Andiamo avanti senza vedere

Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

In Cecità, uno dei tanti capolavori di quello straordinario scrittore che è stato Josè Saramago, un’epidemia colpisce una grande città e la gente diventa improvvisamente cieca, tranne una donna. Uno dei messaggi di quel libro è che per vedere realmente chi siamo e cosa conta nella vita, a volte, è necessario perdere qualcosa di importante.

La pandemia ci ha tolto molte cose importanti: la sicurezza, la libertà di muoverci come crediamo, la libertà di interagire con gli altri come vogliamo, la libertà di protestare, ecc.

Eppure, a giudicare dal mondo dei social, che oggi è lo specchio più fedele della realtà sempre più virtuale in cui siamo immersi, alla maggior parte delle persone più che il diritto di manifestare, di aggregarsi per progettare un futuro migliore, di abbracciarsi, manca l’estetista, i centri commerciali, la possibilità di riempire le spiagge schiacciandosi l’uno all’altro come sardine in scatola, le discoteche, ecc.

A molti, ovviamente, mancano i soldi necessari per arrivare a fine mese, altri fanno i furbi ricevendo soldi che non gli spettano e le conseguenze della crisi che verrà saranno pesanti e a lungo termine. Forse dovremmo cominciare a chiederci perché, saranno pesanti e a lungo termine.

Nessuno tra gli autorevoli commentatori dei giornali, autorevoli si fa per dire, si sogna di insinuare il dubbio che forse il sistema in cui viviamo quello liberal capitalista, dominato dal liberismo, è arrivato al capolinea.

Nessuno, evidentemente, nutre il dubbio che una società che antepone il consumo alla vita umana, non può garantire nessuna forma di libertà e di diritto, ed è sempre pronta a limitare la prima ed eliminare il secondo nell’eventualità che mettano in pericolo la propria esistenza.

Parlando ieri con i miei ragazzi, durante una lezione online, dicevo che viviamo in un mondo dove la vita umana ormai è merce di scambio, dove persino la salute, uno dei diritti fondamentali dell’individuo, ormai viene in secondo piano rispetto alla ripresa economica.

La lezione era sulla crisi del novecento, tra le due guerre, quando tutte le certezze sono venute a crollare e il valore della vita dell’individuo, che le conquiste della rivoluzione francese avevano messo in primo piano, cominciava a retrocedere in classifica.

Purtroppo, la crisi che stiamo vivendo oggi, altrettanto drammatica, non sembra produrre una schiera di straordinari artisti e intellettuali che indichino la strada da prendere come accadde allora.

Facevo un esempio banale, quello dei calciatori: se il campionato riprenderà sarà la prova che i giocatori, in quanto esseri umani, valgono meno dei giocatori in quanto oggetti che procurano profitto.

Ho detto prima che molta gente non sa come arrivare a fine mese per mangiare: credo che il primo pensiero della politica debbano essere loro, senza raccontarci l’ipocrita favola secondo cui far ripartire i consumi sarà di giovamento a tutti, perché è evidente, visto quello che sta accadendo in questi giorni che non è vero: chi non consuma, non conta nulla, gli anziani sono consumatori irrilevanti e dunque, nel calcolo cinico della politica, si può rischiare di sacrificarne ancora qualcuno pur di tornare alla condizione di prima.

Il problema è che il problema è esattamente la condizione di prima, il problema è tornare a una normalità inquinata, velenosa, iniqua e priva di qualunque valore etico e morale.

Nonostante l’epidemia abbia colpito le nostre città, nonostante la realtà sia sotto gli occhi di tutti, continuiamo ad andare avanti senza vedere.

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Con la retorica non si risolve il problema della Scuola

Foto di ArtTower da Pixabay

Sembra che la narrazione sulla scuola, nel nostro paese, non riesca a uscire da una retorica pesante e stantia, vedi l’editoriale di Asor Rosa su Repubblica, le sparate insensate di Galli della Loggia ma anche le eloquenti sparate contro la didattica a distanza di tanti colleghi fini dicitori sulle pagine dei social.

Per non parlare del ministro, uno dei più confusi, a voler essere benevoli, degli ultimi anni.

Vorrei dire alcune cose che, probabilmente, mi attireranno l’antipatia di molti ma, tant’è: diceva Graham Greene che un intellettuale dev’essere contro l’opinione comune quindi, si parva licet, ci provo, non per amore di contraddizione ma per amore del buon senso.

Intanto mettiamo un limite tra ciò che si dovrebbe fare nei prossimi quattro mesi e ciò che si potrà, realisticamente fare: della scuola, a parte chi ci lavora, non frega niente a nessuno,compresa la grande maggioranza delle famiglie, da una ventina d’anni, ergo, la scuola è andata a ramengo. Il 40% degli edifici scolastici non è in sicurezza, gli stipendi di insegnanti e Ata sono sotto il livello di decenza, non ci sono motivazioni valide e sensate per desiderare di fare questo lavoro se non il miraggio del posto fisso. I tagli sono stati da macelleria sociale hanno toccato cattedre, personale Ata e di segreteria, materiale scolastico, carta igienica, banchi, ecc. Con qualche miglioramento delle dotazioni informatiche.

Pensare che in quattro mesi si possa riparare a questo disastro è del tutto utopistico e privo di qualunque base razionale. Semplicemente, non si può anche volendo e non vogliono..

Sulla scuola si è tagliato moltissimo e moltissimo si è tagliato sulle politiche giovanili: mancano centri di aggregazione per i giovani, biblioteche, sale multimediali, cinema a misura umana, centri civici attrezzati in ogni quartiere, ecc.

Non mancano, invece, i centri commerciali, costruiti al posto di tutte queste belle cose in nome dell’etica del consumo, l’unica conosciuta dagli amministratori locali e gradita anche alla maggioranza delle persone, visto che i suddetti centri commerciali sono sempre pieni. Anche di ragazzini, che lì possono passarci interi pomeriggi mentre a studiare a casa…

Centri di aggregazione, sale multimediali, biblioteche avrebbero potuto dare una grossa mano in questo frangente, a supplire in parte alla carenza di spazi, in minima parte: ma mancano, i giovani, per la nostra classe politica non esistono, se non per sbatterli in galera se si fanno una canna.

Quindi l’unica soluzione sensata, che piaccia o no, è quella prospettata e poi subita rinnegata timidamente dal ministro: la didattica mista, a distanza e in presenza. Inutile fare appelli ricchi di eloquenza o lanciare minacce di mobilitazioni che la scuola non è in grado di fare, perché è l’unica soluzione sensata.

Ovviamente va organizzata in modo che nessuno resti indietro: banda larga per le scuole e gli studenti, garantita e, possibilmente, gratuita, strumenti digitali per chi non se li può permettere, possibilità di trasmettere la lezione in tempo reale a scuola e a casa, ecc. Alternanza tra chi resta a scuola e chi a casa, con particolare attenzione agli alunni con disabilità.

In Germania aprono le quinte elementari la prossima settimana, in Francia l’apertura è limitatissima, in Spagna, Inghilterra, ecc. le scuole sono chiuse come da noi, in Svezia è tutto aperto ed è un’ecatombe, perché l’immunità di gregge è solo l’applicazione darwiniana dell’eugenetica di Hitler. Quindi la questione non è così semplicistica come molti, raccontando balle vogliono far credere e gli altri, riguardo la scuola, fanno quello che facciamo noi.

In Germania, in una quinta elementare, sono previste quarantadue regole di comportamento, alcune delle quali inattuabili da noi per carenza di personale, da seguire rigidamente. Immaginate quale messe di appelli e piagnistei se imponessimo quarantadue regole ai nostri poveri bambini che vanno a scuola.

Eppure, per chi va a a scuola, non più di dieci, dodici alunni per classe, perchè questa è la tolleranza media nella scuola dell’obbligo per rispettare il distanziamento, le norme devono essere dettagliate, severe, stringenti e non possono essere delegate ai Dirigenti. Forse non quarantadue, ma una trentina sì.

Veniamo al problema delle famiglie che lavorano e si trovano senza il possibile supporto dei nonni. Non sta alla Scuola risolvere questo tipo di problematiche, la scuola deve fornire un servizio nel modo più efficiente possibile, punto. Ed è tempo che la si pianti di considerare la scuola un’azienda a disposizione dei clienti invece che un’agenzia sociale che fornisce un servizio agli utenti.

Casomai, le famiglie dovrebbero richiedere un intervento allo Stato che potrebbe e dovrebbe, a mio parere, mobilitare il terzo settore e assegnare di default educatori che seguano i bambini nelle ore di assenza dei genitori. Potrebbe essere anche un ottimo tirocinio per gli studenti universitari di Scienze della formazione, ecc.

Molto ci sarebbe da dire sull’infantilismo dei ragazzi che arriva alla terza media, sulle madri crociate pronte a sguainar la spada, sull’influenza della cattiva televisione sulle famiglie italiane. Molto, quindi non lo dico.

Questo che ho prospettato è il quadro più realistico possibile ma non è quello che succederà. Perché in questo paese siamo tutti capaci di dire agli altri come svolgere il proprio compito, molto meno a prendere atto della realtà per rimboccarsi le maniche e cambiarla. Tantomeno i politici, che faranno un pericoloso pasticcio nel tentativo di ottenere più consenso possibile.

Finita l’emergenza, i problemi della scuola resteranno, noi torneremo ad essere considerati nulla facenti, ad essere oggetto di insulti, minacce, percosse, ecc. e ad ottenere risposte retoriche rispondendo con la stessa retorica. E continueranno a non esserci politiche giovanili, centri di aggregazione, biblioteche, ecc.

Ho tralasciato di parlare di piste ciclabili, ingressi frazionati, necessità di assunzioni immediate e congrue, raddoppiamento del personale Ata e di segreteria, nuovo contratto dei lavoratori della scuola che comprenda anche la Dad e l’impegno che comporta,ecc. perché me la cavo con la distopia ma sulla fantascienza devo ancora lavorarci.

P.s: la didattica a distanza è didattica, non bella didattica, non quella che sognamo ma è didattica. Se continuiamo a dire che questa non è scuola, sottintendiamo che non stiamo lavorando con le conseguenze che potete prevedere. Quindi, per piacere, piantiamola di ripetere questo mantra. Anche perché ditemi se è scuola far lezione frontale davanti a dieci ragazzini che non possono parlare, disturbare, lanciarsi palline di carta, distrarsi un momento. So che è il sogno di molti colleghi, per me è un incubo.

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Confessioni di un ipocondriaco

Io sono ipocondriaco, anche se negli ultimi anni lo nascondo bene. Quando fai un lavoro in cui ogni giorno almeno uno o due ragazzini ti arrivano a dieci centimetri di distanza per dirti che la sera prima avevano quaranta di febbre, la diarrea, la tosse e non si sentono tanto bene, o ti suicidi o cerchi di controllarti.

Per altro appartengo a una generazione sfigata: quella che ha visto l’Aids in piena tempesta ormonale, proprio nell’età delle prime conoscenze carnali, immediatamente rimandate a data da destinarsi, quella ecologista, amante del birdwatching, che ha visto venire fuori l’aviaria, quella che manifestava per togliere il debito all’Africa, ed è arrivato Ebola, ecc.ecc.

Il Covid, ovviamente, per noi ipocondriaci è stato una trauma con un solo lato positivo: tutte le nostre manie improvvisamente sono diventate legge. Ma viviamo da mesi nel terrore, ovviamente, per altro sono anche allergico, quest’anno l’allergia è arrivata prima e potete immaginare l’angoscia a ogni starnuto.

Mi piace il trekking, specie quando sono in montagna ma anche nelle alture vicino casa. Mi piace per lo stesso motivo per cui amo la pesca sui fiumi: amo la natura e posso stare da solo per ore, senza incontrare nessun altro se non mia moglie, a volte neanche lei.

Oggi sono uscito a fare trekking ed è stato terribile. Intanto il sindaco ha detto che la mascherina, obbligatoria nei luoghi chiusi e nei parchi, è fortemente raccomandabile all’aperto. Che cazzo vuol dire? O la obblighi o ognuno si sente in dovere di fare quello che vuole. Infatti…

Incontri quelli che la portano al collo, come un foulard, forse cercando di dare il via a una tendenza, poi quegli altri che se la tirano su all’improvviso se ti incrociano, come banditi che stanno per fare una rapina in banca, quelli senza, che, immancabilmente, o urlano o ridono in modo carnascialesco quando ti incrociano, quelli che la portano e se ti vedono passano dall’altro lato della strada rischiando di essere falciati da un’auto in corsa. E poi…

La scena meriterebbe la colonna sonora di Ennio Morricone: tu hai la maschera, lui ha la maschera, tu stai salendo, lui scende: vi guardate negli occhi, a chi tocca spostarsi di lato per mantenere la distanza sociale? L’immagine di Clint Eastwood che sta per sfoderare la Colt si mescola a quella di Frate Cristoforo che sta per infilzare il fellone fino a quando, finalmente, dopo qualche tentennamento, tutti e due proseguite.

Tornato a casa , ho pensato che, a meno che uno non ti sputi addosso, ed essendo un insegnante e sindacalista non è un’ipotesi così remota, la probabilità di infettarsi per strada è remota. Ma ci sono altri pericoli.

Sali su un autobus e incontri, a un metro di distanza, Povia, che ieri sera ha detto in tv che lui pulisce benissimo casa ed è un omosessuale mancato. Riuscirai a trattenerti dal dirgli di non preoccuparsi, perché è un perfetto idiota?

O incontri Ratzinger, un altro omofobo, per cui le coppie gay sono manifestazione dell’Anticristo, la Shoa no, i bambini siriani che cadono sotto le bombe, no, i gay. Puoi trattenerti dall’andargli davanti e salutarlo con un marziale Sieg Heil?

Peggio, puoi incontrare due leghisti che parlano degli immigrati da regolamentare, in toni ovviamente razzisti. Lì ti salva il fatto che, probabilmente, riesci a capirlo solo dopo, dato il linguaggio che usano abitualmente.

E se incontri Salvini, la Meloni, o Salvini e la Meloni? Più che una mascherina servirebbe una vasca di decontaminazione.

Il Covid è una tragedia, grande, che lascerà molte cicatrici quando finirà, ma i mostri veri, i mali veri del nostro paese, non sono mai andati via. Avevano taciuto, per un po’, e adesso eccoli di nuovo fuori dalle loro luride tane, razzisti, omofobi, complottisti, fascisti, neonazisti, una genia di pezzi di merda che imperversa per tutta la penisola.

Contro quelli, purtroppo, non c’è vaccino.

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Renzi, il triste declino di un talento sprecato

Foto di StockSnap da Pixabay

L’uomo che col suo referendum voleva governare da solo, senza i noiosi passaggi alla camera, accusa il Presidente del Consiglio di volere pieni poteri nel bel mezzo di una pandemia.

L’uomo che settimane fa aveva dato date precise e precoci per far ripartire scuole e industrie,restando fortunatamente inascoltato, minaccia di far cadere il governo nel momento più difficile della storia repubblicana.

L’uomo che da mesi sta facendo del populismo la sua unica arma nel tentativo disperato (per fortuna) di prendere atto del fallimento causato in buona parte dalla sua megalomania, non riesce a sopportare il ruolo di comprimario, deve sempre e per forza rubare la scena, parlare sopra le righe anche quando il momento non lo consiglia, fregandosene, come fa da molto tempo, non come ha sempre fatto, dei reali bisogni del paese.

E’ un peccato che il narcisismo patologico abbia ridotto a una macchietta penosa un poltico di talento, uno che era ancora riuscito a infiammarci con la sua requisitoria contro Salvini e la sua perorazione a favore di un govenro con i Cinque stelle, salvo poi dimostrare che si trattava solo dell’ennesimo, stucchevole gioco di prestigio.

Non c’è peggior cosa di chi si convince che il consenso è qualcosa che non passa, una conquista, e non capisce quanto di volatile, etereo, instabile vi sia, tanto che solo quelli veramente grandi riescono a mantenerlo, non i piccoli uomini come Matteo Renzi.

Non ha capito che non c’è bisogno di un altro alfiere di Confindustria, organizzazione squallida e miserabile che cerca di lucrare anche sui morti, c’è già la destra peggiore dal dopoguerra a oggi a leccare il culo agli industriali, lui è di troppo.

Mi sono vergognato per te e per i tuoi adepti il venticinque Aprile, per il vostro peana agli americani, per la crassa ignoranza dei tuoi seguaci, non la tua, no, tu sai benissimo che l’Europa l’hanno liberata anche i russi, che americani e russi giocavano una partita a scacchi con le vite dei loro soldati, spartendosi il mondo, la stessa partita che vorresti giocare tu sul virus, che gli unici da compiangere sono i tanti giovani senza divise ma con delle idee, morti per garantire perfino a politicanti da quattro soldi come te di sbraitare in Parlamento come hai fatto oggi, di tentare un altro, penoso gioco di prestigio ergendoti a paladino di una Costituzione che hai tentato di snaturare.

Non sei mai stato un compagno, non sarai mai un compagno, ma potevi fare meglio. Hai illuso tanti compagni, e questo non è giusto perché sono brave persone, che credono in un’idea che tu hai contribuito insieme a tanti altri a gettare nel cesso.

Non sei responsabile di tutto, certo, ma sei solo sempre stato nel posto sbagliato al momento sbagliato, hai solo sempre detto quello che non andava detto quando non andava detto.

Poteva essere diverso, potevi diventare, dopo aver pugnalato alle spalle il tuo amico Letta, che giustamente ti odia, un grande politico, fare ammenda di quel colpo basso e dimostrare che tu non eri quello, l’ennesimo saltimbanco sul palcoscenico della nostra politica, ma che avevi idee diverse e nuove, che quello era stato un sacrificio necessario per il bene del paese.

Invece eri proprio quello, anzi peggio, incapace di ammettere i tuoi errori, pronto a scaricare le tue responsabilità sugli altri, pronto ad affermare tutto e il contrario di tutto il giorno dopo, come un Berlusconi qualunque, il tuo unico, vero modello.

Per non parlare dei tuoi adepti, bravi borghesi, appunto, e non scrivo borghesi in senso benevolo ma nel senso che quelli della mia generazione, quelli che volevi rottamare, attribuivano a quel termine.

Speriamo che quello di oggi sia il tuo ultimo gioco di prestigio, ormai il trucco è alla luce del sole, speriamo che non riesca e tu finisca, come quelli che oggi sbraitavano perchè altro non sanno fare, in un meritato oblio al più presto.

Questo paese ha tanti difetti, la gente non è proprio il massimo, ma, decisamente, non ti merita.

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Un uomo solo nel deserto

Una delle immagini che resterà impressa nella memoria collettiva, quando questa angosciante quarantena planetaria volgerà al termine, sarà quella del Papa, solo, claudicante, in mezzo a una piazza S. Pietro deserta.

Il gesto di mostrare il Santissimo sacramento ai quattri punti cardinali, quasi una disperata richiesta d’aiuto a un Dio che sembra distante, un gesto di disperazione e fede, rievoca memorie sciamaniche e antichi rituali.

Lo sciamano metteva sì in contatto con la divinità ma anche con gli spiriti della terra, con le forze profonde e misteriose del mondo in cui viviamo, capaci di risanare e distruggere, dotate di un potere immenso che travalica quello che la mente umana può comprendere e che per questo, si chiama trascendente. Credo che il Papa, con quel gesto, abbia lanciato un segnale, cercato un contatto che ci rimetta in sintonia con l’uomo e con Dio.

Quel gesto di Francesco è sembrato il disperato sos di un uomo che si è caricato sulle spalle il dolore del mondo, fisicamente e moralmente, che chiamato a esercitare il suo ministero nel momento più tragico e difficile del dopoguerra, lo fa con la sua straordinaria carica di umanità, la sua lucidità di pensiero e una capacità di empatia col dolore che lascia sgomenti. Guardandolo, osservando la fatica e il dolore dipinti sul suo volto, vedendolo assorto in preghiera, ho pregato che quel peso che si portava dentro non lo schiacciasse.

Il brano del Vangelo che ha commentato è straordinariamente attuale e suggestivo, come attuali, forti, a tratti dure, sono state le sue parole e il suo smarrimento, che è lo smarrimento di ognuno di noi. Quel “non avete fede” ripetuto agli uomini e a sé stesso, amplificato dal deserto di quell’enorme piazza, risuona dentro di noi come un monito.

La forza delle immagini rischia di far passare in secondo piano la potenza delle parole, parole come sassi appuntiti che lacerano e feriscono la coscienza di ognuno di noi, per poi risanarla con la potenza del gesto sacro.

Nel momento del bisogno, Francesco è una guida per chi crede e per chi non crede, per chi lo imita in modo sacrilego e squallido e per chi lo critica, bestemmiando la propria millantata fede e abiurando alla propria dignità di uomo. L’unica indiscutibile guida morale del mondo.

Comunque la si pensi, Francesco merita rispetto, lo stesso rispetto dovuto a chi sta svolgendo il proprio lavoro per gli altri, a chi sta guardando agli altri in un momento in cui sarebbe fin troppo semplice e, per certi versi, anche giustificato, pensare solo a sé stessi.

Quell’uomo solo, in mezzo a una piazza maestosa ancora più splendida e sinistra nel crepuscolo, deserta come in un presagio, ci ha fatto capire di non essere soli nella tempesta.

Credo sia tutto quello che, oggi, può darci la fede e non è poco.

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