Missing in Egitto, morire per delle idee

 

egitto tumulti

Jack Lemmon in Missing, film di Costa Gavras, è un padre angosciato che crede nel sistema americano e si rifiuta di ascoltare la ragazza del figlio, scomparso durante il golpe in Argentina, che cerca di aprirgli occhi.

Per Lemmon,immagine del cittadino americano medio degli anni 70, il mr. Jones immortalato da Bob Dylan in una delle sue celebri canzoni, è semplicemente inconcepibile pensare che il suo governo possa aver appoggiato un golpe che ha azzerato la democrazia e possa sostenere un regime di terrore.

Man mano che il film procede, la straordinaria maschera di Lemmon si colora di consapevolezza fino allo strazio finale.

La vicenda di Giulio Regeni, torturato e ucciso dalla polizia egiziana forse per una tragica casualità, forse per giochi politici interni, sicuramente perché stava dalla parte dei più deboli, dei senza voce, mi ha fatto tornare immediatamente alla mente il film di Gavras. Immagino anche i suoi genitori come brave persone, incredule, straziate dal dolore e, forse, dalla consapevolezza che non troveranno mai una risposta.

Anche l’Italia appoggia un governo autoritario e ha contribuito al suo insediamento, il presidente del consiglio si dichiara amico personale del presidente Al Sisi, cioè del capo di uno stato dove scompaiono nel nulla ogni giorno 340 persone, “prelevate” dalla polizia.

Morire per delle idee a 28 anni è una tragedia personale di proporzioni inimmaginabili, morire in un paese guidato da una dittatura e spalleggiato dal nostro governo, è una tragedia politica, l’indifferenza dell’opinione pubblica riguardo questa vicenda, è un dramma etico.

I colpevoli verranno fuori,certo, saranno o criminali comuni, capri espiatori di comodo, o le ultime ruote del carro, mentre nulla verrà fuori dei rapporti politici tra Italia ed Egitto, di cosa il nostro paese riceverà in cambio per coprire la verità a cui ha diritto non solo la famiglia di un ragazzo ucciso perché credeva in un mondo migliore, ma tutto il paese. Probabilmente Renzi comparirà in tv, strafottente come di consueto, annunciando che giustizia è stata fatta, come aveva chiesto al suo sincero amico.

L’ipocrisia con cui la nostra diplomazia e il nostro presidente del consiglio stanno gestendo questa vicenda è insopportabile: non siamo più negli anni settanta in sud America, la guerra fredda è finita, il mondo dovrebbe essere cambiato. Invece è come se il tempo si fosse cristallizzato: gli scioperi degli operai egiziani trasformati in tumulti dai provocatori infiltrati del regime, la tortura come strumento normale per estorcere le informazioni, il terrorismo come pretesto per limitare la libertà, i morti innocenti di idee, vittime sacrificali sull’altare di una politica che non ha più nulla di umano.

La mia solidarietà va alla famiglia di Giulio Regeni e alle famiglie di tutti i desaparecidos egiziani, a chi vada tutto il mio disprezzo, potete intuirlo.

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Il senso della democrazia di certi italiani

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Il mondo sta bruciando, si compiono stragi atroci che occupano poche righe sui giornali a meno che non  si verifichino tra cittadini bianchi, benestanti e, possibilmente, abitanti in grandi città del mondo occidentale, nessuno fa nulla di concreto per fermare questa follia, mentre i bambini muoiono a decine in mare, adesso anche bruciati vivi.

Come avevo scritto in questo spazio, la compassione 2.0 ha funzionato lo spazio di una fotografia, poi siamo tornati al nostro razzismo quotidiano, Mai celebrazione del giorno della memoria è stata più falsa, inutile, offensiva per le vittime dell’Olocausto, che continuano a bruciare nell’indifferenza dei più, ogni giorno.

In Italia ogni cosa diventa piccola, meschina, il teatro si fa avanspettacolo, la tragedia, melodramma, la rabbia, isteria. Così il nostro contributo al razzismo quotidiano, il nostro sostegno all’indifferenza diffusa, si materializza nello scontro sulle unioni civili.

Intendiamoci, il problema è serio: i diritti civili sono sempre una cosa seria perché riguardano tutti, non solo la parte interessata. I diritti di una parte sono i diritti di tutti.

Trovo semplicemente oscena l’esibizione di ipocrita bigottismo del Circo Massimo: io non sono democratico al punto da ritenere che tutti abbiano diritto di parola, o forse sono democratico al punto da ritenere che sia ignobile manifestare per negare un diritto civile. Sui temi e contenuti di quella carnevalata non entro nel merito, non ce n’erano.

Trovo ancora più oscena la risposta di Renzi al sepolcro imbiancato Adinolfi, figurante di quarta fila che solo in Italia può assurgere al ruolo di protagonista. Che significa   “Ce ne ricorderemo” in risposta alla sollecitazione dell’insopportabile obeso? significa che il presidente del consiglio vuole fare un passo indietro sull’unica riforma non di destra presentata dal suo governo? Significa che, ancora una volta, si rimangerà quanto ha promesso? Oppure non è più necessario agitare lo spauracchio delle unioni civili per coprire altre magagne, tipo l’inesistente politica estera del nostro paese, tipo la crisi che non è affatto dietro le nostre spalle, tipo una politica economica basata sul nulla, tipo Banca Etruria e la vergine cuccia? Si sa che gli italiani hanno la memoria corta e difettosa.

Ma il Circo Massimo è stata anche l’ennesima ribalta di una destra forcaiola, razzista, intollerante, miserabile, ben lontana da certa destra europea e ben lontana da qualsiasi forma di pensiero liberale oltre che il palcoscenico di una destra cattolica compromessa e medioevale.

Renzi è a un bivio: o va avanti con la legge senza modifiche, riguadagnando forse qualche voto in quello che dovrebbe essere il suo bacino di riferimento e che ha più volte, sistematicamente umiliato e tradito, o segue l’ala più gretta della chiesa, quella che non ama il Papa, e la destra più becera d’Europa, guadagnando, presumibilmente, il dominio assoluto sulla scena politica.

Registriamo su questo punto l’ennesima occasione persa da parte dei Cinque stelle di dimostrare di essere una forza politica matura e non un’accozzaglia di persone con buone intenzioni e nessuna visione, al servizio di un re travicello bizzoso che si è già stancato del suo giocattolino.

Registriamo anche l’assenza di una forza di sinistra credibile,visionaria,viva, capace di camminare su nuovi sentieri e non di ripercorrere strade vecchie.

In conclusione, il secondo paese più corrotto d’Europa, può legittimamente aspirare alla palma di campione dell’ipocrisia, dell’intolleranza, del vuoto a perdere mentale.

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Dieci cose che non succederanno se passerà la legge sulle unioni civili.

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1) Gli uomini non diventeranno tutti gay e le donne non diventeranno tutte lesbiche. Sembra incredibile, ma è scientificamente provato che è così.

2) Non diminuiranno i femminicidi, quelli sono di pertinenza delle coppie eterosessuali.

3) Non scompariranno i maltrattamenti alle donne da parte dei mariti, idem come sopra.

4) Gli intolleranti non smetteranno di essere tali perché l’intolleranza, quella sì, è una malattia che nasce da una incurabile ignoranza.

5) Gesù non scenderà dalla croce indignato, è già furibondo per i muri, i calci ai bambini immigrati, le guerre inutili, la corruzione, ecc., se si legalizzasse l’amore, casomai, gli tornerebbe il sorriso.

6) Non scomparirà la prostituzione perché i migliori clienti delle prostitute sono un certo tipo di mariti.

7) Non si estinguerà la razza umana e non ci trasformeremo in statue di sale a meno che non si continui a devastare allegramente l’ambiente.

8) Non smetteremo di essere un paese sostanzialmente incivile e arretrato, il paese delle mafie, il paese al secondo posto tra gli stati europei nella classifica sulla corruzione.

9) Non insegneremo nelle scuole ai bambini come diventare gay, casomai gli insegneremo a non concepire mai un pensiero così cretino.

10) Non diminuiranno le nostre buste paga, a quello provvedono buona parte dei politici, sia quelli progressisti sia quelli che andranno al Family day magari dopo aver fatto un salto da una trans.

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Se l’attacco a Libera non fosse casuale?

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L’ennesimo attacco a Libera arriva da un magistrato stimato e rispettato che lancia per l’ennesima volta, in un contraddittorio articolo che uscirà su Panorama, accuse generiche che partono da un falso presupposto, per poi definire Libera “un’associazione seria” a cui consiglia di vigilare contro i pericoli di infiltrazione mafiosa. (Ma dai?).

L’attacco parte da un presupposto sbagliato, quello su cui si basano quasi tutti gli attacchi ricevuti negli ultimi mesi: che Libera gestisca i beni confiscati alle mafie e porta come esempi alcuni recenti e gravi fatti in cui l’associazione di don Ciotti, di cui mi onoro di far parte, non c’entra nulla.

Sfatiamo innanzitutto il campo dagli equivoci: Libera non gestisce nulla, Libera è una rete di associazioni che promuove l’affido e la gestione di beni confiscati ad altre associazioni e cooperative che fanno parte della sua rete ma  tale gestione resta nella totale responsabilità di detti enti e associazioni che hanno il dovere di garantire trasparenza e correttezza.

Si potrebbe chiudere qui l’articolo, dal momento che il punto di partenza delle dichiarazioni del magistrato si basa su una affermazione errata. Non è necessario parlare oltre a difesa di Libera, l’ha fatto benissimo e tempestivamente don Ciotti.

Mi interessa invece riflettere sui motivi che hanno portato Libera a essere sotto il mirino di più o meno improvvisati cercatori di scandali negli ultimi mesi.

A parte l’avversione tradizionale della destra per il mondo cooperativo e per quei valori di solidarietà e accoglienza che non fanno parte della sua cultura, temo che i motivi vadano cercati altrove..

Io insegno storia e, studiandola, ho imparato che in questo paese mai nulla accade per caso e che le teorie del complotto, in particolar modo quando sono coinvolte la mafia e la massoneria, quasi sempre si rivelano meno deliranti di quel che sembra. Molti fatti passare per pazzi e visionari, giornalisti come Giuseppe Fava, Mario Francese e Beppe Alfano, con storie di vita e militanza politica agli opposti ma con lo stesso vizio di voler squarciare il velo di maia che separa la realtà con l’apparenza, hanno pagato con la vita la loro capacità di affondare il dito nella piaga purulenta del malaffare nostrano.

E’ innegabile che questo governo stia facendo dei piccoli, grandi favori alle mafie: mi riferisco all’innalzamento a tremila euro della quota di denaro spendibile in contanti, un’ottima scorciatoia per il riciclaggio, a una legge sull’auto riciclaggio per lo  meno discutibile, a una legge sugli ecoreati benvenuta ma incompleta che sembra scritta apposta per salvare le aziende in casi drammatici come quello dell’Ilva e last but not least, allo scioglimento del corpo forestale dello Stato che confluirà nei carabinieri.

Quest’ultimo è forse il provvedimento più incomprensibile. Non si capisce in base a quali necessità di spending review resti al suo posto lo spropositato numero di lavoratori della forestale presente, ad esempio, in Sicilia (circa ventottomila) e vadano invece militarizzati circa ottomila guardie forestali la maggior parte delle quali, si può facilmente presumere, chiederà il passaggio ad altro ente. Il calcolo elettorale si capisce, l’opportunità no.

La Forestale, per chi non lo sapesse, è il corpo specializzato nei reati ambientali. Non avremmo scoperto nulla della terra dei fuochi né del traffico dei rifiuti senza il lavoro attento e rischioso di questi uomini. Sciogliere la forestale, dice il capo della Dia Roberti, significa “fare un favore alle mafie”.

Non è la prima volta che accade, anche se queste notizie sui giornali non compaiono: tra gli anni e 80 e gli anni 90 a Brescia, il corpo forestale locale avviò la prima grande indagine sul traffico di rifiuti tossici, indagine che scoperchiò un verminaio ed ebbe, come risultato più eclatante, il trasferimento degli uomini che l’avevano portata avanti.

Il sospetto, a mio parere fondato, è che si attacchi Libera nel tentativo di delegittimare chi ha la forza mediatica e morale di alzare la voce per denunciare queste operazioni.

Si cerca insomma di mettere a tacere preventivamente chi può avanzare critiche fondate e insinuare nell’orecchio degli italiani la pulce del sospetto.

Il presidente del consiglio non ama che si parli di mafie, è cosa nota. L’ho sentito insieme a milioni di italiani affermare in televisione che è una menzogna dire che intere zone del paese sono in mano alla criminalità organizzata ed è di oggi la sconcertante affermazione che Caserta non è solo la terra dei fuochi ma anche la terra dei cuochi e che per questo il governo sta lavorando. Affermazione, come spesso gli accade, di straordinario cattivo gusto.

Le mafie disturbano, sporcano l’immagine del paese destinato a magnifiche sorti e progressive che il premier dipinge ogni qual volta apre bocca, sono un fenomeno da minimizzare, qualcosa di cui meno si parla meglio è. E se se ne parla, lo si faccia attaccando gli avversari su fatti risibili, vedi la vicenda di Quarto, ed evitando di parlare dell’enorme trave nei propri occhi.

Anche questo, purtroppo, non è un atteggiamento nuovo.

A corroborare la teoria di questa “strategia della distrazione” operata dal governo, del tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti realmente gravi per orientarla verso fatti inesistenti, va annoverata la grottesca prova di machismo nei confronti dell’Europa, una falsa notizia, alla vigilia della notizia che il padre del ministro Boschi intratteneva rapporti ha incontrato più volte Flavio Carboni, capo della P3 e faccendiere invischiato in molti misteri della nostra storia recente. notizia messa in quarto piano dai notiziari.

Mafie, massoneria, affari sporchi, spettri vecchi che si agitano dietro le spalle di quello che si è auto eletto “homo novus” della politica italiana. Ma anche questa, purtroppo, non è una novità.

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Al di qua del mare: cronache di presenze e assenze

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Recensisco con molto piacere, dopo averne appena terminato la lettura, questo libro di Donatella Alfonso, Giulia De Stefanis, Valentina Evelli ed Erica Manna, quattro giornaliste di La Repubblica che hanno seguito in presa diretta quanto accaduto questa estate a Ventimiglia e quello che è successo dopo, quando il clamore mediatico è scemato ma gli esseri umani coinvolti in questa vicenda sono rimasti.

E’ la cronaca, dettagliata e puntuale, di un’assenza, quello dello Stato, in parte conseguenza dell’assenza dell’Europa in parte frutto di un misto di cinico calcolo politico, endemica incapacità, indifferenza. Il governo italiano è il grande assente in queste pagine, o meglio, la sua presenza si disvela solo nell’assurda burocrazia relativa alle pratiche necessarie a ottenere lo status di rifugiato politico o nell’uso delle maniere forti da parte della polizia per sgomberare i  migranti accampati nella pineta di Ventimiglia. In questo senso, il libro è un atto di accusa forte e circostanziato, nonostante l’intenzione delle croniste sia stata, probabilmente, diversa.

Questo libri è anche la dimostrazione che l’emergenza profughi è stata una creazione mediatica, i numeri delle persone arrivate a Ventimiglia erano tali c he sarebbero stati tranquillamente gestibili se chi è lautamente pagato per fare il proprio dovere avesse assolto ai suoi compiti.

  I  recenti fatti di Colonia, su cui ci sarebbe molto da chiarire, e la marcia indietro del presidente del consiglio sulla cancellazione dell’assurdo reato di clandestinità, non lasciano ben sperare riguardo al fatto che non verranno ripetuti domani gli errori di ieri. Gli immigrati, ancora un volta, sono merce di scambio per squallidi giochi politici.

Ma questo libro è anche cronaca di una presenza: quella di un mondo cooperativo che supplisce all’assenza dello Stato e opera spesso in assoluta emergenza, quella delle persone che, superata la diffidenza iniziale, riconoscono nell’altro sé stessi e offrono solidarietà, quella di chi, dopo essere arrivato nel nostro paese attraversando l’inferno, ce l’ha fatta e insieme a un lavoro ha ritrovato la propria dignità di essere umano.

Ce.sto, Agorà, Comunità di S. Egidio, Comunità di San Benedetto, Music for peace, sono i nomi di alcune associazioni e cooperative che hanno affrontato in prima linea quella che impropriamente è stata definita “ emergenza profughi”, espressione sana di quel mondo delle cooperative su cui troppo spesso, per meschini fini politici, negli ultimi tempi si è fatto di tutt’erba un fascio, dimenticando che qualche mela marcia non può e non deve intaccare un patrimonio di competenze e umanità che è riuscito spesso a evitare il peggio in questo e in altri frangenti.

Un mondo sommerso, che lavora in silenzio, senza godere di prime pagine, che “fa”, senza spendere troppe parole: progetti pilota per permettere agli immigrati di prestare volontariamente la loro opera in lavori socialmente utili, scuole di italiano per superare il muro della lingua, progetti di avviamento al lavoro, incontri e cene con gli abitanti dei quartieri dove sono ospitati i profughi per dialogare e riconoscersi meno diversi di quanti si pensi, sono solo alcune delle attività portate avanti nel nostro territorio, attività che raramente trovano spazio nelle cronache cittadine.

Non viene neanche taciuta l’opera importante della Chiesa, il prezioso lavoro della Caritas e di tante parrocchie che hanno subito messo in pratica l’invito di papa Francesco ad ospitare una famiglia di profughi. La Chiesa e il mondo cooperativo e del volontariato, per l’ennesima volta, sono l’unica presenza forte nell’emergenza sociale, come accade nei territori nelle mani delle mafie. 

Non mancano le ombre: parroci ribelli al dettato del Papa, sindaci che rifiutano di accogliere i profughi, cittadini diffidenti che non tollerano la vicinanza di quelli che percepiscono come estranei, invasori, altro da sé. I ragazzi in attesa della sentenza della commissione sulla richiesta dello stato di profughi costretti a restare chiusi a far niente nei loro alloggi di fortuna, in tasca nient’altro che i 2,50 euro concessi dallo Stato, spesso neanche una fotografia o un oggetto che ricordi la terra che hanno abbandonato.

E’ il direttore del Galliera a smentire le stupidaggini razziste riguardo malattie e infezioni che i profughi porterebbero con sé dai paesi di provenienza: nessuna emergenza sanitaria, le ferite vere, quelle profonde e difficili da risanare, sono nell’anima e nella mente di giovani uomini e donne, spesso bambini, che hanno toccato con mano l’orrore e visto la morte con i loro occhi. Non a caso, la patologia più diffusa tra i profughi è l’insonnia.

L’ultimo capitolo del libro riporta i dati reali sull’immigrazione in Liguria e a Genova: si scopre così che gli immigrati producono ricchezza, pagano le tasse, sono imprenditori abili e partecipano a pieno titolo al mantenimento del nostro stato sociale. Un quadro ben diverso da quello a tinte fosche che ogni giorno dipingono gli sciacalli della politica.

Un libro importante, scritto con taglio cronachistico, efficace, stringato, che evita inutili polemiche e si sofferma sulla lucida rievocazione dei fatti. Non mancano le storie dei singoli, storie che stringono il cuore e aprono un varco alla speranza che un mondo migliore può essere ancora possibile.

Da leggere, da divulgare, assolutamente.

Al di qua del mare, Migranti e accoglienza in Liguria

a Cura di Donatella Alfonso, Giulia de Stefanis, Valentina Evelli, Erica Manna

De Ferrari editore

14, 90 euro.

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Il discorso del presidente non è stato un discorso da presidente

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Ho riletto con attenzione la versione integrale del discorso del presidente Mattarella ed è con rincrescimento sincero che mi trovo a scrivere un articolo critico. L’uomo, per la sua storia politica e umana, merita rispetto e in mezzo al cialtroni che affollano le panche del Parlamento spicca per serietà, compostezza e senso del decoro.

Tuttavia il suo discorso, semplice fino all’eccesso, scritto con uno stile colloquiale, è un poutpourri di luoghi comuni, una grigia rassegna di banalità con alcune affermazioni preoccupanti e qualche omissione allarmante. Insomma, quella di Mattarella è stata una relazione cerchiobottistica sulla stato del paese, tesa a non scontentare nessuno, a non criticare nulla che non sia ovvio, a sostenere tra le righe lo smantellamento dello stato sociale trionfalmente portato avanti dall’attuale esecutivo.

Non si spiega altrimenti, in un uomo di cultura come è il presidente, l’accenno all’aziendalizzazione della scuola che, secondo la logica renziana, deve essere subalterna alle imprese e avere come unico fine quello di preparare chi la frequenta a entrare nel mondo del lavoro. E la scuola maestra di vita? Lo sviluppo e il consolidamento del pensiero critico?  La scuola come palestra di tolleranza, rispetto dell’altro, la scuola che educa alla convivenza civile e al rispetto di chi la pensa diversamente? Non pervenuta.

Ancor meno ho apprezzato la parte in cui parlando delle mafie, il presidente ha sottolineato (giustamente) i successi ottenuti dalle forze dell’ordine senza un cenno alle connivenze politiche, alla irresistibile avanzata di quella che il grande Leonardo Sciascia ha definito “la linea della palma, del caffè ristretto”, al ruolo fondamentale delle mafie nel ritardo del sud del paese.

Ho trovato poi particolarmente irritante che il presidente della Repubblica, garante della costituzione, riproponga l’odiosa divisione tra migranti economici e rifugiati, ipocrite categorie semantiche utili a lavare la coscienza di chi, dopo aver avuto la pretesa di portare la democrazia con le bombe, si rifiuta di accettare le conseguenze. Non mi riferisco solo al nostro paese ma all’Europa tutta. Avrei voluto che il presidente del mio paese ribadisse i diritti civili garantiti dalla Costituzione (libertà di culto, divieto di discriminare per sesso, razza, religione, ecc.) e non che dicesse ovvietà come che chi commette crimini va punito. 

Nel complesso il discorso mi è sembrato un manifesto propagandistico per il governo in carica, probabilmente scritto in modo così elementare perché quello è il livello medio di cultura dell’attuale esecutivo. Insomma un discorso del presidente ma non da presidente, privo di spunti critici, di coraggio, di richiami forti alla Costituzione.

Anche l’accenno alla corruzione e all’evasione fiscale è stato blando, all’acqua di rose, un ammonimento paterno a non fare i cattivi, troppo poco per comportamenti criminosi che incidono quotidianamente sulla vita di ognuno di noi.

Naturalmente è piaciuto a tutti: a Renzi e ai suoi sodali, lieti che Mattarella non abbia indicato al paese che il re è nudo, a Salvini, che, evidentemente, dopo aver brindato in anticipo, ha visto nel discorso di Mattarella un comune sentire con la squallida xenofobia portata avanti dal suo partito. Il fatto che abbia accontentato anche finiti critici del regime come Gad Lerner, è la conferma di come lo stile democristiano funzioni sempre nel nostro paese.

E’ evidente che in questo momento nessuno ha il coraggio di toccare il piccolo principe, che continua a   svolgere il suo compito di re travicello semplicemente perché non ha avversari credibili. L’abilità con cui ha risolto il caso Boschi, la spregiudicatezza della ministra nel difendersi appellandosi all’eterno cardine del pensiero nazional popolare, la famiglia, i genitori, è inquietante. Sembra di essere tornati indietro al tempo del peggior berlusconismo, con un di più di cinismo, di superficialità e con una assenza di cultura politica, per quanto sembri impossibile, ancora maggiore.

Il presidente dovrebbe essere un garante, non l’amplificatore della propaganda di governo. Spiace che Mattarella abbia perso l’occasione per ricordare a Renzi che la Costituzione non è un giocattolo che si può smontare rimontare modellandolo a proprio gusto, che cancellare i diritti dei lavoratori non crea posti di lavoro, che delegittimare i sindacati e affidare un potere enorme alle aziende è controproducente anche per il governo, che trasformare gli insegnanti in sudditi, i dirigenti scolastici in padroni e i ragazzi in manodopera da sfruttare non è degno di un paese democratico, che se non si avvia una nuova stagione di lotta alle mafie che parta dalle collusioni con la politica è inutile pensare a progetti di sviluppo per il sud, che la corruzione è la madre di tutti i problemi del nostro paese e la corruzione politica è sua figlia. Spiace davvero, speriamo che sia per la prossima volta.

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