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Quei cento passi ancora tutti da fare

 

peppino impastato

La squallida partecipazione del figlio di Riina allo squallido programma di Vespa, avrebbe potuto, suo malgrado, avere un senso, qualora avesse dato luogo a una serie di riflessioni sul fenomeno mafie, sull’ allarmante penetrazione al nord della ‘ndrangheta, su come la Camorra occupa il territorio in Campania, sui rapporti tra le mafie nostrane e i cartelli sudamericani, ecc.ecc.

Nulla di tutto questo invece è apparso sui giornali: solo polemiche giustificate dalla gravità del fatto ma portate avanti, dai non addetti ai lavori, come se la comparsa di Riina jr. in tv fosse un fastidioso retaggio di un passato da dimenticare.

Questo paese non vuole o non riesce ad afferrare quanto le mafie riescano a incidere sul normale tessuto democratico, già indebolito da una politica trasformata sempre più in una partita tra affaristi e quanto la loro penetrazione influenzi e possa toccare la vita di ognuno di noi.

Due giorni fa Raffaele Cantone, che le mafie le conosce bene, ha fatto un’affermazione terribile: la sanità è un crocevia di delinquenti di ogni risma.

Tradotto significa che uno dei diritti fondamentali di ognuno di noi, quello alla salute, può essere messo a rischio da una fornitura medica scadente, da un primario assunto non per merito ma grazie alle sue conoscenze, da una partita di medicinali taroccati. E’ noto l’aneddoto di quel boss mafioso che, chiamato dalla moglie perché il figlio aveva avuto un incidente, prima di portarlo al pronto soccorso le ha chiesto di informarsi su chi fosse il medico di turno, nel timore che potesse trattarsi dell’incapace che lui aveva fatto assumere.

Questo è il paese in cui viviamo e l’indifferenza con cui le parole di Cantone sono state accolte, la mancanza di approfondimenti adeguati dopo la trasmissione di Vespa, dimostrano che siamo ancora ben lontani dal compiere i cento passi di Peppino Impastato, bussare a quella porta e chiedere di levare il disturbo. Se le tante librerie  che espongono il cartello in cui annunciano di non voler vendere il libro di Riina sono un segnale incoraggiante, non lo è il fatto che non l’abbia fatto il novanta per cento.

Finché la mafia non diventerà un problema di coscienza per tutti, finché il discredito sociale verso la corruzione, di cui la mafia si nutre, non sarà alto e duro, finché non ci sarà la consapevolezza che nessuno è escluso dal fenomeno, che se si muore per un colpo di pistola in Campania si può morire per un’operazione in Lombardia o per un’esalazione di rifiuti tossici in Liguria o per il crollo di una casa costruita male in Piemonte, finché non troveremo il coraggio, tutti quanti, non di protestare contro Vespa ma di spingere fino a far cacciare quelli come Vespa che con la mafia giocano, i politici che ricevono i voti, gli imprenditori che con la mafia si accordano, le possibilità di questo paese di ricominciare saranno sempre vicine allo zero.

Ci sono segnali inquietanti e la trasmissione dell’altra sera è solo uno dei tanti: certi articoli di giornale, approssimativi e inesatti, attaccano con titoli che vogliono destare scalpore l’antimafia, sono in uscita due libri, su cui non esprimo giudizi perché non li ho letti, ma di cui posso immaginare il tenore, sullo stesso argomento, last but not least le infami parole del fidanzato della Guidi su Rita Borsellino e gli altri figli di vittime della mafia, che tradiscono un sentimento di fastidio diffuso in certi ambienti., . Senza tirare fuori il famoso articolo di Sciascia, che probabilmente si rivolterà nella tomba nel vedere come vengono usate ed abusate le sue parole, le offensive contro chi quotidianamente studia e combatte contro le mafie, non hanno mai portato a nulla di buono in questo paese. Fermo restando, s’intende, il dovere di fare chiarezza dove ci sono zone d’ombra e facendo salvo il diritto di critica (non di calunnia o di menzogna).

E’ per tutto questo che, a mio parere, nelle scuole bisogna fare antimafia, bisogna istituzionalizzare l’antimafia e spingere affinché i ragazzi riescano a maturare una repulsione tale da unirli attorno al valore comune della lotta per la legalità.

Perché loro, i ragazzi, la la forza di fare quei cento passi e andare oltre per fortuna ce l’hanno, tocca a noi dare l’esempio.

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Il cinismo al servizio del boss

Non è una questione di pacificazione, né di revisione storica, la presenza del figlio di Riina a Porta a Porta è frutto del cinico calcolo di un ex giornalista che per rialzare l’audience non esita a giocare una carta truccata.

Non esiste diritto di cronaca né libertà di pensiero quando a parlare è la mafia. Remarque diceva che la guerra va diffamata, sempre e comunque, io penso che la mafia vada combattuta, odiata e avversata,sempre e comunque e che chi non lo fa sia un infame, nel senso letterale di “persona che non merita di essere nominata”.

Ai parenti di vittime di mafia, ne conosco personalmente due, uno è un amico di vecchia data,. un altro un amico recente, va non la mia solidarietà, che è scontata, ma la condivisione della rabbia, dello schifo e del sovrano disprezzo per chi ha ordito una operazione di livello così infimo.

Ma io credo che i primi a indignarsi, i primi ad alzare gli scudi e a rifiutarsi di avallare una simile porcheria, avrebbero dovuto essere i giornalisti. Il giornalismo, al di là degli improperi che rivolgo a questo o quell’editorialista da queste pagine, è mestiere nobile, al servizio della verità e della libertà di pensiero. Come possono i giornalisti televisivi e della carta stampata tollerare la placida arroganza del padrone del vapore e limitarsi a riportare la notizia senza chiedere che venga radiato dall’ordine chi ha fatto un tale affronto alla loro professione?

In Campania si muore di camorra ogni giorno, la presenza delle mafie nel nostro paese è soffocante, ieri Cantone ha sottolineato come la sanità sia ricettacolo di criminali d’ogni risma. Com’è possibile dare la parola a chi, lungi dall’esprimere l’ombra di un pentimento, mostra di aver assimilato le folli idee paterne e ha la faccia di recriminare sul fatto che un pluriomicida stragista marcisca ancora, giustamente, in galera? Com’è possibile fornire per due volte a parenti di mafiosi una vetrina da cui vomitare sugli italiani falsità, risposte ambigue e giustificazioni dell’ingiustificabile?

Forse il programma vuole dare un amano al premier che ama considerare la mafia un orpello del passato o almeno, è evidente che non la considera qualcosa di cui preoccuparsi, dal momento che non un passo ha compiuto il suo esecutivo per combattere questo male.

Eppure leggendo oggi i forum dei quotidiani, c’è chi difende questa scelta, chi interpreta la libertà d’opinione come libertà di menzogna, chi confonde l’infamia col diritto. Segno che stiamo perdendo il senso della libertà, la sua essenza più preziosa: quella di essere tale se non urta o limita la libertà del vicino. La presenza del figlio del capo della mafia in tv urta milioni di italiani onesti, centinaia di parenti delle vittime, migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, non è quindi libertà ma arbitrio.

Parecchi anni fa Sergio Zavoli, grande giornalista di tempra ben diversa dal piccolo uomo di cui stiamo parlando, portò in televisione i terroristi, in uno dei migliori programmi mai prodotti dalla Rai: La notte della Repubblica.

I terroristi intervistati spiegarono i motivi che li avevano condotti alla lotta armata e quelli che li avevano portati al pentimento: sui loro volti, nei loro gesti, si leggeva il tormento e la necessità di una confessione in pubblico dolorosa e catartica. Non cercavano giustificazioni, chiedevano perdono. Ci volle coraggio allora per fare quello che fece Zavoli, ma il programma era talmente ben costruito e tanta impressione fecero quello interviste, che nessuno poté negare la bontà dell’operazione. Operazione ben diversa dalla squallida trovata pubblicitaria da mentecatto descritta sopra.

Poiché è inutile cercare di parlare a Vespa di principi etici e rispetto, di senso del limite e misura, sarebbe forse il caso che chi di dovere, lo pensionasse o quantomeno, chiudesse la sua oscena trasmissione e gli desse una collocazione tale da nuocere il meno possibile.

Questo se ancora si vuole dare alla Rai l’etichetta di servizio pubblico, in caso contrario, cancelliamola e sostituiamola con l’etichetta di pubblica latrina.

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Se l’Unità se la prende anche con l’Anpi…

partigiani

L’Anpi è un’istituzione, un presidio di democrazia che vigila con attenzione affinché quelle libertà che i partigiani hanno conquistato a costo della vita siano tutelate, non vengano messe in discussione, magari in nome di un impossibile superamento delle divisioni-

Che Rondolino, editorialista dell’Unità, dopo aver dato del mafioso a Saviano se la prenda anche con il presidente dell’Anpi Smuraglia, per i dubbi espressi riguardo la riforma costituzionale del ministro Boschi, è francamente troppo.

Il tono offensivo e volutamente canzonatorio usato da Rondolino nell’ennesimo,squallido atto di servilismo giornalistico, non può essere definito che squadrista.

E’ proprio infatti dei fascisti beffeggiare l’avversario senza entrare minimamente nel merito della discussione,senza confrontarsi con chi esprime un’opinione diversa. 

Per altro, Smuraglia ha ragione: l’abolizione del Senato, l’attribuzione di un enorme potere nelle mani del premier, lungi dall’essere un fatto positivo, come ha scritto domenica un sempre più confuso Scalfari su Repubblica, con questo esecutivo, con questo premier, è atto di gravità assoluta che mette senza dubbio in pericolo la tenuta democratica del paese. Sono perfettamente d’accordo con lui nel considerare il referendum sulla Costituzione un momento fondamentale per la tutela della libertà nel nostro paese  e non posso che esprimergli tutta la mia solidarietà per l’attacco meschino di cui è stato oggetto.

Ricordo che Renzi dall’inizio della legislatura ha stretto un patto con un pregiudicato ed ha fatto passare le sue presunte riforme grazie all’aiuto di un gruppo di inquisiti capitanati da uno degli uomini di fiducia del pregiudicato di cui sopra.

Le riforme si sono concretizzate in:

– Abolizione dell’articolo 18, cancellazione di fatto della contrattazione nazionale e deregualtion sulle assunzioni, con la grande truffa dei voucher.

– Abolizione dell’Imu che metterà in ginocchio i comuni.

– Destrutturazione in senso aziendalistico della scuola pubblica i cui lavoratori, ricordo, hanno il contratto bloccato da sette anni. Confusione totale sulle assunzioni degli insegnanti, nessun azzeramento del precariato, inserimento del bonus sul merito senza una regolamentazione adeguata e senza riconoscerlo per quello che è, compenso accessorio e quindi soggetto a contrattazione sindacale. Ma sui danni alla scuola torneremo in un altro post, perché la vera devastazione comincerà con la completa entrata a regime di quest’oscena legge.

– Una legge sulle unioni civili che non contempla la stepchild adoption e nasce da una squallida logica cerchiobottista.

– Una politica estera semplicemente ridicola, con la spinta alla nomina come ministro degli esteri europeo di una figura di secondo piano, inesperta, ma appartenente alla cerchia di amici del premier. Ogni volta che Renzi ha alzato la voce, nel giro di due giorni ha abbassato la coda tornando a cuccia. Nessun provvedimento serio sulla /(finta) emergenza immigrazione, nessun provvedimento per il voto agli immigrati e lo ius soli.

– Nessun atto concreto di lotta alle mafie, tranne polemizzare con Saviano quando ha affermato che una parte del paese è nelle mani della criminalità organizzata.

– Molti atti concreti, l’ultimo è sotto gli occhi di tutti, di rispettoso ossequio alle multinazionali compresa la Fiat, con le oscene lodi a Marchionne, che forse sente vicino per la stessa facilità di raccontare fole e lo smisurato ego.

Immaginate cosa potrebbe fare senza un organo di garanzia come il Senato a bilanciare le proposto di un parlamento emanazione del suo leader. E adesso ditemi che il presidente dell’Anpi non ha ragione a temere per il nostro paese!

Ma è ancora una volta a chi c’ha creduto che io mi rivolgo: quante volta ancora Rondolino dovrà scrivere oscenità su quello che è stato il giornale di Antonio Gramsci, quanti miliardari dovrà ancora omaggiare pubblicamente Renzi, quanto scandali dovrà ancora coprire, quante lacrime dovrà versare la Boschi in nome dell’amore paterno se il genitore venisse rinviato a giudizio, quanti altri insulti agli insegnanti, agli operai, ai magistrati dovremo ascoltare dalla bocca di chi gli insegnanti, gli operai e i magistrati dovrebbe tutelare perché vi rendiate conto che non c’è nulla di comunista nel Pd, nulla di sinistra, che ormai si è trasformato non nella Democrazia cristiana, che sarebbe già grasso che cola, ma in una forza dichiaratamente e indiscutibilmente di destra in ogni suo atto e spesso esplicitamente fascista?

A questo punto Renzi dica se Rondolino e i suoi colleghi lo rappresentano, se considera Saviano un mafiosetto di quartiere e il presidente dell’associazione nazionale partigiani d’Italia un visionario. Dica se l’impegno contro la mafia e la tutela delle libertà democratiche sono retaggi di un passato da rottamare o richiami all’ordine i servitori troppo zelanti, per altro poco affidabili, dato anche come sta girando il vento.

L’Unità che attacca l’Anpi ( l’Unità che attacca l’Anpi, cazzo!) è solo l’ultimo atto di una triste deriva reazionaria a cui, purtroppo, il quotidiano che fu comunista ci ha ormai abituati. Attendiamo con ansia gli editoriali di Rondolino, contro la Croce rossa, Gino Strada, Don Ciotti ecc. ecc.

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Se l’Unità dà del mafioso a Saviano

Ci si chiede che bisogno abbia Renzi  di Fabrizioi Rondolino, giornalista dell’Unità, il fu giornale fondato da Antonio Gramsci, con una pietosa tendenza alla  proskýnesis, la genuflessione del cortigiano davanti al padrone.

Il piccolo principe ha a sua disposizione La Repubblica, addirittura oggi uno Scalfari ormai avviato verso una senilità nebbiosa, lo paragona a Giolitti, tutte le reti televisive, una miriade di altri quotidiani, che bisogno c’è di un fogliaccio indecente talmente impregnato di bava da far rimpiangere gente come Sallusti e Feltri?

L’ultima prodezza di Rondolino è un attacco meschino e ignobile a Saviano, accusato di essere un “mafiosetto di quartiere” per aver osato chiedere al Ministro Boschi chiarimenti sul caso Guidi. Non scendo nei particolari dell’articolo, primo perché, come ho già detto, ignobile, secondo perché lo ha fatto benissimo Travaglio sul Fatto.

Mi interessa invece soffermarmi su un certo clima che, come una nebbia sottile ma invadente, aleggia nel nostro paese e che trovo francamente assai incompatibile col concetto di democrazia.

Quando Alessandro dal Lago scrisse nel 2010 “Eroi di carta”, un saggio in cui attaccava, da critico, non Roberto Saviano ma quello che Saviano aveva scritto in Gomorra, con argomentazioni puntuali, documentate e mai volutamente polemiche, Saviano venne difeso a spada tratta e acriticamente proprio da quella sinistra che oggi lo attacca e che gratificò il professor Dal Lago, uno degli intellettuali più lucidi del nostro paese, con insulti non troppo dissimili da quelli lanciati ieri da Rondolino a Saviano.

Dunque Saviano veniva bene sei anni fa, non viene più bene oggi. Sei anni fa era un eroe calunniato e vilipeso ( non è vero, ma così passò la narrazione dei fatti sui giornali), oggi è un bullo di quartiere che osa attaccare uno dei punti focali del cerchio magico del piccolo principe.

E’ un segno non del cambiamento della sinistra ma di come la sinistra non sia più tale da tempo. L’acritica difesa di Saviano e il livore contro un intellettuale di sinistra che lo aveva attaccato, in pieno berlusconismo, rispondevano a una strumentalizzazione politica che è la medesima che oggi spinge Rondolino al suo volgare attacco. Non era sinistra allora, non lo è oggi.

Bisognerebbe forse spiegare a Rondolino che la sacralità del sovrano è concetto decaduto con la rivoluzione francese e che nelle democrazie moderne, quindi non in Italia, chi viene eletto è tenuto a dare conto a chi lo ha eletto di ogni suo atto.

Si potrebbe obiettare che questo esecutivo non è stato eletto, certo, ma questo non lo esime dall’obbligo di dare conto ai cittadini di quello che sta succedendo nel nostro paese. Di cose ne stanno succedendo molte, quasi tutte spiacevoli.

Consiglierei a Rondolino e ai giornalisti dell’Unità,  la lettura di Graham Greene, scrittore inglese  che diceva che l’intellettuale “ deve stare a destra con un governo di sinistra e stare a sinistra con un governo di destra” frase da non intendersi letteralmente,ovviamente, che ribadisce il ruolo dell’intellettuale come provocatore, suscitatore di problemi, stimolatore di dubbi.

La verità è che questo governo, questo “sistema” che il piccolo principe sta creando, un sistema di amici degli amici che richiama alla memoria, sinistramente “cupole” ben note, non contempla l’intellettuale che dissente dalla narrazione del capo, non contempla il dissenso e la discussione,considerata una perdita di tempo che che contrasta con l’epica del “fare” riproposta dai continui mantra dei cortigiani del piccolo principe.

La verità è che la democrazia in questo paese è a rischio, un rischio serio e incombente e Saviano, verso cui nutro un atteggiamento non privo di riserve come scrittore ma che rispetto incondizionatamente  per il suo coraggio, è uno dei pochi a sottolineare con tenacia i buchi e le falle sempre più grandi nel tessuto della democrazia del nostro paese. Per questo va denigrato, ma senza esagerare, perché è ancora troppo popolare, nella più genuina logica mafiosa.

Nei paesi anglosassoni i giornalisti sono i cani da guardia del potere, pronti ad azzannarlo quando supera i limiti. Da noi, troppi giornalisti, sono i cani da riporto del potere, pronti a tornare dal capo portando in bocca il lavoro svolto e con la lingua bene a penzoloni per ottemperare al prossimo compitino.

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Italia, bidonville morale d'Europa

C’è un particolare che è sfuggito alla maggior parte degli osservatori nel caso dello scandalo che ha coinvolto il ministro Guidi e che, probabilmente, a breve, coinvolgerà anche il ministro Boschi.

Mi riferisco al fatto che la Total ha agito nei confronti del nostro paese come le multinazionali sono solite fare con i paesi del terzo mondo: corrompendo le persone giuste, in questo caso ministri e un ammiraglio, sfruttando quella zona grigia di cui tanto poco si parla. Leggete un buon libro che si intitola “Confessioni di un sicario dell’economia”, è istruttivo e deprimente a un tempo ma dice molto anche su quanto sta accadendo nel nostro paese.

Nessuno parla seriamente della corruzione, la palla al piede che frena lo sviluppo economico di questo paese, il combustibile che alimenta le mafie e danneggia il bene comune, la madre di tutti i mali italiani. Il problema sembra secondario, incidentale, un sassolino sulla strada delle magnifiche sorti e progressive.

Questo non è un esecutivo di corrotti, è controproducente definirlo così, anche se poi la sostanza è quella. Questo è un esecutivo che, a partire dal premier, ha una concezione strumentale e familistica del potere politico, completamente svincolata dalla morale e dall’etica. Presi uno per uno, i componenti del governo appartengono a famiglie potenti, potenti in quell’ottica di capitalismo familiare propria dell’Italia, naturalmente, e ricordiamo che la concezione familistica ha prodotto la mafia, improponibili invece a livello europeo. Sono giovani uomini e donne cresciuti con l’idea che tutto gli è permesso e tutto è lecito pur di ottenere ciò che si vuole, che la politica è un veicolo per concludere ottimi affari, che nella vita a vincere è il più ricco e chi soccombe è un perdente.

E’ una visione asfittica e meschina, certo, la stessa visione che ha portato un personaggio, inconcepibile in qualunque altro grande paese europeo, come Berlusconi a governare per vent’anni il paese. Il renzismo non è la prosecuzione del berlusconismo, è peggio. A Berlusconi bastava essere amato dai suoi, per Renzi non è sufficiente: qualunque accenno di dissenso, da qualunque parte provenga va schiacciato,deriso, cancellato. A Berlusconi interessava creare un impero, Renzi vuole creare un sistema, una struttura elastica e indistruttibile da manovrare e spostare a proprio piacimento.

Perfettamente gattopardesco nel suo agire frenetico che lascia ogni cosa al proprio posto, Renzi è l’immagine dell’azzeramento totale della politica, intesa non come mera ideologia ma proprio come “poiesis” per la polis, come azione per il bene comune. Il bene comune si identifica nel suo cerchio magico e negli interessi che rappresentano e la corruzione, in questa visione, è una carta da giocare con cautela ma presente nel mazzo. Gli amici sono il perno su cui ha fondato il governo e gli amici degli amici sono le fondamenta che lo sostengono.

Invece di avviare un piano strutturale di lotta alla corruzione, l’unico strumento per rilanciare seriamente l’economia, Renzi ha abolito l’articolo diciotto, assestando un colpo psicologicamente pesantissimo ai sindacati, ha scardinato la scuola pubblica per assicurarsi che si stia tutti ordinatamente in fila per tre, ha precarizzato il lavoro, con la formula dei “voucher”, drogando le statistiche e costruendo la favola del paese in ripresa, sta per varare una deregulation sui controlli alle aziende e, di fatto, non ha preso alcun provvedimento per un più serio controllo delle banche. Renzi, sotto gli occhi e nel silenzio di tutti, invece di liberare il terreno dalla pianta della corruzione, sta facendo sì che possa crescere più prospera  e indisturbata che mai.

Per quanto tempo i nostri Soloni, i tromboni di regime pronti a intingere le penne per ogni padrone, non importa di quale colore siano le bandiere, hanno descritto le differenze tra noi e la Grecia, tranquillizzandoci sulla nostra sorte destinata a ben altri allori? Ebbene, la verità è un’altra.

La verità è che noi siamo la Grecia, abbiamo abusato alla stesso modo dei soldi pubblici, abbiamo livelli di corruzione superiori, governi ancora più compromessi. A nostro vantaggio gioca solo una posizione strategicamente importante, un credito sempre più pallido da spendersi in medio oriente e il fatto che, con la nostra incapacità di gestire i flussi migratori, siamo una comoda pattumiera per l’Europa, che non può permettersi di lasciarci andare a fondo. Senza Lampedusa, toccherebbe alla Francia e alla Spagna accollarsi sbarchi e smistamenti, paesi già dilaniati da divisioni interne difficili da gestire per aggiungerci anche l’emergenza migranti.

Dunque non stupisce se la Total e chissà quanti altri ci trattano come un paese africano o asiatico, considerano i nostri rappresentanti in vendita e li comprano senza farsi troppe remore.

Questo è un governo che sembra avere come unico scopo quello di svendere questo paese, di fare terra bruciata di quanto di buono è stato fatto negli ultimi quarant’anni per ricostruire sulle macerie, secondo la migliore logica capitalistica per cui guerra e distruzione sono un ottimo affare. Cos’è stato il recente tour americano del premier se non il viaggio di un piazzista che mette in mostra il suo catalogo?

Dopo aver preparato il terreno alle multinazionali, eccolo annunciare trionfante il prossimo arrivo dell’IBM a Milano, con le solite promesse di assunzioni di ricercatori italiani e con le solite omissioni sulle condizioni di lavoro. E’ solo l’inizio di una colonizzazione annunciata.

Tutto questo ,ovviamente, non può prescindere dalla limitazione della libertà e dal blocco della democrazia. Lo dice Friedman, il fondatore della scuola di Chicago e il padre del moderno capitalismo anti keynesiano. Per quanto riguarda il blocco della democrazia, siamo già a buon punto, riguardo la limitazione della libertà, i terroristi stanno facendo il lavoro sporco.

E noi osserviamo tutto questo silenziosi, mentre controlliamo se qualcuno ha mandato un messaggio su Whatsapp.

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La sinistra che s’incazza e quella che s’accontenta

sinistra italiana

Io comprendo benissimo chi, dopo essere stato di sinistra per una vita e aver creduto che l’appartenenza fosse soprattutto una condivisione di valori comuni, sussulti ad ogni scandalo e scandaletto che coinvolge il governo Renzi e abbia bisogno di un calmante ogni volta che il piccolo principe apre bocca.

Li capisco perché sono uno di loro, perché ho sempre creduto che essere di sinistra comportasse la responsabilità di essere più onesti, più coerenti, più lucidi degli altri per dare un esempio e segnare la strada. Essere di sinistra, per me e per chi ci ha creduto davvero, ha significato, significava e continua a significare fare la differenza, in qualunque ambito si opera, qualunque lavoro si faccia.

Comprendo meno invece, i tanti che continuano ad essere fedeli alla linea, forse sognando che il rospo, prima o poi, si trasformerà in principe o in virtù di un vincolo di fedeltà assurdo e immotivato. 

Purtroppo il rospo è un rospo, brutto, schifoso, nemmeno utile per l’agricoltura e la sua corte di piccoli mostri è forse anche peggio.

Non capisco come molti si ostinino a non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti: questo governo è un’accozzaglia di yuppies e figli di papà senza un retroterra culturale, senza altri valori condivisi che non siano quelli della peggiore borghesia reazionaria e cafona italiana. Lo stesso patetico esibizionismo del premier, che canta quando viene ricevuto dal sindaco di Chicago, che non lesina citazioni e battute d’accatto a ogni occasione, che recita una poesia di Borges durante una lezione all’università di Buenos Aires che non è di Borges ed è presa da internet, sembra tolto di peso da uno dei cinepanettoni del peggior Christian de Sica, come vecchio e ritrito suona il coinvolgimento di un ministro negli affari più o meno puliti del compagno, roba vecchia, abbiamo visto di peggio.

Ecco, io non comprendo come compagni veri, gente che ha passato la vita a credere che il mondo possa cambiare davvero, possa continuare a dare fiducia a un leader che, da quando è al governo, non ha fatto una, dico una cosa che in qualche moda possa definirsi di sinistra. Al confronto, il D’Alema beffeggiato da Moretti era una specie di Che redivivo.

Va bene essere fedeli alla linea ma è assurdo continuare a farlo quando la linea non esiste più, cancellata dalla storia e da chi quei valori li ha traditi, ripudiati, infangati.

Non basta una riforma della scuola gentiliana,le continue menzogne su assunzioni e ripresa, una politica estera da operetta, alla vorrei ma non posso, le brutte figure rimediate con i diktat all’Europa e gli obbedisco successivi per nulla garibaldini, una politica industriale inesistente, la cancellazione de facto dello Statuto dei lavoratori, la cancellazione de facto dei contratti di lavoro nazionali, gli insulti a quasi tutte le categorie di lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali, le mille promesse non mantenute, le donazioni elettorali, la cancellazione di tasse vitali per il funzionamento dei Comuni,per far capire alla gente che abbiamo a che fare con un mediocre demagogo e una banda di incompetenti?

Capisco che per chi vive in terra di Lega, perfino questa banda di quaqquaraqqua sia meglio di Salvini e compagnia bella, ma il paese è attanagliato da problemi enormi che questo governo continua sistematicamente a ignorare costruendo una narrazione assurda e incongruente. Scusate, perché il ministro Guidi ha dovuto dimettersi e il ministro Boschi no? La situazione della seconda era e resta,se possibile peggiore rispetto alla prima eppure, l’eterea e sorridente madonna fiorentina resta ancora al suo posto a sciorinare le sue banalità.

Incontro spesso miei ex alunni,. ovviamente spesso non li riconosco, ma loro sì e, come un tempo, si fermano a parlare, a raccontarmi di loro. In quasi tutti c’è un pensiero fisso: andare via, meglio lavorare onestamente lontano da questo paese che lavorare in nero in Italia. Incontro anche sempre più genitori con problemi di lavoro, brava gente che si trova ad aver a che fare con una incertezza che non era nelle previsioni, che non sarebbe dovuta rientrare nel novero delle possibilità.

Tocco con mano anche cose belle: le classi multietniche mie e dei miei colleghi, che mi illudo possano essere un modello, l’unico antidoto contro gli integralismi: insegnare ai ragazzi a riconoscere valori comuni e fargli condividere insieme un pezzo importante della loro strada. Purtroppo, grazie a questo governo, sta diventando sempre più difficile fare anche questo. 

Il modello che questa sinistra sta contribuendo a costruire per i nostri giovani è questo: se sei ricco è tutto ok, batti il cinque, altrimenti, o ti adatti o puoi sempre emigrare, come cantava il grande Edoardo Bennato in  “Tutti in fila per tre”, canzone che trent’anni fa descriveva il mondo di oggi con impressione lucidità.

Ma si sa, gli artisti sono i non riconosciuti legislatori del mondo, mentre i legislatori ufficiali, purtroppo, tutto sono tranne che artisti.

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Un 21 marzo diverso

vittime di mafia

E’ un 21 Marzo diverso quello che si va a celebrare domani, quando i volontari di Libera riempiranno le piazze di tutta Italia per ricordare le vittime innocenti di mafia.

Ho ancora sotto gli occhi le immagini dei tifosi cechi che umiliano una mendicante a Roma nell’indifferenza di tutti, dei muri costruiti in Ungheria, dei profughi che cercano disperatamente di passare il confine con la Macedonia, faccio fatica a contare i morti di camorra in Campania e mi chiedo se i nomi delle vittime innocenti di mafia non sarebbe meglio recitarli ogni giorno, a voce alta nelle strade, ossessivamente, un mantra che esorcizzi la violenza e l’indifferenza della nostra società.

Da volontario di Libera, provo spesso la sensazione di aver la pretesa di provare a vuotare il mare con un bicchiere. La mafia sembra diventato un problema secondario agli occhi dei più, perchè  ha fatto un salto di livello, perché ormai è organica alla politica e all’economia e non ha più bisogno, salvo eccezioni, di ricorrere alla violenza brutale. La mafia vera, il terzo livello, non è neppure la ‘ndrangheta che imperversa nel ponente ligure, o in Piemonte e Lombardia, la mafia vera bisogna cercarla nei consigli d’amministrazione, negli studi professionali, nelle sale della massoneria. La linea della palma di cui parlava Sciascia è ormai diventata una vera e propria foresta in cui rischiamo di soffocare.

La zona grigia ormai si è espansa a macchia d’olio e fa comodo a chi regge le fila puntare i riflettori sul funerale dei Casamonica o sulle madonnine che “salutano” la casa del boss in paese siciliano o calabrese piuttosto che su altre sfere d’influenza della mafia, più ampie e più direttamente collegate alla nostra vita.

Manca in questo paese la consapevolezza che le mafie sono un problema  comune, che ogni volta che entriamo in un centro commerciale sorto all’improvviso in mezzo al nulla, probabilmente contribuiamo a riciclare denaro sporco, che ogni volta che un ragazzo compra uno spinello finanzia degli assassini, ecc.ecc. Senza considerare la mala sanità, le case che crollano, le discariche clandestine, le piccole e grandi tragedie a cui siamo ormai abituati, che se non nascondono la mafia, nascondono la corruzione, che della mafia è sorella.

Viviamo ormai in una narcosi costante, un’indifferenza difficile da scuotere. Ci siamo abituati alla corruzione quotidiana, al razzismo quotidiano, all’inciviltà quotidiana, anche ai morti di camorra quotidiani, troppo presi a conservar i nostri agi o a polemizzare su argomenti di nessuna importanza, troppo storditi da una informazione drogata e da una televisione che con i suoi plastici e i suoi volti di plastica ha perso qualsiasi attributo a cui possano collegarsi le parole pubblico e servizio.

Serve ancora in questo panorama, riempire le piazze e gridare no a tutto questo? Serve ancora ricordare i nomi di chi ha perso la vita per senso del dovere, coraggio, o solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Io credo di sì, nonostante tutto, anche se non ho accolto con qualche dubbio l’istituzionalizzazione di questa giornata.

Io credo che questo paese non sia maturo, non abbia sufficiente coscienza e spirito civico, non sia pronto a cogliere l’importanza di questo giorno. Temo che istituzionalizzare il 21 Marzo porti, sin dal prossimo discorsi di comodo, passerelle, a trasformare questo giorno, il “nostro” giorno, il giorno dei parenti delle vittime di mafia, il giorno di chi crede e lavora per un paese migliore e più giusto, in una parata.

E’ già successo col 25 Aprile, quando ero ragazzo un giorno sacro, condiviso e solenne, oggi una data in cui sia accendono polemiche, pettegolezzi su chi c’è e chi non c’è, dibattiti sull’opportunità di continuare a celebrarla. Temo che possa accadere lo stesso, ma il timore peggiore è che si faccia passare il 21 Marzo come una celebrazione, il ricordo di una battaglia vinta, invece che lo sprone a continuarla la battaglia, ogni giorno.

Non sarò in piazza domani per via dell’assurda burocrazia scolastica, ma celebrerò lo stesso il 21 marzo con i miei alunni, cercando di fargli capire che la strada da fare è ancora lunga e una parte del cammino spetta a loro.

Mi spiace se qualcuno degli amici di Libera leggendo questo articolo ne resterà deluso, trovandolo forse troppo critico e poco celebrativo, ma quando, qualche giorno fa, ho letto l’invito di quel politico tedesco che raccomandava di non pensare agli occhi dei bambini, riguardo i profughi,e poi ho visto i risultati delle elezioni e ogni volta che leggo un nuovo articolo di Saviano, sempre più amareggiato, sempre più sarcastico e rassegnato, mi chiedo davvero se non ci stiamo solo illudendo, se davvero riusciremo a creare quella coscienza civile condivisa che conduca a un reale discredito sociale nei confronti della corruzione, del razzismo , dell’intolleranza, o se continueremo a ricevere consensi di comodo da parte di istituzioni che poi non daranno seguito ai loro sorrisi.

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Democrazia per ridere

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Le primarie in Italia sono una pagliacciata, uno strumento da parte del leader del momento per candidare chi vuole senza alcuna attinenza con la volontà popolare. Si può affermare, a ben vedere, che si tratta di un mezzo per restituire e fare favori politici, che nulla ha a che fare con la volontà degli elettori.

Non che altrove funzionino meglio: basta vedere cosa sta accadendo negli Stati Uniti, dove si rischia di veder eletto presidente la versione più ricca, più ignorante, più becera e più cattiva di Berlusconi.

Il caso Paita a Genova è la prova lampante di quanto ho appena affermato: Renzi impose una candidata talmente in urto con la base e con la gente comune, che la base ha preferito far salire l’improponibile candidato della controparte.

Ma il problema non sono neanche queste elezioni farsa e l’arroganza del segretario del partito, il problema è l’assenza totale della politica dalla competizione elettorale.

In questo paese si continua ad andare avanti negando la realtà, raccontando panzane, vivendo alla giornata senza un’idea di programma, un’ombra di progetto industriale, economico e sociale che non comporti la svendita del territorio al miglior offerente.

I candidati sindaci hanno presentato programmi sostanzialmente identici: vuoti, privi di sostanza, pieni di buone intenzioni senza alcuna indicazione si come applicarle nella realtà. A parte alcuni impresentabili come, per motivi diversi, Bertolaso e Sala, gli altri sono personaggi di apparato anonimi, certamente onesti e forse anche capaci, ma che per il solo fatto di essere candidati alla guida di città importanti, non potranno che rispondere agli interessi del capo.

La decentralizzazione del potere, che rispondeva a logiche democratiche e avrebbe dovuto portare a un federalismo reale, non quello razzista e becero della Lega, è ormai sepolta dalle tendenze neo autoritarie inaugurate da Berlusconi e portate avanti con entusiasmo da chi l’ha seguito.

Va registrato anche il costante declino del movimento Cinque stelle che ormai non ne azzecca una da mesi: col virtuale ritiro del loro capo, rientrato sulle scene che più gli competono, l’assenza di idee, uomini e programmi da parte di quello che per mesi è stato definito come l’unico partito di opposizione al governo, è ormai sotto gli occhi di tutti. Tra l’altro, in occasione del voto sulle unioni civili, i pentastellati sono stati l’alleato migliore di Renzi, con il loro ipocrita voltafaccia al momento della resa dei conti. Per quanto riguardi i candidati sindaci, stendendo un pietoso velo sulle modalità di scelta, hanno scelto di perdere ovunque.

E’ una democrazia dai tratti esilaranti e tragici a un tempo, quella in cui viviamo, degna del vecchio Woody Allen, quando prendeva in giro le repubbliche delle banane. Un governo non eletto che propone finte riforme strutturali peggiorando tutto quello a cui mette mano, un premier che continua a tacere su reali problemi del paese, millanta un credito internazionale che non ha e prende schiaffi ogni volta che prova ad alzare la voce, regioni gestite da assemblee decimate dalle inchieste giudiziarie, comuni sciolti per infiltrazioni mafiose e sindaci impotenti di fronte al taglio delle risorse, tassi di povertà in aumento in tutto il paese, una politica sull’immigrazione sempre più assente e incapace di risposte sensate.

Le primarie all’italiana si inseriscono perfettamente in questo quadro e il prossimo passo inevitabile saranno le elezioni all’italiana, se la corte costituzionale non fermerà un’altra legge  che umilia i cittadini e la democrazia.

D’altronde, da un paese privo di coscienza civile, dove lo Stato è sempre qualcosa che appartiene agli altri e di cui gli altri devono rendere conto e non un organismo del cui funzionamento tutti siamo corresponsabili, è inevitabile ottenere risposte di questo tipo. Il rischio è che a questa democrazia ridicola e limitata, corrisponda sempre di più una libertà. ridicola e limitata.  

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I politici che ci meritiamo

Coliandro Renzi

Partiamo con un piccolo exemplum che appartiene alla sfera televisiva.

Coliandro si è chiuso con un tripudio di pubblico osannante a Bologna e buone premesse per un’altra stagione. Una fiction di successo. Peccato che sia girata male, con episodi che scopiazzano qua e la le varie serie televisive americane, di ben altro livello, e abbia un protagonista ( senza nulla togliere alla bravura dell’attore) idiota, irritante,volgare, senza qualità. I comprimari sono poco più che macchiette, le trame sono ridicole, l’umorismo greve e ripetitivo, la scrittura amatoriale. Non a caso, l’unica puntata riuscita è quella che aveva come coprotagonista uno stralunato Vito nella parte di un uomo affetto dalla sindrome di Asperger. La recitazione è da filodrammatica. Per carità, Lucarelli, lo sceneggiatore, ha provato anche a inserire qualche spunto interessante, come gli accenni della presenza delle mafie al nord, ma tutto si disperde nella piattezza di un prodotto fatto e costruito per un pubblico che potrebbe essere rappresentato dal leghista medio. Ho trovato poi particolarmente di cattivo gusto l’inserimento, nell’ultima puntata, di un chiaro richiamo alla vicenda Cucchi, che meriterebbe ben altra cornice.

Non uccidere è una fiction ben girata, ben recitata, con personaggi di contorno con una psicologia complessa, le trame non sono mai banali e mirano a denunciare la povertà strisciante nel nostro paese, una povertà che genera drammi, il razzismo, l’ipocrisia di un certo mondo borghese, la discriminazione dell’omosessualità, ecc. Temi importanti, affrontati con delicatezza e con una scrittura di alto livello. La protagonista è una giovane donna tormentata e irrequieta, ben tratteggiata e meglio interpretata. Un prodotto che si distacca dalla media televisiva e non ha nulla da invidiare, anzi, forse ha qualcosa in più, un certo gusto europeo per l’introspezione, il coraggio di osare ritmi lenti, rispetto alle migliori serie di oltreoceano.

Non ci sono stati bagni di folla dopo l’ultima puntata e la terza serie è in forse, perché gli ascolti sono minimi, pena anche una demenziale programmazione da parte della terza rete, non nuova a cambi improvvisi di palinsesto. Dato poi chi arriverà a dirigerla,non si sa sulla base di quali meriti, le speranze di rivedere la fiction sono minime.

La televisione pubblica dovrebbe promuovere la qualità anche a scapito dell’audience, se necessario. Invece, probabilmente, assisteremo a un’altra serie dell’ispettore più idiota d’Italia e non sapremo mai i retroscena delle vicende familiari dell’ispettrice Ferro.

Questo è uno spaccato significativo della situazione del nostro paese perché spiega, mutatis mutandis, ad esempio, perché la legge sulle unioni civili di cui Renzi è “straorgoglioso” è monca, insufficiente, anacronistica. E’ lo stesso principio con cui si decide di proseguire una fiction piuttosto che un’altra: conta l’audience, in questo caso rappresentata da quella metà di popolazione che ancora ritiene sensato esprimere la propria opinione votando dentro un’urna elettorale, quando glielo permettono.

Un elettorato anziano, prevalentemente conservatore, mediamente incolto, non come Coliandro ma siamo lì, non avrebbe digerito la legge così com’era, grazie anche alla disgustosa e menzognera propaganda degli integralisti cattolici e della destra estrema e così il buon Renzi, ha sconfessato la propria maggioranza, si è alleato con una banda di pregiudicati e ha fatto passare una legge monca che i giornali di partito hanno applaudito come un passaggio storico. Grazie anche all’ottusa acquiescenza dei cinque stelle al loro padrone: il Movimento avrebbe potuto fare la storia ma ha scelto di lasciar perdere. Grazie, adesso mangiatevi gli scontrini.

La verità è che Umberto Eco aveva perfettamente ragione e le piccate repliche alla notizia della sua morte che ho letto sui forum e sul web, da parte di utenti offesi, che si sono sentiti chiamati in causa quando ha detto che grazie alla rete qualsiasi idiota aveva diritto di parola, oltre a dargli, appunto, ragione, lo dimostrano.

Eco voleva dire che in questo paese non esistono filtri, non esiste educazione all’uso dello spirito critico, tutto si riduce a una continua,volgare, irritante e costante bagarre campanilistica, una disputa sul nulla, un discorso tra sordi. Una grande occasione di dialogo libero, di confronto vero, qual era quella fornita dalla rete, va ogni giorno sprecata. Se nel Maghreb il web ha contribuito alla primavera araba e da noi ha generato la sfida delle mamme, un motivo ci sarà.

Ergo, abbiamo una politica che è esattamente lo specchio del paese: Renzi è sovrapponibile a Coliandro: l’età, i referenti culturali, il modo di esprimersi, sono gli stessi, lo stesso è anche il cast del governo: c’è la giovane poliziotta intelligente. la Boschi, il collega un po’ ottuso che lo adora e gli prepara il caffè, Alfano, e via discorrendo.

Bisogna rassegnarsi al fatto che la gente vuole Coliandro perché una parte consistente del paese è  Coliandro e vuole ridere sentendo ripetere “minchia” trenta volte in una puntata, piuttosto che riflettere e ragionare su qualcosa di più complesso.

Quindi viva Lucarelli, che meglio di tanti altri, ci ha dato una involontaria descrizione di Renzi e del renzismo, di un paese che ha messo l’intelligenza al bando e, quando accende la televisione o legge un giornale, preferisce spegnere il cervello invece di accenderlo. Tanto Coliandro alla fine ce la fa. Oppure no?

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Il medioevo che incombe: piccolo omaggio a Eco.

 

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Umberto Eco era un genio di tale grandezza che scrivere su di lui, anche solo per un piccolo omaggio alla sua memoria, rasenta la blasfemia.

Ho letto “Il nome della rosa” durante il Liceo classico. Ricordo ancora con stizza Bacciccia, il perfido compagno di classe che, poco prima di terminarlo, mi sussurrò all’orecchio “l’assassino è..” facendo seguire il nome del colpevole, che non svelo, perché anche in questi tempi tristissimi può esserci chi vuole cimentarsi con la lettura di quel romanzo.

La proditoria rivelazione era un segno dell’entusiasmo che quel libro, amato e odiato dall’autore, aveva suscitato in noi, soffocati dallo studio un po’ supino del Liceo e grati che il nostro latinorum servisse finalmente a qualcosa. Era una rivelazione, quel romanzo a tesi di cui solo dopo accurate riletture sarei riuscito a comprendere alcuni dei significati nascosti. Era il libro per noi, feticisti di una cultura arcaica, giovani e arroganti studiosi di greco, latino e filosofia con la pretesa di possedere le chiavi del mondo, rendendoci conto solo più avanti che quei grandi, come tutti i grandi, non offrivano verità preconfezionate ma parlavano di noi.

Ovviamente sapevamo chi era Eco, come conoscevamo bene Sanguineti e Chomsky, che completavano la triade di intellettuali onniscienti che ha caratterizzato il novecento. Uomini che hanno imparato a guardare il mondo da prospettive diverse e ci hanno insegnato a farlo con parole comprensibili, uomini che hanno dato un nuovo livello di significato alle parole “intellettuale” e “impegno”. Uomini nuovi e rinascimentali a un tempo, ossessionati dalla volontà di cogliere il senso e la direzione delle cose e forse, anche di indirizzarli.

Sanguineti ci ha lasciato da non troppo tempo, Eco ci lascia oggi e Chomsky, per fortuna, ancora lotta e spera in un mondo diverso insieme a noi.

La perdita di Eco significa per l’Italia la caduta in un nuovo medioevo, un vuoto che non può essere colmato se non con una inevitabile discesa nel baratro. Con tutto il rispetto per i (pochi) intellettuali onesti che ancora lavorano nel nostro paese, non c’è nessuno, oggi nel nostro paese, che possa aspirare ad occupare il suo posto nel Gotha del sapere mondiale.

Spirito critico degno di Occam, capace di ironia bonaria o affilatissima, a seconda degli obiettivi a cui era rivolta, Eco, oltre che saggista, semiologo, scrittore e quant’altri, era un polemista straordinario, un giornalista autentico che colpiva con implacabile precisione il bersaglio.

Ha combattuto anche qualche battaglia sbagliata: collezionista di prime edizioni, non poteva amare i libri elettronici né cogliere, come Sanguineti, il senso di una nuova rivoluzione paragonabile solo a quella di Gutenberg, quanto poi al web che avrebbe dato la parola a una massa di imbecilli, il professore avrebbe dovuto ammettere che la democrazia è anche questo, perfino quando gli imbecilli ( e sui forum dei giornali a commentare la dipartita del nostro se ne leggono molti) sovrastano le teste pensanti. Ma sbagliare è inevitabile se ci si mette sulla strada alla ricerca della verità delle cose.

Personalmente, Eco mi ha trasmesso il gusto di imparare con divertimento, l’entusiasmo infantile della cultura intesa come un grande gioco,a volte goliardico, a volte maledettamente serio, che nasconde un significato talmente profondo da provocare smarrimento.

Tra tanti servi di partito e di parte, tra tanti nani che non riescono neppure a salire sulle spalle dei giganti, tra tanti tronfi suonatori di spartiti polverosi, Umberto Eco, gigante vero, sarà sempre con noi, e ci mancherà sempre.

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