Page 38 of 41

La sconfitta etica del Pd

Cosa si aspettava l’uomo che non è stato eletto e che è salito al potere accoltellando (metaforicamente) alla schiena un compagno di partito? Lealtà da una destra che ha accarezzato, imitato, blandito, con cui si è accordato per poi ripudiarla tenendosi, ad ogni buon conto, un piccolo drappello di guastatori necessario alla sopravvivenza del governo?

Cosa si aspettava, che gli insegnanti umiliati dalla “Buona scuola”, i lavoratori trimestrali del Jobs act, quelli ancora più sfigati che hanno dovuto restituire gli ottanta euro perché hanno guadagnato troppo poco, lo votassero in massa?

Oppure pensava che lo votassero gli azionisti di Banca Etruria, i romani dopo il modo inverecondo in cui è stato trattato il sindaco uscente, i torinesi dopo il ricatto molto poco di classe della bella addormentata nel bosco?

Forse credeva che il popolo della sinistra tradito, preso in giro, beffeggiato, accantonato come vecchio, da rottamare, restasse ottusamente fedele a una linea ondivaga, fluttuante, inesistente.

Non si scherza con le idee, non si fa politica con gli slogan, non si può far finta di cambiare tutto per non cambiare niente. Queste elezioni lo confermano.

L’uomo che non è stato eletto e i suoi sodali rappresentano la classe dirigente inetta, reazionaria, incapace di guardare al futuro se non in senso autoritario e autoreferente che da tempo immemore governa questo paese. La scelta di votare Cinque stelle da parte di molti elettori, è un invito a schiodarsi dalle poltrone del potere, o, quantomeno, a smetterla di raccontare favole,. E’ il rifiuto del trasformismo e della demagogia da parte di un elettorato che ha avuto bisogno di un po’ di tempo per capire che al governo non c’è il nuovo, ma il vecchio più vecchio con una nuova maschera.

Non posso che augurarmi che i Cinque Stelle si rivelino una alternativa credibile, che sotto il vestito poco elegante che indossano solitamente ci sia un progetto politico concreto, onestà vera e la capacità di avviare un discorso politico realmente nuovo.

Vedremo, per quanto riguarda l’uomo che non è stato eletto e la sua cricca, abbiamo già visto, troppo.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Triste sommario di giorni cupi

Avevo intenzione di parlare in modo diffuso dell’Unità e della paura che in questi giorni attanaglia l’uomo che non è stato eletto e i suoi sodali al pensiero di perdere i ballottaggi, in particolare volevo soffermarmi sul triste ricatto politico della bella addormentata nei boschi che, tolta la maschera da madonna fiorentina, si svela per quello che è: una arrogante figlia di papà che, come tutti gli arroganti mocciosi, quando ha paura perde la testa.

Ci sono purtroppo cose più importanti di cui parlare, anche più importanti della vittoria della nazionale, ottenuta con un vergognoso catenaccio contro una squadra di masturbatori solitari del pallone che non l’avrebbe messa dentro neanche se Buffon fosse andato a prendere il caffè.

Nonostante il potere ipnotico del calcio, non bastano due gol a dimenticare gli omicidi che hanno avuto come vittime alcune donne in queste ultime settimane e la strage di Orlando.

Cosa hanno in comune queste tragedie? La spersonalizzazione dell’altro, la riduzione della persona a “cosa”: nel primo caso, una cosa che si ribella al proprietario e deve essere punita, nel secondo caso, una cosa che disturba, che non rientra nell’ideale di purezza inculcato nella mente dei terroristi e che perciò va cancellata,

Questa spersonalizzazione dell’individuo è il frutto più avvelenato del nostro sistema di vita, il lato più oscuro del capitalismo. Non c’è differenza sostanziale tra l’assassino che brucia viva l’ex fidanzata e il pedofilo che compra un bambino per abusarne: entrambi trattano l’altro come oggetto, lo privano di anima, di sentimenti, di respiro vitale, lo considerano come un giocattolo da usare e gettare via quando non diverte più. Entrambi questi “mostri”, a noi fa comodo considerarli così, sono frutto di una società dove tutto è in vendita, a partire dalla dignità e dal corpo, dove tutto è dovuto e nulla è richiesto, tanto meno il rispetto per l’altro. Possiamo parlare, a mio modesto avviso, di una vera proprie epidemia di narcisismo sociale che colpisce prevalentemente gli uomini, che progressivamente hanno perso status e ruolo sociale e sentono il dovere, come se vivessero in una giungla, di dimostrare di essere ancora loro a tenere le redini, di dimostrare che sono i più forti.

Quanto alla strage dei cinquanta ragazzi e ragazze gay di Orlando, va, molto sinceramente, fatta una riflessione: non c’è stata, in rete, la mobilitazione, la commozione che si è vista in altre occasioni, segno che il pregiudizio che ha armato la mano dell’assassino, alberga in forma embrionale in molti di noi.

I terrorismi islamici non sono pazzi, sono fanatici, ma non folli. Molti tra noi “normali” a volte provano la sensazione di non sentire il mondo come il proprio posto: ci si rifugia allora nella religione, nella politica, nell’impegno sociale, per ritagliarsi spazi di libertà, per respirare un’aria diversa. Il meccanismo che porta un ragazzo islamico a radicalizzarsi non è diverso da quello che spinge un hooligan a trovare la propria dimensione nella ricerca costante di violenza. raramente, per fortuna, ma capita, la strada che si sceglie è quella dell’annullamento dell’altro, vissuto come l’avversario che impedisce la propria realizzazione.

Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo al mondo, nel suo libro sull’Isis, spiega molto chiaramente le tappe che conducono un ragazzo che si sente nel mondo ma non parte del mondo a estraniarsi totalmente dalla realtà, a ritrovare una propria dimensione nel radicalismo islamico e a ricostruire la propria personalità e la propria identità sulla base di quella ricerca di purezza che comprende l’eliminazione di ciò che puro non è, anche a prezzo della propria vita.

In entrambi i casi parliamo di uomini  e donne vulnerabili, psicologicamente disagiati, non necessariamente, anche se spesso, socialmente disagiati, le cui terribili azioni seguono un percorso che porta a una soluzione estrema.

Questo straniamento dal mondo, in fasi diverse della vita, appartiene a ognuno di noi, ma fortunatamente di solito troviamo soluzioni meno nocive a noi e agli altri per vincerlo.

Questo significa che sia la violenza sulle donne, sia il radicalismo islamico, sia la violenza in genere, sono fenomeni prima di tutto culturali, che andrebbero combattuti culturalmente e politicamente, la società dovrebbe proporre percorsi e valori alternativi e la nostra società, la politica in generale, questo non è più in grado di farlo.

Un sistema che produce Trump e Salvini e li fa diventare leader, è un sistema culturalmente difettoso, che non riesce più a funzionare in modo adeguato, i cui gas di scarico producono il narcisismo sociale di cui sopra.

Non vedo soluzioni a breve termine, in questo momento, data anche l’abdicazione degli intellettuali al proprio ruolo.

Per proporre valori condivisi è necessario senso etico, volontà di dialogo, capacità di cooperazione, tutti fattori in contrasto con un sistema spregiudicato, amorale, individualista e competitivo come quello in cui viviamo. Sarebbe necessario un cambio di paradigma, una nuova epistemologia della società che nessuno, in questo momento, ha il coraggio non dico di proporre, ma di sognare.

Molto più comodo e tranquillizzante gioire davanti alla tv per una partita di pallone.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Un anno di buona scuola: missione compiuta.

Dopo un anno di sperimentazione della riforma detta Buona scuola, mai termine fu più improprio,.si può serenamente affermare che l’intento del governo di distruggere quel poco di buono che restava della scuola pubblica è stato portato a compimento.

L’aziendalizzazione della scuola porta nella casella dei dati positivi solo un numero di assunzioni molto inferiore alle roboanti dichiarazioni di inizio anno. Per il resto, un disastro.

Si parva licet componere magnis, e in questo caso è lecito eccome, in molte scuole italiane si è creata una struttura di potere che è la fotocopia di quella del governo: un cerchio magico ristretto, formato dal dirigente e dal suo staff, che dispensa favori agli amici e punizioni ai nemici, una maggioranza silenziosa di docenti che, in silenzio, cerca come sempre di svolgere al meglio il proprio lavoro tirando a campare, un gruppo, di solito limitato, di docenti “contro”, alcuni ideologizzati, altri paraculi, altri semplicemente disgustati dall’andazzo, destinato all’emarginazione.

Aggiungete a questo un aumento grottesco della burocrazia, l’ostilità aperta di molte famiglie che, grazie anche alle dichiarazioni di membri del governo che quando esternano tengono il cervello in standby, si sentono in dovere di contestare tutto e tutti e di spiegare agli insegnanti come devono svolgere il proprio lavoro, l’avvelenamento dei rapporti interni in molte scuole, dovuto a un aumento della competitività, alla paura di non riuscire a ritagliarsi un posto al sole o allo sdoganamento della stronzaggine che nel nuovo corso è requisito fondamentale per farsi valere, e avete un quadro di quello che sta succedendo..

Last but not least, il bonus, una miserabile elemosina che sta diventando causa di forti contrasti all’interno dei collegi docenti per il semplice fatto che il legislatore non ha legiferato e ha lasciato carta bianca a ogni istituto sulla definizione dei criteri di accesso all’elemosina. E i coltelli volano nei corridoi meglio che in un film cinese di John Woo.

Non parliamo poi dei concorsi che non abilitano più, così lo Stato può succhiare denari con corsi di abilitazione che cambiano nome ogni anno, delle prove dei concorsi, stilate da esperti durante un coca party, o del meccanismo kafkiano per valutare l’anno di prova dei nuovi immessi in ruolo, o degli ambiti territoriali che presuppongono doti di ubiquità, o delle norme che costringono un insegnante di Palermo ad andare a lavorare a Trento salvo scoprire qualche mese dopo, quando viene bandito il concorso, che a Palermo le cattedre ci sono.

Se non fosse tragico, se non fosse una schifosa manovra  basata sul bisogno di lavoro delle persone, se non stessero tentando in tutti i modi di trasformare gli insegnanti in servi muti, ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate.

E i ragazzi? La professionalità della stragrande maggioranza degli insegnanti, una professionalità non riconosciuta e derisa da chi dovrebbe valorizzarla, per fortuna ha permesso che non subissero gli effetti di tutto questo, almeno per il momento. Ma i problemi strutturali della scuola sono ancora tutti lì: programmi vecchi, didattica da aggiornare, dotazioni tecnologiche distribuite in modo diseguale sul territorio, insegnanti di sostegno e curricolari che cambiano in corso d’anno grazie alle cervellotiche nuove norme sulle assunzioni, mancanza di un disegno per un autentico rilancio della scuola, programmi per l’integrazione e per il contenimento del disagio che non siano affidati solo alla buona volontà dei docenti, fondi d’Istituto usati per pagare altri invece che chi lavora con i ragazzi, ecc.

Tutti fattori che provocano una palese discriminazione nella fruizione del diritto allo studio, tra regione e regione, tra città e città, tra quartiere e quartiere, una discriminazione scandalosa, anticostituzionale, sotto gli occhi di tutti, di cui sembra non importare nulla a nessuno..

Il futuro sarà la chiamata diretta d parte dei dirigenti, la legalizzazione del clientelismo, il sogno proibito di ogni piccolo autocrate, il completamento della trasformazione dei docenti da professionisti del sapere in Fantozzi.

Si è chiuso un brutto anno per la scuola ieri, solo parzialmente addolcito dai sorrisi dei ragazzi, che, come mi diceva una mia ex alunna, diventata collega, sono gli unici a cui dobbiamo rendere conto del nostro lavoro. Ed è per questo, solo per questo che, nonostante tutto, continuiamo a crederci.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La bella addormentata nei boschi

C’è un equivoco di fondo che traspare dalle esternazioni continue di questi giorni che ci vengono generosamente elargite da colui che non è stato eletto da nessuno e dalla bella addormentata nei boschi.

A parte la marea di idiozie e bugie più o meno consapevoli che fanno da corollario ai loro interventi, l’ultimo dei leit motiv è che la mancata vittoria dei sì al referendum costituzionale getterebbe il paese nell’instabilità.

A parte che trasformare un referendum su materie così delicate in un plebiscito è contrario alla spirito della legge sui referendum e disonesto, il problema dell’instabilità dei governi,nel nostro paese,è dovuto al trasformismo, all’assoluta mancanza di piani industriali e sociali a lungo termine e a una inettitudine al governo che negli ultimi anni è diventata sempre più diffusa e preoccupante. Peccati di cui si è macchiato ampiamente anche l’attuale governo.

Se la bella addormentata e il non eletto sapessero svolgere egregiamente il proprio mestiere, mestiere per cui, sia detto per inciso, sono da tutti noi lautamente retribuiti, nessuno si sognerebbe di cercare altre strade o proverebbe a dare una spallata all’esecutivo tramite il referendum, operazione altrettanto scorretta quanto quella opposta.

Io non credo che la nostra Costituzione vada cambiata, penso invece che si debbano porre le basi perché venga pienamente attuata in tutti i suoi articoli fondamentali.

Sono altresì convinto che le modifiche proposta dalla bella addormentata e dal non eletto tradiscano lo spirito dei padri costituenti e portino il paese verso una deriva autoritaria dalle conseguenze poco prevedibili ma non certo positive.

Non capisco sinceramente come, chi crede nella democrazia, nel pluralismo, nella discussione come occasione di crescita e d’incontro, possa tollerare l’eliminazione di un organo di garanzia e riequilibrio dei poteri come il Senato senza un adeguato sostituto, l’asservimento del Presidente della repubblica al governo, una legge elettorale che, con un meccanismo, assurdo, premia in modo spropositato chi vince le elezioni anche se eletto da un risibile minoranza.  Questo solo per citare alcuni dei punti dolenti su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi.

Se vincessero i sì a ottobre, il deficit di democrazia che ha contraddistinto gli ultimi sette anni della storia del nostro paese, si allargherebbe a dismisura. Se vincessero i no, personalmente non vorrei che l’attuale esecutivo desse le dimissioni, non è previsto dalla legge, non è necessario: necessario sarebbe, invece, che si mettesse a lavorare seriamente per il bene del paese e per assicurare quella democrazia che latita da troppo tempo. D’altronde, nella remota ipotesi che il non eletto mantenesse la promessa di togliersi dai piedi, l’assoluta mancanza di una alternativa politica credibile farebbe sì che lui, la bella addormentata o qualche altro clone, tornerebbero presto in auge.

Se  la bella addormentata vuole stabilità e governabilità, si assicuri che suo cavalier servente cominci ad occuparsi dei problemi reali che affliggono il paese; vari dei provvedimenti seri   contro la criminalità organizzata e la corruzione, cominci a occuparsi di droga ed emarginazione giovanile, proponga un piano serio per l’immigrazione e per l’integrazione, vari leggi restrittive in materia di tutela dei lavoratori per chi vuole investire nel nostro paese, riveda una riforma della scuola fallimentare, aziendalistica, contraria  al dettato costituzionale , risolva il problema degli esodati, vari una politica industriale ponendo l’accento sulle energie   rinnovabili e sulla ricerca, inserisca criteri di proporzionalità seri e degni di un paese civile sul diritto alla sanità gratuita e sul prelievo fiscale, si occupi della tutela dell’ambiente, ecc. e vedrà che  non ci sarà bisogno di toccare la Costituzione, e lanciare plebisciti perché questo paese sia governabile.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il governo e i chierici obbedienti

Da molto tempo ormai, in Italia, gli intellettuali hanno rinunciato ad esercitare il pensiero critico, scegliendo di schierarsi aprioristicamente con l’una o l’altra parte politica, non importa quanto ideologicamente vuote e prive di valori siano entrambe, per nessun altro motivo valido, a mio parere, se non il puro interesse personale.

L’attuale dibattito su referendum costituzionale, di livello talmente basso da rasentare il pecoreccio, non si spiega se non tenendo conto di questa rinuncia.

Il problema di questo paese non è l’immobilismo, come molti continuano con ostinazione ammirevole,a ritenere e in ogni caso la soluzione non è certo il finto dinamismo dell’uomo che non è stato eletto e della sua allegra banda. Il problema di questo paese è la corruzione, la mancanza di cultura e di etica, l’illegalità diffusa e accettata senza alcun discredito sociale a tutti i livelli. Le mafie, in questo contesto, sono il prodotto di questo clima, non la causa, il frutto peggiore di un orto ampiamente infestato da parassiti e veleni.

Il problema di questo paese è che è dominato, dalla sua fondazione, da un capitalismo familiare, chiuso e gretto, tendenzialmente di destra ma, in realtà, disposto a cambiare bandiera a seconda della convenienza, capitalismo familiare che, basta guardare l’organigramma del governo, si è trionfalmente insediato nei luoghi del potere.

Non serve modificare la Costituzione e dare il potere a un uomo solo per cambiare le cose, servirebbero politici di ben altro spessore e valore che quelli che infestano il Parlamento. Sarebbe molto più semplice applicarla, la Costituzione e renderla carne viva invece che carta morta.

L’uomo che non è stato eletto da nessuno, non solo non ha rinnovato nulla, ma sta attuando una politica stantia, vecchia, condannata dalla storia.

Il consociativismo risale ai primi anni della Repubblica, la riforma scolastica è una modernizzazione della riforma Gentile, non nei modi, ovviamente, ma negli intenti, il jobs act è un modo originale per eliminare i sindacati e sfruttare liberamente i lavoratori: non potendo usare le maniere forti di Mussolini, l’uomo che non è stato eletto utilizza la sua intelligenza da borghese appartenente alla razza padrona, per regolare quel conto aperto con il proletariato dal 25 Aprile 1946, quando anche i padroni, che sotto il fascismo avevano vissuto benissimo, dovettero chinare la testa di fronte all’orgoglio di un popolo stanco di essere schiavo.

Sto dicendo che l’uomo che non è stato eletto è fascista?  Una moderna incarnazione di Mussolini? Non scherziamo. Mussolini era un anarchico poi passato nelle fila del partito socialista. Diventato burattino dei padroni si è rifiutato di farsi manovrare e ha avviato l’unica rivoluzione che questo paese abbia mai vissuto. Una rivoluzione pessima come tutte le rivoluzioni, con un di più di nefasto e criminoso. Ma Mussolini, quando dovette riformare la scuola, che sapeva essere uno dei centri nevralgici del potere, chiamò il più importante filosofo italiano di quel periodo, uno dei più importanti filosofi italiani di sempre. Comincia forse lì, col signorsì di Giovanni Gentile, il rapporto servile tra i chierici e il potere nel nostro paese. L’uomo che non è stato eletto non è fascista né comunista, non è di destra nè di sinistra, è affascinato dal potere in sé, è un narcisista patologico ma dotato di una furbizia vernacolare che, fino adesso, gli ha permesso di tirare avanti nonostante lo sfacelo della sua azione politica. E a riformare la scuola ha chiamato una pletora di incompetenti.

L’uomo non ha avversari: il Movimento cinque stelle non esiste, è un partito aziendale destinato a esaurirsi  in tempi brevi, anche e soprattutto se vincesse le elezioni a Roma, la destra non ha bisogno di esistere perché già governa, la sinistra radicale è anche più povera di contenuti, grottesca e ridicola del Movimento di Grillo, il che è tutto dire, la Lega, per fortuna, ha una base troppo ignorante e un leader improponibile per arrivare a diventare una forza neonazista come quella che ha rischiato di vincere le elezioni in Austria, l’opposizione interna al Pd è ai limiti del grottesco,per non parlare di gente come Civati e Fassina, che bene farebbero a cambiare mestiere.

Chi dovrebbe infastidire il governo? I giornalisti, i professori, gli scrittori, gli intellettuali, che invece stanno bene attenti a non sbilanciarsi, a vivere chiusi nelle loro comode torri d’avorio dove non importa neanche da che parte tira il vento, perché il vento non ,lo percepiscono.

Anzi, si respira nell’aria un certo disprezzo per la cultura, specie se qualcuno ha ancora il coraggio di esprimere un’opinione fuori dal coro. Leggo così un’intervista di Ezio Mauro a Zagrebelsky ficcante, veemente, all’americana e mi chiedo come mai il suo giornale non è altrettanto efficace a stigmatizzare le innumerevoli idiozie della dama di corte del piccolo principe, tanto per dirne una; vedo un rettore togliere la parola a un ragazzo che con una discreta dialettica  incalza la dama di cui sopra che non sa usare altra replica se non il suo soave sorriso. Leggo anche le esternazioni del senatore D’Anna su Saviano, che come sa chi mi legge io non amo, esternazioni che arrivano puntuali quando esce la notizia di personaggi vicini ai clan  inseriti nelle liste, guarda un po’, della compagine del senatore D’Anna; lo stesso Fatto quotidiano è solito usare due pesi e due misure a seconda che a dire spropositi siano i grillini o i fedeli al governo.  Questo uso strumentale e settoriale dello spirito critico, questo servilismo mascherato da rigore o moralismo da quattro soldi, sono lo specchio dello stato miserevole in cui versa la cultura nel nostro paese. Il manicheismo è la soluzione degli ignoranti e dei fanatici e nel manicheismo, a tutti i livelli, non viviamo immersi.

Il problema è molto serio se si pensa che in passato intellettuali come Sciascia, Pasolini, Sanguineti, Eco,  hanno non solo lasciato il segno ma indicato la strada da prendere, oltre che anticipare con impressionante lucidità il futuro prossimo venturo, Commettendo errori e prendendo abbagli, certo, ma  senza mai rinunciare a sferzare l’ipocrisia dilagante e a gridare che il re era nudo.

Questa acquiescenza dell’intellettualità nostrana alla volgarità dilagante, questa abdicazione dei chierici allo spirito del tempo, non lasciano spazio a previsioni ottimistiche. Non c’è bisogno del sonno della ragione per generare mostri, i mostri sono tra noi, anche se facciamo finta di non vederli.

.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Figli di uno Stato che non esiste

download

Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Domani ultima chiamata per la scuola pubblica

martedì-5-maggio-sciopero-generale-delle-scuole

Io credo che molti insegnanti non abbiano ben compreso l’importanza dello sciopero generale di domani. Se non ci sarà una grande mobilitazione della categoria a Settembre la 107 entrerà a pieno regime, completando il processo di destrutturazione della scuola pubblica e avviando quel processo che porterà a una progressiva privatizzazione delle scuole sul modello americano.

La chiamata diretta da parte dei dirigenti comporterà, di fatto, un ridimensionamento del concetto di libertà d’insegnamento e avvierà la precarizzazione di tutta la categoria.

Se eliminare il precariato significa trasformare tutti in precari, il trio delle meraviglie formato da  colui che non è stato eletto, Giannini e Faraone, hanno mantenuto le promesse.

La 107 è un legge che si basa su un unico principio: quello del ricatto. Vuoi lavorare? Spostati a mille chilometri di distanza e se hai famiglia, fatti tuoi. Ti regalo cinquecento euro ma solo se li spendi come dico io. Vuoi chiedere trasferimento? Costruisco degli ambiti territoriali assurdi e vediamo se ne hai ancora il coraggio. Vuoi il bonus? beh allora devi sottostare ad alcune regole che non sono uguali per tutti ma differenti da scuola a scuola e da dirigente a dirigente, perché alla fine è lui che decide i nomi. Stai sull’anima al dirigente? La titolarità di cattedra non esiste più e lui ti sistema nell’organico di potenziamento, a fare il tappabuchi, o nell’organico di rete, a saltare da una scuola all’altra.

Questa è la 107 e chi si illude di ritagliarsi un posto al sole, di ottenere il suo bell’incarico e stare tranquillo alla corte del re, non ha considerato che ogni tre anni il re cambia e si sa quel che si lascia ma non quel che si trova.

La chiamata diretta del dirigente oltre che violare il contratto di lavoro nazionale che è ancora in vigore e non può essere cancellato dalla legge, rappresenta la legalizzazione del clientelismo. Certo, il dirigente non può assumere parenti ma può farli assumere dal suo collega vicino, che a sua volta gli chiederà di assumere il tale, secondo quella logica di scambio di favori che ha già trasformato la politica in un mercato e che ha fatto la fortuna delle mafie nel nostro paese.

Non mi permetterei mai di dire che tutti i dirigenti sono favorevoli a questo scenario, attenzione, anzi

posso dire che in quindici hanno di carriera ho avuto a che fare con dirigenti più o meno capaci ma tutti, indiscutibilmente onesti. Ma chiedete ai colleghi che hanno dirigenti autoritari e prevaricatori come si lavora nelle loro scuole, quale clima si respira e quale timore serpeggia.

La 107 va neutralizzata  e l’unico modo per farlo è la via contrattuale. O domani si scende in piazza in tutta Italia tutti insieme, a chiedere il rinnovo del contratto e la modifica degli aspetti più assurdi della legge, o la scuola pubblica è destinata a scomparire.

Sarebbe bello se insieme agli insegnanti scendessero in piazza anche quei dirigenti scolastici, molti, che non hanno alcuna smania di potere. Sarebbe opportuno fossero con noi anche e le prime ad essere danneggiate da questa riforma, le famiglie: quando si renderanno conto che a pagare il prezzo più alto saranno i loro figli, sarà ormai troppo tardi. sarebbe importante che scendessero a riempire le piazze anche i precari, i più danneggiati, umiliati e offesi dalle nuove norme, anche quelli che stanno svolgendo le prove di un concorso organizzato con i piedi e condotto ancora peggio.

Chiudo con un esempio che ben illustra tutti gli aspetti negativi della 107. Siamo in tempo di bonus e i comitati di valutazione stanno scegliendo i criteri per assegnarlo, Ogni scuola sceglie criteri diversi e si va dai più fantasiosi ai pochi criteri sensati (verificabili, misurabili, oggettivabili). Nessuno ha informato i comitati di valutazione che sono penalmente responsabili di quanto decidono: se varano criteri passibili di ricorso, saranno loro a risponderne. Praticamente tutti i criteri proposti sono passibili di ricorso. E’ una situazione da terzo mondo, ideata da incapaci. Non credo esista in Europa una scuola che abbia varato a questo modo la valutazione degli insegnanti.  Non si discute il principio che il merito venga deciso a discrezione del dirigente, meglio che si assuma la responsabilità lui piuttosto che assistere a duelli rusticani tra gli  insegnanti, si chiede solo che il governo vari criteri condivisi e chiari, differenziati per ordine di scuola, all’inizio dell’anno così che un insegnante sia libero di concorrere al bonus oppure no, conoscendo prima le regole e non in corso d’opera. 

Si preferisce invece la lotta intestina nelle scuole, i colpi bassi, si vuole deliberatamente dividere i collegi docenti perché non abbiano più voce in capitolo nella gestione della scuola. E’ un altro passo verso la progressiva delegittimazione della categoria docenti, già arrivata a buon punto.

Ecco perché domani bisogna che gli insegnanti facciano sentire forte la loro voce, per tutelare la dignità del proprio ruolo, per rivendicare il valore insostituibile dell’istruzione pubblica.  Per non ritrovarsi a Settembre, come una favola al contrario, trasformati in servi.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Pizzarotti, o del fumo negli occhi

matteo-renzi-ape

Diciamo subito che i reati di cui sono accusati Pizzarotti e Nogarin, di fronte a quello che accade ogni giorno nei comuni italiani, di fronte alla recente sentenza del processo Minotauro che ha certificato come un sindaco abbia governato per dodici anni un paese del torinese con l’appoggio di tutte le cosche del nord Piemonte,fanno tenerezza, sono esilaranti e solo la propaganda del Pd, con in testa naturalmente quell’osceno brogliaccio che è l’Unità, può equipararli ai reati ben più gravi di cui sono accusati alcuni suoi esponenti, senza contare la banda dei verdiniani di cui sono alleati.

Io non amo il movimento cinque stelle per certe sue sterzate a destra, perché non amo Grillo politico e non sono un fautore del pensiero unico. Considero l’espulsione di Pizzarotti un atto di puro masochismo politico, un regolamento di conti interno fatto nel momento più sbagliato possibile. Ma la storia del movimento, dalla legge sulle unioni civili, ai famosi dialoghi con Bersani, alle epurazioni, è una storia di clamorosi errori politici.

Non mi interessa quindi difendere i due amministratori grillini se non per sottolineare come il Pd e i suoi elettori continuino a individuare pagliuzze di colpe negli altri e a ignorare la trave di colpe che pesa sulle loro teste.

Il Pd oggi, non ha avversari, basta vedere come la destra radicale cattolica è riuscita a trasformare in un trionfo l’approvazione di una legge sulle unioni civili frutto di compromessi al ribasso, rabberciata e incompleta. Se niente niente l’uomo che non è stato eletto percepisce la possibilità di una sconfitta, come nel caso del  referendum sulle trivelle, allora gioca sporco. E ha culo, perché se il petrolio a Genova fosse fuoriuscito un giorno prima, saremmo qui a fare altri discorsi.

Questa totale assenza di avversari credibili, l’impressionante macchina propagandistica a sua disposizione, la totale assenza di etica politica e di pudore da parte di questo governo, non lasciano ben sperare per il referendum costituzionale che l’uomo che non è stato eletto da nessuno ha trasformato in un plebiscito sul suo governo. Nonostante ne vada del futuro della democrazia nel nostro paese.

Vediamo allora quali sono i dati del suo governo:

– Politiche del lavoro: aumento della disoccupazione giovanile, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione generalizzata in tutti i settori con la bella trovata dei voucher, nessun piano industriale, nessuna sterzata verso le energie rinnovabili, politica favorevole alle lobbies e alle multinazionali, delegittimazione del sindacato. D’altronde il governo è formato da esponenti delle principali lobbies di potere italiane, di quel capitalismo familistico e reazionario che è da decenni la palla al piede del paese.

– Politica estera: semplicemente ridicola. Non c’è nemmeno da elencare tutti i fallimenti che fin qui l’Italia ha collezionato.

– Scuola e istruzione: definire disastrosa la riforma della Buona scuola è dire poco come lo è definire dilettantesca l’organizzazione del concorso in atto. Il governo ha solo perfezionato la destrutturazione della scuola pubblica, foraggiando come i suoi predecessori, ignorando la costituzione e il buon senso, la scuola privata. Last but not least, il bonus sul presunto merito dei docenti: invece di  aumentare i fondi d’istituto nelle scuole, invece di fare sì che quei soldi vadano a chi lavora con i ragazzi e per i ragazzi, il governo ha trasformato le scuole in arene e i docenti in clientes, anche in questo caso senza alcun motivo valido. Di tutto il resto, parlerò più avanti.

– Politiche sociali: droga? Non esiste. Disagio giovanile? Non pervenuto, a meno che non pensi di risolverlo mandando i diciottenni a vedersi qualche concerto, alcool? E’ legale, no? Stranieri: la disorganizzazione allo stato dell’arte, una finta emergenza trasformata in emergenza vera, un manifesto di incapacità politica. Sicurezza? Aahahaha!

– Welfare: per quello che non è mai stato eletto è una brutta parola, da eliminare al più presto possibile. Gli idioti che godono oggi per come vengono trattati gli insegnanti, vedremo se rideranno ancora quando toccherà alla sanità e alle pensioni.

Potrei andare avanti ma il gioco diventerebbe stucchevole. Andava tutto bene prima che arrivasse al potere l’uomo che non è mai stato eletto? No, andava tutto male, ma è stato lui a dire che avrebbe cambiato il paese. E’ stato lui a lanciare proclami e fare promesse è stato lui, con un atto di rara viltà politica anche in un paese che non brilla per cuor di leoni, a far le scarpe al suo predecessore perché troppo lento e inadatto alla politica del fare.

Bisogna dire che una promessa l’ha mantenuta: il paese l’ha cambiato, in peggio. E continua a farlo a pezzi mentre i compagni sono occupati a prendere in giro i pentastellati.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La scuola devastata

 

la-buona-scuola-siamo-noi-2

Se si può imputare un grave colpa a questo governo, e a parere di chi scrive se ne possono imputare parecchie, è certamente la riforma della scuola. Un anno fa, in questo spazio, prevedevo i danni che avrebbe procurato e le previsioni si sono rivelate esatte.

Basta considerare cosa sta succedendo in questi giorni con la presunta valutazione del merito: commissioni impegnate a stabilire criteri che non siano oggetto di ricorso e che si inventano le categoria più assurde come l’autorevolezza o la disponibilità, quasi fossero misurabili oggettivamente e quindi soggette a indiscutibile giudizio. Dirigenti che si affannano a inserire nella graduatoria del merito il proprio cerchio magico, altri che esercitano arbitrariamente il proprio (presunto) potere,  altri ancora che provano a usare equilibrio e senso della misura, rammaricandosi di questa nuova e surreale incombenza piovuta sulle loro spalle. Le indicazioni del governo? Il bonus non va attribuito a tutti ma neanche a pochi. Stop.

Nei corridoi delle scuole i coltelli volano ad altezza d’uomo e chi si disinteressa della questione e continua a portare avanti il proprio lavoro, fortunatamente moltissimi, viene guardato con sospetto o apostrofato malamente per il proprio distacco da gente che non ha mai fatto un giorno di sciopero se non coincideva con un viaggio organizzato.

Non parliamo poi dei sindacati, che si affannano ad affermare che il bonus è oggetto di contrattazione, senza chiedersi quanto sia moralmente giusto che chi è stato eletto per tutelare i lavoratori contribuisca a decidere a chi deve andare l’elemosina di stato e a chi no.

Il governo Renzi ha trasformato i luoghi della cooperazione e del lavoro condiviso in piste per una corsa di bighe e questo è semplicemente vergognoso.

Purtroppo, quella reazione che la categoria ha avuto a Giugno e che i sindacati non sono riusciti a cavalcare, per debolezza oggettiva, incapacità e tutela di sacche di potere, è in mano a chi non trova miglior espediente per esprimerla che una retorica vecchia e vuota che fa il paio con la retorica del magnifico trio Renzi-Faraone- Giannini, più simile ai bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo che al trio Lescano.  Sono stanco di leggere la nostalgia per una scuola che non è mai esista perché, esclusi i primi anni della Repubblica e il ventennio fascista, non ha mai rappresentato un priorità per il governo ma una spiacevole incombenza.

La scuola non era perfetta prima della riforma, ma la riforma non ha risolto i problemi vecchi e ne ha aggiunto di nuovi, questa è la verità. La riforma ignora totalmente la formazione dei ragazzi, il mestiere dell’insegnare, l’etica del lavoro di chi, quotidianamente si siede ogni mattina alla cattedra per dare corpo e voce alla Costituzione.

Ha invece aggravato la già kafkiana burocrazia, ha sdoganato il servilismo e, l’abuso di autorità, ha aumentato a livelli insostenibili la conflittualità interna e la competizione, ha cercato di mettere la museruola e il guinzaglio a una categoria che, per fortuna, ha letto Il potere dei senza potere  di Havel e conosce il potere eversivo del lavoro ben fatto.

Il 20 maggio spero che siano loro, quelli del lavoro ben fatto, a svuotare le scuole e a riempire le sale delle assemblee chiedendo ai sindacati di avere qualcosa che fino adesso è mancato nel contrasto alla riforma: il coraggio.

Il ministro Giannini non capisce, le capita spesso, il motivo di questo sciopero a fronte dell’ennesima oceanica ondata di assunzioni annunciata.

Sarà forse che siamo stufi di farci prendere in giro? Sarà che abbiamo il contratto bloccato da sette anni e il governo è già stato condannato per questo dalla Corte Costituzionale? Sarà che le scuole sono ancora piene di precari e il governo continua a dimenticare il personale Ata, tranne quando si tratta di diminuirlo? Sarà che gli insegnanti di sostegno cambiano due o tre volte nel corso dell’anno, con grave danno per gli alunni, perché non si sanno stilare le graduatorie?  Sarà che da settembre, con l’assunzione diretta da parte del dirigente, il clientelismo diventa legge e noi diventiamo tutti precari? Sarà che la legge sulla sicurezza in moltissime scuole viene regolarmente derogata? Sarà che il governo ha creato ambiti territoriali assurdi per limitare la mobilità interna  e ha costretto senza alcun motivo centinaia di insegnanti a cambiare regione bandendo quest’anno il concorso nelle regioni di partenza? Sarà che il governo ha finanziato la lotta fratricida per il merito a scapito dei fondi d’istituto che vanno usati per lavorare con i ragazzi?

Ha idea il ministro del modo in cui è stato organizzato il concorso che si sta svolgendo in questi giorni? Esattamente come il ministro e i suoi sodali hanno gestito la riforma: nel modo peggiore possibile.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Libera: formarsi sulle mafie e ritrovare l’entusiasmo.

 

foto abitare i margini

Una quarantina di insegnanti riuniti in un quartiere complicato ad ascoltare e interagire con i qualificati formatori di Libera che spiegato le mafie e le azioni sociali che si possono individuare per contrastare il fenomeno. Tutto questo un sabato di Maggio per otto ore filate.

E’ successo sabato a Genova, ma si è ripetuto molte volte quest’anno in varie città d’Italia, senza contare l’incontro nazionale di Abitare i margini, così si chiama il corso di formazione di Libera, che vede ogni anno 100 insegnanti provenienti da tutta Italia riunirsi per tre giorni ad ascoltare. dialogare, proporre.

Questi sono alcuni degli insegnanti italiani, tanto diversi dalla narrazione ufficiale, che li vuole demotivati, stanchi, vecchi e da rottamare. Se adeguatamente stimolati, se trovano un senso e una utilità pratica in quanto viene loro proposto, se non gli si propina propaganda ministeriale,.gli insegnanti riaccendono l’interruttore dell’entusiasmo e trovano nuove motivazioni, voglia di mettersi in gioco, idee e strategie che vadano a vantaggio dei ragazzi. Non importa se devi sacrificare un pomeriggio di sole a confrontarti con gli altri e se quello che metti in campo comporterà un aggravio di lavoro per prepararlo, è il nostro lavoro e riscoprire che dentro di noi brucia ancora un po’ di sacro fuoco, che non siamo ancora “normalizzati”, che il nostro unico scopo non è accaparrarci l’elemosina del bonus ministeriale, è come aprire la finestra e respirare aria pura.

Libera ha un rapporto privilegiato con la scuola, perché ha compreso quello che né l’assurda burocrazia scolastica, né l’apparato ministeriale, nè, purtroppo, molte famiglie, riescono a capire: la relazione educativa, il rapporto tra un ragazzo/a e i suoi insegnanti, è fondamentale per la crescita dell’individuo come cittadino di domani, fornisce le coordinate per muoversi nel mondo, per comprenderne alcune dinamiche, per rendersi conto di quanto sia importante scegliere e non essere scelti, di quanto sia necessario, per essere liberi, che sia libero anche chi ti sta accanto. Solo agendo sulle nuove generazioni si riuscirà a cambiare davvero le cose.

La scuola è una comunità, gli insegnanti, che hanno la visione globale di una classe, sono istintivamente portati a ragionare non in termini individuali ma in termini di dinamiche collettive. E’ molto difficile,contrasta con lo spirito del tempo, far comprendere  a un genitore, per banalizzare il concetto, che è molto più utile e gratificante lavorare in una classe di alunni cooperativi, uniti, disposti ad aiutarsi che magari ottengono risultati medi nelle loro performances, piuttosto che gestire una classe di alunni magari eccellenti ma in perenne competizione tra loro e disposti a tutto pur di primeggiare.

Alla competizione va sostituito il concetto di responsabilità: sei più bravo? Aiuta gli altri ad esserlo, non essere autoreferenziale, sii solidale. Le classi migliori sono quelle in cui si attiva un meccanismo di sana emulazione: voglio essere come lui o come lei perché mi tende la mano, collabora,  mi fa capire dove sbaglio.

In questa ottica, l’insegnante non deve sedersi in cattedra a distribuire un sapere preconfezionato, ma mettersi in gioco, stimolare, rendere la materia scolastica attuale, viva, aprire le finestre della scuola sul mondo. Soprattutto deve saper ascoltare chi ha davanti, rispettarlo prima di pretendere di essere rispettato, guadagnarsi stima e fiducia giorno dopo giorno.

Discorsi che possono apparire quasi anarchici di fronte alla realtà di una scuola che la nuova riforma vuole sempre più competitiva e selettiva, dove sulla bocca di tutti circola una parola priva di contenuti sensati come “meritocrazia” e dove si sta erodendo quel comune sentire tra gli insegnanti senza il quale non c’è scuola.

Eppure ieri, dopo aver ascoltato gli interventi di alto livello dei relatori invitati da Libera, nonostante il quadro abbastanza sconfortante che è venuto fuori riguardo argomenti come la corruzione e il dilagare del potere delle mafie, durante il momento laboratoriale, questi discorsi nascevano spontanei, ci siamo riconosciuti tutti figli dello stesso desiderio di tornare a incidere sulla società,

Inutile negare che non tutti gli insegnanti sono così, altrimenti non sarebbero mai riusciti a devastare la scuola come hanno fatto, ma la consapevolezza che insegnanti così ci sono, che si impegnano quotidianamente nel loro lavoro credendoci, non con spirito missionario ma con onestà intellettuale, dovrebbe essere di conforto alle famiglie, alla comunità e perfino al Ministero.

Il nostro compito adesso è di non lasciar spegnere la scintilla che si è accesa ieri ma di alimentare la fiamma, progettare insieme, trovare una visione comune: e chissà che, così facendo,il prossimo anno non si riesca ad essere molti di più.

Essendo uno dei promotori della giornata di ieri, non posso che ringraziare Libera per la disponibilità dimostrata e per aver organizzato un incontro formativo di enorme spessore. Ieri, per l’ennesima volta, abbiamo dimostrato che sostituendo la narrazione dell’io con la narrazione del noi si possono ottenere risultati importanti. L’unica strada per cambiare le cose in questo paese, a parere di chi scrive, è questa.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail