Categoria: Attualità Pagina 1 di 44

Idiocrazia

Ho grande stima di Giorgio Agamben, come è dovuta a uno dei più grandi filosofi italiani viventi che, con Homo sacer e altri suoi libri, ha coniato e perfezionato il concetto di “nuda vita”, salito alla ribalta con l’emergenza covid.

Tuttavia non sono del tutto d’accordo con lui, si parva licet, riguardo una certa idea di un potere più o meno occulto, vago, che userebbe l’emergenza covid come pretesto per limitare la socialità delle persone e trasformarle in tante monadi. Mi ricorda alla lontana il SIM delle Brigate rosse o la storia dei Savi di Sion.

A parte le ovvie obiezioni logiche ( perchè una società dei consumi, che basa il proprio sistema di controllo sulla massificazione e, quindi, sull’aggregazione di grandi fasce di popolazione in non luoghi per acquistare oggetti superflui, dovrebbe autocastrare limitando le fonti di guadagno?), credo che quanto accaduto qualche giorno fa a Capitol Hill dimostri che su questo, solo su questo, Agamben sbaglia, ma non significa che quanto paventa non possa verificarsi in un futuro prossimo venturo ( è argomento del mio prossimo libro che uscirà prossimamente, ne parleremo a tempo debito).

L’attacco dei seguaci di Qanon alla sede del potere degli Stati Uniti per contestare la legittima elezione del nuovo presidente, non è infatti l’attuazione di un qualche oscuro disegno, ma l’evidenza di quanto davvero il sonno della ragione generi mostri, come Unamuno aveva compreso dopo aver, per qualche tempo, flirtato con uno dei mostri peggiori del secolo scorso.

La rete, straordinario strumento polisemantico e polifunzionale, si è trasformato, da possibile incubatore di aggregazioni sociali inedite, oltre che strumento per combattere solitudine, depressione e isolamento, i mali del nostro millennio, in un inseminatore di ignoranza, uno stupefacente strumento pervasivo in grado di obnubilare menti deboli, già predisposte al diventare vittime di sette millenartiste perché prive degli strumenti culturali minimi per discernere il grano dal loglio e appesantite da anni di rabbia e frustrazione, e trasformare i possessori di quelle menti in gloriosi miliziani improvvisati che non hanno altra risorsa, se non la violenza, per far valere le proprie, inesistenti ragioni.

Abbiamo tutti sottovalutato il potere della rete, impegnati a deplorare le foto di Chiara Ferragni agli uffizi ( una che, al contrario di noi, la rete la usa benissimo e con grande intelligenza), o a promuovere manifestazioni contro un fascismo che resta marginale e che non c’entra nulla nè con i negazionisti nè tantomento con Trump e i Qanon.

Abbiamo irriso, da bravi radical chic, ai poveri beoti che si abbeveravano di deliranti storie sul povero Bill Gates, diventato nel loro immaginario uno sterminatore e Soros, diventato uno sponsor dell’invasione di migranti e del meticciato prossimo venturo, e adesso ci ritroviamo quei beoti ad assalire Capitol Hill con conseguenze a lungo termine imprevedibili per l’impero americano, ormai in palese e indubitabile declino.

Mentre l’Amerika degli anni della gioventù si è trasformata in una america, piccola piccola, vittima di un golpe Borghese riuscito a metà, noi sopportavamo Berlusconi, il crollo della sinistra, la sciagurata stagione del renzismo con la sua filosofia da lemming, che in questi giorni sta raggiungendo il culmine del masochismo, il governo della Lega e questo non governo, formato da un uomo per tutte le stagioni, un narcisista paranoide e autolesionista, una manica d’idioti e un leader politico simile al personaggio di Buzzati, che la sera andava a dormire riproponendosi di cambiare tutto e al mattino riprendeva la solita vita, lasciandoli passare davanti a noi come se non ci importasse, senza renderci conto, giustificati dalla paura del contagio, che il contagio dell’ignoranza e dell’idiozia dilagava più di quello del Covid. Siamo rimasti al caldo delle nostre comode case e abbiamo dimenticato la maledizione di Primo Levi.

Siamo arrivati a una vera e propria idiocrazia, che si riflette sugli illegibili articoli dei maggiori quotidiani che dovrebbero fare opinione e riportano opinioni improponibili di personaggi improponibili, sulla delegittimazione completa della scuola, con un finto ministro che delega al potere prefettizio l’assunzione di provvedimenti che definire improvvidi è eufemismo, sulle passerelle disturbanti e disturbate in una televisione trasformata in arena distopica dove non solo qualunque imbecille ha il suo quarto d’ora di celebrità ma può assurgere a opinion leader, basta che la spari sufficientemente grossa.

Abbiamo troppo spesso visto la pagliuzza negli occhi degli altri senza scorgere la trave nella nostra, dibattendo su questioni di lana caprina e ignorando il nocciolo della questione: l’ignoranza, che come una marea nera e venefica, dilagava nel nostro paese e tracimava, mentre noi eravamo convinti che si sarebbe sciolta da un momento all’altro.

L’immagine del Qanon ucciso da un infarto causato dal taser che si è, involontariamente, sparato nei testicoli, è il simbolo tragico della nostra società, il triste epilogo di un’epoca.

Da domani e per cinque giorni, potrete scaricare automaticamente l’ebook da Amazon.

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Tutto come prima, sicuri?

“Speriamo che torni tutto come prima”.

Probabilmente queste parole saranno le più pronunciate domani, al momento degli auguri per la fine di questo anno terribile. Ma davvero, a rifletterci bene, è quello che desideriamo?

Davvero vogliamo di nuovo tornare alla guerra contro gli ultimi, a riempire come alveari i centri commerciali consumando e spendendo alla faccia di chi non può farlo, davvero vogliamo, di nuovo, rinchiuderci dietro i nostri muri che ci proteggono, solo in apparenza, come il Covid ha dimostrato, dal male che viene dal modo esterno, vogliamo di nuovo il razzismo, la guerra contro gli ultimi?

Davvero vogliamo tornare al clientelismo, alla politica opportunistica e priva di valori di questi ultimi decenni, al tradimento di tutte le lotte e le conquiste dei lavoratori, al populismo gretto e truce di squallidi bulli senza pensiero?

Davvero vogliamo tornare a essere indifferenti a tutto, tranne che a noi stessi, a ignorare quello che durante questa pandemia ci è stato tolto in termini di diritti e si è invece verificato in termini di autoritarismo, davvero vogliamo ignorare l’ombra dello stato etico, che talvolta si è palesata su di noi?

Non sarebbe invece il caso di augurarci che no, non torni tutto come prima, ma che si costruisca il futuro su nuove basi, senza ricreare le condizioni che hanno permesso il dilagare della pandemia, senza più commettere gli errori e i ritardi legati al predominio dell’interesse sulla politica, alla dittatura della finanza sulla tutela della salute pubblica?

Non sarebbe meglio augurarsi una politica che riparta dalla tutela dell’ambiente, dai giovani, dai diritti sul lavoro, da un’istruzione che esca dal limbo fangoso in cui è costretta da troppi anni? Augurarsi più cultura, più natura, più diffusione e fruizione della bellezza, più fantasia al potere, più cervelli che vengano valorizzati e non siano costretti a fuggire, più preveggenza e capacità di previsione, più programmazione di soluzioni alternative al ricorso a uno stato di polizia con leggi speciali?

Sono successe cose molto gravi, in quest’anno maledetto, sono morte troppe persone, altre soffriranno per anni i postumi della malattia, tanta gente ha perso il lavoro, tanta gente ha visto cancellare il sogno di una vita.

Non finirà tutto con le due punture del vaccino, perché è stata tracciata una strada che dice che in nome del bene comune è accettabile il sacrificio di persone socialmente improduttive, in nome del bene comune si può derogare ai diritti dell’individuo, impedendogli di circolare, di manifestare, di associarsi, in nome del bene comune si possono oscurare statistiche, dati, controllare l’informazione, ecc. ecc.

Ma so benissimo che il problema che affligge moltissima gente in questo momento, è non poter fare il veglione di Capodanno e quindi queste mie parole suonano fastidiose, un po’ spocchiose e inutili.

Quindi buon anno, a tutti, senza rancore.

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Maradona, un uomo.

Sto ascoltando l’ultimo disco di Bennato mentre scrivo questo post e, tutto sommato, credo sia giusto così. Edoardo è un grande irregolare della nostra musica, uno che ha sempre fatto quello che ha voluto ed è napoletano, come era Maradona, che lo è diventato a furor di popolo. Si conoscevano e si frequentavano, perché tra folli nasce una naturale empatia.

Ieri, quando ho saputo la notizia, non ho provato nulla: ho letto l’articolo di Minà, l’unico giornalista italiano degno di essere letto, guardato qualche immagine, nient’altro. Ma sapevo che sarebbe arrivata.

La stretta al cuore è arrivata mentre, tra i tanti filmati on line, oggi vedo un gol impossibile: punizione a due in area, contro la Juventus, punizione che doveva essere un rigore ( ovviamente). Maradona sussurra qualcosa al compagno, probabilmente gli dice faccio gol, con la stessa sicurezza con cui Clay, poi diventato Alì diceva al suo allenatore lo butto giù. Parte il fischio, il compagno passa la palla, Maradona segna un gol balisticamente impossibile e mi vengono le lacrime agli occhi perché realizzo che il mondo ha perso uno dei più grandi artisti viventi, di quell’arte che si esaurisce nella performance immediata, nell’attimo: un concerto memorabile, Bolt che fa il record, Charlie Parker che fa un assolo irripetibile, Maradona che fa un gol fisicamente impossibile.

Maradona era un uomo vero, che in mezzo a tanti ominicchi, a voler essere generosi, brillava per i grandi pregi e gli enormi difetti. Veniva dal nulla e ha illuminato quel nulla di luce riflessa, è stato Masaniello che ha riscattato Napoli da secoli di miseria, mi ha fatto vergognare di essere italiano quando l’Argentina è stata fischiata durante la finale dei mondiali, ho esultato con lui quando segnò in Usa, per essere poi estromesso da un tiro mancino giocatogli da Havelange e Blatter, perché mi piacciono le storie di chi cade e rialza la testa.

Maradona era comunista in un paese fondamentalmente fascista come il nostro, conosceva la storia del suo paese molto bene, al contrario di molti italiani e non aveva paura di dire pane al pane.

E’ stato un drogato, un puttaniere, ha vissuto i suoi eccessi alla luce del sole al contrario di molti sepolcri imbiancati che fanno le stesse cose in segreto e poi si ergono a moralisti. Le critiche sui social sono frutto dell’invidia di chi non sarà mai nessuno nei confronti di chi sarà sempre un mito. Un segno di questi tristissimi tempi.

Maradona non era solo un giocatore di calcio, Maradona il calcio nella sua essenza più pura e cristallina.

In questi anni siamo rimasti sempre in attesa di una rinascita, perché ci piace veder cadere i miti nella polvere ma, proprio perché miti, ci piace ancora di più vederli rinascere, perché ci danno speranza. Speravamo che l’Argentina, con lui in panchina trionfasse, che presto o tardi, facesse qualcosa di unico, grande, memorabile.

Non abbiamo capito, fino a ieri, che era lui ad essere un uomo unico, grande, memorabile.

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L’ipocrita pietà dei maschi

Detesto le ricorrenze, chi mi segue ha letto molte volte questa frase. Detesto soprattutto le ricorrenze ipocrite, quelle che riempiono le prime pagine dei giornali e il giorno dopo si rivelano per quello che sono: un inutile corollario di buone intenzioni, già pronte per essere gettate nel cestino della cattiva coscienza.

Quest’anno, per la giornata contro la violenza sulle donne, non c’è stato neanche bisogno di aspettare il giorno dopo: ci ha pensato la Rai, con la sua oscena trasmissione dove una graziosa signorina discinta spiegava come muoversi in un supermercato per attirare l’attenzione degli uomini a ricordare alle ragazze italiane la loro funzione naturale, o Vittorio Feltri, col suo editoriale in cui diceva bonariamente alla ragazza stuprata da Genovese che, in fondo, se l’era cercata, o ancora, i commenti sui social e sui giornali sulla maestra di Settimo torinese.

Una donna muore ogni tre giorni nel nostro paese per violenza, spesso del coniuge, del compagno, dell’ex. Un bollettino di guerra, una strage perpetrata da assasisni che trovano quasi sempre, a meno che non abbiano la pelle nera o un cognome straniero, tacita solidarietà e comprensione su quegli stessi giornali, da quegli stessi giornalisti maschi che oggi, senza vergogna, raccontano storie di donne che ce l’hanno fatta.

D’altronde di cosa ci stupiamo? Viviamo in un paese dove si è approvata a fatica una legge contro l’omofobia perché molti ritengono che sia una violazione della propria libertà d’opinione perseguire chi insulta, diffama o perseguita una persona per il proprio orientamento sessuale.

Ricordo che è una donna anche la giovane infermiera lesbica genovese che, in lacrime, ha denunciato le assurde angherie a cui viene sottoposta nel quartiere in cui vive, sono donne le tante ragazze che vivono segretamente la propria diversità ( diversità da che, poi) per timore di essere escluse dalla famiglia, picchiate o additate al pubblico ludibrio.

Questo a meno che non pensiate che oggi si celebri la giornata contro la violenza sulle donne “normali”. In tal caso, vi invito a non seguirmi più.

Il problema è culturale, il maschilismo, il concetto della donna da possedere come oggetto, la presunta superiorità maschile, sono stereotipi frutto, in parte, e sfido chiunque ad affermare il contrario, di secoli di cattolicesimo reazionario e bigotto, in parte eredità di un ventennio fascista che, tra le altre disgrazie, ci ha lasciato in eredità anche il mito dell’uomo vero, in parte di una lentezza colpevole ed eccessiva da parte dei legislatori a considerare le donne come esseri umani con pari dignità rispetto agli uomini. Siamo il paese che ha contemplato il delitto d’onore, in cui i processi per stupro erano una farsa.

Una mentalità ancora molto diffusa, più di quanto si pensi, vuole che al riparo delle quattro mura di casa tutto sia lecito, anche prendere a schiaffi la moglie o la fidanzata o la figlia, magari per riportarla sulla retta via. Senza chiedere la sua opinione in proposito, naturalmente.

A questo aggiungiamo i disastri della televisione e della pubblicità, l’utilizzo della donna come oggetto sessuale da usare e consumare, la condiscendente e morbosa attenzione dei giornali, quando si verificano fatti di cronaca, a cercare il peccato nella vittima e non nel colpevole, il perbenismo borghese, il materialismo e l’edonismo incoraggiato e promosso dalla nostra società, ed ecco perché considero questa giornata assolutamente inutile.

Concludo consigliando un libro sgradevole ma necessario se si vuole comprendere cos’è la violenza nei riguardi di una donna: Lolita, di Nabokov, un capolavoro e rivolgendo a tutte le donne l’esortazione che ho sempre rivolto in classe alle mie alunne: se vi mette le mani addosso, anche solo una volta, anche se poi si scusa piangendo, mollatelo.

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La pornografia nella testa della gente

La storia è nota, è finita su tutti i giornali e sui social, affrontata nel modo più sbagliato possibile, naturalmente.

Una giovane donna, maestra, presumibilmente carina, invia della foto intime (non hard) e filmati intimi ( non porno) al suo ragazzo, in una dinamica erotica che oggi, nell’epoca dei cellulari e delle videochat, è perfino banale per i giovani.

L’ex fidanzato divulga nella chat dei suoi compagni di calcetto foto e video, che cadono sotto gli occhi della madre di uno dei bambini frequentanti la scuola che, a sua volt,a le divulga agli altri genitori e quindi alla preside, che convoca la giovane maestra e la licenzia.

Non mi ha stupito per nulla il fatto che ad essere messa sotto accusa sia stata la giovane maestra, rea, tra le righ,e di essere una puttana e non coloro che hanno creato il caso.

In un paese sempre più maschilista, dove le donne sono oggetti di cui si reclama la proprietà e come oggetti vengono spesso trattate fino a conseguenze estreme, i commenti riflettono la mentalità comune, quel buon senso che, una volta, forse era ispirato alla saggezza contadina e oggi è infarcito di pregiudizi e bigottismo.

Ecco quindi che una donna che gioca con la propria sessualità e col proprio partner in modo disinibito, diventa una che manda foto hard e filmati porno, banalizzando e rendendo volgare una dinamica di relazione che doveva restare privata.

Mostrarsi nuda al proprio partner o mostrarsi mentre ci si masturba in preda al desiderio, non è porno, non è volgare, non è probito dalla legge e non è soggetto al giudizio di terze persone.

Violare l’intimità di una persona con cui la si è condivisa per un tratto di strada, è un atto di uno squallore assoluto, di vuoto umano ed etico, di mancanza di rispetto imperdonabile e, giustamente, punita dalla legge.

L’ex ragazzo della maestra ha consumato su di lei violenza e altrettanto hanno fatto gli altri meschini e loro sì, pornografici e osceni, protagonisti di questa storia. Quale relazione può esserci tra una foto o un filmato resi pubblici proditoriamente e la professionalità di una persona? Quale logica collega il poter insegnare in modo egregio a dei bambini e quello che si fa col proprio/a partner?

La perversità vera è nella bocca a cul di gallina di quella madre e nell’insopportabile ipocrisia della dirigente della scuola, che certamente avrà istruito la giovane maestra sul significato di “decoro”, parola a lei sconosciuta.

Anche il termine di revenge porn attribuito a fatti di questo genere implica un giudizio negativo: non c’è niente di pornografico nel vivere la propria sessualità liberamente, c’è molto di pornografico nell’usare quella libertà per consumare una vendetta. Titolare una rticolo in questo modo, etichetta già la donna in modo negativo.

Ancora peggio ha fatto un sito satirico che, credendo di rendere un servizio alla maestra, ha incautamente citato alcuni versi di Bocca di rosa, accostando di nuovo la sfortunata protagonista a una puttana.

Onore alla maestra, che non ha accettato di cospargersi il capo di cenere e denunciato l’ex, la madre e la dirigente, il primo per aver divulgato senza il suo consenso materiale privato e le altre due per diffamazione.

Mi chiedo quale futuro l’attenda in quel paese, se riuscirà a sopportare le occhiate lubriche e le battute a mezza voce, gli sguardi accusatori, i sorrisini, se riuscirà a trovare un lavoro vicino a casa o sarà costretta, dalla pornografia nella mente degli altri, ad andare via dove nessuno la conosce.

Concludo con una nota a margine: davvero c’era bisogno di invitare gli italiani alla delazione? Questa vicenda mostra l’abitudine, assai diffusa in questo paese a non farsi mai i cazzi propri. Mi sembra, quindi, un invito del tutto superfluo.

P.S. Consiglio oggi la rilettura de I Promessi sposi, libro geniale di uno scrittore che attraversa i tempi e le epoche. Su calunnie, fake news, delatori e malignità ha detto quasi tutto quello che c’era da dire.

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Questa volta è diverso

Tra le varie nevrosi che mi appartengono c’è quella di prendere nota dei libri che leggo. Ho dei quaderni della Moleskine adatti all’uopo, che annoto con cura. A volte si tratta di brevi accenni, a volte le riflessioni sul libro appena terminato sono più lunghe e articolate.

Ieri constatavo, con una certa costernazione, che quest’anno ho terminato solo diciotto libri. Mediamente, negli anni scorsi, mi avvicinavo al doppio e il passaggio di ruolo alla scuola superiore, che comporta sicuramente un impegno maggiore rispetto a prima, non giustifica un simile calo per un lettore compulsivo come il sottoscritto.

Facendo una statistica, come vi ho detto le nevrosi sono varie, ho constatato come questo secondo lockdown incida sulle letture molto più del primo. Leggo meno, spesso per non fare nulla se non restare seduto a riflettere.

La verità è che questo secondo blocco (parziale) della nostra vita quotidiana è diverso, più pesante, meno tollerabile del primo.

C’è la consapevolezza di quello che si sarebbe potuto e dovuto fare e non si è fatto, nonostante i segnali fossero forti e chiari. Consapevolezza che non si trasforma in rabbia e sdegno, come sarebbe normale, anche doveroso, forse, ma in una sorta di acquiescenza, un’apatia morale che ci costringe a un’attesa passiva, tutti Drogo nel deserto dei tartari, tutti ad aspettare Godot.

Certo, c’è anche la paura di un nemico che credevamo sconfitto ed è tornato beffardo, velenoso e più forte di prima a insidiare le nostre sicurezze.

Temo di essermi in qualche modo abituato a gestire il pericolo latente e a sopportare una gestione della politica e della salute dilettantesca, cinica, opportunista e, sospetto, a volte spietata. Temo di non riuscire più a instillare il dubbio nei ragazzi che mi trovo ogni mattina davanto allo schermo del computer, quel dubbio necessario per sviluppare un pensiero critico e divergente, necessario perché un domani le cose possano cambiare. Perché il compito della scuola è instillare dubbi.

Avere troppi è come non averne e, come ho già scritto, in questo tempo dubito di tutto.

Poi la rabbia viene fuori, perché antica e sedimentata da tradimenti e delusioni, viene fuori tra le righe del nuovo libro che sto completando e che, quando lo rileggo, aumenta la mia inquietudine per il sospetto divedere lontano, invece di inventare, viene fuori nel mio rifiutarmi di guardare la televisione, se non per quel che serve: evadere guardando un film o un telefilm, per conciliare sonni tranquilli; viene fuori, a volte, molto meno di prima, da questo spazio privato e pubblico a un tempo, che mi è diventato necessario.

Io credo che la gente sia terrorizzata dalla solitudine, dal mettersi davanti a uno specchio e vedersi per come si è e non per come ci si costruisce ogni giorno indossando le maschere più adatte e credo, temo, che non sappia più pensare all’altro nei termini di reciprocità, solidarietà, comunanza. Una contraddizione in termini devastante.

La nostra è una società perennemente tesa a esorcizzare la morte, illusa di vivere un’eterna giovinezza e incapace di accettare lo scorrere del tempo per quello che è.

La politica, la pubblicità, i media non hanno fatto, per anni, che amplificare questa idea, deplorare la vecchiaia e ignorarla, quasi che trucchi e medicine potessero ingannare la natura.

Il risultato è la totale incapacità di essere lucidi, di ammettere che la realtà non è quella che credevamo fosse fino ieri, di accettare il fatto che dovremmo cercare conforto l’uno con l’altro invece di schierarci in inutili fazioni e combattere una guerra che alla fine avrà solo vinti, da qualunque parte dello schieramento vi poniate.

Stiamo tutti sprecando parole in questo periodo, svilendole, privandole del loro peso, della loro sostanza. Le parole sono importanti, ci definiscono, quelle che usiamo nel quotidiano e quelle che usiamo rapportandoci con l’altro dicono di noi più di quanto ci faccia piacere credere.

Questa progressiva perdita di significato, questa semplificazione eccessiva del linguaggio è tipica dei momenti di crisi e, quando in passato si è verificata, non ha mai portato nulla di buono. Il libro di Klemperer che suggerisco in fondo a questo post lo spiega con dovizia di particolari e con la lucidità del sopravvissuto all’orrore.

Tenterò di leggere di più, per recuperare quello che non ho letto in questi mesi e trovare frammenti di risposte e piccole verità che sempre si annidano nelle pagine dei libri. In fondo, c’è poco altro da fare se non cercare una nuova normalità in attesa che torni quella vecchia,

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Assaporare il silenzio ( per non uscire di testa)

Immaginate se una volta a settimana, solo una,se politici e organi di informazioni, siti internet, blogger, influencer, ecc., ci regalassero il silenzio, concedendoci finalmente di dedicarci a noi stessi senza inseguire le notizie del momento, senza incazzarci o deprimerci, allarmarci, rincuorarci da un minuto all’altro, senza aumentare il carico di stress che, da qualche settimana, opprime più o meno tutti, tranne i negazionisti, che rientrano nella categoria degli errori della legge Basaglia e quindi non contano.

Immaginate come sarebbe bello avere il tempo di guardarsi dentro, di leggere un libro non per distogliere il pensiero da quello che succede ma per il gusto di farlo, di fare l’amore senza il sottile, insinuante sospetto che forse il/la partner potrebbe contagiarci, di chiudere gli occhi e lasciare andare via liberi i pensieri senza sovrastrutture e senza il rumore di fondo dell’inutile chiacchiericco di questi giorni, senza che convergano tutti verso quel Maelstrom degno di Poe che è la paura.

Siamo sovraesposti alle informazioni, inondati da un flusso continuo di notizie, di verità, mezze verità, falsità create ad arte, drogati dalla necessità di leggere gli ultimi dati, le ultime dichiarazioni, in attesa del deus ex machina che ci dica che è tutto passato. Siamo come i ciechi del romanzo di Saramago, vaghiamo per la città come ombre mimando la vita prima del virus senza riuscire a coglierne l’essenza.

Il problema è che, quando sarà tutto passato, la dipendenza bulimica dalle notizie resterà, la macchina orwelliana che da qualche tempo condiziona le nostre vite continuerà la sua marcia inarrestabile, continuermeo imperterriti a cercare le fonti che riportano le nostre opinioni su un problema e ad evitare le altre, a trovare il bene in noi e il male nel prossimo, fino a quando, se anche volessimo, saremmo così immersi in questa torre di Babele globale di notizie da non poterne più uscire, fino a quando non avremo più gli strumenti per capire e formarci un’opinione personale sui fatti.

Siamo incapaci di accettare il fatto che la verità non esiste, che certe cose succedono e non necessariamente c’è un responsabile individuabile, che si può pensarla anche diversamente a patto di non violare la libertà del prossimo e i suoi diritti, che l’ipocrisia che ci circonda è anche nostra, ne siamo imbevuti anche noi, ogni volta che siamo indulgenti con chis emrba stare dalla nostra parte, ogni volta che sorvoliamo sul fatto che se il sistema è marcio lo sono anche i suoi interpreti, a volte in buona fede, più spesso in malafede.

Uno dei primi sintomi del Covid è la perdita dell’olfatto e del gusto. Beh, in questo senso siamo tutti contagiati: cominciamo a non essere più in grado di distinguere l’odore delle bugie e il gusto del silenzio.

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Due parole sulla scuola

Ho parlato pochissimo di scuola, ultimamente, perché, avendo deciso di non occuparmi più di politica ( ma esiste ancora la politica? Ci credete davvero?) volevo evitare di replicare agli attacchi pervenuti alla categoria, perfino da un Renzi che non perde occasione per dar modo di pensare che anche il 2% di consensi su cui galleggia, sia troppo. Per altro, il suo paragone con cassieri e netturbini, categorie che hanno potuto svolgere il loro necessario lavoro attuando da subito misure di sicurezza impensabili a scuola, è, come spesso gli capita, del tutto fuori luogo.

Oggi ho donato il sangue, lo faccio ogni volta che posso, senza strombazzarlo ai quattro venti come fanno i leghisti, e il dottore si è fatto una bella risata quando, alla domanda: “Fa un mestiere a rischio?” ho risposto sì, l’insegnante.

Mi ha chiesto quali sono i provvedimenti che le scuole hanno preso per contrastare il rischio Covid e io gli ho risposto: speriamo in bene.

Pensando che ci troveremo davanti ogni mattina almeno un’ottantina di ragazzi spesso non distanziati, per diverse ore, in aule non ventilate artificialmente, se il medico ci riflette su un secondo, la mia affermazione risulterà meno azzardata e divertente del previsto.

Diciamo la verità. A parte le pochissime scuole dotate di spazi ampi che hanno potuto adeguatamente attrezzarsi per il distanziamento fisico, la realtà è quella di edifici dove il distanziamento è utopia e le misure previste dai geni del CTS assolutamente inapplicabili in larga misura. Evidentemente, chi le ha ideate, non sa cosa voglia dire avere quotidianamente a che fare gruppi più o meno numerosi di bambini, o ragazzini, o adolescenti, in spazi ristretti, per cinque, sei e più ore al giorno.

Non ho dubbi che le nuove normative incontrino il favore di chi ama sedersi in classe, aprire il libro e pontificare nel silenzio più assoluto, personalmente ritengo che la scuola sia fatta soprattutto di interazione e confronto e se, ora dico qualcosa che urterà molti, ma chi se ne frega, interazione e confronto erano parzialmente possibili in modalità Dad, seguendo le ultime norme ministeriali vengono di fatto annullate e il distanziamento fisico, anche quando possibile, diventa realmente distanziamento sociale, con conseguenze sugli alunni ancora più pesanti di quelle millantate durante il lockdown.

Le stesse famiglie, la cui pressione è stata decisiva per decidere una riapertura intempestiva e mal preparata, quando dovranno cominciare a fare i conti con quarantene, tamponi, ecc., si renderanno conto dei danni che rischiano di creare con un atteggiamento che guarda al benessere proprio e non a quello comune, atteggiamento, purtroppo, ormai sempre più diffuso nel nostro paese.

Io sono sempre stato per la riapertura, a patto che si rispettassero delle condizioni ineludibili: riduzione del numero di alunni per classe e assunzioni di un numero congruo di insegnanti, doppi turni, flessibilità oraria e alternanza tra lezioni in presenza e Dad, potenziamento della rete, creazioni delle condizioni perché tutti potessano accedervi.

Si è scelta un’altra strada che, secondo me, non risulterà, alla fine, disastrosa come dicono molti, a patto che le misure di sicurezza imposte nelle scuole siano rispettate, almeno quelle meno demenziali, ma costerà un certo aumento di casi che ricadranno tutti sulle spalle di chi ha scelto il vantaggio elettorale ed economico a scapito della salute di ragazzi e personale della scuola. Se qualcuno ci rimetterà la vita, Dio non voglia, saranno vite che potevano essere salvate se chi ne aveva il compito, avesse svolto adeguatamente il proprio mestiere.

Invece si sono seguite ipotesi fantasiose, come quella di cercare spazi idonei per delocalizzare le classi, completamente ignari della rigida legislazione scolastica in tema di sicurezza, o di far lezione all’aperto in un periodo dell’anno che, per esempio in Liguria, è piovosissimo. Gli stessi banchi a rotelle sono una immane idiozia, mentre un senso avrebbe avuto il plexiglass, a mio parere, che avrebbe permesso di evitare l’uso delle mascherine e di guardarsi in faccia, ma anche qui le mamme italiane hanno alzato alti lai.

Come al solito, se succederà il peggio, la colpa sarà di dirigenti scolastici ed insegnanti. Già gli attacchi arrivano quasi quotidianamente.

La verità è che, se si riuscirà ad arginare il problema, il merito sarà solo di dirigenti scolastici, insegnanti e personale della scuola, che in questo momento sono come il bambino della diga di Haarlem, che con un dito nella parete, cerca di fermare l’inondazione.

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L’Italia che brucia e annega

Le imagini della Riserva dello Zingaro, una delle oasi naturali più belle del mondo, carbonizzata e delle devastazioni che il maltempo, in questo giorni, sta provocando nel paese, sono uno specchio del nostro tempo, della corsa inarrestabile verso l’autodistruzione annunciata di un sistema politico ed economico che ormai, oltre a non saper guardare avanti, non sa più neanche guardarsi intorno.

Stefano Mancuso, insigne e simpatico scienziato, lancia oggi un allarme accorato, mettendoci in guardia dalle conseguenza di un mutamento climatico senza precedenti dovuto al riscaldamento globale. No, non si tratta dei soliti temporali estivi, non illudetevi: la situazione è molto più grave.

Quelli che fino a qualche giorno fa irridevano Greta e il suo movimento, adesso devono fare i conti con le istanze portate avanti da quei ragazzi, a cui il Covid ha tolto la voce, perché, come dice Mancuso, non siamo capaci di affrontare più di un problema alla volta, anche se i problemi sono correlati ed enormi.

La destra reazionaria, fascistoide e negazionista del nostro paese, non trova di meglio da fare, per voce di uno dei suoi governatori, quello “preparato”, lo stesso che aveva detto che i cinesi mangiano topi vivi, che battere cassa e magari tornare a cementificare allegramente il territorio.

Dall’altra parte, non un solo provvedimento, a oggi, che parli di riassestamento idrogeologico del paese, riduzione delle emissioni, politiche spinte sulle energie rinnovabili. Green economy è una parola rimasticata da molti, un contenitore ancora vuoto. Non comprendono che ormai è una necessità, che tutto il resto è secondario.

Vi svelo un segreto di Pulcinella: il problema delle migrazioni oggi è uno scherzo rispetto a quando, con l’aumento di un solo grado di temperatura, intere popolazioni cominceranno a migrare dall’Africa e dall’India perché le loro terre diventeranno inabitabili e la desertificazione procederà a ritmo sempre più sostenuto. Sta succedendo in dimensioni ridotte, succederà in dimensioni bibliche.

Come in un magnifico libro di Saramago, “Cecità”, l’umanità sembra non riuscire a guardarsi attorno, si rifiuta di vedere quello che sta succedendo, di afferrare la realtà, preferendo affidarsi alle chiacchiere di piazzisti politici di terz’ordine o crearsi nemici di comodo per esorcizzare la paura e non prendere atto del proprio fallimento.

Quello che non riusciamo, o non vogliamo, comprendere è che il Covid è un sintomo, non il male: la maggior parte dei contagi si ha in aree altamente urbanizzate e inquinate e qualche scienziato comincia a mettere i dati in correlazione, ignorato dalla stampa e dai media.

Questo silenzio è dovuto al fatto che se la correlazione venisse dimostrata, sarebbe necessario mettere in discussione quello stile di vita che sta portando il pianeta al disastro, mentre gli sforzi di tutti, in questi mesi, sono per tornare a una normalità inquinata e tossica.

Peccato, perché il tempo sospeso del lockdown era un’occasione per ripensare a un’idea di mondo diversa, per avviare una cambiamento tardivo ma ancora possibile. Sarebbe servito coraggio e capacità di sognare un mondo diverso. Ma questo non è un mondo per sognatori coraggiosi.

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Appunti per una ecologia delle parole

Nell’immagine ci sono due marmotte che giocano, forse flirtano, forse fanno l’amore. Nessuno si chiede se appartengano allo stesso sesso o allo stesso ceppo etnico, da dove provengano, quale sia il cuore del manto: tutti, quando vedono una scena del genere, restano a guardare inteneriti, perché è la natura che ci mostra il suo spettacolo.

Purtroppo lo stesso non accade con gli esseri umani, che sono dotati della capacità di astrarre e della parola, facoltà che li allontanano dallo stato di natura.

Credo che si debba cominciare, tutti, a misurare le parole, a reinserirle nel loro giusto contesto, fermo restando il fatto che la lingua è convenzione e, come tale, soggetta variazioni, che però non sono mai arbitrarie.

Così dire che i vaccini fanno aumentare i casi di omosessualità non è solo una enorme e miserabile idiozia ma è anche un modo erroneo di usare le parole.. L’omosessualità non è una malattia, una sindrome, una qualche forma di manifestazione esoterica e non contempla casi, un omosessuale o una lesbica non sono casi, ma stati naturali. Usare il termine casi stigmatizza l’omosessualità come uno stato patologica, definisce una diversità, crea una barriera.

Una parola sbagliata cambia il paradigma, apre a interpretazioni non solo fantasiose ma, spesso, anche assai pericolose. Lo sanno bene i dittatori.

Così immigrazionista, orrido neologismo subito abbracciato da quella che considero la peggiore stampa europea, la nostra, non è solo un brutto termine ma, ad una analisi più profonda, lascia spazio a considerazioni inquietanti.

Il buonista, altro orrendo neologismo, era comunque un essere umano, probabilmente ingenuo, per alcuni degno di disprezzo proprio per questo suo eccesso di umanità.

L’immigrazionista esprime tutta l’avversione della destra per la cultura e chi la possiede: etimologicamente, immigrazionista è un esperto o uno studioso delle migrazioni. Nella vulgata neofascista, direi nella migliore tradizione nazifascista, chi ha letto Klemperer sa a cosa mi riferisco, il termine viene completamente stravolto e l’immigrazionista diventa un fautore dell’immigrazione, magari anche colto e intellettuale, probabilmente radical chic, mosso da motivazioni oscure ma certo minacciose dello status quo.

Le parole contano, le parole sono importanti, sono il filo che ci collega l’uno all’altro e collega tutti noi alla storia. Le parole, a volte, cambiano la storia.

Definire un bacio tra due donne immorale è, oltre che bigotto e offensivo, del tutto fuori luogo, perché non esiste articolo del codice penale che impedisca a due donne, a due uomini, o a un uomo e una donna di baciarsi, a meno che non si trovino in un luogo di culto e la religione è qualcosa di intimo e personale, oltre che non universale, esattamente come le tendenze sessuali, quindi non può e non deve misurare universalmente il bene e il male.

Le parole etichettano, delimitano, stabiliscono distanze, definiscono diversità vere o presunte, creano muri.

Soprattutto, le parole de-umanizzano. I migranti sono ormai una categoria a parte, sono pochissimi quelli, all’opposizione o al governo, che si ricordano che si parla di esseri umani. Se poi parliamo di fantasiose invasioni o facciamo generalizzazioni del tutto arbitrarie e prive di fondamento ( i neri non sono abituati a lavorare, mangiano i cani, stuprano le donne, ecc.), il gioco è fatto. I migranti sono altro da noi così come il mondo LGBT, razze aliene, minacciose, pericoli che minacciano il mondo pulito, ordinato e regolato delle brave persone, o meglio, quello figlio della loro fantasia e delle loro frustrazioni. Altro da noi sono anche gli ebrei, i musulmani e tutti quelli che non vengono mai definiti come uomini e donne, esseri umani, che sanguinano come noi se feriti, piangono come noi se addolorati, ecc. ma privati della loro umanità grazie a un’etichetta e considerati massa informe priva di singolarità. I fascisti sanno che per sentirsi superiori hanno bisogno di qualcuno che sia inferiore, così lo creano. Chomsky e Girard hanno scritto in abbondanza su questo.

Lo stesso fenomeno si verifica dall’altra parte della barricata, dove il nemico è un sovranista, un omofobo, un razzista, categorie generali, che omettono anche in questo caso l’umanità, il singolo, che anzi, rappresentano una diminutio di umanità allo stesso modo in cui buonista rappresentava un eccesso della stessa.

Etichettando non si comprende e, se non si comprende, la battaglia è persa in partenza. Diceva Gunther Anders che la morte di milioni di persone non ci tocca ma se ne conosciamo due, tre, di nome, se conosciamo le loro storie, se li ri-conosciamo come esseri umani, ecco che l’enormità di una tragedia ci assale.

Vale per l’olocausto quotidiano dei migranti, vale per gli omosessuali scherniti, perseguitati e malmenati per le strade delle nostre città, vale per le donne uccise quotidianamente.

Dobbiamo tornare ad attivare meccanismi di ri-conoscimento.

Dobbiamo tornare a raccontare le storie degli ultimi, dei migranti, dei ragazzi e delle ragazze pestati e dileggiati per strada perché amano in modo diverso, delle donne malmenate e spesso uccise da chi dovrebbe proteggerle. Dobbiamo raccontare queste storie tornando a usare le parole giuste, scegliendole con cura, evitando morbosità e pietismi: i nudi fatti raccontati in modo corretto valgono più di tanti appelli ed espressioni di sdegno, i nomi, le vite, valgono più della retorica.

È necessaria, sarebbe necessaria, una ecologia delle parole, soprattutto da parte di chi con le parole ci vive, intellettuali e giornalisti in primis e di chi le parole le insegna. Non è più tempo di riservare ai libri la lingua pulita e sfrondata dalle volgarità, bisogna tornare a parlare in modo corretto, soppesando anche le virgole, perché come nei silenzi sta la musica, così nelle pause sta spesso il senso di un discorso.

È un paese sporco il nostro, in tutti i sensi, un paese che è scivolato in una notte buia di cui non si vede la fine, un paese che ha perso i propri valori, le proprie radici, le parole che lo hanno fondato.

Se vogliamo rivedere l’alba e non scivolare in un incubo ancora peggiore, è necessario tornare a usare le parole in modo adeguato, ritrovare il loro significato più profondo e uscire dalla logica dello slogan che ormai è diventata trasversale. Parole nuove significano idee nuove e idee nuove tracciano strade nuove.

Le parole usate correttamente contengono dentro grandi verità: omofobo, letteralmente, è chi ha paura di sé stesso, di chi è uguale lui.

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