Un uomo solo nel deserto

Una delle immagini che resterà impressa nella memoria collettiva, quando questa angosciante quarantena planetaria volgerà al termine, sarà quella del Papa, solo, claudicante, in mezzo a una piazza S. Pietro deserta.

Il gesto di mostrare il Santissimo sacramento ai quattri punti cardinali, quasi una disperata richiesta d’aiuto a un Dio che sembra distante, un gesto di disperazione e fede, rievoca memorie sciamaniche e antichi rituali.

Lo sciamano metteva sì in contatto con la divinità ma anche con gli spiriti della terra, con le forze profonde e misteriose del mondo in cui viviamo, capaci di risanare e distruggere, dotate di un potere immenso che travalica quello che la mente umana può comprendere e che per questo, si chiama trascendente. Credo che il Papa, con quel gesto, abbia lanciato un segnale, cercato un contatto che ci rimetta in sintonia con l’uomo e con Dio.

Quel gesto di Francesco è sembrato il disperato sos di un uomo che si è caricato sulle spalle il dolore del mondo, fisicamente e moralmente, che chiamato a esercitare il suo ministero nel momento più tragico e difficile del dopoguerra, lo fa con la sua straordinaria carica di umanità, la sua lucidità di pensiero e una capacità di empatia col dolore che lascia sgomenti. Guardandolo, osservando la fatica e il dolore dipinti sul suo volto, vedendolo assorto in preghiera, ho pregato che quel peso che si portava dentro non lo schiacciasse.

Il brano del Vangelo che ha commentato è straordinariamente attuale e suggestivo, come attuali, forti, a tratti dure, sono state le sue parole e il suo smarrimento, che è lo smarrimento di ognuno di noi. Quel “non avete fede” ripetuto agli uomini e a sé stesso, amplificato dal deserto di quell’enorme piazza, risuona dentro di noi come un monito.

La forza delle immagini rischia di far passare in secondo piano la potenza delle parole, parole come sassi appuntiti che lacerano e feriscono la coscienza di ognuno di noi, per poi risanarla con la potenza del gesto sacro.

Nel momento del bisogno, Francesco è una guida per chi crede e per chi non crede, per chi lo imita in modo sacrilego e squallido e per chi lo critica, bestemmiando la propria millantata fede e abiurando alla propria dignità di uomo. L’unica indiscutibile guida morale del mondo.

Comunque la si pensi, Francesco merita rispetto, lo stesso rispetto dovuto a chi sta svolgendo il proprio lavoro per gli altri, a chi sta guardando agli altri in un momento in cui sarebbe fin troppo semplice e, per certi versi, anche giustificato, pensare solo a sé stessi.

Quell’uomo solo, in mezzo a una piazza maestosa ancora più splendida e sinistra nel crepuscolo, deserta come in un presagio, ci ha fatto capire di non essere soli nella tempesta.

Credo sia tutto quello che, oggi, può darci la fede e non è poco.

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Storia della colonna infame: l’eterna ricerca dell’untore

da: Wikipedia

Viviamo giorni complicati, caratterizzati da un’angoscia senza nome, amplificata, forse ad arte, forse no, da media che forniscono informazioni approssimative, più preoccupati di catturare l’attenzione dei lettori con titoli a effetto che di svolgere il proprio compito con la correttezza e l’equilibrio che sarebbero necessari.

A questo si aggiunge la dimensione social, allucinata e allucinante, un vero a proprio teatro dell’assurdo, un calderone di opinioni, pensieri in libertà, deliri, che restituiscono l’immagine di un paese sospeso, incapace di smuoversi da una situazione di stallo mentale che lo blocca, incapace di ritrovare quei valori che sono alla base della sua democrazia.

La caccia all’untore è aperta, oggi come nel seicento, spinta dalla necessità di trovare un colpevole ad ogni costo, dall’incapacità di accettare che, in questa società ipertecnologic,a dove l’idea della morte viene bandita, possa esistere la fatalità, non tutto possa essere controllabile e messo in grado di non nuocere.

L’ignoranza becera e abissale che si respira ormai da tempo ha un suo ruolo inquietante in questa tragicommedia, ma, come dice giustamente Manzoni nel prezioso libretto di cui mi appresto a parlare, non può spiegare tutto e, soprattutto, non è una giustificazione.

Storia della colonna infame è un saggio che Manzoni aveva in mente già mentre scriveva i Promessi sposi, al cui interno si trova una sorta di prequel, di annuncio di un approfondimento sugli untori.

È la storia dettagliata di un’infamia, di un assurdo processo contro tre poveracci che non solo furono torturati barbaramente e giustiziati ma anche condannati al perenne biasimo con l’erezione di una colonna che ne perpetuasse i misfatti.

È soprattutto una storia di ignoranza, di arbitrio del potere, della necessità di trovare un colpevole a qualunque costo per tacitare la folla, di uso strumentale del potere mediatico.

Ascoltate cosa scrive Manzoni in proposito: …cosa curiosa il vedere un seguito di scrittori andar l’uno dietro l’altro….senza pensare d’informarsi d’un fatto del quale credevano di dover parlare. (op.cit. ed. Thesis, Zanichelli)

Basta andare con la memoria ai titoli dei giornali di queste giorni, a certi opinionisti ed esperti che, una volta smentiti, ribadiscono lo stesso errore, per capire quanto Manzoni parli a noi.

E i social? Leggete queste righe: …quell’usanza antica e non mai abbastanza screditata di ripetere senza esaminare,… di mescere al pubblico il suo vino medesimo e alle volte, quello che gli ha già dato alla testa. (op. cit.)

Esattamente quello che succede on line. Manzoni, come sempre, parla a noi, con quella sua straordinaria capacità di afferrare lo spirito del nostro paese, nelle sue altezze e, spesso, nella sua bassezza. Si conferma un acuto analista della nostra società i cui vizi permangono ancora oggi intatti.

Il libro è una riflessione profonda, mutuata dalla sua profonda fede e dalla sua mente lucida e razionale, sulla giustizia, sul terribile mestiere del giudicare e sugli errori commessi, spesso, in malafede. Non risparmia, naturalmente, la sua ironia bonaria e tagliente anche se in queste pagine appare più amara, più dolente, quasi a constatare, una volta di più, la capacità di fare male come connaturata alla natura umana.

Lo sguardo chirurgico dello scrittore mette a nudo le contraddizioni del processo a tre presunti untori, tre poveracci che passavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, denuncia l’orrore della tortura e, soprattutto, si arresta davanti all’abisso in cui è capace di sprofondare l’animo umano, abisso di cui, in questi giorni del colera, abbiamo continui esempi davanti agli occhi.

Basta il pettegolezzo, la voce incontrollata che accende l’ira della folla, a provocare una serie di eventi che porteranno a un assurdo e immotivato processo e all’altrettanto assurdo e immotivato martirio di tre poveracci.

Meccanismi che già Manzoni aveva analizzato in modo magistrale nella vicenda del forno delle grucce e che qui provocano un moto evidente di sdegno nell’autore, che sembra tavolta sul punto di perdere la sua misura.

Lettura istruttiva, amara ma necessaria, che parla di un oscuro fatto del seicento lombardo ma, come sempre accade con i classici, parla di noi oggi, di quello che è e di quello che potrebbe essere. Lettura che ammonisce, scritta a futura memoria con la consapevolezza che l’infamia è parte della natura umana.

Ricordi il lettore che quando apre un libro, se è un buon libro, de te fabula narratur. E questo è una grande libro.

Allego di seguito il link dove potete scaricare gratuitamente il pdf del libro.

manzoni_storia_della_colonna_infame

Allego anche il consueto link al mio libro: leggere può essere un buon modo per allentare la tensione e viaggiare con la mente lontano dalla realtà quotidiana. Credo che anche il mio, si parva licet, sia un buon libro, a giudicare dai tanti che hanno avuto la pazienza di leggerlo e che ringrazio.

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Storia dell’Italia mafiosa, di Isaia Sales

Ne Il Granello di sabbia, la mafia governa metà del paese direttamente e ha stretti rapporti con l’altra metà, guidata da un governo autoritario e tecnocratico. La fonte di quest’idea e la lettura del libro che oggi recensisco.

Alla luce dell’arresto della vedova Schifani, un fatto tristissimo che desta molta amarezza, ma non troppo stupore, in chi si occupa di mafia, mi sembra opportuno riproporre all’attenzione dei miei lettori questo libro di Isaia Sales, studioso di mafie e docente di Storia delle mafie,che cancella definitivamente quell’assurda narrazione delle mafie come fenomeno esclusivo del Mezzogiorno, che fino a tempi recenti ha costituito e costituisce ancora, un ostacolo alla piena comprensione del fenomeno.

Chi scrive ricorda ancora quando, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, i magistrati parlavano della Liguria come di un’isola felice, rispetto alle infiltrazioni mafiose. la cronaca ha poi raccontato che si erano sbagliati di grosso. In anni più recenti, abbiamo constatato la difficoltà da parte dei giudici di identificare Mafia capitale come associazione mafiosa.

Isaia Sales parte dal presupposto che se un’organizzazione criminale dura da duecento anni e prospera all’interno di uno Stato, non si può più parlare di storia criminale ma di storia tout court: in Italia la storia della mafia, nelle sue tre declinazioni principali, è intrecciata con un filo indissolubile alla sua storia politica.

Il rapporto tra mafie e politica comincia già nell’Italia borbonica e continua dopo l’Unità senza che si sia mai interrotto. Forse, dopo le stragi costate la vita a Falcone e Borsellino, lo Stato ha avuto l’occasione per chiudere definitivamente il discorso, ma troppo profondo era quel rapporto, troppi segreti avrebbero dovuto essere svelati, troppi interessi in gioco.

Sales descrive con dovizia di particolari come agiscono le tre mafie sul territorio, come, alla forza bruta e alla violenza, si accompagnino capacità imprenditoriali e la tendenza a stare al passo con i tempi, a sfruttare le risorse fornite dalle innovazioni tecnologiche, a trovare sempre a disposizione un esercito di fiancheggiatori insospettabili, quella zona grigia che oggi appare il vero braccio armato delle mafie, la vera punta di diamante che gli permette di evadere fiumi di denaro e infiltrarsi nei consigli di amministrazione di grandi aziende. Descrive, soprattutto, l’atteggiamento ambiguo del potere politico nei primi anni della repubblica e nel dopoguerra e le connivenze evidenti che hanno acompagnato gli anni successivi.

Si arriva alla conclusione riflettendo sul mfatto che, più che di trattativa Stato- mafia, bisognerebbe parlare di un legame talmente lungo da sembrare quasi indissolubile.

Libro pieno amarezza partenopea, questo di Sales, che ricorda l’ironico pessimismo di Sciascia, completo, documentato e necessario, come quelli di Marcello Ravveduto, che con lui ha collaborato in passato, di Nando Dalla Chiesa, di Rocco Sciarrone, tutti intellettuali che studiano da anni le mafie e cercano di coglierne i cambiamenti e le mutazioni.

Ma il libro di Sales si distingue tra tutti, oltre che per la completezza e la visione d’insieme, per riflessione lucida e amarissima su un fenomeno che influenza, più di quanto ciascuno di noi possa immaginare, la vita di questo paese.

Lettura necessaria, quindi. Per tutti.

Permettetemi una nota a margine riguardante il rapporto tra antimafia e scuola.

Due anni fa è uscito un rapporto di Dalla Chiesa che riporta come la didattica dell’antimafia abbia fatto fatica a entrare nelle scuole, soprattutto al nord. Negli ultimi anni, queste attività vengono svolte quasi interamente dagli attivisti di Libera in forma laboratoriale. Io ho collaborato con Libera nella mia città e ho un grande rispetto per la loro dedizione e il loro lavoro anche se non amo una certa ripetitività nel modo di proporsi.

Credo che il problema oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel nostro paese, sia quello di rendere questo insegnamento strutturale, di fare sì che l’impegno antimafia riguardi ogni insegnante e che ogni insegnante si formi adegutamente per informare e formare seguendo il proprio metodo e la propria sensibilità ( questo è il punto su cui divergono le mie opinioni da quelle di Libera). Troppe fiction che presentano il fenomeno come qualcoisa che appartiene al passato, troppe informazioni approssimative dai media, troppa indifferenza da parte della politica.

Per questo ho collaborato alla creazione del codice etico di Libera per le scuole medie, per questo ho tenuto corsi di aggiornamento per i colleghi, senza che però sia scattata quella sensibilizzazione generale necessaria per cambiare davvero le cose.

Parlo di me perché sono esperienze che conosco, per altro avviate in una città difficile e chiusa come Genova, ma sono certo che molti colleghi in tutta Italia si sono trovati nella stessa situazione: non si riesce a passare dal laboratorio alla didattica, dall’una tantum alla quotidianità e questo, senza dubbio, è colpa anche di noi docenti.

Il libro di Sales può essere un’ottimo strumento per parlare di mafia quando si fa storia, almeno nei momenti topici che hanno scandito la storia del nostro paese. Un modo per non discostarsi dai programmi scolastici, arricchendoli con note amargine che nella memoria dei ragazzi restano.

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La legge sull’aborto e la necessità dell’educazione sessuale

L’intervento volgare, greve e rozzo di Salvini dovrebbe essere l’occasione per avviare un provvedimento necessario: l’inserimento dell’educazione sessuale nelle scuole, vista la precocità dei primi rapporti sessuali e il materialismo dilagante nella nostra società. Ne discuto nel podcast.

Ascolta “La legge sull'aborto e la necessità dell'educazione sessuale” su Spreaker. Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Donna, madre, italiana…e bugiarda.

Ci vuole una bella faccia ( da fascista) per criticare le parole pronunciate ieri dal ministro Lamorgese, come ci vuole una bella faccia a criticare Rula Jebreal e il giorno seguente al suo commovente intervento a S. Remo bloccare i finanziamenti a un centro che si occupa di assistere le donne vittima di violenza, andandone fiera e prendendo come spunto le parole del capo della polizia, travisandole completamente.

Non esiste un’emergenza odio in Italia, secondo la donna, madre, italiana, è normale che si aggrediscano ragazzi cinesi sui mezzi pubblici, che si facciano morire in mare in mare i migranti, che si mettano sulla strada, grazie ai decreti che anche lei ha approvato, altri migranti che si ritrovano ad essere clandestini e capri espiatori di tutti i mali italiani. Non esiste un’emergenza per i gay pestati quotidianamente nelle nostre città, i volantini attaccati dai suoi amici sulle serrande dei negozi cinesi, il veleno versato sui social dai suoi sodali, i rom scacciati dalle ruspe, capro espiatorio per ogni stagione, le cifre allarmanti sulle donne uccise, stuprate, pestate, usate da uomini che odiano le donne. Tutto normale, nel paese della donna, madre, italiana.

Esiste un problema lavoro, dice, ed è anche vero. Peccato che in quattordici mesi lei e i suoi compagni di merende non abbiano fatto un cazzo al riguardo, troppo occupati nel fomentare la paura del nero e nell’ideare leggi per reprimere le proteste dei lavoratori.

Esiste un problema criminalità, dice la donna, madre, italiana e mente spudoratamente. Basta guardare i dati di quello stesso Ministero dell’Interno che è stato la pietra dello scandalo del governo di cui lei faceva parte per smentirla: l’Italia è un paese sicuro, non grazie alla destra, che con le sue posizioni anti islamiche rischia sempre di attirare l’attenzione di qualche terrorista radicale. Comunque, per quattordici mesi, il suo amico a capo del ministero non si è occupato né di mafia, né di ‘Ndrangheta, né di Camorra, ma solo di paventare una inesistente invasione di uomini neri.

Se questa è la nuova destra, come afferma Calenda, la stella in ascesa del neofascismo soft, no grazie, di ipocriti, sepolcri imbiancati e bugiardi ne abbiamo a sufficienza in tutti e due gli schieramenti, si può anche passare la mano.

Le dichiarazioni deliranti e vuote della donna, madre, italiana sono la prova che il ministro Lamorgese ha colto nel segno. Affermando che non esiste un’emergenza odio e spiegandone i motivi, la donna, madre, italiana fa una tautologia. Purtroppo credo che il vocabolario non faccia parte degli arredi di casa sua.

Vorrei che Italia viva riflettesse su quello che sta facendo: dopo aver favorito la nascita del governo ed essersene lavato le mani come Ponzio Pilato, pur mantenendo i suoi ministri, davvero Renzi vuole mandare tutto all’aria come un Bertinotti qualsiasi e regalare il paese alla donna, madre, italiana e alla deriva neofascista? Davvero crede che la battaglia sulla prescrizione, su cui, mi fa veramente male dirlo, sono d’accordo con lui, anche se per motivi diversi dai suoi, sarà talmente apprezzata dall’elettorato dall’offrirgli un consenso che può solo sognare?

Io credo che l’uomo sia intelligente, molto meno i suoi seguaci più fanatici, che vivono in una realtà parallela, ma credo che Matteo Renzi sia, oggi, l’unico politico vero dello schieramento non fascista, ( mi scuso, ma a definirlo di sinistra non ce la faccio), e credo che sia sinceramente antifascista. Confido quindi che possa escogitare presto uno dei suoi giochi di prestigio e uscire dall’impasse in cui si è infilato giocando a chi ce l’ha più lungo con Zingaretti. E pazienza se il blocco della prescrizione al secondo grado di giudizio è una vittoria per il Pd. Renzi deve smetterla di pensare di poter ottenere consensi oceanici, non ha praterie davanti, come ha detto recentemente: questo è un paese bipolare che, se farà la cazzata di far cadere il governo, rischia di diventare monocolore e monocromatico, nero.

Quanto alla donna, madre, italiana, che dire? Forse che la dignità e il senso morale non abitano più quida quando lei e quella come lei stanno guadagnando consensi, forse che il fascismo è rimasto uguale a sé stesso e per questo è destinato alla sconfitta, o forse che, a volte, dovrebbe provare a guardarsi allo specchio. Quello che vedrà non lo so, quello che vediamo noi, non è piacevole.

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