta del paese o per pensare di convincere la maggioranza silenziosa, quella che non si schiera mai, che non vota, quella delega sempre per non assumersi responsabilità ma non è tardi per mostrare che esiste comunque una parte consistente del paese che non tollera questa deriva nauseabonda.

Liliana Segre non è un monumento ma una donna che ha patito sofferenze indicibili e ha scelto di testimoniarle, il modo migliore in cui possiamo portarle rispetto è provare ad essere d’esempio, svolgere nel modo migliore il compito che ci è stato assegnato, essere uomini e donne onesti materialmente e intellettualmente.

La deriva razzista del nostro paese è una cosa seria e chi scrive l’ha denunciato in tempi non sospetti, affermando anche, e ricevendo per questo molte critiche, che il fascismo poco aveva a che fare con questa nuova barbarie che non era ideologica ma sociale, una devastazione valoriate inedita, portata avanti da persone prive di etica e morale che andava combattuta con strumenti nuovi, che non potevano essere le rispettabilissime manifestazioni dell’Anpi né l’antifascismo una tantum dei raduni di piazza.

Adesso che siamo arrivati a un punto di non ritorno, perché questo rappresenta la scorta a Liliana Segre, inutile chiedersi perché o come è successo, bisogna agire, bisogna spingere chi ha il potere di farlo, la politica, a porre fine con ogni mezzo a questo scempio.

La società civile non ha la forza di cambiare nulla, la società civile  è divisa, frastagliata, sparsa, smarrita. Sentivo l’altro giorno, durante un’assemblea, dei colleghi e delle colleghe insegnanti lamentare la propria solitudine in quel luogo che dovrebbe essere il tempio della collegialità, la scuola. La solitudine è il sentimento dominante sui luoghi di lavoro, ogni giorno viviamo una sensazione angosciante di diversità, di scollamento dal presente, di mancata sintonia con chi ci sta vicino.

Sono in molti a sentirsi così: scoraggiati, delusi, amareggiati da un presente difficile e da un cielo sempre più gravido di nuvole scure. È in questi momenti che bisogna trovare la forza di rialzare la testa. È il momento di fare di quella diversità, di quella mancata sintonia col pensiero dominante un valore aggiunto. Di coltivarla per farla crescere, di contagiare chi ci sta vicino con i semi della solidarietà, della cooperazione, del diritto.

Unica consolazione è il fatto che Liliana Segre sarà ricordata sempre, quell’altro invece, presto o tardi scomparirà, destinato al meritato oblio dei falliti.

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Il granello di sabbia, un libro per riflettere.

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Auto recensirsi è antipatico, quindi eviterò di dare giudizi di valore sul mio nuovo libro, Il granello di sabbia, e mi limiterò a spiegare di cosa si tratta senza, mi auguro, tediare più di tanto i miei lettori.

Si parva licet componere magnis i modelli letterari sono 1984 di Geoge Orwell e Il diario dell’ancella, di Margaret Atwood, due romanzi distopici che nascono, il primo, dopo la rivoluzione russa per denunciarne la deriva autoritaria, il secondo, come manifesto del movimento dei diritti delle donne.

Questo libro nasce da lontano, precisamente da una votazione assai dibattuta in un collegio docenti, su una mozione di principio contro il razzismo, voto, lo dico a scanso di equivoci, assolutamente legittimo. I molti voti contrari a una mozione che comunque passò a maggioranza, mi diedero la netta sensazione che qualcosa si fosse incrinato nel nostro tessuto sociale, la consapevolezza che se anche in una scuola di un quartiere di periferia, ad alto tasso migratorio, si facevano dei distinguo su principii fino a poco tempo prima totalmente condivisi, significava che qualcosa stava cambiando.

Dopo un paio d’anni, il cambiamento, positivo o negativo a seconda di come uno la pensa, è sotto gli occhi di tutti.

La distopia è un genere letterario poco frequentato, perché comunque, si trova al confine tra la fantascienza, l’anticipazione e il desiderio di dipingere il presente secondo metafora, caratteristiche che si trovano mescolate nel mio romanzo.

Se il precedente era un libro politico, schierato, dichiaratamente di parte, questo aspira a essere una lettura per tutti, una riflessione che, si spera, dia modo a ogni lettore di vedere il presente da un’angolazione diversa. Insomma dovrei riuscire a evitare la messe di insulti che ho ricevuto sui social per il mio libro precedente, da gente che non l’aveva neanche letto.

E’ presente, soprattutto nella figura del protagonista, il tema della dicotomia tra ciò che vorremmo essere, ciò che siamo stati e ciò che diventiamo vivendo.  Marco Baldi è il direttore di una casa di tolleranza e, nel mondo allucinato del romanzo, un ispettore della pubblica morale. Come tutti i regimi autoritari, anche quello descritto aspira al controllo assoluto, anche sulle emozioni e sulle passioni che, in quanto incontrollabili, risultano pericolose per chi governa usando la paura, l’unica emozione lecita.

Sono fondamentali per l’economia del racconto, le figure femminili che, in un mondo maschilista dove le donne sono oggetti da comprare e vendere o da usare per la procreazione, sono, in modo diverso, resilienti e resistenti e nascono dalla mia personale convinzione che, se c’è speranza per questo paese, è riposta nelle sue donne e nei suoi ragazzi.

Il romanzo è volutamente duro, cupo e amaro perchè l’argomento merita rispetto e non può essere oggetto di ironia. Ce ne sono tracce, ma sporadiche e sempre venate di amarezza. Troppa ironia si è  spesa per stigmatizzare i primi atti di razzismo e di xenofobia, troppa se ne spende per stigmatizzare comportamenti che ormai, ci piaccia o no, sono entrati nella nostra quotidianità. Comportamenti e modi pensare che come un virus, stanno contagiando il nostro presente. L’esempio di Liliana Segre ne è la prova.

Non ho l’ambizione di trasmettere messaggi o proporre soluzioni che spettano ad altri, mi piacerebbe tutt’al più proporre spunti di riflessione sul presente, seminare in chi legge il libro il dubbio che forse, non viviamo in un mondo perfetto e nemmeno nel miglior mondo possibile. È un libro rivolto ai giovani, magari di qualche anno più grandi di quelli che vedo ogni mattina, l’ho scritto pensando a loro.

Vi invito, dunque, alla lettura e vi prego di inviarmi le vostre eventuali critiche, ringraziando in anticipo, di cuore, chiunque deciderà di dedicare una parte del proprio tempo a leggere  quello che  ho scritto.

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Una democrazia malata

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Più del voto in Umbria, ampiamente previsto e amplificato ad arte dalla grancassa fascista e da un Di Maio che non vede l’ora di trovare il pretesto per staccarsi dal Pd, trovo allucinante l’immagine di quegli esponenti politici del centro destra che restano seduti in aula mentre i colleghi applaudono Liliana Segre e non votano la risoluzione riguardante l’antisemitismo.

Qui non è questione di libertà d’opinione, ci sono argomenti che non rientrano in questo ambito e l’antisemitismo è sicuramente uno di questi argomenti, non è neanche questione di incoerenza, come quella di Salvini che dice di non aver votato il provvedimento perché non vuole uno stato di polizia, lui, l’uomo che faceva eliminare gli striscioni sgraditi alla Digos, è quesitone di rispetto delle più elementari regole di convivenza civili e dei principi fondamentali della Costituzione.

Le ipocrite dichiarazioni dei fascisti, chiamiamoli così per favore, did democratico questi non hanno nulla, per giustificare un atto ignobile, mostrano solo l’infima statura man di questa gente.

Liliana Segre è una superstite della più grande tragedia del secolo scorso ed è persona di altissima statura etica e morale che non può e non deve essere oggetto di attacchi squallidi e ignobili da parte di una massa di dementi, manovrati ad arte da una macchina propagandistica per cui la definizione di “macchina del fango” non è più adeguata.

È inammissibile che in questo paese ci siano individui rappresentanti del popolo che si astengono su una questione fondamentale per la tenuta democratica di questo paese blandendo e cercando il consenso di movimenti anticostituzionali e criminali.

Tenuta democratica che, bisogna dirlo forte e chiaro, tra rievocazioni nostalgiche della marcia su Roma, razzismo dilagante, e flirt della destra con le frange più violente del neonazismo nostrano, è in pericolo.

Per anni, durante il ventennio di Berlusconi, ci siamo sentiti dire che non c’era nessun pericolo, che la democrazia era solida, ecc. ecc. Intanto, la democrazia veniva erosa giorno dopo giorno, il welfare ridotto, diritti fondamentali cancellati, presidi di democrazia come la Scuola ridimensionati e modificati in modo da mettere a tacere il pensiero critico e libero.

I segnali di un attacco frontale alle libertà costituzionali sono stati forti e chiari ma sono stati ignorati sia dalle forze politiche sia dalla società civile, nel timore di perdere consensi o apparire impopolari. 

Se la sinistra e la società civile fosse stata presente e compatta a ogni sgombero di campi rom, per stigmatizzare la disumanità, a ogni manifestazione neofascista per ricordarne l’illegalità, ai primi accenni di xenofobia che si sono manifestati in varie città, per contrastarli senza se e senza ma, se avesse, senza ambiguità, fatto una scelta di campo netta, chiara, decisa, le cose sarebbero andate diversamente. La sinistra tutta, la società civile quasi tutta e la stampa di sinistra, disonesta intellettualmente quanto quella di destra, solo un po’ più elegante.

Prendiamo come esempio gli accordi con la Libia: invece di rendere umani gli hot spot  e i centri di accoglienza, dove i diritti vengono violati quotidianamente,e invece di riorganizzare l’accoglienza in base a nuove regole,   ripulendo il campo dalle associazioni che non svolgono il proprio lavoro in modo adeguato e facendo entrare invece chi, da sempre lo fa, invece di rendere norma il modello Piace, Minniti e co. hanno avvalorato la falsa idea dell’invasione  giocando in difesa sulla pelle dei migranti e facendo il gioco dei fascisti.

Oggi che quell’accordo ignobile, un vero e proprio patto Stato-mafia, deve essere rinnovato, ancora una volta la sinistra non riesce a compattarsi e distaccarsi da quest’idea che per battere la destra bisogna comportarsi come la destra. E continua a fare il gioco dei fascisti.

Matteo Renzi, addirittura, dichiara di essere fiero della propria identità italiana, peccato che non esista storicamente e antropologicamente.

L’atto di non alzarsi di fronte a una vittima dell’Olocausto è uno sdoganamento della peggiore forma di razzismo possibile ed è un comportamento che non dovrebbe suscitare pallide proteste ma rasenta il crimine. È l’esempio più eclatante che l’identità nazionale, quel sentimento che si coagula attorno a valori condivisi da tutti, non esiste. Siamo un paese diviso da sempre, l’entità geografica di Metternich e, tempo, anche un paese fascista.

O si torna a difendere i valori che hanno unito questo paese contro la follia nazi fascista, tornando a cercare di costruirla, un’identità italiana, o a quella stessa follia, e deve essere chiaro a tutti, finiremo per arrenderci.

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La fatica di vivere è trasparente

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La notizia della madre che ha ritirato la figlia da scuola perché non c’era l’insegnante di sostegno, è terribile. Non è ammissibile una simile carenza di servizi.

Da anni, anche in sindacato, porto avanti la necessità che la presenza di insegnanti di sostegno, vista la crescente difficoltà di insegnare, le classi numerose, ecc., debba essere fissa in ogni classe. la scuola deve essere un’isola felice per tutti, non aggravare il disagio chi parte già da una situazione difficile. In Italia la legge sull’integrazione è tra le più avanzate del mondo e ha funzionato, fino a quando non hanno cominciato a fare macelleria sociale sulla scuola, senza più fermarsi.

Qualche giorno fa ho assistito a due episodi che mi hanno fatto riflettere. Un disabile sulla sedia a rotelle non è riuscito a salire sull’autobus ( nuovo) perché la passerella non funzionava. Quando sono sceso alla mia fermata, c’era un ragazzo che poteva avere al massimo sedici anni, deambulava male e aveva una paralisi al braccio ma ostinatamente, un passo dopo l’altro, andava avanti.  L’immagine della fatica di vivere.

I disabili sono invisibili, non ci si fa caso, li si evita, sono cattivi pensieri da scacciare dopo un momento di commiserazione, a volte danno fastidio, specie nei luoghi di villeggiatura, o in tutti quelli dove la gente va per divertirsi. Se ti rilassi, non vuoi pensare a chi non si rilassa mai.

Sono invisibili anche i poveri, specie quelli dignitosi, che non chiedono l’elemosina e devono contare gli spiccioli quando comprano da mangiare, visi che fanno tenerezza a vederli, stelle cadute che nessuno raccoglierà.

Sono invisibili gli abitanti delle periferie, isolati in ghetti, rinchiusi dentro palazzi enormi simili a caserme, fissati nell’immobilità di una vita che non prevede cambiamenti se non in peggio, senza prospettive, smarriti fuori dal loro ambiente, come gli uccellini vissuti in gabbia che non riescono a volare.

Sono invisibili gli anziani, perennemente in coda, lenti, quindi fastidiosi, per chi va sempre di fretta, desiderosi di parlare, scambiare quattro chiacchiere sull’autobus o dal salumiere con chi non ha più tempo neanche per essere cortese e li ignora sgarbatamente.

Quelle che ho elencato sono espressioni di una fatica di vivere che non è contemplata dai programmi di governo, a cui non guarda né la sinistra né la destra, sono marginali ed emarginati, fuori dal mercato, tanto per usare un’espressione attuale.

Spesso nel mio lavoro mi capita di parlare con nonne disabili, povere, che vivono in periferia e si occupano dei loro nipoti, di vedere sintetizzata in una persona la fatica di vivere. Sono momenti poco piacevoli non perché ne sia infastidito, ma perché, spesso, non ho risposte, non posso neanche regalargli un sorriso dicendo che il ragazzo o la ragazza va bene a scuola perché non è così, non può essere così. Se poi la fatica di vivere la vedi nei ragazzi, diventa straziante e la frustrazione insopportabile.

Prendersi cura degli altri per lavoro, non lo rende più facile, anzi, proprio per il fatto di essere retribuito da quello Stato che, sempre più spesso, è la causa dei problemi di chi devi aiutare, rende il lavoro più difficile, con un surplus di senso di responsabilità, di quella maledetta etica del lavoro che ti hanno inculcato i tuoi genitori, che ti fa arrivare stremato a fine settimana.

Immagino chi lavora sulle navi delle Ong, quelli che si occupano di tossicodipendenti, chi lavora nei servizi sociali, chi quotidianamente, ogni santo giorno, incontra la fatica di vivere nei suoi aspetti più estremi. Provo rispetto e ammirazione per queste persone, spesso denigrate, diffamate, insultate, basta fare un salto sui social e leggere i commenti sul coraggioso intervento di Carola Rackete, che ha accusato le nazioni europee di avere lasciato lei e i suoi compagni soli, quando avevano bisogno del loro aiuto.

Ecco, ci si sente soli, spesso, gli insulti, le calunnie, le critiche, scivolano, ma la solitudine no, ed è sempre più forte, negli ultimi tempi, la sensazione, in  chi si prende cura degli altri, di sentirsi diverso in mezzo ai diversi, di soffrire, in modo più lieve, della fatica di vivere che si cerca di alleviare.

Ma si va avanti, nonostante una politica di uno squallore inedito anche per il nostro paese,  dove lo squallore è di casa, nonostante il fuoco amico, nonostante un senso d’inutilità che a volte diventa quasi concreto, lo puoi toccare, sentire, odorare, si va avanti perché bisogna pur trovare un senso alla vita, qualcosa che vada oltre il possesso, bisogna pur essere qualcosa oltre ad averlo.

Alleviare per un momento la fatica di vivere al prossimo, quando ci si riesce, dà un senso, regala perfino momenti di gioia, a volte.  Se si riuscisse a farlo capire non a chi ci governa, è inutile, ma a chi ci vive attorno, forse il nostro sarebbe un paese migliore.

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Cos’hanno in comune Vespa e Fabio Volo

volograndefoto tratta da Corriere.it

Vespa dice a una donna sotto protezione per tentato omicidio da parte dell’ex compagno che, se avesse voluta ucciderla davvero, l’avrebbe fatto, mostrando insospettate conoscenze criminologiche e doti di preveggenza.

Fabio Volo si unisce a Rita Pavone, che ha invitato i Pearl Jam a suonare a casa loro perché hanno osato chiedere di aprire i porti ai migranti e a Salvini, che ha affermato che Roger Waters lo ha attaccato perché in cerca di notorietà, con il suo attacco ad Ariana Grande, rea di fare il suo mestiere, quello della popstar, che comporta anche il giocare con gli ammiccamenti sessuali nei suoi video.

Cosa hanno in comune questi due episodi? Il fatto che Vespa non avrebbe mai fatto quell’affermazione se davanti a lui avesse avuto un uomo e Fabio Volo non si sarebbe mai sognato di dire che Mick Jagger, che quanto ad ammiccamenti sessuali va da decenni ben oltre la povera Ariana Grande, è una rovina per i genitori di figli maschi.

Vespa e Volo hanno in comune un maschilismo becero, rozzo e volgare, assai diffuso nel nostro paese, e l’incapacità di comprendere quanta mancanza di rispetto per le donne ci sia nelle loro parole.

Volo è un mediocre scrittore che deve la sua popolarità ai luoghi comuni, ne sciorina a palate nei suoi libri, ammantati dello stesso falso moralismo ipocrita che lo ha portato a criticare pose e atteggiamenti di un’artista che vende milioni di dischi nel mondo. In fondo, con le dovute differenze, ci mancherebbe, il suo atteggiamento puritano non è dissimile da quello dei terroristi islamici che, considerando la popstar un simbolo della decadenza dell’occidente, hanno attentato alla sua vita durante un concerto in Inghilterra, uccidendo alcuni dei suoi giovani fans, colpevoli di volersi divertire. Come la Pavone quando ha attaccato una delle più grandi rock band del mondo, probabilmente gioca anche l’invidia del mediocre per chi, grazie a un innegabile talento, ha raggiunto un successo planetario che lui può solo sognare.

Diverso il discorso per Vespa, che ci ha abituato a nefandezze di ogni tipo, dagli inviti ai figli dei mafiosi, alle interviste ossequiose al potente di turno, che ha probabilmente commesso una gaffe di cui, a giudicare dalle dichiarazioni successive, non coglie la gravità: lui è proprio così, ipocrita e moralista come Volo, più colto, più presentabile ( sotto certi aspetti) ma altrettanto sgradevole nell’esternare il suo maschilismo.

Questi due personaggi sono lo specchio di un problema che è, in primo luogo, culturale, del costante uso di due pesi e due misure se si parla con un uomo o con una donna. Accade anche sui social: in questi giorni di scissione, gli insulti tra renziani e non renziani sono all’acqua di rose rispetto, ad esempio,a quello che ha dovuto sopportare a suo tempo la Boldrini o, recentemente, la neo ministra dell’agricoltura. Appena gli viene concesso spazio, il machismo, il concetto dell’inferiorità intellettuale della donna o, per citare il raffinato commento di Volo, l’apputtanamento della stessa, viene fuori con regolarità impressionante.

Ecco che se non è stuprata da uno straniero, allora sì, gli viene riconosciuto lo status di vittima, la donna diventa colpevole e il vero colpevole è un bravo ragazzo o un gigante buono, un atto bestiale come uno stupro di gruppo si trasforma in una ragazza e una ragazza violentata perché aveva bevuto un bicchiere di troppo poteva, naturalmente, non bere, se l’è andata a cercare.

La madre invece, è sempre la madre, anche se non adatta, non presente, non adeguata per colpe non sue, come la madre della bambina mostrata alla folla osannate di Pontida, a cui i servizi sociali avevano strappato la figlia, quando invece avevano semplicemente svolto in modo egregio il proprio lavoro.

Non se ne esce da questa concezione arcaica, da questo punto di vista primitivo, favoriti anche da un livello culturale medio generale che scende a picco ogni giorno di più, non se ne esce perché, se l’informazione e la cultura ( con Volo parlare di cultura è un po’ esagerato, ma vabbè) scivolano sullo stesso terreno dell’uomo della strada chi aiuterà l’uomo della strada a rialzarsi?

La scuola può fare molto ma la scuola opera nella realtà quotidiana che è sempre più discriminante, offensiva, violenta, come leggiamo ogni giorno dalle cronache.

Se chi può influenzare l’opinione pubblica la segue nelle sue peggiori rappresentazioni, se in un paese che ha vissuto Ruby e le Olgettine c’è ancora chi considera le pose sexy di una popstar immorali e sconvenienti e ritiene possano vanificare il lavoro quotidiano di un padre e di una madre nell’educare le figlie, se in quest’Italia dove le donne vengono picchiate, bruciate, deturpate con l’acido, uccise quasi ogni giorno un giornalista di fama si sente in dovere di regalarci una perla di saggezza in proposito, quale possibilità ha la scuola di intervenire in profondità per cambiare le cose?

Non è questione di quote rosa o di pari opportunità è questione di rispetto, sentimento che sembra ormai scomparso dal nostro paese a tutti i livelli, in particolare quando al centro dell’attenzione ci sono delle donne.

La strada per una reale parità, che a tutt’oggi è solo sulla carta, come molti altri principi della nostra Costituzione, è ancora lontana e, paradossalmente, in questi ultimi anni, sembra essere diventata sempre più in salita.

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