Podcast- Un paese sospeso: un’immagine che resta nella memoria

Una delle mie tante cugine mi avverte che Repubblica mi ha rubato il titolo del libro per un articolo. Il titolo è leggermente diverso ma la sostanza del bell’articolo di Concita De Gregorio non si discosta molto dal contenuto del mio libro, così come la foto scelta. Cosa che, ovviamente, mi fa piacere.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

L’assassinio del commendatore: un capolavoro.

LAssassinio-Del-Commendatore-e1535726434304Immagine tratta da zon.it

Murakami Haruki in questo libro, che una perversa scelta editoriale mi ha costretto a leggere in due tempi, ma che recensisco per intero. riesce  a mantenere il proprio stile, a giocare, come di consueto, con timori ancestrali, meditazioni sull’altrove e porte aperte su altre dimensioni, aggiungendo riflessisoni profonde sul senso di colpa. sul motore della creazione artistica e sull’amore.

L’impressione, una volta chiuso il libro, è che mai come in questa occasione lo scrittore si sia messo a nudo, raccontando di sé molto più di quanto è solito fare, mostrandosi tra le righe a tratti, per poi scomparire dietro un sorriso ironico.

Libro di formazione, come di consueto, caratterizzato da un prosa  lenta e riflessiva  , che ricorda a tratti quella di Saramago, una scrittura in cui conta ogni parola, densa e grondante di significato, L’assassinio del commendatore si dipana avvincendo fin dalle prime pagine, partendo come la storia di un uomo che ha deciso, suo malgrado, di gettarsi dietro le spalle tutte le sue sicurezze per intraprendere un viaggio che lo condurrà ad affrontare le proprie paure nascoste, a fare i conti con un passato rimosso e a trovare una nuova strada su un vecchio sentiero. Passando attraverso vicende enigmatiche e metaforiche.

Il protagonista è un pittore, un ritrattista stanco di ritrarre pedissequamente volti di uomini anonimi, in un estenuante esercizio tecnico privo di significato e desideroso di ritrovare una ispirazione reale, come quella che sentiva all’inizio della propria carriera. Cerca insomma l’autenticità perduta, un senso che si è smarrito negli anni.

Da un certo punto in poi, ecco comparire via via tutti i topoi della narrativa di Murakami: la casa isolata in montagna, un luogo di passaggio verso un’altra realtà, la presenza incombente di una natura a tratti minacciosa, un enigmatico personaggio con cui il protagonista entra in relazione e che risulterà determinante nel prosieguo della storia. una giovane e innocente ragazzina in grado di vedere un’altra realtà oltre quella di tutti i giorni.

Non si può riasssumere un libro che è una riflessione sull’arte, sulla storia, sul peso delle scelte, sull’assenza e sull’amore. L’invito è quello di leggerlo e rileggerlo dopo qualche tempo, per attingere ai diversi strati di significato, o semplicemente per godere della capacità d’invenzione di quello che è uno dei narratori più importanti del nostro tempo.

Sorprende, come sempre la straordinaria capacità di introspezione psicologica, capace di descrivere alla perfezione sia i pensieri del protagonista mel loro divenire sia di illumionarci sui processi mentali di una giovane adolescente. Sorprende anche la capacità di far svoltare all’improvviso il racconto verso il surreale e il fiabesco,in una sarabanda di invenzioni che attingono a piene mani dalla cultura giapponese.

Ma a dominare il racconto è un costante senso di mistero, il vero protagonista, mistero che non viene pienamente svelato perché, come afferma a un certo punto la ragazzina, essere incompiuti è una cosa bellissima.

Ogni personaggio, ogni oggetto, anche il più banale, come un coltello per pulire il pesce, assume un significata, rimanda a qualcos’altro in un vertiginoso gioco di analogie.

A parlare sono anche i quadri che compaiono nel libro e qui si dispiega tutta la maestria dell’autore, in grado di farci vedere le tele che descrive, di mostrarci come un pittore arriva a creare e rielaborare la realtà.

Ecco, il libro di Murakami è come uno dei ritratti del protagonista:  quasi perfetto ma volutamente incompiuto, per lasciare al lettore il piacere della scoperta e del dubbio.

Una lettura consigliata a chi ama perdersi nei libri  e non ha timore di specchiarvisi.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Recensione di Un paese sospeso

copertina Youtube

Pubblico la bella e lusinghiera recensione di Un paese sospeso di Luisa Debenedetti, pubblicata sul sito Librierecensioni.com.

Recensione:
“Un paese sospeso” di Pietro Bertino raccoglie, per sua stessa definizione, gli appunti di un uomo comune. Quella che viene proposta è la raccolta di articoli pubblicati nel blog personale dell’autore nell’arco dell’ultimo anno trascorso, il 2018.
La prima cosa che colpisce è la copertina, la rappresentazione pittorica di un troncone del ponte Morandi il cui crollo ha segnato non solo Genova ma anche tutti gli “uomini comuni” che, come Bertino, hanno avuto la conferma (se mai ne avessero avuto bisogno) del fatto che non è stato solo un ponte a cedere ma tutto ciò su cui si basa e si è basato il nostro paese negli ultimi anni: promesse vuote, parole al vento, populismo e banalità, idiozia e ignoranza.
E’ un libro che richiede una lettura non frettolosa: merita attenzione, calma e riflessione.
E’ lo specchio dei tempi e sì, è un libro di parte, chiaramente orientato a sinistra, parla di fatti e misfatti di questo governo incapace ed arrogante che, non avendo minimamente idea di come si governi un grande paese come l’Italia, non è riuscito a fare altro che dare voce a odio, rabbia, razzismo e a insegnare ai nostri giovani che non serve a nulla studiare, facendo passare il messaggio che incompetenza, bullismo, arroganza e sfregio delle istituzioni sia espressione di forza.
Bertino non fa sconti a questi politici che, al di fuori degli italici confini, appaiono addirittura grotteschi. Partendo dalla sua città, Genova, l’autore ci rappresenta una società liquida in cui ogni pilastro solido si dissolve così repentinamente da non essere nemmeno notato.
Proprio questa impossibile solidità in ogni aspetto della vita è ciò che potrebbe differenziare nettamente un passato ingombrante da un fluido presente: il capitalismo pesante dal capitalismo liquido, il fascismo solido dal fascismo liquido (ammesso che sia corretto parlare di fascismo), la sinistra solida dalla sinistra liquida.
Come detto in precedenza, il testo è un testo politico: di “antifascismo militante” suggerito come farmaco ai pericoli generati dalla retorica di un neofascismo seducente e modaiolo, teso a mostrarsi come alternativa alle confusioni della globalizzazione e alle distrofie di una sinistra persa nel liberismo, che ha utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini.
Il mondo non è più lo stesso, almeno dal 2001, quando è stato investito da ondate di paura e spaesamento e questo ha dato vita a spinte xenofobe e securitarie che rimestano nel torbido della frustrazione sociale, fomentano odio e disinformazione servendosi della pancia esasperata di un paese allo sbando; ma Di Maio e Salvini (coi suoi ex odiatori di terroni che ora se la prendono coi “negri”, razzisti di comodo) non sono Mussolini e col fascismo non c’entrano nulla.
Certo, ci sono dei poveri diavoli razzisti, omofobi, maschilisti: dobbiamo chiamarli fascisti per far paura alla gente? La gente deve spaventarsi per altro: per la tolleranza verso la violenza, la liberalizzazione della vendita di armi, la licenza di uccidere (spacciata come “legittima difesa”), la messa in mora del Parlamento, gli attacchi a magistrati e giornali non allineati (e via dicendo).
L’autore è un insegnante che svolge con passione la sua missione, crede nel ruolo centrale dell’impegno educativo, ai suoi ragazzi non propina verità preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare e fare. E’ convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. Per Bertino la politica è educazione e l’educazione è politica, in quanto i presupposti della democrazia sono presupposti culturali e non solo istituzionali ed evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre società connessi al procedere della massificazione, all’emarginazione di ogni area di effettivo dissenso. Se le periferie diventano solo sede della guerra tra i poveri per spartirsi risorse sempre più scarse, Salvini e il suo “prima gli italiani” trionfano, se invece si riesce a organizzare una lotta contro i tagli sociali che colpiscono tutti, allora prevale il “prima gli sfruttati”, compresi gli immigrati vittime del caporalato, questa è oggi la funzione democratica del conflitto di classe.
E’ un diario coraggioso, sanguigno e appassionato, di un uomo comune, come tanti, impegnato seriamente nella lotta per una società equa e solidale.
Termino con le parole di Shakespeare, che ritengo siano un’ottima chiosa:
“Non ha occhi un ebreo? Non ha mani un ebreo, organi, consistenza, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non soffre delle stesse malattie, non è curato con gli stessi rimedi, scaldato agghiacciato dallo stesso inferno dalla stessa estate di un cristiano? E se ci pungete non versiamo sangue? Se ci fate il solletico non ridiamo? ?Se ci avvelenate non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendichiamo? Se siamo a voi uguali in tutto il resto perché non assomigliarvi anche in questo?” Il mercante Di Venezia – Shylock, Atto Terzo, Scena I
(Luisa Debenedetti)

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Un paese sospeso- appunti di un uomo comune

A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Antonio Manzini- Fate il vostro gioco. Il ritorno di Schiavone

42419067_2103731046547040_450388953766297600_n
Rocco Schiavone ritorna. Malinconico, tormentato, sempre più solo, l’anti eroe più noir della narrativa italiana è alle prese con una indagine intricata, lo strano omicidio di un ispettore di gioco del Casinò di Saint Vincent. Sulla base di indizi quasi surreali, degni di un quadro di De Chririco, un gatto che non è al suo posto, la fiche di un altro casinò, una bic bianca, Schiavone elabora, immagina, comprende, deduce, arrivando a una soluzione parziale, perché quel delitto è avvenuto “per qualcosa che deve ancora accadere”
Nel frattempo lui e Italo sfogano in modo diverso la rabbia per il tradimento di Caterina, in scene crude e livide, che fanno da sfondo al vuoto che l’ispettrice ha lasciato.
Nel frattempo, un crudele assassino legato al momento più tragico del suo passato, rivela quello che non deve essere rivelato, gettando ombre pesanti sul futuro di Schiavone.
Nel frattempo, il gruppo degli amici di una vita si allontana e sempre più Schiavone prende coscienza che lui è una guardia e loro sono loro, anche se un amico non ti lascia mai solo nel momento del bisogno.
Come sempre, il romanzo della vita personale del vicequestore, con i suoi fantasmi, le poche luci e le molte ombre, si intreccia con la trama poliziesca che, in questo romanzo, è è ben oliata, non ha mai un calo di tensione e risulta convincente, come convincenti sono le scene esilaranti che, di tanto in tanto, spezzano il tono piuttosto cupo della narrazione.
Indimenticabili il briefing della scombinata squadra di Schiavone o l’arrivo della squadra al casinò.
Manzini ha una scrittura cinematografica, ha assimilato la lezione di Chandler e dei grandi maestri americani del genere, mentre si legge si visualizza già Giallini incarnare il vicequestore. I romanzi della serie, come ha detto lo stesso autore, sono capitoli di un unico, grande romanzo, quellod ella vita di Rocco Schiavone, che matura, invecchia e accumula nostalgia, rabbia e ferite ad ogni nuovo capitolo.
Non manca l’attenzione al sociale, la focalizzazione su alcuni problemi di cui la cronaca si occupa solo quando scoppia la tragedia: la ludopatia, lo strozzinaggio, i traffici ambigui con i paesi dell’est, ecc.
Probabilmente, insieme a Pulvis et umbra, che aveva un ritmo diverso, assillante, mentre qui Manzini sembra aver voluto privilegiare l’introspezione di Schiavone e di Italo all’azione, si tratta del miglior romanzo della serie, in cui ha un ruolo importante Gabriele, il disastroso ragazzino vicino di casa di Schiavone, una sorta di geniale deus ex machina che fa venire fuori il meglio del vicequestore, limandone in parte la scorza ruvida.
E la storia di Schiavone con il ragazizno, capace di toccare i recessi più profondi della sua coscienza, rivela la capacità di approfondimento psicologico di Manzini, con un tocco delicato e unos guardo affettuoso che rendono le parti con Gabriele quasi un piccolo romanzo nel romanzo.
Se amate il noir, se il personaggio di Rocco Schiavone vi è entrato nel cuore con i suoi libri o attraverso la fiction, se volete divertirvi, rattristarvi, riflettere, questo è il libro che fa per voi. Imperdibile.
page_1_thumb_large
https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?ref=qf_sp_asin_til&t=pietroge-21&m=amazon&o=29&p=8&l=as1&IS1=1&asins=8838938288&linkId=de944a5ffd038db748c7906969996c33&bc1=FFFFFF&lt1=_top&fc1=333333&lc1=0066C0&bg1=FFFFFF&f=ifr
 Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Il ritorno di Murakami Haruki

Commendatore

Dopo un paio di prove al di sotto dell’altissimo livello a cui ci ha abituati, Murakami torna alla sua altezza con L’assassinio del Commendatore, è in libreria da poco il primo volume, il secondo uscirà a gennaio.

I libri di Murakami sono difficilmente incasellabili in un genere letterario preciso: sono quasi sempre romanzi di formazione con accenni di ghost story, fantasy, fantascienza, horror, romanzo onirico ecc., in un melting pot che nelle mani di qualunque altro autore risulterebbe indigesto ma in quelle di un grande narratore come il Nostro funziona perfettamente. Grazie anche a quegli elementi della cultura giapponese che, distribuiti in picolle dosi donano uno stuzzicante sapore esotico.

In quest’ultima prova la trama ruota attorno a un ritrattista che, dopo essere stato a sorpresa abbandonato dalla moglie e aver girovagato per il Giappone, va ad abitare nella dimora di un altro pittore molto più famoso di lui, internato in una  casa di cura. Nell’abitazione del pittore, isolata, in una località di montagna, come obbedendo a un richiamo, trova una tela nascosta, quella che dà il titolo al quadro.

Da questo punto in poi il romanzo cambia genere eMurakami inserisce quegli elementi stranianti che sono ben noti ai suoi lettori. Il pittore, che aveva scelto quell’abitazione nel tentativo di ritrovare un’ispirazione autentica persa negli anni della gioventù, sente una notte suonare una campanella e…

Non rivelo altro per non fare dello spoiler, basti sapere al lettore che ci muoviamo apparentemente in quel terreno già esplorato nella trilogia di 1Q84.

Dico apparentemente perché, a mio avviso, il paragone è improprio. Nell’ Assassinio del Commendatore c’è maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, più storie nelle storie che completano lo sfondo, meno divertimento e più profondità. E’ un romanzo polisemantico, che merita una lettura e un rilettura approfondita per i tanti temi affrontati.

Murakami usa strumenti collaudati per scrivere un apologo sulla creatività artistica come fonte di rigenerazione, sulla necessità di perdersi per ritrovarsi, sul potere dell’amore e il peso del passato sulle scelte che hanno condotto la nostra vita su certi binari invece che su altri. Lo fa col suo consueto stile chirurgico, quasi asettico, riuscendo a rendere plausibile e convincente l’incredibile.

Mentre 1Q84 era una favola, un fantasy post moderno, L’assassino del Commendatore è un apologo raffinato, una meditazione profonda sull’arte, su dolore come fonte di  ispirazione e sulla difficoltà di essere autentici.  Tutto il romanzo verte su un pirandelliano gioco degli specchi tra ciò che siamo, ciò che percepiamo di noi stessi e ciò che percepiscono gli altri, tra quello che crediamo di essere e quello che siamo veramente.  E’ una meditazione condotta sul filo di un’ironia a tratti beffarda a tratti amara, l’autore parla di sé ma, come accade nei grandi libri, de te fabula narratur, è giusto mettere in guardia il lettore.

Bisogna attendere il secondo volume per giudicare l’opera in modo adeguato ma l’impressione è quella di trovarsi tra le mani un altro capolavoro.

Commendatore
https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?ref=qf_sp_asin_til&t=pietroge-21&m=amazon&o=29&p=8&l=as1&IS1=1&asins=8806237616&linkId=920cb074cff5d1df922caa2beaaa5d4b&bc1=FFFFFF&lt1=_top&fc1=333333&lc1=0066C0&bg1=FFFFFF&f=ifrFacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Salutiamo Aarto Paasilinna, che ci ha fatto riflettere sorridendo

1_qtSEWGL29kTCyuY45uUYgg

La morte dello scrittore Aarto Paasilinna in una casa di riposo finlandese, entrerebbe a buon diritto tra le pagine tristi di uno dei suoi libri.

Boscaiolo, giornalista e scrittore di culto Paasilina aveva il dono della leggerezza, del sorriso affettuoso sulla vita e sulla sua assurdità, insieme a una vena malinconica, tipicamente nordica, che impregnava anche le pagine dei suoi libri più esilaranti.

Paasilinna non affrontava temi leggeri: in Piccoli suicidi tra amici, un esuberante inno alla vita, nonostante il titolo e la tragicità di alcune pagine, l’argomento era l’altissimo tasso di sucidi in Finlandia, ne L’anno della lepre, il libro che gli ha dato la fama in Italia, si parlava di ecologia, di vite sbagliate alla ricerca di un nuovo inizio,  Lo smemorato di Tapiola affrontava il tema della vecchiaia e della malattia mentale, mentre ne Il  liberatore dei popoli oppressi, il più sarcastico e cattivo dei suoi libri, si schierava contro ogni dittatura, fascista o comunista che fosse scrivendo un violentissimo atto d’accusa contro la tortura.

In ogni libro si alternano pagine francamente esilaranti, descrizioni della natura che testimoniavano il suo amore da ex guardaboschi, sarcastiche annotazioni sulle cattive abitudini dei finlandesi, come la passione dell’alcool e una malinconia crepuscolare, segno di un male di vivere dei suoi protagonisti nascosto sotto una glacialità nordica che finiva per sciogliersi in una elegia sentimentale. Tutto descritto con uno stile unico, leggero, sorridente, come solo un grande scrittore è in grado di fare.

Lo scrittore finlandese sarebbe piaciuto, probabilmente, a Pirandello, con la sua capacità di trovare il senso del comico nella tragedia, di descrivere l’assurdità della vita ridendoci sopra. 

Amante delle tradizioni del suo paese, che naturalmente prende amabilmente in giro, Paasilinna odiava le convenzioni della società della finlandese e, nel loro modo straniato e candido, i suoi protagonisti sono tutti dei ribelli.

L’atmosfera surreale dei suoi libri, l’acutezza con cui stigmatizza le contraddizioni della vita, l’empatia verso la sofferenza umana, la perturbante capacità di analisi del reale, rendono riduttiva la definizione di scrittore umoristico quanto quella di scrittore di culto.

Paasilinna è stato un grande scrittore, capace di farci pensare alla tragedia della vita sorridendo. E scusate se è poco.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail