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Idiocrazia

Ho grande stima di Giorgio Agamben, come è dovuta a uno dei più grandi filosofi italiani viventi che, con Homo sacer e altri suoi libri, ha coniato e perfezionato il concetto di “nuda vita”, salito alla ribalta con l’emergenza covid.

Tuttavia non sono del tutto d’accordo con lui, si parva licet, riguardo una certa idea di un potere più o meno occulto, vago, che userebbe l’emergenza covid come pretesto per limitare la socialità delle persone e trasformarle in tante monadi. Mi ricorda alla lontana il SIM delle Brigate rosse o la storia dei Savi di Sion.

A parte le ovvie obiezioni logiche ( perchè una società dei consumi, che basa il proprio sistema di controllo sulla massificazione e, quindi, sull’aggregazione di grandi fasce di popolazione in non luoghi per acquistare oggetti superflui, dovrebbe autocastrare limitando le fonti di guadagno?), credo che quanto accaduto qualche giorno fa a Capitol Hill dimostri che su questo, solo su questo, Agamben sbaglia, ma non significa che quanto paventa non possa verificarsi in un futuro prossimo venturo ( è argomento del mio prossimo libro che uscirà prossimamente, ne parleremo a tempo debito).

L’attacco dei seguaci di Qanon alla sede del potere degli Stati Uniti per contestare la legittima elezione del nuovo presidente, non è infatti l’attuazione di un qualche oscuro disegno, ma l’evidenza di quanto davvero il sonno della ragione generi mostri, come Unamuno aveva compreso dopo aver, per qualche tempo, flirtato con uno dei mostri peggiori del secolo scorso.

La rete, straordinario strumento polisemantico e polifunzionale, si è trasformato, da possibile incubatore di aggregazioni sociali inedite, oltre che strumento per combattere solitudine, depressione e isolamento, i mali del nostro millennio, in un inseminatore di ignoranza, uno stupefacente strumento pervasivo in grado di obnubilare menti deboli, già predisposte al diventare vittime di sette millenartiste perché prive degli strumenti culturali minimi per discernere il grano dal loglio e appesantite da anni di rabbia e frustrazione, e trasformare i possessori di quelle menti in gloriosi miliziani improvvisati che non hanno altra risorsa, se non la violenza, per far valere le proprie, inesistenti ragioni.

Abbiamo tutti sottovalutato il potere della rete, impegnati a deplorare le foto di Chiara Ferragni agli uffizi ( una che, al contrario di noi, la rete la usa benissimo e con grande intelligenza), o a promuovere manifestazioni contro un fascismo che resta marginale e che non c’entra nulla nè con i negazionisti nè tantomento con Trump e i Qanon.

Abbiamo irriso, da bravi radical chic, ai poveri beoti che si abbeveravano di deliranti storie sul povero Bill Gates, diventato nel loro immaginario uno sterminatore e Soros, diventato uno sponsor dell’invasione di migranti e del meticciato prossimo venturo, e adesso ci ritroviamo quei beoti ad assalire Capitol Hill con conseguenze a lungo termine imprevedibili per l’impero americano, ormai in palese e indubitabile declino.

Mentre l’Amerika degli anni della gioventù si è trasformata in una america, piccola piccola, vittima di un golpe Borghese riuscito a metà, noi sopportavamo Berlusconi, il crollo della sinistra, la sciagurata stagione del renzismo con la sua filosofia da lemming, che in questi giorni sta raggiungendo il culmine del masochismo, il governo della Lega e questo non governo, formato da un uomo per tutte le stagioni, un narcisista paranoide e autolesionista, una manica d’idioti e un leader politico simile al personaggio di Buzzati, che la sera andava a dormire riproponendosi di cambiare tutto e al mattino riprendeva la solita vita, lasciandoli passare davanti a noi come se non ci importasse, senza renderci conto, giustificati dalla paura del contagio, che il contagio dell’ignoranza e dell’idiozia dilagava più di quello del Covid. Siamo rimasti al caldo delle nostre comode case e abbiamo dimenticato la maledizione di Primo Levi.

Siamo arrivati a una vera e propria idiocrazia, che si riflette sugli illegibili articoli dei maggiori quotidiani che dovrebbero fare opinione e riportano opinioni improponibili di personaggi improponibili, sulla delegittimazione completa della scuola, con un finto ministro che delega al potere prefettizio l’assunzione di provvedimenti che definire improvvidi è eufemismo, sulle passerelle disturbanti e disturbate in una televisione trasformata in arena distopica dove non solo qualunque imbecille ha il suo quarto d’ora di celebrità ma può assurgere a opinion leader, basta che la spari sufficientemente grossa.

Abbiamo troppo spesso visto la pagliuzza negli occhi degli altri senza scorgere la trave nella nostra, dibattendo su questioni di lana caprina e ignorando il nocciolo della questione: l’ignoranza, che come una marea nera e venefica, dilagava nel nostro paese e tracimava, mentre noi eravamo convinti che si sarebbe sciolta da un momento all’altro.

L’immagine del Qanon ucciso da un infarto causato dal taser che si è, involontariamente, sparato nei testicoli, è il simbolo tragico della nostra società, il triste epilogo di un’epoca.

Da domani e per cinque giorni, potrete scaricare automaticamente l’ebook da Amazon.

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Tutto come prima, sicuri?

“Speriamo che torni tutto come prima”.

Probabilmente queste parole saranno le più pronunciate domani, al momento degli auguri per la fine di questo anno terribile. Ma davvero, a rifletterci bene, è quello che desideriamo?

Davvero vogliamo di nuovo tornare alla guerra contro gli ultimi, a riempire come alveari i centri commerciali consumando e spendendo alla faccia di chi non può farlo, davvero vogliamo, di nuovo, rinchiuderci dietro i nostri muri che ci proteggono, solo in apparenza, come il Covid ha dimostrato, dal male che viene dal modo esterno, vogliamo di nuovo il razzismo, la guerra contro gli ultimi?

Davvero vogliamo tornare al clientelismo, alla politica opportunistica e priva di valori di questi ultimi decenni, al tradimento di tutte le lotte e le conquiste dei lavoratori, al populismo gretto e truce di squallidi bulli senza pensiero?

Davvero vogliamo tornare a essere indifferenti a tutto, tranne che a noi stessi, a ignorare quello che durante questa pandemia ci è stato tolto in termini di diritti e si è invece verificato in termini di autoritarismo, davvero vogliamo ignorare l’ombra dello stato etico, che talvolta si è palesata su di noi?

Non sarebbe invece il caso di augurarci che no, non torni tutto come prima, ma che si costruisca il futuro su nuove basi, senza ricreare le condizioni che hanno permesso il dilagare della pandemia, senza più commettere gli errori e i ritardi legati al predominio dell’interesse sulla politica, alla dittatura della finanza sulla tutela della salute pubblica?

Non sarebbe meglio augurarsi una politica che riparta dalla tutela dell’ambiente, dai giovani, dai diritti sul lavoro, da un’istruzione che esca dal limbo fangoso in cui è costretta da troppi anni? Augurarsi più cultura, più natura, più diffusione e fruizione della bellezza, più fantasia al potere, più cervelli che vengano valorizzati e non siano costretti a fuggire, più preveggenza e capacità di previsione, più programmazione di soluzioni alternative al ricorso a uno stato di polizia con leggi speciali?

Sono successe cose molto gravi, in quest’anno maledetto, sono morte troppe persone, altre soffriranno per anni i postumi della malattia, tanta gente ha perso il lavoro, tanta gente ha visto cancellare il sogno di una vita.

Non finirà tutto con le due punture del vaccino, perché è stata tracciata una strada che dice che in nome del bene comune è accettabile il sacrificio di persone socialmente improduttive, in nome del bene comune si può derogare ai diritti dell’individuo, impedendogli di circolare, di manifestare, di associarsi, in nome del bene comune si possono oscurare statistiche, dati, controllare l’informazione, ecc. ecc.

Ma so benissimo che il problema che affligge moltissima gente in questo momento, è non poter fare il veglione di Capodanno e quindi queste mie parole suonano fastidiose, un po’ spocchiose e inutili.

Quindi buon anno, a tutti, senza rancore.

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Basso impatto sulle economie, alto impatto sulle vite

Basso impatto sulle economie è la parola d’ordine non solo dei fratelli De Rege che governano la Liguria e Genova ma anche del governo, in questo momento critico della gestione Covid nel nostro paese.

E’ la stessa parola d’ordine che ha determinato uno sconsiderato liberi tutti quattro mesi fa, portando a una doverosa e necessaria riapertura delle scuole senza aver fatto nulla di sostanziale per permettere che avvenisse in sicurezza, scaricando la responsabilità sui dirigenti scolastici e sugli insegnanti, la stessa parola d’ordine che sta orientando i provvedimenti degli ultimi giorni, di pura facciata e privi di efficacia, perché non riguardano il cuore del problema, che nessuno vuole affrontare veramente.

Ammesso ma non concesso, perché ci vuole ancora tempo per avere dati certi, che la scuola non ha avuto in Italia l’effetto volano dell’epidemia che ha avuto in altri paesi dove non c’è stato lockdown e che hanno pagato e stanno pagando a caro prezzo la loro scelta ( Paesi bassi, Inghilterra, Francia, Spagna, Paesi del nord), la nostra situazione è simile a quella della Germania, dove la prima causa di contagio sono le aziende e l’incoscienza della gente.

A definire una correlazione tra lockdown e deregulation della sicurezza nelle aziende, basta il numero impressionante di morti sul lavoro dalla ripresa delle attività a oggi, senza contare le vittime della sconsiderata e tardiva chiusura delle attività nel bergamasco. Morti sul lavoro di cui nesssuno, sindacati a parte, che però non hanno stampa, parla, una vera e propria strage silenziosa e impunita, quotidiana. Per altro, non abbiamo dati sui lavoratori atttivi colpiti dal virus e sui luoghi in cui lavorano.

Ma nelle aziende ci si guarda bene dal mettere piede, specie con un presidente di Confindustria che sembra venuto fuori dagli anni cinquanta, spalleggiato dai liberisti de noartri e dalla destra. Imnmaginate i piangnistei e gli alti lai se si mandassero ispettori del lavoro in aziende che non siano Amazon. Una tragedia tale che Eschilo sarebbe da riporre in libreria.

Allo stesso modo, il discorso dei trasporti neanche si apre. Nessuno prende in considerazione di potenziarli e razionalizzarli, magari in ottica ecologista. No, la soluzione è chiudere in casa più gente possibile. Aumentando la possibilità di contagio, ovviamente.

Venendo allo specifico della Liguria, regione tra le più irresponsabili del paese, dove si fanno il minor numero di tamponi e si ha il più alto numero di infetti per tamponi fatti, dove la disinformazione giornalistica sta diventando modello di riferimento per chi vuole fare della disonestà intellettuale il proprio credo, i fratelli De Rege, con piglio guerresco, hanno chiuso le macchinette del cibo, quelle che vendono schifezze a poco prezzo, le sale giochi ( cosa buona e giusta) e i negozi di alimentari negli orari in cui già sono chiusi. Geniali. Non contenti e, forse, rimembrando con nostalgia i divieti di assembramento di quando c’era lui, hanno deciso che nei quartieri più sfigati della città, non certo ad Albaro, a Castelletto o, per dire, davanti a un famoso bar di Pegli, sia proibito camminare in più di due persone e fermarsi, fosse anche per guardare una vetrina.

Il De Rege minore, quello che appare sporadicamente perché quando parla fa più danni di una guerra, ha detto di non disdegnare il coprifuoco sancito da Macron ( un altro bell’idiota) perché ha..indovinate? Un basso impatto sull’economia.

Ovviamente questi provvedimenti sono stati salutati con gioia dal notissimo infettivologo cittadino, che si smentisce un giorno sì e l’altro anche ed è corresponsabile, insieme a un buon numero di suoi colleghi, della situazione in cui ci troviamo. E su questo asservimento della scienza alla politica, sulla deontologia e sull’etica di chi parla al pubblico, ci sarebbe molto da dire.

I dati di oggi non sono paragonabili a quelli di Marzo, quando si facevano dieci volte meno tamponi, ma sono comunque preoccupanti e la politica, se così la si può chiamare, non sembra aver imparato nulla dalla dura lezione dei mesi passati. Neanche la gente, se è per questo, ma la politica dovrebbe essere migliore della gente.

Stiamo toccando con mano la regola aurea del capitale: guadagnare a ogni costo, considerare la vita umana una merce deperibile e, se necessario, sacrificabile. E tanto che ci siamo, porre le basi per limitare le libertà in nome del bene comune, azzerare i sindacati, tacciare di disfattismo chi protesta legittimamente, ecc.

Quando poi l’emergenza sarà finita, potremo sempre prendercela con i migranti o trovare nuovi capri espiatori.

Discorsi da vetero comunista e uomo del novecento, direbbero i renziani. Incidentalmente, sono vetero comunista e uomo del novecento, i’m sorry.

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Le scuole non incidono sull’aumento dei contagi. Per ora.

I numeri non sono opinioni, i numeri dicono la verità. L’istituto superiore di Sanità dice che la riapertura delle scuole ha inciso per il 2% sull’aumento dei contagi e l’esperienza quotidiana di chi lavora a scuola ci dice che è vero.

Non mi giunge notizia di intere classi di contagiati, ma di casi sporadici e di tante richieste di tamponi, che poi risultano negativi. Non c’è bisogno di un infettivologo per capire che, se la scuola davvero fosse il veicolo primario d’infezione, come qualcuno comincia irresponsabilmente ad affermare, le cifre sarebbero ben altre. Avremmo intere classi in quarantena e istituti chiusi. Non è così.

Tuttavia, le scuole potrebbero inevitabilmente diventare un problema se il governo centrale e quelli regionali continueranno a far finta di non sapere cosa sta accadendo. Anzi, potrebbero diventare un comodo capri espiatorio per giustificare ritardi, inettitudini e omissioni volontarie.

Non è certo bloccando le partite di calcetto o impedendo la vendita di alcolici dopo le 21 che l’infezione si attenuerà. Sarebbe forse il caso di cominciare ad avviare controlli stringenti nelle aziende e di affrontare il tema dei trasporti pubblici. Invece, in nome dell’economia, si preferisce attuare provvedimenti di facciata del tutto irrilevanti, arrivando agli estremi del governatore della Liguria Toti, secondo cui non bisogna dare addosso a chi vuole continuare a vivere e a divertirsi, anche se lo fa a scapito della salute pubblica, infischiandosene di chi ha vicino.

Quello che sta accadendo è il risultato del liberi tutti troppo frettoloso di questa estate, di una politica ormai del tutto priva di etica e subordinata al capitale, di una società sempre più egoista, manichea, dove la solidarietà sociale sta diventando una parola priva di significato.

A scuola, ogni mattina, vedo persone responsabili che hanno cura di sé e degli altri, svolgere il proprio lavoro con grande spirito di servizio e, dall’altra parte della cattedra, ragazzi che rispettano le regole senza protestare, consapevoli che vanno a vantaggio di tutti. Ma purtroppo, in questo caso, il microcosmo scolastico non è l’espressione del macrocosmo.

So che ci sono colleghi nostalgici della didattica a distanza e ne rispetto le opinioni, ma non le condivido: è giusto, che fino a quando sarà possibile farlo in sicurezza, si vada a scuola in presenza.

Quello che fa rabbia è che con pochi accorgimenti, ventilazione delle aule, distanziamento assicurato grazie all’aumento degli organici, doppi turni dove necessario, si sarebbero potuti evitare, probabilmente, anche i pochi casi che si verificati fino adesso, garantendo un prosieguo tranquillo e senza ambasce dell’anno scolastico.

Si è scelta la strada dei proclami, delle operazioni di facciata, del finto rigore nei riguardi dei più deboli ( i precari), del fare (pochissimo) senza pensare a cosa si stava facendo, dell’arroganza a scapito del confronto. Nonostante questo, la professionalità di chi la scuola la fa ogni giorno sta prevalendo e sta ottenendo risultati che non verranno mai riconosciuti da nessuno.

Quello che succede fuori dai cancelli delle scuole è responsabilità politica e la politica, centrale e regionale, è pericolosamente tentennante, quando non è completamente latitante. È anche, ahimè, responsabilità individuale, che non è la dote più spiccata degli italiani.

Stiamo andando verso un nuovo disastro? Non lo so e non è mio compito dirlo. Io sono pagato, poco, per insegnare ed è quello che cerco di fare meglio che posso ogni giorno. Ci sono persone con compiti istituzionali, pagate molto più di me per risolvere questi problemi, che non mi sembra stiano facendo lo stesso.

Mi auguro che non si arrivi a una nuova chiusura delle scuole: questo paese ha bisogno di cultura, di nuove idee, di energie, tutte cose che possono arrivare solo dai ragazzi e dalla scuola. Chiudere di nuovo significherebbe sbarrare ancora una volta le porte al futuro.

 

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La scuola che resiste

La scuola annaspa, mancano insegnanti, banchi, risorse, ci si arrangia come si può, come sempre. Non ricordo un anno scolastico che sia cominciato con gli organici al completo, senza ansie da parte di famiglie che vorrebbero tutto e subito, terrorizzate all’idea di un nuovo blocco delle lezioni, senza ore di supplenza per sopperire alle carenze di organico, ecc.

Il covid è lì, aumenta lentamente, in certe regioni aumenta sensibilmente ma tra giornali e amministratori si gioca con le cifre, facendo finta che non sia così. Ogni riferimento alla Liguria è puramente casuale, ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso, diceva uno che la sapeva lunga. Il covid aumenta nonostante i negazionisti e, nonostante i denigratori del governo, aumenta meno che altrove, grazie ai provvedimenti che sono stati presi e allo stato d’emergenza che continua. Ricordo chi diceva: in Francia e Spagna hanno aperto le scuole perché da noi no? Guardatele oggi Francia e Spagna, e se proprio non riuscite a vergognarvi un po’, almeno ammettete di aver sbagliato. Ogni riferimento a un piccolo e insignificante movimento politico guidato da un leader dall’enorme ego inersamente proporzionale al suo seguito, non è del tutto casuale.

La scuola è ancora lì e continua a svolgere il proprio compito, nonostante i ministri inutili che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, le riforme inutili che hanno cambiato tutto per non cambiare niente, il mare di burocrazia inutile in cui annega, il discredito sociale a cui è sottoposta.

La scuola resiste, perchè, alla fine, entri in classe e ci sei tu e i ragazzi. Li guardi negli occhi e, mascherina o no, svolgi il tuo lavoro, come sempre. Alla fine conmta solo questo, quanto riesci a metterti in gioco, quello che riesci a dare, come riesci a trasmettere quello che gli serve per la loro crescita.

Il covid, i ministri, i dirigenti, la burocrazia, le famiglie che pretendono, la privacy, ecc. restano fuori da quel microcosmo temporaneo e limitato che si crea tra la classe e i suoi insegnanti durante le ore di lezione , restano fuori da quello che è il senso di fare scuola. Per questo la scuola resiste.

Finisce sempre che torni a casa senza voce, a volte stanco, svuotato, ma con la sensazione che, nonostante tutto, fai ancora il mestiere più bello del mondo, non perché hai tre mesi di ferie, sei garantito e le altre cazzate che si ripetono immutate da decenni per denigrare il nostro lavoro, ma perché, ogni santo giorno, rendi reale e tangibile il dettato costituzionale, trasmetti sapere, dai l’opportunità di migliorare sè stesso e il mondo a chi vuole e sa coglierla.

Scusate se è poco.

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Due parole sulla scuola

Ho parlato pochissimo di scuola, ultimamente, perché, avendo deciso di non occuparmi più di politica ( ma esiste ancora la politica? Ci credete davvero?) volevo evitare di replicare agli attacchi pervenuti alla categoria, perfino da un Renzi che non perde occasione per dar modo di pensare che anche il 2% di consensi su cui galleggia, sia troppo. Per altro, il suo paragone con cassieri e netturbini, categorie che hanno potuto svolgere il loro necessario lavoro attuando da subito misure di sicurezza impensabili a scuola, è, come spesso gli capita, del tutto fuori luogo.

Oggi ho donato il sangue, lo faccio ogni volta che posso, senza strombazzarlo ai quattro venti come fanno i leghisti, e il dottore si è fatto una bella risata quando, alla domanda: “Fa un mestiere a rischio?” ho risposto sì, l’insegnante.

Mi ha chiesto quali sono i provvedimenti che le scuole hanno preso per contrastare il rischio Covid e io gli ho risposto: speriamo in bene.

Pensando che ci troveremo davanti ogni mattina almeno un’ottantina di ragazzi spesso non distanziati, per diverse ore, in aule non ventilate artificialmente, se il medico ci riflette su un secondo, la mia affermazione risulterà meno azzardata e divertente del previsto.

Diciamo la verità. A parte le pochissime scuole dotate di spazi ampi che hanno potuto adeguatamente attrezzarsi per il distanziamento fisico, la realtà è quella di edifici dove il distanziamento è utopia e le misure previste dai geni del CTS assolutamente inapplicabili in larga misura. Evidentemente, chi le ha ideate, non sa cosa voglia dire avere quotidianamente a che fare gruppi più o meno numerosi di bambini, o ragazzini, o adolescenti, in spazi ristretti, per cinque, sei e più ore al giorno.

Non ho dubbi che le nuove normative incontrino il favore di chi ama sedersi in classe, aprire il libro e pontificare nel silenzio più assoluto, personalmente ritengo che la scuola sia fatta soprattutto di interazione e confronto e se, ora dico qualcosa che urterà molti, ma chi se ne frega, interazione e confronto erano parzialmente possibili in modalità Dad, seguendo le ultime norme ministeriali vengono di fatto annullate e il distanziamento fisico, anche quando possibile, diventa realmente distanziamento sociale, con conseguenze sugli alunni ancora più pesanti di quelle millantate durante il lockdown.

Le stesse famiglie, la cui pressione è stata decisiva per decidere una riapertura intempestiva e mal preparata, quando dovranno cominciare a fare i conti con quarantene, tamponi, ecc., si renderanno conto dei danni che rischiano di creare con un atteggiamento che guarda al benessere proprio e non a quello comune, atteggiamento, purtroppo, ormai sempre più diffuso nel nostro paese.

Io sono sempre stato per la riapertura, a patto che si rispettassero delle condizioni ineludibili: riduzione del numero di alunni per classe e assunzioni di un numero congruo di insegnanti, doppi turni, flessibilità oraria e alternanza tra lezioni in presenza e Dad, potenziamento della rete, creazioni delle condizioni perché tutti potessano accedervi.

Si è scelta un’altra strada che, secondo me, non risulterà, alla fine, disastrosa come dicono molti, a patto che le misure di sicurezza imposte nelle scuole siano rispettate, almeno quelle meno demenziali, ma costerà un certo aumento di casi che ricadranno tutti sulle spalle di chi ha scelto il vantaggio elettorale ed economico a scapito della salute di ragazzi e personale della scuola. Se qualcuno ci rimetterà la vita, Dio non voglia, saranno vite che potevano essere salvate se chi ne aveva il compito, avesse svolto adeguatamente il proprio mestiere.

Invece si sono seguite ipotesi fantasiose, come quella di cercare spazi idonei per delocalizzare le classi, completamente ignari della rigida legislazione scolastica in tema di sicurezza, o di far lezione all’aperto in un periodo dell’anno che, per esempio in Liguria, è piovosissimo. Gli stessi banchi a rotelle sono una immane idiozia, mentre un senso avrebbe avuto il plexiglass, a mio parere, che avrebbe permesso di evitare l’uso delle mascherine e di guardarsi in faccia, ma anche qui le mamme italiane hanno alzato alti lai.

Come al solito, se succederà il peggio, la colpa sarà di dirigenti scolastici ed insegnanti. Già gli attacchi arrivano quasi quotidianamente.

La verità è che, se si riuscirà ad arginare il problema, il merito sarà solo di dirigenti scolastici, insegnanti e personale della scuola, che in questo momento sono come il bambino della diga di Haarlem, che con un dito nella parete, cerca di fermare l’inondazione.

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Piccola storia (abbastanza) ignobile

Il luogo è il quartiere del ponente genovese in cui vivo, un quartiere ricco, io no, e ancora bello, parzialmente risparmiato dallo scempio delle periferie cittadine.

La scena è una passeggiata sul lungomare, di sera.

I protagonisti sono la polizia locale, un immigrato e i cittadini goderecci del quartiere.

Durante una passeggiata, con mia moglie vediamo tre agenti della polizia locale intenti a fermare un venditore ambulante africano e a controllare la povera merce che vendeva. Nulla da dire, forse stava violando la legge, non era autorizzato, ecc. Sono scene che non mi piacciono, ma nulla da dire.

Tornando verso casa passiamo davanti a un noto bar, dove molti abitanti del quartiere hanno l’abitudine di consumare un aperitivo, fuori dal locale. Osserviamo una trentina di persone sorridenti, eleganti, bicchiere alla mano, rigorosamente senza mascherina e assembrate, in un’ora in cui la mascherina è obbligatoria se ci sono assembramenti.

Questa, degli aperitivi all’aperto senza protezioni, è storia di ogni sera. La caserma dei carabinieri è a venti metri dal bar, gli agenti della polizia locale che controllavano l’immigrato, erano a cinquanta metri. Non ho mai visto nessuno dire qualcosa agli avventori del noto bar che, a mio parere, costituiscono un pericolo per la salute pubblica ben maggiore di quello costituito dal venditore ambulante. Io lo so perché nessuno gli dice niente, voi indovinatelo. Un indizio: vivo in un quartiere ricco ( io no).

Non accuso nessuno, prendo solo atto che, se la democrazia nel nostro paese è questa, questo paese non mi piace. Punto

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Le conversioni parallele

Nel 1990 Alexander Langer, un profeta e un uomo politico per cui vita e impegno coincidevano, scriveva che se il mondo vuole avere una possibilità di salvezza sono necessarie due conversioni: una, che dipende da ognuno di noi, è quella ecologica, l’altra, che dipende anche dalla politica, è quella sociale, di apertura verso l’altro, condivisione di spazi e risorse, uguaglianza.

La conversione ecologica è il passaggio dalla filosofia dello spreco, della corsa ad avere sempre di più, all’accontentarsi del necessario, al rendersi conto che siamo andati troppo oltre, che la vita non è una gara. Dobbiamo convertirci alla consapevolezza di aver esagerato.

È una strada che in tempi recenti ha indicato Greta, coinvolgendo milioni di giovani nel mondo e sensibilizzandoli su problemi reali con toni che sono ben lontani dall’essere allarmistici e che rischiano, a loro volta, di essere profetici.

Ogni cosa che usiamo quotidianamente, dai nostri computer, allo smartphone, alla televisione, per non parlare delle automobili, consuma energia ed è costruita spesso con risorse non rinnovabili.

Pochi di voi forse sanno che, a parte gli idrocarburi aromatici, cancerogeni, l’altra fonte di inquinamento delle auto sono le pastiglie dei freni, che generano polveri sottili nell’aria, polveri che a loro volta aumentano l’effetto serra e sono concausa di disturbi respiratori, già in aumento prima dell’emergenza covid.

Pochi sanno che le pile dei nostri cellulari sono al litio, minerale raro e in esaurimento, la cui estrazione comporta un immane spreco di acqua, risorsa sempre meno disponibile nei prossimi anni, quando buona parte dell’Asia vedrà le proprie risorse idriche esaurirsi.

Pochi sanno…potrei continuare a lungo ad elencare fonti di inquinamento ambientale insospettate che avvelenano il pianeta e noi stessi, che spesso, come il Coltan, raro e necessario per far funzionare i nostri smartphone, sono causa di guerre e conflitti nei paesi africani di cui nessuno parla ma le cui conseguenze vediamo ogni giorno sbarcare sulle nostre coste. Lo farò, nei prossimi articoli.

Perché nessuno dice che l’immigrazione è conseguenza, oltre che di guerre e fame, del riscaldamento globale e dell’agricoltura intensiva, che ha desertificato una parte dell’Africa grande quanto la Spagna e costretto intere popolazioni a migrare?

Perché sarebbe come affermare che le migrazioni sono il frutto del nostro sistema di vita, basato sull’eccesso, sull’inutile, sul consumo eccessivo di risorse naturali altrui, su una globalizzazione sempre più spietata e snaturata, su centri commerciali giganteschi dove puoi trovare qualunque frutto in ogni stagione senza chiederti come mai e se sia naturale.

Perché sarebbe come affermare che dobbiamo cominciare a pensare non più in termini di sostenibilità, perché ormai non basta, ma in termini di cambiamento di stile di vita. Dobbiamo cominciare a limitare la circolazione delle auto, a rendere obbligatoria e controllare la raccolta differenziata, a limitare per quanto possibile l’uso della plastica, a stare lontani dai brand, le grandi griffe, che delocalizzano le loro produzioni nei paesi più poveri sfruttando in maniera vergognosa il lavoro, dobbiamo cominciare a comprare smartphone prodotti con materiali riciclabili, a renderci conto, insomma, che l’ecologia del pianeta non può essere regolata dalla politica, che se ne disinteressa ampiamente, ma è un dovere per ciascuno di noi.

Politici e sindacati devono rendersi conto che il lavoro a ogni costo non può essere una priorità, la priorità dev’essere la qualità del lavoro, sviluppo e crescita non può e non deve più significare solo grandi opere, colate di cemento che indeboliscono il suolo e l’ambiente in generale: bisogna restaurare, ristrutturare, migliorare, abbellire quello che esiste prima di costruire cattedrali nel deserto inutili. Non è più ammissibile il ricatto lavoro verso salute e deve capirlo l’ultimo operaio e il dirigente più in alto.

La conversione sociale, in questo periodo, al di là di considerazioni politiche che non intendo più fare, (i fatti di questi ultimi giorni mi danno ragione: sono tutti uguali), apparare un’utopia irraggiungibile, un sogno. Sognare un mondo di persone che si incontrano, immaginare di innalzare ponti al tempo dei muri, è da folli ma è una follia necessaria se vogliamo lasciare ai nostri figli un mondo migliore e non costringerli a vagare in una terra desolata.

Non ci sono alternative a queste due conversioni, non ci sono altre politiche sociali accettabili, non ci sono altre strade: questa è la terza via e comporta una analisi critica degli errori commessi e una visione lucida su come attuare il cambiamento.

Il primo passo è informarsi, perché l’ignoranza su certi temi, al tempo della Rete, è colpevole e l’ignoranza dilaga ormai in tutto il mondo, favorendo il sistema dello sfruttamento, della divisione, della disuguaglianza, sistema di cui tutti, ci piaccia o no, siamo complici. L’ignoranza è un’arma potente a disposizione del potere.

Il secondo passo è comprendere che il motore del mondo non è l’economia, l’economia è una costruzione sociale fittizia, esattamente come lo Stato, le leggi, ecc., non esiste in natura, è stata creata dall’uomo e come tale, può essere cambiata. L’economia è un mito moderno. È bastato il lockdown per farci abbandonare i centri commerciali e riscoprire il negozio sotto casa.

Quella che non può essere cambiata è la Natura e ci stiamo accorgendo, tra riscaldamento globale e Covid, tra carestie, incendi, nubifragi, ghiacci che si sciolgono, che la Natura ha armi a sufficienza per reagire e ricominciare da zero, se necessario, senza di noi. Riparleremo anche di questo.

Il terzo passo è la consapevolezza che una rivoluzione sociale è sempre una rivoluzione culturale, che bisogna distruggere gli schemi che ci hanno accompagnato per decenni e crearne di nuovi, che non bisogna guardare con sufficienza ai ragazzi che chiedono un mondo migliore ma ascoltarli, perché vedono più lontano di noi.

Oppure possiamo continuare a correre verso il precipizio, che ormai è sempre più in vista, chiusi nelle nostre ideologie, convinti delle nostre ragioni, ostinatamente coerenti e incapaci di cambiare il nostro angolo di visuale, di corsa verso il suicidio di massa, come i lemmings.

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Andiamo avanti senza vedere

Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

In Cecità, uno dei tanti capolavori di quello straordinario scrittore che è stato Josè Saramago, un’epidemia colpisce una grande città e la gente diventa improvvisamente cieca, tranne una donna. Uno dei messaggi di quel libro è che per vedere realmente chi siamo e cosa conta nella vita, a volte, è necessario perdere qualcosa di importante.

La pandemia ci ha tolto molte cose importanti: la sicurezza, la libertà di muoverci come crediamo, la libertà di interagire con gli altri come vogliamo, la libertà di protestare, ecc.

Eppure, a giudicare dal mondo dei social, che oggi è lo specchio più fedele della realtà sempre più virtuale in cui siamo immersi, alla maggior parte delle persone più che il diritto di manifestare, di aggregarsi per progettare un futuro migliore, di abbracciarsi, manca l’estetista, i centri commerciali, la possibilità di riempire le spiagge schiacciandosi l’uno all’altro come sardine in scatola, le discoteche, ecc.

A molti, ovviamente, mancano i soldi necessari per arrivare a fine mese, altri fanno i furbi ricevendo soldi che non gli spettano e le conseguenze della crisi che verrà saranno pesanti e a lungo termine. Forse dovremmo cominciare a chiederci perché, saranno pesanti e a lungo termine.

Nessuno tra gli autorevoli commentatori dei giornali, autorevoli si fa per dire, si sogna di insinuare il dubbio che forse il sistema in cui viviamo quello liberal capitalista, dominato dal liberismo, è arrivato al capolinea.

Nessuno, evidentemente, nutre il dubbio che una società che antepone il consumo alla vita umana, non può garantire nessuna forma di libertà e di diritto, ed è sempre pronta a limitare la prima ed eliminare il secondo nell’eventualità che mettano in pericolo la propria esistenza.

Parlando ieri con i miei ragazzi, durante una lezione online, dicevo che viviamo in un mondo dove la vita umana ormai è merce di scambio, dove persino la salute, uno dei diritti fondamentali dell’individuo, ormai viene in secondo piano rispetto alla ripresa economica.

La lezione era sulla crisi del novecento, tra le due guerre, quando tutte le certezze sono venute a crollare e il valore della vita dell’individuo, che le conquiste della rivoluzione francese avevano messo in primo piano, cominciava a retrocedere in classifica.

Purtroppo, la crisi che stiamo vivendo oggi, altrettanto drammatica, non sembra produrre una schiera di straordinari artisti e intellettuali che indichino la strada da prendere come accadde allora.

Facevo un esempio banale, quello dei calciatori: se il campionato riprenderà sarà la prova che i giocatori, in quanto esseri umani, valgono meno dei giocatori in quanto oggetti che procurano profitto.

Ho detto prima che molta gente non sa come arrivare a fine mese per mangiare: credo che il primo pensiero della politica debbano essere loro, senza raccontarci l’ipocrita favola secondo cui far ripartire i consumi sarà di giovamento a tutti, perché è evidente, visto quello che sta accadendo in questi giorni che non è vero: chi non consuma, non conta nulla, gli anziani sono consumatori irrilevanti e dunque, nel calcolo cinico della politica, si può rischiare di sacrificarne ancora qualcuno pur di tornare alla condizione di prima.

Il problema è che il problema è esattamente la condizione di prima, il problema è tornare a una normalità inquinata, velenosa, iniqua e priva di qualunque valore etico e morale.

Nonostante l’epidemia abbia colpito le nostre città, nonostante la realtà sia sotto gli occhi di tutti, continuiamo ad andare avanti senza vedere.

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Con la retorica non si risolve il problema della Scuola

Foto di ArtTower da Pixabay

Sembra che la narrazione sulla scuola, nel nostro paese, non riesca a uscire da una retorica pesante e stantia, vedi l’editoriale di Asor Rosa su Repubblica, le sparate insensate di Galli della Loggia ma anche le eloquenti sparate contro la didattica a distanza di tanti colleghi fini dicitori sulle pagine dei social.

Per non parlare del ministro, uno dei più confusi, a voler essere benevoli, degli ultimi anni.

Vorrei dire alcune cose che, probabilmente, mi attireranno l’antipatia di molti ma, tant’è: diceva Graham Greene che un intellettuale dev’essere contro l’opinione comune quindi, si parva licet, ci provo, non per amore di contraddizione ma per amore del buon senso.

Intanto mettiamo un limite tra ciò che si dovrebbe fare nei prossimi quattro mesi e ciò che si potrà, realisticamente fare: della scuola, a parte chi ci lavora, non frega niente a nessuno,compresa la grande maggioranza delle famiglie, da una ventina d’anni, ergo, la scuola è andata a ramengo. Il 40% degli edifici scolastici non è in sicurezza, gli stipendi di insegnanti e Ata sono sotto il livello di decenza, non ci sono motivazioni valide e sensate per desiderare di fare questo lavoro se non il miraggio del posto fisso. I tagli sono stati da macelleria sociale hanno toccato cattedre, personale Ata e di segreteria, materiale scolastico, carta igienica, banchi, ecc. Con qualche miglioramento delle dotazioni informatiche.

Pensare che in quattro mesi si possa riparare a questo disastro è del tutto utopistico e privo di qualunque base razionale. Semplicemente, non si può anche volendo e non vogliono..

Sulla scuola si è tagliato moltissimo e moltissimo si è tagliato sulle politiche giovanili: mancano centri di aggregazione per i giovani, biblioteche, sale multimediali, cinema a misura umana, centri civici attrezzati in ogni quartiere, ecc.

Non mancano, invece, i centri commerciali, costruiti al posto di tutte queste belle cose in nome dell’etica del consumo, l’unica conosciuta dagli amministratori locali e gradita anche alla maggioranza delle persone, visto che i suddetti centri commerciali sono sempre pieni. Anche di ragazzini, che lì possono passarci interi pomeriggi mentre a studiare a casa…

Centri di aggregazione, sale multimediali, biblioteche avrebbero potuto dare una grossa mano in questo frangente, a supplire in parte alla carenza di spazi, in minima parte: ma mancano, i giovani, per la nostra classe politica non esistono, se non per sbatterli in galera se si fanno una canna.

Quindi l’unica soluzione sensata, che piaccia o no, è quella prospettata e poi subita rinnegata timidamente dal ministro: la didattica mista, a distanza e in presenza. Inutile fare appelli ricchi di eloquenza o lanciare minacce di mobilitazioni che la scuola non è in grado di fare, perché è l’unica soluzione sensata.

Ovviamente va organizzata in modo che nessuno resti indietro: banda larga per le scuole e gli studenti, garantita e, possibilmente, gratuita, strumenti digitali per chi non se li può permettere, possibilità di trasmettere la lezione in tempo reale a scuola e a casa, ecc. Alternanza tra chi resta a scuola e chi a casa, con particolare attenzione agli alunni con disabilità.

In Germania aprono le quinte elementari la prossima settimana, in Francia l’apertura è limitatissima, in Spagna, Inghilterra, ecc. le scuole sono chiuse come da noi, in Svezia è tutto aperto ed è un’ecatombe, perché l’immunità di gregge è solo l’applicazione darwiniana dell’eugenetica di Hitler. Quindi la questione non è così semplicistica come molti, raccontando balle vogliono far credere e gli altri, riguardo la scuola, fanno quello che facciamo noi.

In Germania, in una quinta elementare, sono previste quarantadue regole di comportamento, alcune delle quali inattuabili da noi per carenza di personale, da seguire rigidamente. Immaginate quale messe di appelli e piagnistei se imponessimo quarantadue regole ai nostri poveri bambini che vanno a scuola.

Eppure, per chi va a a scuola, non più di dieci, dodici alunni per classe, perchè questa è la tolleranza media nella scuola dell’obbligo per rispettare il distanziamento, le norme devono essere dettagliate, severe, stringenti e non possono essere delegate ai Dirigenti. Forse non quarantadue, ma una trentina sì.

Veniamo al problema delle famiglie che lavorano e si trovano senza il possibile supporto dei nonni. Non sta alla Scuola risolvere questo tipo di problematiche, la scuola deve fornire un servizio nel modo più efficiente possibile, punto. Ed è tempo che la si pianti di considerare la scuola un’azienda a disposizione dei clienti invece che un’agenzia sociale che fornisce un servizio agli utenti.

Casomai, le famiglie dovrebbero richiedere un intervento allo Stato che potrebbe e dovrebbe, a mio parere, mobilitare il terzo settore e assegnare di default educatori che seguano i bambini nelle ore di assenza dei genitori. Potrebbe essere anche un ottimo tirocinio per gli studenti universitari di Scienze della formazione, ecc.

Molto ci sarebbe da dire sull’infantilismo dei ragazzi che arriva alla terza media, sulle madri crociate pronte a sguainar la spada, sull’influenza della cattiva televisione sulle famiglie italiane. Molto, quindi non lo dico.

Questo che ho prospettato è il quadro più realistico possibile ma non è quello che succederà. Perché in questo paese siamo tutti capaci di dire agli altri come svolgere il proprio compito, molto meno a prendere atto della realtà per rimboccarsi le maniche e cambiarla. Tantomeno i politici, che faranno un pericoloso pasticcio nel tentativo di ottenere più consenso possibile.

Finita l’emergenza, i problemi della scuola resteranno, noi torneremo ad essere considerati nulla facenti, ad essere oggetto di insulti, minacce, percosse, ecc. e ad ottenere risposte retoriche rispondendo con la stessa retorica. E continueranno a non esserci politiche giovanili, centri di aggregazione, biblioteche, ecc.

Ho tralasciato di parlare di piste ciclabili, ingressi frazionati, necessità di assunzioni immediate e congrue, raddoppiamento del personale Ata e di segreteria, nuovo contratto dei lavoratori della scuola che comprenda anche la Dad e l’impegno che comporta,ecc. perché me la cavo con la distopia ma sulla fantascienza devo ancora lavorarci.

P.s: la didattica a distanza è didattica, non bella didattica, non quella che sognamo ma è didattica. Se continuiamo a dire che questa non è scuola, sottintendiamo che non stiamo lavorando con le conseguenze che potete prevedere. Quindi, per piacere, piantiamola di ripetere questo mantra. Anche perché ditemi se è scuola far lezione frontale davanti a dieci ragazzini che non possono parlare, disturbare, lanciarsi palline di carta, distrarsi un momento. So che è il sogno di molti colleghi, per me è un incubo.

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