Un paese caduto: pensando al ponte

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Quando mia moglie, poco meno di un anno fa, mi ha chiesto quale fosse la copertina adatta al mio libro Un paese sospeso, non ho avuto dubbi e le ho risposto di disegnare il ponte.

Mi sembrava il modo migliore di descrivere un libro che parlava del 2018, l’anno in cui questo paese ha cambiato faccia, imboccando una strada sempre più vicina al punto di non ritorno.

In quel maledetto anno il crollo del ponte, con lo strazio di 43 famiglie che hanno perso i loro cari in modo assurdo e una città in ginocchio, mi sembrava la metafora ideale per descrivere la situazione politico-sociale dell’Italia.

E’ difficile per me scrivere del ponte senza pensare a Lorenzo ed Alessandra, il mio ex alunno e la mia attuale alunna, che hanno perso il papà nella tragedia, a quando li ho incontrati pochi giorni dopo i fatti, a quell’abbraccio con loro che resterà per sempre nella memoria come simbolo di quella tragedia. E’ avvenuto durante una fiaccolata in cui il quartiere si è riunito attorno a loro e all’altro ragazzo vittima del ponte. E’ stato un momento toccante, che mi ha illuso, per l’arco di una sera, che la città potesse veramente rialzare la testa e tornare a lottare unita per uno scopo, come accadeva quando ero ragazzo. E’ stata un’illusione, appunto.

E’ difficile per me scrivere senza lasciarmi trasportare dalle emozioni e dalla rabbia per tutto quello che è successo in quei giorni: i proclami e le promesse che sarebbero rimaste disattese, i selfie ai funerali, la città paralizzata, un sindaco che da più di un anno parla quasi sempre senza sapere quello che dice, un’amministrazione che si distingue nella guerra contro gli ultimi, fatto inedito per Genova, città solidale per eccellenza.

In mezzo, in quest’anno, c’è un paese che ha tradito tutti i suoi valori, l’avvelenamento progressivo e inesorabile del tessuto sociale, il razzismo e l’odio dilagante, una crisi di governo che sembra un teatrino di pupi e un senso di vuoto profondo, assoluto.

Se oggi dovessi rifare quella copertina direi a mia moglie di disegnare l’assenza, quel vuoto che, a vederlo dal ponte di Cornigliano, è pieno di troppe cose, quel panorama diverso che non ci appartiene, a noi che siamo nati a Genova, che non è il nostro e che non lo sarà mai, anche quando il nuovo ponte occuperà il posto del vecchio.

Tante di quelle vittime erano straniere, tra cui Marius, un ragazzo che aveva frequentato la mia scuola, albanese, molti sudamericani, e gli altri che viaggiavano sotto quel nubifragio aspettando un sole che non hanno mai più visto. Il funerale ha visto l’intervento dell’imam per commemorare le vittime musulmane, una novità per un funerale di Stato, anche lì mi sono illuso che, forse, qualcosa sarebbe cambiato, che un nuovo sentimento di solidarietà potesse nascere dal dolore. Ma mi sono illuso, appunto.

Credo che l’unico modo per ricordare tutte le vittime, per ricordarle davvero, sia il silenzio, non il minuto di silenzio imposto dal sindaco, lui non sa andare oltre la banalità esteriore, ma un giorno di silenzio vero, senza polemiche, senza ironia, senza rabbia, un giorno dedicato al ricordo di tutte le vittime e di una città in ginocchio che, nonostante la propaganda grottesca di un’amministrazione oscena, in ginocchio è rimasta. Perché certe ferite non si rimarginano.

Genova non sarà mai abbastanza grata a chi in quei giorni ha salvato vite e si è prodigato  per restituire i corpi straziati alle famiglie. Le pubbliche assistenze, i pompieri, tutti quelli che hanno dato il loro contributo sono, insieme alle vittime, gli unici che meritano di essere ricordati e ringraziati.

Un pensiero va anche agli sfollati, a quelle vite divise in due, il prima e il dopo. A chi ha perso tutto e a chi sta cercando di ricominciare, deve andare il nostro incoraggiamento e la nostra solidarietà.

Fortunatamente quest’anno sono lontano da Genova, quindi mi risparmierò cerimonie, parate e discorsi di circostanza da parte di chi non ha la minima idea della portata di quello che è successo, da parte di chi è responsabile di altri crolli, forse meno letali ma non meno gravi, da parte di chi spende parole vuote che si disperderanno nell’aria come il fumo di quelle macerie che continua a soffiare nel vento.

Concludo abbracciando idealmente, ma loro sanno che è come se fossi lì con loro, Lorenzo e Alessandra, invitandoli a tenere duro e a continuare crescere, a stare vicino alla loro mamma. Abbracciando loro, abbraccio tutti i familiari delle vittime, in silenzio, perché in certi momenti le parole non servono.

Forse questo non è il migliore  dei miei articoli e me ne scuso, ma è il peggiore degli argomenti possibili da affrontare per chi, ogni mattina, andando al lavoro, ha dovuto fare i conti con la presenza ingombrante di quell’assenza.

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Dalla parte dei servizi sociali

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Questo è un post impopolare, che sarà sgradito a molti ma che, per onestà non posso evitare di scrivere.

Insegno da vent’anni in una scuola media di un quartiere non esattamente residenziale, che ho lasciato per un anno per insegnare in un quartiere del Ponente ancora più degradato e difficile.

Mi occupo di disagio scolastico e di abuso, fin dall’inizio della mia carriera. e mi sento, quindi, in questi anni ho potuto constatare come sia cambiato il rapporto con i servizi sociali a causa, soprattutto, dei tagli che, progressivamente, li hanno ridotti all’osso. MI sento quindi in grado di esprimere un’opinione equilibrata, ovviamente influenzata dalla mia esperienza personale e dal contesto in cui lavoro, riguardo l’attacco indiscriminato verso questo settore dell’assistenza pubblica.

Lungi dal deplorare “lo strapotere degli psicologi” frase che va di moda, credo che per l’aumentare dei problemi dei ragazzi e della loro complessità e, soprattutto, per la scarsa capacità delle famiglie di farvi fronte da sole, per motivi seri, s’intende, come licenziamenti, difficoltà economiche, ecc., senza dimenticare la scarsa preparazione di base in materia di pedagogia e psicologia di molti insegnanti, sarebbe opportuno inserire uno psicologo in ogni scuola, ovviamente preparato ed esperto dei problemi relativi alla fascia d’età.

Lavoro, anche se non vorrei, con i servizi sociali da anni. All’inizio della mia carriera il rapporto era puntuale, stretto, e la loro azione efficace, spesso risolutiva, man mano che siamo andati avanti con gli anni i rapporti sono diventati più sporadici e, purtroppo, a volte, meno efficaci, non certo per l’impreparazione o la superficialità degli operatori, mai riscontrata in vent’anni, ma per i tagli al personale su cui quelli che oggi si lanciano in attacchi sconsiderati e irresponsabili e le folle indignate, non hanno avuto nulla da dire.

Insieme con le assistenti sociali , io e i miei colleghi, abbiamo risolto molti problemi gravi di ragazzi e ragazze e, incontrandoli di tanto in tanto, anche adesso che sono usciti/e dalla mia scuola da anni, ho potuto constatare come alcuni di quegli interventi siano stati risolutivi, abbiano cambiato la strada e il destino di quei ragazzi. Scusate se è poco.

Ho sempre trovato nei servizi ascolto, comprensione e professionalità e mi trovo quindi in forte disagio di fronte agli attacchi di questi giorni, estesi anche ai servizi liguri.

La Liguria detiene il record degli affidi educativi. Invece di chiedersi il perché di un così alto numeri di affidi in Liguria, invece di fare un’analisi della situazione di forte degrado della periferia genovese, invece di cercare soluzioni, si cercano, da parte dell’amministrazione, capri espiatori da sacrificare alla pancia della gente, senza muovere un dito per risolvere i problemi reali. A me, che i problemi reali dei minori li affronto ogni giorno entrando in classe, questo atteggiamento fa schifo.

Nessuno si chiede come mai l’età media di uso della sostanze stupefacenti è diminuita, come mai nella periferia genovese ci sia un ritorno alla droga che ricorda, per chi li ha vissuti, gli anni settanta, nessuno si domanda come mai i Sert sono pieni, nessuno guarda le statistiche sulla microcriminalità minorile né sugli abbandoni scolastici o sul consumo di alcool tra i minori. Forse, se lo facessero, potrebbero cominciare a capire.

Per altro, ho avuto a che fare con pochi ragazzi in affido nel corso degli anni ma ho sempre trovato famiglie affidatarie presenti, preoccupate del benessere dei ragazzi, responsabili e disposte a trovare soluzioni condivise ai problemi, lo stesso non posso dire, a volte, delle famiglie “normali”. Fermo restando che non ho mai trovato sei servizi il desiderio di togliere i minori alle famiglie, soluzione a cui sono arrivati solo in casi limite.

Quanto agli psicologi, quando abbiamo avuto occasione di poter aprire uno sportello di ascolto, come è accaduto quest’anno nella mia scuola, i risultati sono stati sempre positivi, e più che la reticenza dei ragazzi a parlare inesistente, (i ragazzi parlano fin troppo se qualcuno li sa ascoltare), va combattuta, semmai, la diffidenza delle famiglie, che considerano comunque gli psicologi o medici dei pazzi o gente che per lavoro porta via i ragazzi alle famiglie.

Credo che quest’attacco generalizzato ai servizi sociali sia vergognoso, danneggi persone che svolgono un lavoro abbastanza ingrato ma necessario, con stipendi poco sopra il livello di povertà ( come gli insegnanti, d’altronde) e che si spendono quotidianamente nel tentativo di risolvere problemi di adulti e ragazzi in nome di uno Stato che li denigra e li delegittima invece di supportarli.

E’ un altro capitolo della guerra contro gli ultimi che questo governo, e certe amministrazioni comunali e regionali come quella di Genova, sembrano perseguire con un impegno che, se fosse rivolto ai reali problemi del paese, sarebbe encomiabile, mentre in questo contesto, è spregevole.

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Recensione de: Il padrino dell’antimafia, di A. Bolzoni.

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Libro necessario, dolente e rabbioso questo di Attilio Bolzoni sul caso Montante, esempio di un giornalismo d’inchiesta ormai sempre più raro nel nostro paese.

Bolzoni ha rischiato di persona: è stato pedinato, intercettato, ha deposto in commissione antimafia, ha diversi procedimenti legali in essere ma, e non possiamo che ringraziarlo di questo, ha continuato per la sua strada, investigando, scavando, raccogliendo informazioni su come il rappresentante di Confindustria in Sicilia sia riuscito a creare un sistema di malaffare sbandierando la bandiera dell’antimafia.

Ricostruendo il caso Montante, paladino dell’antimafia a capo di un sistema di potere mafioso che ha coinvolto esponenti politici, militari, dei servizi, in un mélange purtroppo  non nuovo nel paese della P2, Bolzoni mette anche a nudo l’involuzione di una certa antimafia civile, partita come espressione di rivolta democratica e finita per diventare ancella di un manipolatore rozzo e narcisista.

Il capitolo sull’antimafia, in particolare, quello riguardante Libera,  ha confermato i dubbi e le riserve che, qualche tempo fa, mi hanno portato ad abbandonare, a malincuore, un’associazione in cui avevo creduto con forza.

Montante ha avuto solidarietà e appoggio praticamente da tutto il panorama dell’antimafia italiana, anche dopo l’uscita dell’articolo di Bolzoni su Repubblica che rivelava il procedimento giudiziario a suo carico per associazione mafiosa. Quest’uomo abbastanza rozzo, volgare, amico e pupillo di mafiosi nella natia Serradifalco, grossolano bugiardo che inventa lauree honoris causa e e un curriculum di imprenditore che comprende una fabbrica di biciclette del padre mai esistita, ha avuto la Sicilia in mano e l’ha usata a suo piacimento per anni, confidando nell’impunità garantita da amicizie importanti negli ambienti che contano.

Montante partito in quarta con roboanti affermazioni come la promessa di espellere gli imprenditori che pagavano il pizzo da Confindustria, non ha mai espulso nessuno e già questo la dice lunga sulla montagna di menzogne che lo ha circondato in questi anni.

A fargli da coro, scrittori, anche noti, giornalisti e giornali, pseudo esperti di mafia magistrati, etc.  A sostenerlo fino all’ultimo, il presidente di Confindustria nazionale.

A rendere dolorosa questa nuova metamorfosi del potere mafioso, è il fatto che Montante sia riuscito ad acquisire potere e prestigio con l’appoggio, tra i tanti, dei Tano Grasso e dei Don Ciotti, personaggi al di sopra di ogni sospetto, che in tanti anni di militanza antimafia avrebbero dovuto avere almeno qualche remora a interagire con lui  e i suoi amici.

Invece hanno continuato a stringere protocolli di legalità e a organizzare conferenze e incontri anche quando il procedimento giudiziario era ormai noto a tutti, quando la realtà grottesca di questa nuova brutta storia siciliana stava venendo alla luce.

Perché? Si chiede Attilio Bolzoni, perché persone di specchiata onestà hanno continuato ad avere relazioni con questo individuo? Cos’avevano da spartire con Montante? Il giornalista non da una risposta a questa domanda, ce la fa solo intuire e non è una risposta piacevole.

Dice molto chiaramente che l’antimafia non può ridursi a protocolli di legalità, parola vuota, che personalmente detesto, e a manifestazioni della memoria, non può essere impermeabile alle critiche interne, cita il caso di La Torre, il figlio di Pio La Torre, il primo che tentò di regolare gli appalti in Sicilia e per questo venne assassinato dalla mafia, espulso da Libera perché reo di aver denunciato la scarsa democrazia interna con toni neanche troppo accesi, non può assumere l’atteggiamento che recita: se non stai con me, stai con la mafia, come affermò un altro esponente di Libera in Emilia, parlando a un giornalista che aveva attaccato una importante esponente dell’associazione, non può limitarsi alla retorica ma deve essere espressione di democrazia, di rifiuto di un certo modus vivendi tutto italiano, di attenzione vigile anche nei riguardi di quegli esponenti dello Stato di cui cerca, localmente e in sede nazionale, l’appoggio, con cui stringe accordi e sigla intese.

Ed è un peccato, perché il patrimonio delle associazioni antimafia é fatto anche da centinai di migliaia di ragazzi e ragazze impegnati, di uomini e donne entusiasti e volenterosi, che credono fermamente  nella possibilità di un’Italia diversa, che spendono il loro tempo e le loro energie per ottenere questo risultato. Disperdere questo entusiasmo, limitarsi a sventolare bandiere o a ripetere i soliti slogan, danzare col nemico,  seppure in buona fede, significa impoverire la democrazia, sprecare un enorme bacino di potenzialità.

L’antimafia non può essere ingenua, né sedersi sugli allori.

L’errore di base, secondo Bolzoni e secondo me, è questo: presumere che lo Stato, quello della trattativa infinita con la mafia che comincia dallo sbarco degli americani ed è proseguita in modi diversi, fino a Montante, quello che ha lasciato soli Falcone e Borsellino, quello dei depistaggi e dei servizi deviati, possa essere sempre e comunque un referente affidabile nella lotta alle mafie. La conclusione amarissima di Bolzoni è che non è così.

La mafia che si fa antimafia è tanto più pericolosa quanto più gode del consenso popolare e della possibilità di stringere contatti e rapporti  con le istituzioni ai massimi livelli. Montante, tanto caro al padrino di Serradifalco, viene nominato cavaliere del lavoro da Napolitano. La mafia che si fa antimafia è la mafia che si fa Stato, che si evolve fino a penetrare in modo massiccio nei gangli del potere.

Il libro è sì una storia della nuova mafia ma è anche, inevitabilmente, una storia del nostro paese, di un malcostume diffuso da nord a sud di cui Montante è solo la punta dell’iceberg, di quella mafia che ha superato ormai da tempo la linea della palma e del caffè ristretto, per coprire, come una nuvola invisibile ma tossica, tutto il paese.

Libro doloroso, quindi, come ho detto, ma importante, anche solo per rendersi conto che, in questo maledetto paese, continua a cambiare tutto per non cambiare niente.

 

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Il nodo della questione

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Ieri Giulio Cavalli, in uno dei suoi editoriali ficcanti e puntuali, si chiedeva come mai si fosse scatenato il pandemonio con Carola Rackete e nessuno si occupasse della Gregoretti, la nave della guardia costiera italiana bloccata al largo di un porto italiano per l’ennesima, assurda, inutile prova di forza di Salvini nei confronti dell’Europa.

La risposta è semplice: ieri avevamo la vicenda di una donna giovane, determinata e intelligente che difendeva delle vite umane e ha deciso di rischiare in prima persona per farlo. I migranti non c’entravano, erano solo una variabile del discorso: il nodo della questione era una donna che ha beffeggiato un ministro che si atteggia a macho, facendogli rimediare una pessima figura.

La vicenda della Gregoretti, tanto più folle in quanto, essendo una motovedetta della guardia costiera militare è territorio italiano, riguarda solo i migranti, quindi un argomento che non interessa a nessuno, tanto è inflazionato. Non si può speculare su presunti accordi con gli scafisti, non si possono attaccare le Ong né la tracotanza dei paesi stranieri, non si può, insomma, in alcun modo sfruttare in modo squallido la vicenda, che riguarda solo un pugno di vite umane salvate dai nostri militari, roba di cui non importa nulla a nessuno, quindi la notizia non esiste.

Recenti statistiche riportano che la demenziale politica del ministro dell’interno sta danneggiando fortemente il nostro paese perché della manodopera straniera abbiamo bisogno, mentre gli altri paesi europei ne traggono giovamento alla faccia nostra. Ma anche di questo, non importa niente a nessuno, perfino Repubblica non dà risalto alla notizia, così come si evita di dire che le politiche proibizioniste sulle droghe, che Salvini vorrebbe inasprire ancora di più, hanno portato l’ottimo risultato di farci salire al primo posto tra i paesi europei riguardo il consumo di droghe leggere.

L’autarchia staliniana, come tutte le autarchie, è un fallimento annunciato ma questo individuo continua a raccogliere consensi tra chi si abbevera a fonti velenose di informazione, tra chi rovista nei letamai del consenso. Nell’era di Internet, ognuno può trovare senza troppa fatica, qualcuno che avvalori le teorie più folli. Il gruppo di miserabili individui che ogni giorno crea notizie false riguardanti disgraziati che non possono difendersi e le diffonde in rete, sta svolgendo indubbiamente un ottimo lavoro per il suo padrone.

E’ evidente che nel nostro paese esiste un problema di garanzia dei diritti civili e la vicenda del giovane assassino americano lo testimonia, non tanto per la foto oscena apparsa sui giornali: a Genova nel 2001 abbiamo visto e sentito ben altro, non tanto per i commenti sulle chat della polizia, che non deplorano l’aver bendato e legato un fermato ma il fatto che la foto sia venuta fuori, purtroppo certi atteggiamenti da parte delle forze dell’ordine non stupiscono più di tanto; a preoccupare piuttosto, è la fiammata di odio seguita all’omicidio del carabiniere, quando è stata diffusa la notizia, falsa, che a commettere l’omicidio fosse stato un nordafricano, e le successive dichiarazioni di Salvini e Bonafede.

La Meloni, Capezzone, Salvini e compagnia cantante, hanno istigato, di fatto, una vera a propria caccia al nero che avrebbe potuto avere esiti ben più gravi se la notizia non fosse stata rapidamente smentita, ricordate Luca Traini dopo le dichiarazioni sull’omicidio di Desirè? Il sospetto è che ci sia il desiderio, da parte di qualcuno, che quello non resti un caso isolato, che il caos dilaghi. In fondo questo governo può essere salvato solo da un nuovo allarme su un nuovo falso pericolo.

Subito dopo, archiviata la brutta figura, sono seguiti i deliri, da parte degli stessi protagonisti più il ministro Bonafede, sul marcire in galera, lavori forzati a vita, eliminazione degli arresti domiciliari, ecc.

Peccato che la nostra legislazione in materia penitenziaria sia improntata al recupero del reo e al suo successivo reintegro nella società. La legge quindi va in direzione diametralmente opposta rispetta quella presa da chi la legge dovrebbe farla rispettare. Ci si chiede a questo punto: perché nessuno chiede l’impeachment di un ministro imbarazzante, incapace, volgare, razzista e nullafacente?

Ci sarebbero gli estremi e ci sarebbe ampio materiale per organizzare un’opposizione dura e puntuale a questo governo, per mettere in evidenza il pericolo che tutti noi corriamo a causa di questo autoritarismo in limine, per costringere i Cinque stelle a buttare giù la maschera e dichiarare la continuità e la subalternità alla Lega. Invece il Pd che fa? Protesta per il figlio di Salvini ripreso su una moto d’acqua della polizia, fatto inelegante ma di caratura e peso specifico molto minore rispetto a quello che Salvini fa e dice ogni giorno.

Certo, nonostante le brutte figure a ripetizione rimediate dal ministro degli interni e dai suoi sodali, i consensi della Lega salgono e questo deve spaventare non poco il Pd. Ma se si continua a guardare ai sondaggi e non si propongono serie politiche alternative a questo tirare avanti sulla pelle degli ultimi che è ormai quello a cui si è ridotta la politica del governo, si commetterà lo stesso errore commesso da Renzi che, non a caso, sta purtroppo rialzando la testa e, cosa ancora peggiore, ha ripreso a parlare.

In questa atmosfera da campanilismo medioevale che aleggia nel nostro paese, in questa canea quotidiana, tra questi fetidi miasmi provenienti dal mare di ipocrisia che ci circonda, un’idea di politica diversa, vera, ragionata forse potrebbe funzionare. O no?

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Il dovere etico di restare umani

Qualche giorno fa ho letto un post su Facebook in cui si ironizzava sul dovere etico di riservatezza riguardo i fatti di Bibbiano. Dal momento che ne avevo parlato in un mio precedente articolo, mi sono sentito tirato in ballo e vorrei chiarire la mia posizione, anche alla luce dei tragici eventi di questi giorni.

Etica deriva dal greco ethos e ha, come moltissime parole greche, un molteplicità di significati, ma credo che ci potremmo accordare in modo soddisfacente se, nel caso specifico, parlassimo di etica come dell’insieme delle qualità che ci definiscono in quanto esseri umani, qualità che, al momento, sono deficitarie nella nostra classe politica e assenti in quelle persone che ieri hanno festeggiato l’annegamento di un centinaio di profughi nel Mediterraneo, uomini, donne e bambini, come sempre.

Tempo fa un amico, un ragazzo impegnato, intelligente, socialmente attivo, che rispetto molto, ha risposto alla richiesta di far intervenire l’associazione di cui è responsabile locale sul tema delle manifestazioni razziste a Sestri Ponente che non si possono combattere tutte le battaglie.

Vero, ma a volte bisognerebbe usare l’accortezza di ascoltare chi è più anziano, ha visto più cieli cambiare e sente in anticipo l’aria che tira, caratteristiche che è degli artisti, dei poeti e dei pazzi. Purtroppo, su quella faccenda, avevo visto lontano, e non ne vado fiero.

Ma vediamo di chiarire cosa secondo me è etico.

Io credo che sia assolutamente etico il silenzio, che non c’è e non c’è mai stato, sui fatti orribili di Bibbiano sia per tutelare i bambini coinvolti sia perché, in uno stato di diritto, anche chi è indagato ha diritto di preparare la propria difesa senza essere linciato. Io con i ragazzini ci lavoro, a volte, purtroppo, si tratta di ragazzini seguiti dai servizi  sociali con cui ho rapporti molto più frequenti di quelli che desidererei, e ho la presunzione e l’arroganza di pensare di saperne un po’ di più sull’argomento dei tanti forcaioli da tastiera e di essere consapevole che il rumore, il clamore mediatico non aiuta a fare chiarezza né a trovare il giusto equilibrio per valutare la situazione. Scusatemi per questo.

Credo assolutamente etico manifestare il proprio sdegno per un partito Cinque stelle che vota il secondo, osceno, decreto sicurezza, mettendosi proni di fronte all’arroganza leghista e tradendo le proprie radici legalitarie, approvando un provvedimento che va in contrasto con i principi costituzionali.

Credo assolutamente etico addolorarsi e piangere la morte di un carabiniere morto nell’esercizio delle proprie funzioni senza svilirla e usandola come argomento per l’ennesima campagna razzista.

Trovo assolutamente etico indignarmi e piangere cento persone morte nel mediterraneo a causa dell’indifferenza dell’Europa e dell’Italia che ne fa parte, e vomitare di fronte a certi post che vengono da un’area politica verso cui nutro non odio, perché l’odio è una cosa seria e non si spreca con i miserabili, ma un profondo disprezzo.

Trovo assolutamente etico rifiutare il discorso del pensiamo ai nostri, dello sdoganamento dell’indifferenza verso l’altro come categoria lecita, della chiusura nei riguardi del prossimo, principio che contravviene ai valori religiosi tanto esibiti dai cialtroni e dagli abbietti capi popolo che in questo momento hanno il timone in mano nel nostro paese.

Mi chiedo cosa insegneranno ai loro figli quei padri, quelle madri, quelle nonne che promuovono l’odio e il razzismo, che augurano violenze carnali alle donne che si espongono con coraggio ed esprimono le proprie opinioni, che cercano lo sporco dove lo sporco non c’è per giustificare la sporcizia del proprio animo.

Mi chiedo quale diritto abbiano di proporsi come difensori dei diritti dei bambini quando i bambini li lasciano annegare in mare ogni santo giorno.

Mi chiedo in che cazzo di mondo di merda vivo, che cazzo di gente di merda incontro ogni giorno sull’autobus, sul treno per strada e se c’è qualcosa che posso fare per cambiare le cose.

Credo di aver spiegato cosa significa “etica” per me e in un futuro post, spiegherò anche la differenza che passa tra l’essere ironici e l’essere stronzi.

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Bibbiano: fare politica sporca sulla pelle dei bambini.

 

000536DD-un-cartello-su-bibbianoI fatti sono gravi: un gruppo di persone che lavorano nei servizi sociali avrebbero volontariamente tolto sei bambini ( sì, di sei bambini si tratta) alle famiglie per darle in affido ad amici e conoscenti in cambio di denaro. I fatti sarebbero gravissimi anche se si fosse trattato di un solo bambino, tanto per intenderci.

Il sindaco del pd che si è auto sospeso non è in alcun modo coinvolto in questa vicenda, avrebbe solo affittato in modo illecito le stanze dove si tenevano le sedute di psicoterapia.

Nessun bambino è stato sottoposto a elettroshock, è stato utilizzato uno strumento che viene usato dagli psicoterapeuti per favorire l’emersione del trauma rimosso, probabilmente inutile, in questo caso, ma del tutto innocuo.

I protocolli operativi degli psicologi coinvolti sono discutibili ma non inusuali.

Questi sono i fatti accertati dagli inquirenti, non sto facendo ipotesi.

Sia Salvini che Di Maio hanno dimostrato in più di un’occasione di non avere alcuno scrupolo di tipo morale o etico, beati loro, ma questa volta, con le loro ridicole accuse al Pd , prive di qualsiasi fondamento, lanciate utilizzando una fatto di cronaca che ha al centro la sofferenza di famiglie e bambini, direi che hanno raggiunto un livello di squallore umano e di bassezza insolito perfino per loro.

Non è vero che i media non si occupano della questione, trattandosi di bambini esistono dei vincoli etici che vengono sempre rispettati in questi casi. In ogni caso, come ho potuto leggere io le notizie in rete e cercare le fonti affidabili e ufficiali, possono farlo anche altri esseri umani dotati di spirito critico e raziocinio più o meno normali.

Esseri umani dotati di raziocinio, non come quella madre che in rete lanciava un grido d’allarme terrorizzata, dicendo di aver fatto vaccinare i figli per paura che glieli togliessero, senza riflettere sul fatto che, continuando a non vaccinarli, i servizi sociali sarebbe certamente intervenuti per tutelare la salute dei suoi figli e dei bambini con cui sarebbero entrati in contatto. Come rispondere a tanta ottusità dilagante?

Caso mai, sarebbe opportuno il silenzio, perché la giustizia faccia il suo corso e si accertino fatti e responsabilità. Io non so qual è la verità, ma è già successo che si sia gridato al lupo, rovinando carriere e famiglie, per poi accorgersi che le cose non stavano esattamente così. Anche se in questo caso specifico, le prove a carico di alcuni appartenenti a una onlus, finanziata, per altro, anche dal Movimento Cinque stelle (e non dal Pd), appaiono evidenti.

In ogni caso si stanno creando danni incalcolabili ai servizi sociali che svolgono un ruolo ingrato, necessario e fondamentale e, ogni giorno, aiutano bambini e persone in stato di bisogno, supportano famiglie, svolgono compiti in nome di uno Stato che, in questo momento, li sta irresponsabilmente delegittimando. I servizi sociali sono necessari, sono stati depotenziati e ridotti all’osso negli ultimi anni e non possono essere oggetto di criminalizzazione gratuita.

Ormai, è evidente, diffamare, creare false notizie, mentire, è il pane quotidiano che ci viene offerto, il menù proposto da telegiornali e media, con uno storytelling come sempre, assai diverso dalla realtà ma funzionale alla cattiva coscienza, ma coscienza è una parola grossa in questo caso, di chi ci governa ( per modo di dire).

Ci stiamo abituando all’infamia e non va bene, ci stiamo abituando alle bambole gonfiabili in parlamento, agli insulti sessisti, a un Ministro degli interni che chiama zecca tedesca una giovane donna che la magistratura ha ritenuto non colpevole delle infamanti accuse che le sono state lanciate, alla reazione isterica di presidenti di regione che hanno perso ogni senso del limite e ogni consapevolezza della propria carica, umiliati e offesi perché non possono fare a pezzi la scuola, ci stiamo abituando a messe contro la piaga dell’omosessualità, a convegni sulla famiglia medioevale, alla macchina del fango che lavora ininterrottamente ventiquattrore su ventiquattro. E non va bene.

Non va bene perché questo clima ammorbante e malato, questa patina di squallore presente tutto attorno a noi, ci sta privando della volontà di reagire, è talmente inconcepibile che ci stiamo ancora chiedendo se davvero il nostro paese è questo oppure è solo un brutto incubo da cui, presto o tardi, usciremo.

Non va bene perché, continuando a tacere a sopportare, ad abituarci, a non commentare, ad accettare tacitamente, a sperare che sia sempre qualcun altro a cambiare le cose, un nuovo vate, un uomo forte buono di segno opposto, anche se gli uomini forti sono tutti uguali e tutti dello stesso segno, le cose non cambieranno e andranno sempre peggio.

Ci stanno facendo diventare come quel personaggio di Brancati che, alla sera, prima di andare a dormire diceva: domani cambio, e al mattino tornava a ripetere stancamente la solita routine. Ed è la loro più grande vittoria.

 

 

 

 

 

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Camilleri: molto più di Montalbano ma è meglio non dirlo.

Unknown

Una cattiva notizia attesa non si trasforma in una buona notizia, così è per la morte di Camilleri scrittore che, a mio avviso, si colloca su quella scia di geniali lettori della realtà che parte da Vittorini e, passando per Sciascia, Bufalino e Consolo, arriva, appunto, allo scrittore di Porto Empedocle.

Tutti siciliani, tutti di sinistra, anche se di fronda, come  Vittorini, che era un comunista di fronda come era stato un fascista di fronda, tutti animati da una passione civile autentica e da un pessimismo profondo e tipicamente siciliano. Tutti figli ribelli di Tomasi di Lampedusa.

Ho assistito ieri sera a un vomitevole servizio del Tg2 in memoria di Camilleri dove si è ricordato lo scrittore nel peggiore dei modi: con un profluvio di retorica vana e vuota, stando bene attenti a non toccare argomenti fondamentali per la sua comprensione ma irritanti per il potere.

Fa comodo a molti, oggi, associare Camilleri a Montalbano, il più “facile” dei suoi eroi, il più popolare. e universalmente noto, il personaggio che ha reinventato il poliziesco italiano. Fa comodo dimenticare che Camilleri è stato un intellettuale di sinistra alla vecchia maniera, costantemente impegnato a leggere la realtà  e a mordere le caviglie al potere, qualunque colore avesse in quel momento, un antifascista sincero che non ha mai smesso di beffeggiare il fascismo nei suoi libri, mettendolo in ridicolo o mettendone a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia, facendo con la letteratura quello che Luigi Zampa, con la sua trilogia cinematografica sul ventennio, fece col cinema.

Ma la grandezza di Camilleri scrittore va cercata, ovviamente, nei suoi libri, non in Montalbano ma in quel capolavoro che è La Concessione del telefono, o ne Il nipote del negus, in La mossa del cavallo o decine di altri titoli che sono stati scritti grazie al successo di Montalbano e che costituiscono il vero tesoro lasciatoci dallo scrittore, senza voler nulla togliere all’amatissimo, anche da chi scrive, commissario di Vigata.

Sono libri che raccontano la storia della Sicilia, una Sicilia simile a quella di Brancati, sempre al limite del grottesco, un mondo a parte diventato, con gli anni, il nostro mondo, sospeso tra tragedia a commedia, come un’eterna commedia di Jonesco.

Non va dimenticata l’importanza di Camilleri dal punto di vista linguistico, la capacità di rendere duttili e malleabile sia il siciliano che l’italiano e farli lavorare al suo servizio con maestria impareggiabile, sulla scia del grande Vincenzo Consolo. Le invenzioni linguistiche, i neologismi, la sicilianizzazione dell’italiano e l’italianizzazione del siciliano, lampi di genio che illuminano a giorno le sue pagine.

Camilleri è, dunque, molto più di quanto i giornali ci raccontano in questi giorni e quello che è stato è inscindibile dalla sua appartenenza politica, che spiega la sua etica, la sua passione e i suoi libri, la sua fiducia nel futuro e il pessimismo siciliano.

Ci mancherà e ci accorgeremo solo tra qualche anno quanto la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto profondo in questo paese ,dove abbondano i cialtroni che si atteggiano a dotti e non ci sono più buoni maestri.

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