Recensione di Lo spettacolo della mafia di Marcello Ravveduto

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Attendevo l’uscita di questo libro con un certo timore reverenziale.  Ho incontrato il prof. Ravveduto per la prima volta, in occasione di un seminario di formazione di Libera a Roma e dalle suggestioni nate dal suo intervento che riguardava, appunto, la rappresentazione della mafia nei media, è nato, due anni fa, un corso di formazione che ho tenuto nella mia scuola, imperniato sulla rappresentazione della mafia al cinema e nella fiction. Il corso è stato molto gradito e quest’anno, su richiesta di molti colleghi, l’ho reiterato, incentrandolo sul rapporto tra musica e mafie, partendo dal bellissimo volume del professore Napoli calibro nove.

L’uscita di questo volume quindi, era l’occasione per verificare di non aver detto sciocchezze e di approfondire un tema che mi è molto caro: la rappresentazione delle mafie nell’immaginario mediatico e, di conseguenza, la penetrazione della cultura mafiosa ( termine che può suonare come un ossimoro ma non lo è) nella nostra società.

Posso dire, dopo aver terminato il volume, di aver tirato un sospiro di sollievo: non ho detto sciocchezze e il libro è talmente ricco e ben strutturato,  da porre le basi per altri corsi di formazione, se e quando avrò di nuovo il desiderio di organizzarne.

Marcello Ravveduto è docente di Digital Public History all’università di Salerno,, Modena e Reggio Emilia e molte altre cose. E’ uno di quegli intellettuali di cui il nostro paese ha bisogno come il pane, per tenere unito il filo della propria storia e della propria coscienza civile. Il volume in questione è prezioso perché, con chiarezza e profusione di dati statistici, racconta l’evoluzione del rapporto tra mafie e media, dal cinema, alla musica, dalla televisione ai social media, dai brand gastronomici all’estero a quella celebrazione mediatica che sono diventati i funerali di Stato.

E’ una narrazione affascinante e inquietante perché racconta come, insieme all’immaginario mediatico, si siano evolute nel tempo anche le mafie, arrivando a invadere il web con modalità e simbologie che Ravveduto decodifica con perizia.

Una frase mi ha colpito, posta quasi alla fine dl libro: senza lo spettacolo della morte le mafie non esistono.

E’ questo, secondo me, l’enorme limite della rappresentazione delle mafie: nell’immaginario collettivo, un immaginario fatto di ricordi comuni terribili, come le stragi che hanno causato la morte di Falcone e Borsellino, e di momenti terribili, come il pianto e l’appello ai mafiosi di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, morto a Capaci, momenti che hanno un comune denominatore: la violenza e la morte. Senza violenza, non c’è mafia.

La mafia dei nostri giorni, presente nei consigli d’amministrazione, radicata in tutto il mondo, con centinaia di attività “legali” e la complicità di una zona grigia fatta di professionisti, imprenditori, funzionari comunali e di Stato, che le permettono di tessere la sua ragnatela di corruzione, è difficilmente rappresentabile e non è ancora entrata nel nostro immaginario, fatto che la rende molto pericolosa e pervasiva. Per non parlare della penetrazione delle mafie al nord, ancora sconosciuta nelle sue reali dimensioni al grande pubblico e anche a certa stampa, ancora restia a parlare di mafia anche di fronte all’evidenza dei fatti.

Tutti i capitoli sono interessanti e meriterebbero ognuno un libro a parte, tanto è abbondante la messe di significati e significanti da decodificare e gli spunti di riflessione da approfondire.

 Ci sono film, ad esempio, che hanno, raccontando storie poco conosciute per diversi motivi, come quella di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, ridato vita a queste figure trasformandole in icone, tanto che risulta difficile parlare di Peppino Impastato dimenticando il film, anche se la sovrapposizione tra il personaggio reale e la sua interpretazione cinematografica non è sempre perfetta, esistono delle discrasie che non hanno importanza per il pubblico che non ha né il tempo né la voglia di approfondire, perché Peppino Impastato resterà sempre quello dei Cento passi, anche se quell’episodio non si è mai verificato nella realtà.

Ci sono poi le occasioni perse, i santini televisivi, ad esempio, che partono da buone idee ma le stemperano in un minestrone di buoni sentimenti nazional popolare. Scoprirete che c’è stato perfino un regista figlio di un boss camorrista che ha girato un’apologia del padre.

Quindi cinema e fiction, raccontando la mafia, le danno corpo e, soprattutto sangue, la reinterpretano in modi diversi, a seconda del tempo e degli eventi, e ci consegnano un immaginario che condiziona in modo spesso decisivo il nostro modo di percepirla. La mafia come la pensiamo è anche la mafia come la vediamo rappresentata, si potrebbe dire, con i suoi messaggi, i suoi simboli e i suoi stereotipi.

I funerali di Stato e la presenza in rete di moltissimi filmati riguardanti le stragi di mafia, o una semplice fotografia, come quella di Falcone e Borsellino che sorridono l’uno accanto all’altro qualche mese prima delle stragi, diventano veicoli iconici. strumenti per tramandare il culto di eroi civili, veicoli di una presa di coscienza collettiva che, nel caso della foto citata, parte dalla rappresentazione di un’amicizia sincera cementata da un comune sentire, che diventa un comune riconoscersi in valori etici e morali a cui tutti dovremmo ispirarci.

Inquietante il capitolo sulla mafia come brand, strumento di marketing efficace e di successo all’estero, marchio per catene di ristoranti in Europa e nel mondo, frutto di una concezione della mafia ferma al Padrino, il primo film a creare un immaginario e una serie di stereotipi che ancora resistono nel tempo, ma frutto soprattutto della sottovalutazione del fenomeno mafioso fuori dall’Italia.

Mentre la mafia è esportabile, così non si può dire del sentimento anti mafioso che non può nascere dove non esistono vittime da piangere, eroi da ricordare, rabbia da sublimare in un impegno civile.

Il marchio, il brand, lo ritroviamo anche nei giovani mafiosi che su Facebook sfoggiano abiti e calzature costosissime appartenenti a una nota catena di abbigliamento, a rappresentare il raggiungimento di uno  status. Quello delle mafie sui social, tenuto conto della pervasività del mezzo e della sua diffusione tra i giovani, è uno dei capitoli più inquietanti che mostra anche il consenso diffuso di un certo pensiero mafioso.

Commosso e commovente il capitolo riguardante le vittime innocenti di mafia, celebrate ogni 21 Marzo. Il ruolo dell’antimafia civile, secondo Ravveduto,  è stato ed è quello di tramandare la memoria dei martiri, di ricordare chi è stato vittima della violenza mafiosa allo scopo di creare una memoria condivisa e porre le basi per una cittadinanza attiva, che contempli anche la lotta alle mafie e il contrasto a ogni forma di corruzione tra i suoi valori. Si tratta della continuazione, imprescindibile, di quanto è stato fatto nell’Italia post unitaria e dopo la prima guerra mondiale, di ricordare i valori fondanti del nostro paese. Parlare delle vittime di mafia, non lasciarle scivolare nell’oblio gli dà un senso ed è uno sprone a migliorare la nostra società.

Spero di essere riuscito a dare un’idea di un testo affascinante, ricchissimo di spunti e dati e, mi viene spontaneo aggiungere, necessario, molto ricco, che meriterebbe ben altro spazio e approfondimento, rivolto a chi vuole approfondire la comprensione del fenomeno mafioso e contrastarlo con maggiore efficacia.

Il primo passo per sconfiggere il nemico, è conoscerlo.

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Camilleri: molto più di Montalbano ma è meglio non dirlo.

Unknown

Una cattiva notizia attesa non si trasforma in una buona notizia, così è per la morte di Camilleri scrittore che, a mio avviso, si colloca su quella scia di geniali lettori della realtà che parte da Vittorini e, passando per Sciascia, Bufalino e Consolo, arriva, appunto, allo scrittore di Porto Empedocle.

Tutti siciliani, tutti di sinistra, anche se di fronda, come  Vittorini, che era un comunista di fronda come era stato un fascista di fronda, tutti animati da una passione civile autentica e da un pessimismo profondo e tipicamente siciliano. Tutti figli ribelli di Tomasi di Lampedusa.

Ho assistito ieri sera a un vomitevole servizio del Tg2 in memoria di Camilleri dove si è ricordato lo scrittore nel peggiore dei modi: con un profluvio di retorica vana e vuota, stando bene attenti a non toccare argomenti fondamentali per la sua comprensione ma irritanti per il potere.

Fa comodo a molti, oggi, associare Camilleri a Montalbano, il più “facile” dei suoi eroi, il più popolare. e universalmente noto, il personaggio che ha reinventato il poliziesco italiano. Fa comodo dimenticare che Camilleri è stato un intellettuale di sinistra alla vecchia maniera, costantemente impegnato a leggere la realtà  e a mordere le caviglie al potere, qualunque colore avesse in quel momento, un antifascista sincero che non ha mai smesso di beffeggiare il fascismo nei suoi libri, mettendolo in ridicolo o mettendone a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia, facendo con la letteratura quello che Luigi Zampa, con la sua trilogia cinematografica sul ventennio, fece col cinema.

Ma la grandezza di Camilleri scrittore va cercata, ovviamente, nei suoi libri, non in Montalbano ma in quel capolavoro che è La Concessione del telefono, o ne Il nipote del negus, in La mossa del cavallo o decine di altri titoli che sono stati scritti grazie al successo di Montalbano e che costituiscono il vero tesoro lasciatoci dallo scrittore, senza voler nulla togliere all’amatissimo, anche da chi scrive, commissario di Vigata.

Sono libri che raccontano la storia della Sicilia, una Sicilia simile a quella di Brancati, sempre al limite del grottesco, un mondo a parte diventato, con gli anni, il nostro mondo, sospeso tra tragedia a commedia, come un’eterna commedia di Jonesco.

Non va dimenticata l’importanza di Camilleri dal punto di vista linguistico, la capacità di rendere duttili e malleabile sia il siciliano che l’italiano e farli lavorare al suo servizio con maestria impareggiabile, sulla scia del grande Vincenzo Consolo. Le invenzioni linguistiche, i neologismi, la sicilianizzazione dell’italiano e l’italianizzazione del siciliano, lampi di genio che illuminano a giorno le sue pagine.

Camilleri è, dunque, molto più di quanto i giornali ci raccontano in questi giorni e quello che è stato è inscindibile dalla sua appartenenza politica, che spiega la sua etica, la sua passione e i suoi libri, la sua fiducia nel futuro e il pessimismo siciliano.

Ci mancherà e ci accorgeremo solo tra qualche anno quanto la sua scomparsa abbia lasciato un vuoto profondo in questo paese ,dove abbondano i cialtroni che si atteggiano a dotti e non ci sono più buoni maestri.

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Podcast- Un paese sospeso: un’immagine che resta nella memoria

Una delle mie tante cugine mi avverte che Repubblica mi ha rubato il titolo del libro per un articolo. Il titolo è leggermente diverso ma la sostanza del bell’articolo di Concita De Gregorio non si discosta molto dal contenuto del mio libro, così come la foto scelta. Cosa che, ovviamente, mi fa piacere.

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L’assassinio del commendatore: un capolavoro.

LAssassinio-Del-Commendatore-e1535726434304Immagine tratta da zon.it

Murakami Haruki in questo libro, che una perversa scelta editoriale mi ha costretto a leggere in due tempi, ma che recensisco per intero. riesce  a mantenere il proprio stile, a giocare, come di consueto, con timori ancestrali, meditazioni sull’altrove e porte aperte su altre dimensioni, aggiungendo riflessisoni profonde sul senso di colpa. sul motore della creazione artistica e sull’amore.

L’impressione, una volta chiuso il libro, è che mai come in questa occasione lo scrittore si sia messo a nudo, raccontando di sé molto più di quanto è solito fare, mostrandosi tra le righe a tratti, per poi scomparire dietro un sorriso ironico.

Libro di formazione, come di consueto, caratterizzato da un prosa  lenta e riflessiva  , che ricorda a tratti quella di Saramago, una scrittura in cui conta ogni parola, densa e grondante di significato, L’assassinio del commendatore si dipana avvincendo fin dalle prime pagine, partendo come la storia di un uomo che ha deciso, suo malgrado, di gettarsi dietro le spalle tutte le sue sicurezze per intraprendere un viaggio che lo condurrà ad affrontare le proprie paure nascoste, a fare i conti con un passato rimosso e a trovare una nuova strada su un vecchio sentiero. Passando attraverso vicende enigmatiche e metaforiche.

Il protagonista è un pittore, un ritrattista stanco di ritrarre pedissequamente volti di uomini anonimi, in un estenuante esercizio tecnico privo di significato e desideroso di ritrovare una ispirazione reale, come quella che sentiva all’inizio della propria carriera. Cerca insomma l’autenticità perduta, un senso che si è smarrito negli anni.

Da un certo punto in poi, ecco comparire via via tutti i topoi della narrativa di Murakami: la casa isolata in montagna, un luogo di passaggio verso un’altra realtà, la presenza incombente di una natura a tratti minacciosa, un enigmatico personaggio con cui il protagonista entra in relazione e che risulterà determinante nel prosieguo della storia. una giovane e innocente ragazzina in grado di vedere un’altra realtà oltre quella di tutti i giorni.

Non si può riasssumere un libro che è una riflessione sull’arte, sulla storia, sul peso delle scelte, sull’assenza e sull’amore. L’invito è quello di leggerlo e rileggerlo dopo qualche tempo, per attingere ai diversi strati di significato, o semplicemente per godere della capacità d’invenzione di quello che è uno dei narratori più importanti del nostro tempo.

Sorprende, come sempre la straordinaria capacità di introspezione psicologica, capace di descrivere alla perfezione sia i pensieri del protagonista mel loro divenire sia di illumionarci sui processi mentali di una giovane adolescente. Sorprende anche la capacità di far svoltare all’improvviso il racconto verso il surreale e il fiabesco,in una sarabanda di invenzioni che attingono a piene mani dalla cultura giapponese.

Ma a dominare il racconto è un costante senso di mistero, il vero protagonista, mistero che non viene pienamente svelato perché, come afferma a un certo punto la ragazzina, essere incompiuti è una cosa bellissima.

Ogni personaggio, ogni oggetto, anche il più banale, come un coltello per pulire il pesce, assume un significata, rimanda a qualcos’altro in un vertiginoso gioco di analogie.

A parlare sono anche i quadri che compaiono nel libro e qui si dispiega tutta la maestria dell’autore, in grado di farci vedere le tele che descrive, di mostrarci come un pittore arriva a creare e rielaborare la realtà.

Ecco, il libro di Murakami è come uno dei ritratti del protagonista:  quasi perfetto ma volutamente incompiuto, per lasciare al lettore il piacere della scoperta e del dubbio.

Una lettura consigliata a chi ama perdersi nei libri  e non ha timore di specchiarvisi.

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Recensione di Un paese sospeso

copertina Youtube

Pubblico la bella e lusinghiera recensione di Un paese sospeso di Luisa Debenedetti, pubblicata sul sito Librierecensioni.com.

Recensione:
“Un paese sospeso” di Pietro Bertino raccoglie, per sua stessa definizione, gli appunti di un uomo comune. Quella che viene proposta è la raccolta di articoli pubblicati nel blog personale dell’autore nell’arco dell’ultimo anno trascorso, il 2018.
La prima cosa che colpisce è la copertina, la rappresentazione pittorica di un troncone del ponte Morandi il cui crollo ha segnato non solo Genova ma anche tutti gli “uomini comuni” che, come Bertino, hanno avuto la conferma (se mai ne avessero avuto bisogno) del fatto che non è stato solo un ponte a cedere ma tutto ciò su cui si basa e si è basato il nostro paese negli ultimi anni: promesse vuote, parole al vento, populismo e banalità, idiozia e ignoranza.
E’ un libro che richiede una lettura non frettolosa: merita attenzione, calma e riflessione.
E’ lo specchio dei tempi e sì, è un libro di parte, chiaramente orientato a sinistra, parla di fatti e misfatti di questo governo incapace ed arrogante che, non avendo minimamente idea di come si governi un grande paese come l’Italia, non è riuscito a fare altro che dare voce a odio, rabbia, razzismo e a insegnare ai nostri giovani che non serve a nulla studiare, facendo passare il messaggio che incompetenza, bullismo, arroganza e sfregio delle istituzioni sia espressione di forza.
Bertino non fa sconti a questi politici che, al di fuori degli italici confini, appaiono addirittura grotteschi. Partendo dalla sua città, Genova, l’autore ci rappresenta una società liquida in cui ogni pilastro solido si dissolve così repentinamente da non essere nemmeno notato.
Proprio questa impossibile solidità in ogni aspetto della vita è ciò che potrebbe differenziare nettamente un passato ingombrante da un fluido presente: il capitalismo pesante dal capitalismo liquido, il fascismo solido dal fascismo liquido (ammesso che sia corretto parlare di fascismo), la sinistra solida dalla sinistra liquida.
Come detto in precedenza, il testo è un testo politico: di “antifascismo militante” suggerito come farmaco ai pericoli generati dalla retorica di un neofascismo seducente e modaiolo, teso a mostrarsi come alternativa alle confusioni della globalizzazione e alle distrofie di una sinistra persa nel liberismo, che ha utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini.
Il mondo non è più lo stesso, almeno dal 2001, quando è stato investito da ondate di paura e spaesamento e questo ha dato vita a spinte xenofobe e securitarie che rimestano nel torbido della frustrazione sociale, fomentano odio e disinformazione servendosi della pancia esasperata di un paese allo sbando; ma Di Maio e Salvini (coi suoi ex odiatori di terroni che ora se la prendono coi “negri”, razzisti di comodo) non sono Mussolini e col fascismo non c’entrano nulla.
Certo, ci sono dei poveri diavoli razzisti, omofobi, maschilisti: dobbiamo chiamarli fascisti per far paura alla gente? La gente deve spaventarsi per altro: per la tolleranza verso la violenza, la liberalizzazione della vendita di armi, la licenza di uccidere (spacciata come “legittima difesa”), la messa in mora del Parlamento, gli attacchi a magistrati e giornali non allineati (e via dicendo).
L’autore è un insegnante che svolge con passione la sua missione, crede nel ruolo centrale dell’impegno educativo, ai suoi ragazzi non propina verità preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare e fare. E’ convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. Per Bertino la politica è educazione e l’educazione è politica, in quanto i presupposti della democrazia sono presupposti culturali e non solo istituzionali ed evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre società connessi al procedere della massificazione, all’emarginazione di ogni area di effettivo dissenso. Se le periferie diventano solo sede della guerra tra i poveri per spartirsi risorse sempre più scarse, Salvini e il suo “prima gli italiani” trionfano, se invece si riesce a organizzare una lotta contro i tagli sociali che colpiscono tutti, allora prevale il “prima gli sfruttati”, compresi gli immigrati vittime del caporalato, questa è oggi la funzione democratica del conflitto di classe.
E’ un diario coraggioso, sanguigno e appassionato, di un uomo comune, come tanti, impegnato seriamente nella lotta per una società equa e solidale.
Termino con le parole di Shakespeare, che ritengo siano un’ottima chiosa:
“Non ha occhi un ebreo? Non ha mani un ebreo, organi, consistenza, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non soffre delle stesse malattie, non è curato con gli stessi rimedi, scaldato agghiacciato dallo stesso inferno dalla stessa estate di un cristiano? E se ci pungete non versiamo sangue? Se ci fate il solletico non ridiamo? ?Se ci avvelenate non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendichiamo? Se siamo a voi uguali in tutto il resto perché non assomigliarvi anche in questo?” Il mercante Di Venezia – Shylock, Atto Terzo, Scena I
(Luisa Debenedetti)

 

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Un paese sospeso- appunti di un uomo comune

A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

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Antonio Manzini- Fate il vostro gioco. Il ritorno di Schiavone

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Rocco Schiavone ritorna. Malinconico, tormentato, sempre più solo, l’anti eroe più noir della narrativa italiana è alle prese con una indagine intricata, lo strano omicidio di un ispettore di gioco del Casinò di Saint Vincent. Sulla base di indizi quasi surreali, degni di un quadro di De Chririco, un gatto che non è al suo posto, la fiche di un altro casinò, una bic bianca, Schiavone elabora, immagina, comprende, deduce, arrivando a una soluzione parziale, perché quel delitto è avvenuto “per qualcosa che deve ancora accadere”
Nel frattempo lui e Italo sfogano in modo diverso la rabbia per il tradimento di Caterina, in scene crude e livide, che fanno da sfondo al vuoto che l’ispettrice ha lasciato.
Nel frattempo, un crudele assassino legato al momento più tragico del suo passato, rivela quello che non deve essere rivelato, gettando ombre pesanti sul futuro di Schiavone.
Nel frattempo, il gruppo degli amici di una vita si allontana e sempre più Schiavone prende coscienza che lui è una guardia e loro sono loro, anche se un amico non ti lascia mai solo nel momento del bisogno.
Come sempre, il romanzo della vita personale del vicequestore, con i suoi fantasmi, le poche luci e le molte ombre, si intreccia con la trama poliziesca che, in questo romanzo, è è ben oliata, non ha mai un calo di tensione e risulta convincente, come convincenti sono le scene esilaranti che, di tanto in tanto, spezzano il tono piuttosto cupo della narrazione.
Indimenticabili il briefing della scombinata squadra di Schiavone o l’arrivo della squadra al casinò.
Manzini ha una scrittura cinematografica, ha assimilato la lezione di Chandler e dei grandi maestri americani del genere, mentre si legge si visualizza già Giallini incarnare il vicequestore. I romanzi della serie, come ha detto lo stesso autore, sono capitoli di un unico, grande romanzo, quellod ella vita di Rocco Schiavone, che matura, invecchia e accumula nostalgia, rabbia e ferite ad ogni nuovo capitolo.
Non manca l’attenzione al sociale, la focalizzazione su alcuni problemi di cui la cronaca si occupa solo quando scoppia la tragedia: la ludopatia, lo strozzinaggio, i traffici ambigui con i paesi dell’est, ecc.
Probabilmente, insieme a Pulvis et umbra, che aveva un ritmo diverso, assillante, mentre qui Manzini sembra aver voluto privilegiare l’introspezione di Schiavone e di Italo all’azione, si tratta del miglior romanzo della serie, in cui ha un ruolo importante Gabriele, il disastroso ragazzino vicino di casa di Schiavone, una sorta di geniale deus ex machina che fa venire fuori il meglio del vicequestore, limandone in parte la scorza ruvida.
E la storia di Schiavone con il ragazizno, capace di toccare i recessi più profondi della sua coscienza, rivela la capacità di approfondimento psicologico di Manzini, con un tocco delicato e unos guardo affettuoso che rendono le parti con Gabriele quasi un piccolo romanzo nel romanzo.
Se amate il noir, se il personaggio di Rocco Schiavone vi è entrato nel cuore con i suoi libri o attraverso la fiction, se volete divertirvi, rattristarvi, riflettere, questo è il libro che fa per voi. Imperdibile.
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