Intervista su Il granello di sabbia

Pubblico l’intervista che ho rilasciato al sito Recensioni per esordienti riguardo il mio ultimo libro

Intervista a Pietro Bertino Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Il granello di sabbia”, l’autore Pietro Bertino ha risposto così alle nostre domande.

Qual è stata l’ “urgenza” interiore che ti ha spinto a scrivere un romanzo distopico sì, ma decisamente verosimile e plausibile? Ti preoccupa la deriva populista imboccata dalle democrazie contemporanee nel loro complesso politico, economico e sociale?

Sì, mi preoccupa la deriva populista ma soprattutto il deficit di solidarietà, la paura della gente che si trasforma in odio e mancata attenzione verso l’altro. Il contesto politico ormai sembra più orientato ad alimentare le paure della gente o a controllarle che a creare un clima di solidarietà e cooperazione.

L’urgenza da cui è nato il romanzo è il quotidiano massacro dei migranti in mare, un genocidio silenzioso attorno al quale c’è troppa indifferenza. Tutto viene semplificato e affrontato con superficialità, seguendo la pancia della gente, delegando al senso comune le responsabilità della politica.

Storicamente, i puristi che anelavano ad un mondo perfetto hanno puntualmente commesso atrocità inenarrabili: è un caso, o un mondo perfetto non è auspicabile, né persino possibile?

Io credo che un mondo perfetto non sia né auspicabile né possibile perché la perfezione o l’imperfezione sono categorie soggettive e quindi ci sarebbe sempre chi ne viene escluso.

Quanto credi che Internet possa essere strumento di partecipazione democratica, e quanto di controllo? È plausibile avere garanzie circa l’utilizzo della Rete per fini non malevoli, o è tutto in mano a tecnocrati incontrollati e incontrollabili? Può essere la “democrazia digitale” diretta una soluzione alle storture della democrazia rappresentativa elettiva?

La rete sarebbe in potenza un formidabile strumento di controllo che si è trasformato, purtroppo, in una sorta di arena pubblica e in un medium altamente manipolabile.

Quella democrazia diretta digitale è un’utopia perché il web, per la sua natura virtuale, non garantirà mai la sicurezza necessaria. I tecnocrati sono ancora controllabili ma rischiano di diventare pericolosi aghi della bilancia nel dibattito politico.

Nel complesso, Internet, si è trasformato in un veicolo di manipolazione delle informazioni, di diffusione ad arte di fake news e di controllo dell’opinione pubblica.

Lo Stato che descrivi è autarchico e di polizia – ricorda in tal senso vagamente quello fascista – ed al contempo imbrigliato in rapporti inestricabili con criminalità organizzata e potere economico multinazionale: hai forse descritto “la tempesta perfetta”?

Ho descritto una realtà possibile, spero non ancora realizzata ma non irrealizzabile.

La criminalità organizzata è ormai un competitor nel mondo economico, le collusioni politiche sono all’ordine del giorno, basta leggere i giornali e il potere economico delle mafie è enorme.

Più che la tempesta perfetta, il libro vuole essere un monito a intervenire finché si è ancora in tempo e, credo o spero, che un margine di intervento sia ancora possibile.

Quanto davvero il singolo può operare allo scopo di far saltare l’ingranaggio e l’intera macchina, proprio come il protagonista, metaforicamente il “granello di sabbia” cui alludi nel titolo?

Io credo, per dirla con Vaclav Havel, nel potere del lavoro ben fatto, il vero granello di sabbia che può far saltare l’ingranaggio.

Il singolo può dare l’esempio, ma è l’assunzione di responsabilità della collettività che può veramente fare la differenza, la consapevolezza del potere della maggioranza.

Il romanzo si chiude con più dubbi che certezze circa la bontà del futuro: credi dunque che l’uomo non imparerà mai dai propri errori?

Non è che lo creda, lo dimostra, purtroppo, la Storia. Anche se passi avanti sono stati fatti e c’è la speranza che altri ancora se ne facciano.

Possiamo sperare in un sequel della storia qui descritta? Hai altri progetti in cantiere?

Non ho in programma un sequel, per il momento, credo che il romanzo sia concluso nell’unico modo possibile, ma non escludo di tornare in quel mondo in futuro. Sto scrivendo un manuale per la didattica dell’antimafia nelle scuole e ho cominciato a buttare giù un po’ di materiale per un giallo.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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Cattivi maestri

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Adesso ci si mette anche un docente universitario, per altro di filosofia politica, che inneggia ad Hitler, sdoganandolo come difensore dei valori europei.

Il rettore, dapprima fa appello alla libertà di opinione, poi forse qualcuno gli ricorda che l’apologia del fascismo è reato e promette sanzioni immediate.

È un episodio inquietante, quanto quello dell’insegnante che ha minacciato i suoi studenti di ritorsioni casomai avessero aderito alla manifestazione delle sardine e che, a sua volta, si definiva orgoglioso di essere razzista. Inquietante perché queste persone hanno a che fare con i nostri giovani, li formano, dovrebbero educarli a diventare classe dirigente, dovrebbero tramandare i valori fondanti della nostra democrazia. Sembrano, invece, fare tutt’altro.

I social e l’esposizione pubblica che ne deriva, pongono un nuovo problema che non è ancora stato affrontato dal legislatore: fino a dove può esporsi pubblicamente chi svolge un lavoro pubblico e chi ha un compito educativo? Quanto siamo liberi di esprimere il nostro pensiero?

È un problema molto più complesso di quanto si creda perchè mette in discussione proprio alcuni di quei valori fondamentali di cui si parlava sopra: la libertà d’espressione e d’opinione, in primis.

Ma vediamo cosa dice la legge Scelba, che attua il titolo XII della Costituzione riguardante l’apologia di fascismo

«quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.»

Dunque la Costituzione proibisce sia la ricostituzione del partito fascista sia chi esalti, allo scopo di ricostituire il partito fascista, le sue finalità antidemocratiche o i suoi esponenti.

A rigor di logica, dunque, il professore di Siena non è perseguibile secondo questa norma, perché si è limitato a esprimere il proprio pensiero, senza altri fini noti. Qui entra in gioco il vuoto legislativo di cui parlavo: non esiste una regola chiara riguardo chi esercita la professione di insegnante e, di volta in volta, la decisione è demandata ai giudici.

Così accade che la maestra di Torino, che durante una manifestazione no Tav ha inveito contro i giudici, sia stata licenziata perché la professione prevede un comportamento decoroso, che secondo i giudici ha infranto, mentre ancora nulla sappiamo del professore di Fiorenzuola e dei provvedimenti che verranno presi nei riguardi del docente di Siena.

Io sono per la libera espressione del pensiero, anche quando  è di segno contrario al mio, a patto che non infici e non informi il proprio lavoro, che è soggetto sì, alla libertà d’insegnamento, ma anche a una responsabilità morale ed etica enorme che non può essere regolata d nessuna legge.

Tradotto: se insegno ai discenti che Hitler era una brava persona, commetto un abuso, se lo dico in privato o sui social no, ma me ne assumo la responsabilità.

Va assolutamente sanzionato il revisionismo storico, la diffusione di informazioni false e tendenziose, qualsiasi tentativo di indottrinamento, ma non può essere sanzionata, a mio avviso, la libera espressione del pensiero, anche quando risulta sgradevole e al limite dell’osceno, come in questo caso.

Casomai, bisognerebbe indagare sul perché persone di cultura, a contatto con i giovani e che i giovani dovrebbero avere a cuore, coltivino opinioni così deleterie e siano arrivati a una tale mancanza di discrezione e pudore da palesarle senza vergogna.

Qui sì che entra in gioco il vecchio e caro fascismo, con cui la partita non si è mai chiusa perché si è preferito optare per una ipocrita convivenza.

Personalmente, sono allergico sia alle liste di buoni e cattivi sia alle schedature, non mi sento sinceramente di esprimere solidarietà né al docente di Fiorenzuola né a quello di Siena perché abbiamo una visione deontologica differente, ma neanche di crocifiggerli sulla pubblica piazza. È facile riempirsi la bocca di belle parole e poi dimenticarsele quando ci si trova davanti al capro espiatorio di turno, specie un capro espiatorio  fascista. C’è una sostanziale differenza: quelle del professore di Fiorenzuola erano minacce, che configuravano un abuso di potere, questo sì che è un reato, mentre quelle del docente di Siena sono parole, orribili, ma parole.

Non  mi piace neanche invocare nuove leggi, penso che quelle che ci sono siano più che sufficienti, mentre sarebbe invece opportuna una legislatura scolastica, con giudici specializzati a trattare un mondo non sempre chiaramente afferrabile dall’esterno. Non si capisce perché un  calciatore debba essere giudicato da un tribunale specifico e un docente no.

È comunque un altro segno dello spirito del tempo, di uno Zeitgeist che sembra guardare indietro, nonostante le piazze gioiose inneggianti a una politica educata e all’antifascismo.

Ricordo, per la cronaca, che quando Mussolini prese il potere, il partito Socialista era ampiamente maggioritario in Italia e riempiva piazze anche più numerose. Poi, per vent’anni, le piazze le riempì, a forza, lui. Verrebbe da dire ma questa è un’altra storia, ma non ne sono così sicuro. Anche allora non si seppe percepire in tempo dove sarebbe girato il vento.

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Il peso della realtà

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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Le prove Invalsi: non è tutt’oro quel che riluce

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Cito testualmente dall’articolo apparso su Repubblica oggi, firmato da Maria Pia Velediano

“Sia pure nell’anonimato degli studenti, la rilevazione permette di leggere i progressi (o i mancati progressi) nella acquisizione delle competenze linguistiche e matematiche dalla scuola primaria all’ultimo anno delle superiori e permette quindi di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza, quali aree geografiche soffrono di criticità, dove devono andare le maggiori risorse. Dice, ad esempio, attraverso il dato della variabilità degli esiti fra classi della stessa scuola e fra scuole della stessa città, se si sta sbagliando, se si creano in partenza classi elette e classi ghetto e gli uffici scolastici territoriali possono saperlo e intervenire con i dirigenti. È un dato che ci serve, fondamentale per l’equità.”

Il virgolettato in questione contiene, a mio modesto avviso, ma io sono solo un docente di scuola media, anzi, secondaria di primo grado, alcune marchiane inesattezze che mi permetto di sottoporre all’attenzione e alla pazienza di chi legge. Premetto che l’unica cosa in positivo che penso delle prove Invalsi  è che non costituiscono più una prova d’esame.

Intanto parliamo dell’anonimato degli studenti che vengono classificati numericamente e quindi sono assolutamente riconoscibili da chi ha ideato il cervellotico sistema di classificazione che prevede di incollare materialmente delle striscione numerate dopo averle ritagliate su delle schede. davvero, non sto scherzando. Ma che l’anonimato non sia garantito,  lo chiarisce la stessa redattrice nell’articolo: se dai risultati possiamo osservare la variabilità degli esiti tra classi dello stesso Istituto, mi dite dove sta l’anonimato?

Quanto alla variabilità degli esiti tra classi della stessa città, è dovuta al fatto che esistono scuole più ricche e scuole più povere, scuole che operano in quartieri con famiglie strutturate e benestanti e scuole che operano in quartieri con famiglie destrutturate e disastrate, scuole con molti alunni stranieri e scuole senza.  Dati, di cui l’Invalsi non tiene alcun conto. Il dato sarebbe, come dice la redattrice correttamente, fondamentale per l’equità, peccato che dopo anni di Invalsi sull’equità tra scuole in Italia non si sia fatto un accidente di niente. Ricordo che equità significa anche garanzia del rispetto del diritto allo studio.

Il passo più irritante poi è quello in cui si dice che le prove Invalsi permettono di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza. Su che basi? Secondo la redattrice preadolescenti obbligati ad andare a scuola e a studiare cose di cui non gli importa un accidente possono fornire prestazioni uguali ad adolescenti che hanno scelto la scuola da frequentare e studiano secondo le loro competenze materie che gradiscono? Il giovane della scuola media di Scampia o dello Zen di Palermo può fornire le stesse prestazioni del liceale di Napoli o di Palermo e, in caso contrario, significa che la scuola med… scusate, secondaria di primo grado non funziona? Avrebbe ragione Salvini a definirla un parcheggio? Si può essere seri almeno una volta parlando di scuola?

C’è poi un’affermazione esilarante: i test Invalsi stabilirebbero in quali zone debbano andare le maggiori risorse. Le risorse, chiunque fa scuola lo sa, sono, per misteriose alchimie, abbondanti dove non ce n’è bisogno e scarse dove servirebbero e parlare di redistribuzione delle stesse dopo anni in cui la scuola è stata oggetto di tagli costanti, con fondi d’Istituto ormai ridotti al lumicino, provoca, appunto, grasse risate. Si ride per non piangere, ovviamente.

Quanto alla volontarietà dei test Invalsi, citata a inizio articolo, permane alle superiori mentre nella secondaria di primo grado il superamento del test è conditio sine qua non per l’accesso all’esame.

Scrivere in modo approssimativo sulla scuola, in un momento in cui la scuola è in grave crisi, i suoi lavoratori hanno il contratto scaduto da mesi e si lavora costantemente in emergenza, non è elegante e da un giornale come Repubblica ci si aspetterebbe qualcosa di più della difesa d’ufficio della Buona scuola e delle prove Invalsi, cordialmente detestate da molti docenti italiani. Anche perché di Scuola, di una scuola attiva ed efficiente che formi cittadini responsabili questo paese ha disperatamente bisogno.

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Violenza sulle donne: ora basta

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La sequela di insulti che ha colpito Carola Rackete sui social dopo la sua partecipazione al programma di Fazio, non riguardo quanto ha detto, naturalmente, ma riguardo quello che è, rappresenta la testimonianza più evidente che la giornata per ricordare la violenza sulle donne è necessaria e andrebbe celebrata ogni giorno.

Particolarmente grave appare, ma ormai non stupisce più, l’accanimento di social di gente come la Meloni e Salvini, probabilmente invidiosi di una dignità che loro non possiedono più da tempo. Quanto ai loro servi idioti, anche questa è storia di tutti i giorni. Ma che si debba tollerare ogni volta questo schifo, è un altro discorso.

Ovvio che in tempi di pensiero unico una donna indipendente, intelligente, forte e coerente con le proprie idee al punto di rischiare di suo per difenderle, terrorizzi la massa di maschilisti squallidi, ottusi, incapaci di rapportarsi in modo maturo con una donna che imperversa sul web. Una donna come le palle non può che essere odiata da un esercito di senza palle capaci solo di usare un turpiloquio neppure fantasioso ma monotono e ripetitivo per sfogare il loro livore da impotenti.

Sono settantadue le donne uccise dall’inizio dell’anno, il bilancio di una guerra che non sembra avere fine e che non sembra, se non sporadicamente, interessare nessuno. Donne che hanno avuto l’unica colpa di dire no, di affermare il proprio diritto alla libertà, di non sentirsi degli oggetti ma delle persone. Settantadue storie che non erano raccontate, settantadue vite spente che avrebbero dovuto continuare. Bruciate, pestate a morte, accoltellate, uccise con quella fantasia che sembrava inesauribile quando l’uomo decide di scendere sotto il livello della bestia.

Io credo sia arrivato il momento che la violenza di genere, anche verbale, anche solo virtuale, venga sanzionata pesantemente dal codice penale perché veramente non se ne può più di questa specie di ritorno al medioevo più oscuro, favorito da una parte politica che ha sempre considerato le donne buone per una cosa sola, in cui loro, per altro, non eccellono.

Ha ragione Calenda quando dice di non trasformare Carola in un’icona ma di produrre atti concreti contro il razzismo e per la regolamentazione del flusso migratorio, allo stesso modo vanno prodotti atti concreti e forti contro chi tocca le donne che partano da un’educazione delle forze dell’ordine, spesso irritanti al limite della maleducazione quando raccolgono certe denunce, a spot che informino la gente sui numeri del massacro, a trasmissioni dove se ne parli senza difendere i carnefici e a sanzioni ai giornalisti che difendono i carnefici. Oltre a inasprire la pena e non concedere  benefici di legge a chi uccide una donna.

Quando cominceremo a non leggere più che un assassino era un gigante buono che amava troppo e che alla capitana piace la prestanza virile dei neri, forse potremo cominciare a pensare di vivere in un paese civile e migliore.

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La notte della ragione

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Tre notizie: a Genova un giovane migrante viene multato di 75 euro per accattonaggio molesto dalla polizia locale, quando, a detta dei cittadini del quartiere in cui vive, non è per nulla molesto ma gentile ed educato.

Il procuratore Gratteri dichiara che le rapine in villa in un anno sono circa dodici, una al mese, mentre ogni quarto d’ora una donna viene aggredita o molestata. Eppure le leggi sulla legittima difesa e sull’acquisto di armi e una certa stampa dipingono le villette dei borghesi benestanti come dei piccoli Fort Apache sotto assedio.

Del professore di Piacenza ho già parlato ieri e delle sue scuse non voglio parlarne. Come ha scritto oggi Giulio Cavalli, non tutti i vigliacchi sono fascisti ma tutti i fascisti sono vigliacchi.

Tre episodi apparentemente distinti l’uno dall’altro, in realtà, osservando con un po’ più di attenzione, legati dallo stesso filo, uniti dalla follia che sembra dilagare in questo paese follia che non può essere ascritta a un solo individuo, ma che è frutto di qualcosa che è maturato in questi anni e che non siamo riusciti a percepire.  Di una rabbia cieca e sorda che è salita come una marea inarrestabile, di una deprivazione culturale impressionante, un problema cruciale a cui nessuno sembra pensare.

Salvini è naturalmente il comun denominatore di questi fatti, la giunta di Genova è di estrema destra, i decreti sicurezza, la legge sulla legittima difesa e sul possesso di armi sono gli unici frutti avvelenati che ha lasciato la sua infelicissima avventura al governo, il professore p un suo fan fedele. Ma Salvini è solo il terminale mediatico di un pensiero distorto, di un azzeramento etico e morale che ormai è diventato terreno di coltura fertile nel nostro paese. Il suo razzismo è il razzismo, appunto dell’uomo della strada, delle eprsone accanto a cui ci sediamo in autobus o in treno, di vecchiette innocue come quella che insultava regolarmente il presidente della Repubblica perché lo facevano tutti.

Ricordo un commilitone bergamasco che, durante il servizio militare mi disse che a lòui in meridionali non avevano fatto niente ma se tutti li odiavano qualcosa avevano fatto di sicuro. passava il tempo libero a emettere poeti e dargli fuoco con l’accendino. Peti a parte, l’aria che si respira è quella.

La ragione vorrebbe che un mendicante che non dà fastidio a nessuno venisse lasciato in pace, che certi giornali non mentano quotidianamente gettando benzina sul fuoco dove il fuoco non serve, che un insegnante possa professare tranquillamente la sua opinione politica, ma senza violare la Costituzione, e il razzismo di cui si vanta il professore sul suo profilo, ora cancellato, è anticostituzionale, e senza minacciare di ritorsione i suoi alunni in caso di partecipazione a una manifestazione.

La ragione, soprattutto, vorrebbe che gli stessi giornali di cui sopra non giustifichino stupratori e assassini scaricando la colpa sulle vittime, come è accaduto in tempi recenti e che, nel caso lo facciano, gli venga impedito di ripetere l’errore invitando i responsabili a svolgere un mestiere più adatto a loro e alla loro bassezza umana.

La ragione vorrebbe, soprattutto, che nel 2019 non sia necessaria la celebrazione di una giornata contro al violenza sulle donne, che nessun uomo considerasse la fidanzata o la moglie, o la ex un oggetto da usare e di cui disfarsi a piacimento.

Ma la ragione di cui parlo, non quella dei filosofi nè quella degli intellettuali, intendo proprio il buon senso, il senso comune della gente, che non sembra più abitare l’Italia e ha lasciato il posto a una arroganza tanto più diffusa quanto più è deprivato culturalmente chi ne è affetto, a un odio verso i deboli gratuito e indiscriminato, a un pensiero unico dominante che non contempla nè obiezioni nè critiche.

Inutile chiedersi come siamo arrivati a questo. Io ho in mente una data, tre giorni del 2001 in cui a Genova accadde quello che sta succedeno in Cile e in Bolivia oggi, una sospensione totale dei diritti civili per cui nessuno ha pagato. Quella violenza è, a mio parere, la madre  della violenza dilagante nel nostro paese. Quella fu una violenza fisica e brutale, questa è una violenza verbale, che si esercita tramite i social o le dichiarazioni di certi squallidi personaggi politici. Violenza che arriva sempre dalla stessa parte politica.

Come contrastare questo mare di fango che ci sommerge?  Ragionando, protestando se necessario, ma soprattutto tornando a dare l’esempio per dimostrare che essere onesti, solidali, comportarsi correttamente e svolgere il proprio lavoro con coscienza, in questo paese è ancora possibile.

Ritrovando, soprattutto, la capacità di indignarci senza lasciare spazio alla rassegnazione, comprendendo che non è necessariamente così che le cose devono andare.

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Insegnante? No, un cretino.

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Mi chiedo se Salvini abbia qualcosa da dire, lui che fece sospendere una collega per una ricerca dei suoi alunni, sulle dichiarazioni di quell’insegnante leghista che ha pubblicamente minacciato i suoi alunni di ritorsioni, offendendoli, se avessero partecipato alla manifestazione delle sardine. Mi chiedo se chiederà una dovuta e prolungata sospensione dall’insegnamento. Non credo.

Perché questo sì che è fare politica a scuola, e della peggior specie, venendo meno, tra le altre cose, a uno dei principi fondanti dell’istruzione: quello di sviluppare lo spirito critico.

Direi lo stesso, e chi mi conosce lo sa, se un insegnante di sinistra avesse minacciato i suoi alunni di ritorsioni nel caso avessero partecipato a una manifestazione della Lega. Giusto per chiarire come la penso.

A me le sardine non convincono, specie dopo aver sentito parlare il loro leader, ma più giovani riempiono le piazze, più si interessano di politica, una politica che guardi al bene di tutti, meglio è per questo paese. Se sbagliano, se come temo tutto si risolverà nell’ennesima bolla di sapone, impareranno dai loro errori e torneranno in piazza con maggiore consapevolezza.

Io faccio fatica a ritenere un collega l’insegnante in questione, faccio fatica a credere che si possa usare il voto come mezzo di pressione per affossare un’idea. È un atteggiamento fascista, razzista, che viola il diritto di opinione. Un atteggiamento leghista, insomma. Quell’insegnante insulta tutti gli insegnanti italiani che svolgono il proprio lavoro con coscienza.

Parlare di politica a scuola significa fare il contrario di quanto ha fatto lui: insegnare a ogni ragazzo che deve maturare un pensiero autonomo, quale che sia, e non avere nessun timore di manifestarlo secondo le norme della buona educazione e del rispetto. Io ho un ex alunno di destra, un altro Cinque stelle, posizioni distanti dalle mie, ma, quando capita, dialoghiamo con educazione e ci scambiamo opinioni, spesso trovandoci anche d’accordo su alcune cose e inevitabilmente in disaccordo su altre. Mai mi permetterei di insultarli o ritenerli idioti perché la pensano diversamente da me, anzi, il loro impegno mi fa piacere, credere in qualcosa è comunque una buona cosa.

Persone così fanno il male della scuola, la squalificano e, soprattutto, fanno il male dei ragazzi. Mi auguro che, chi di dovere provveda istruire questo individuo su cosa significa essere insegnanti. In attesa dei soliti leccaculo che sui soliti giornali giustificheranno questo atteggiamento o del solito Fusaro che col suo linguaggio da Azzeccagarbugli de noartri ci spiegherà che l’insegnante è un vero ribelle contro la plutocrazia di sta minchia.

Perché ormai siamo abituati, in questo triste paese, a sentir giustificare l’ingiustificabile.

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Perché la destra non ha bisogno delle piazze

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Ieri ho fatto dei rilievi, non delle critiche, al movimento delle sardine, esprimendo delle perplessità, perplessità che, alla luce del manifesto pubblicato oggi sui giornali, sono diventate quasi certezze.

Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto. Io spero che le piazze riempite dalle sardine non illudano la gente che la destra populista sia in crisi. La sinistra, storicamente, è sempre riuscita a riempire le piazze perché i principi di solidarietà e cooperazione a cui si rifaceva un tempo avevano come inevitabile appendice quella di manifestare tutti insieme.

La destra estrema  lo ha fatto fino agli anni settanta, quando ancora era ideologicamente formata sui principi, chiamiamoli così, fascisti e senza grandi esiti. Più che altro, distruggeva il lavoro degli altri, invece di costruire qualcosa. Provocava, aggrediva, minacciava, sempre dieci contro uno secondo la curiosa interpretazione del coraggio che li contraddistingue.

Oggi, che la destra estrema ha al suo interno una componente neofascista irrisoria numericamente e che, nel frattempo, si è trasformata in qualcos’altro, non ha alcun bisogno delle piazze. Gli bastano fame e troll in rete o l’enorme esposizione mediatica, del tutto ingiustificata, dei suoi leader.

Non ha alcun bisogno neanche di un vero leader, bastano caricature viventi come Salvini o la Meloni che ci mettano la faccia a portare avanti il discorso politico della destra radicale.

Un discorso fondato sull’egoismo, la prevaricazione, la sottomissione del più debole, alimentato dall’odio e dalla frustrazione, centrato sull’individualismo autoreferenziale e quindi complemetamente alieno da qualsivoglia manifestazione pubblica che non sia espressione di rabbia violenta.

Salvini è ormai la caricatura di sé stesso e l’originale non era già un granché, un personaggio talmente improponibile da risultare quasi patetico, non fosse per le conseguenze che i suoi discorsi privi della minima sostanza politica hanno sul tessuto sociale del nostro paese.

Ma ai suoi seguaci non importa. Gli basta ascoltare quello che vogliono sentire, gli basta sentirsi dare ragione e scuotersi di dosso il complesso d’inferiorità che hanno sempre nutrito nei confronti delle persone normali, quelle che provano ad essere equilibrate, che leggono libri, che cercano di migliorarsi e non danno al prossimo le colpe dei loro fallimenti. Gli basta non sentirsi diversi e trovare altri piccoli mostri uguali a loro, per considerare la mostruosità una categoria del reale socialmente accettabile.

Per questo il consenso sale nonostante sembri assurdo a chi, normodotato mentalmente, si rende conto del vuoto di certe affermazioni, delle menzogne palesi, dell’ipocrisia che scorre a fiumi, dell’assurdità di certe tesi. Non è a loro che parlano le due caricature viventi.

Non saranno le piazze piene a sconfiggerli: nel 2001 a Genova eravamo una marea e si è visto come è andata a finire. Se le sardine, non credo ma tutto può essere, dovessero trasformarsi in un movimento concreto, basteranno pochi provocatori a farle arenare sulla spiaggia, perdonate la metafora greve.

Salvini si sconfigge conquistando il voto di quel 50% di italiani che non vota, con una proposta politica forte, chiara, concreta e coerente, alternativa alla deriva populista e ai giochetti da vecchia politica dei cinque stelle, che da nuovi, sono diventati vecchissimi.

Bisogna smetterla di semplificare e considerare il popolo dell’estrema destra come una massa informe di dementi: c’è anche quello, e in misura rilevante, ma Salvini, Meloni ecc. sono espressione di una rabbia sociale, unità a una povertà culturale profonda.che sta montando nel paese e che rischia di portarci a una nuova stagione di violenza.

Quella rabbia sociale va individuata, studiata e curata, come un virus resistente agli antibiotici, con modelli e strumenti nuovi, che non siano quelli del secolo corso, un antifascismo di facciata unito a gioiose ed estemporanee manifestazioni di piazza che lasciano il tempo che trovano.

Trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia, uno dei più lucidi e preveggenti intellettuali che il nostro paese abbia avuto. Sono uomini della sua statura che mancano a questo paese, che hanno lasciato un vuoto ancora lontano da colmare. Solo quando quel vuoto si ridurrà, potremo cominciare a tirare un sospiro di sollievo.

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