Non esultiamo troppo presto: Pontida è vicina

Italy Salvini immagine tratta da Ansa.it

La volgarità ostentata, la violenza verbale fuori e sul palco di Pontida, sono segnali di un consenso ancora forte nei riguardi di Matteo Salvini, che considero una delle figure più inquietanti e negative di una politica italiana che di figure inquietanti e negative ne ha viste parecchie. Un uomo di uno squallore che appare senza fondo, patologico, spaventoso.

Il nuovo governo si regge su un equilibrio precario, nasce da un compromesso obbligato dettato dalla necessità di fermare, appunto, Salvini e la sua barbarie, ma va detto chiaramente che, a una parte del Movimento, quella barbarie non dispiace e lo stesso Di Maio non è scevro da dubbi riguardo, ad esempio, a una svolta nella politica sullì’immigrazione. Gli attacchi di Di Battista, l’uomo senza qualità dei Cinque stelle, vanno letti in questo senso.

Ho trovato personalmente agghiacciante un’ìintervista a Bersani, in cui l’ex segretario del Pd sembrava parlare come un esponente della destra: non possiamo accoglierli tutti, dobbiamo aiutarli a casa loro, quello che ha fatto il governo precedente non è tutto da buttare, ecc.

Non vorrei che anche il Pd, alla ricerca del consenso dilapidato ignominosamente da Renzi, si spostasse a destra, se non nei toni, nei fatti. Sarebbe una scelta sbagliata e autolesionista, la stessa che, credo, abbia paventato Calenda, una delle poche persone dotate di cervello in questo momento, prima della sua scelta.

Quanto a Renzi, vada via, fondi la sua formazione di centrodestra liberale, ce n’è bisogno in questo paese, e cominci una nuova carriera politica che gli auguro migliore della precedente, liberi il Pd della sua ingombrante presenza e continui a sostenere il governo. Attacchi come quello sull’assenza di toscani al governo, oltre che strumentali e privi di senso, contraddicono le dichiarazioni sue e della Boschi di non voler far parte a nessus titolo del governo. A che gioco sta giocando l’abbiamo capito da tempo, ci dia un taglio.

Il governo  deve stare attento a ogni passo, a rifuggire dalle tentazioni populiste ed  a emanare provvedimenti incisivi e strutturali, deve attuare un’azione politica al posto della non politica urlata e canagliesca dei leghisti.

Per i Cinque stelle è il momento della maturità, hanno la grande responsabilità di rinunciare alle chiacchiere e di fare politica seria e ragionata, di cacciare gli slogan nel cestino e cominciare a lavorare seriamente. Gli inizi sembrano incoraggianti, vedremo.

Ma sono le persone civili di questo paese a dover dimostrare di essere maggioranza, a dover smentire le bugie di Pontida, a dove rispondere agli insulti con i fatti, a combattere razzismo e discriminazione quotidianamente, in ogni luogo, senza cedere nulla.

L’alternativa è il ritorno dei barbari e della barbarie, quella vera, quella che per quattordici mesi abbiamo visto e visssuto con la tacita complicità di un presidente del consiglio con la memoria del criceto.

Ci sono tanti miserabili in questo paese che vanno rimessi al loro posto. No, non vanno ripuliti, come vorrebbe fare Salvini con gli immigrati, ma vanno messi davanti a uno specchio nella speranza che la loro squallida immagine riflessa generi vergogna, sentimento che sembra non abitare più da queste parti.

Quanto a Salvini va diffamato, quotidianamente, smentito e sputtanato senza pietà, è un portatore di guerra e la guerra, come diceva Remarque, va appunto diffamata.

 

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Perché la destra non ha bisogno delle piazze

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Ieri ho fatto dei rilievi, non delle critiche, al movimento delle sardine, esprimendo delle perplessità, perplessità che, alla luce del manifesto pubblicato oggi sui giornali, sono diventate quasi certezze.

Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto. Io spero che le piazze riempite dalle sardine non illudano la gente che la destra populista sia in crisi. La sinistra, storicamente, è sempre riuscita a riempire le piazze perché i principi di solidarietà e cooperazione a cui si rifaceva un tempo avevano come inevitabile appendice quella di manifestare tutti insieme.

La destra estrema  lo ha fatto fino agli anni settanta, quando ancora era ideologicamente formata sui principi, chiamiamoli così, fascisti e senza grandi esiti. Più che altro, distruggeva il lavoro degli altri, invece di costruire qualcosa. Provocava, aggrediva, minacciava, sempre dieci contro uno secondo la curiosa interpretazione del coraggio che li contraddistingue.

Oggi, che la destra estrema ha al suo interno una componente neofascista irrisoria numericamente e che, nel frattempo, si è trasformata in qualcos’altro, non ha alcun bisogno delle piazze. Gli bastano fame e troll in rete o l’enorme esposizione mediatica, del tutto ingiustificata, dei suoi leader.

Non ha alcun bisogno neanche di un vero leader, bastano caricature viventi come Salvini o la Meloni che ci mettano la faccia a portare avanti il discorso politico della destra radicale.

Un discorso fondato sull’egoismo, la prevaricazione, la sottomissione del più debole, alimentato dall’odio e dalla frustrazione, centrato sull’individualismo autoreferenziale e quindi complemetamente alieno da qualsivoglia manifestazione pubblica che non sia espressione di rabbia violenta.

Salvini è ormai la caricatura di sé stesso e l’originale non era già un granché, un personaggio talmente improponibile da risultare quasi patetico, non fosse per le conseguenze che i suoi discorsi privi della minima sostanza politica hanno sul tessuto sociale del nostro paese.

Ma ai suoi seguaci non importa. Gli basta ascoltare quello che vogliono sentire, gli basta sentirsi dare ragione e scuotersi di dosso il complesso d’inferiorità che hanno sempre nutrito nei confronti delle persone normali, quelle che provano ad essere equilibrate, che leggono libri, che cercano di migliorarsi e non danno al prossimo le colpe dei loro fallimenti. Gli basta non sentirsi diversi e trovare altri piccoli mostri uguali a loro, per considerare la mostruosità una categoria del reale socialmente accettabile.

Per questo il consenso sale nonostante sembri assurdo a chi, normodotato mentalmente, si rende conto del vuoto di certe affermazioni, delle menzogne palesi, dell’ipocrisia che scorre a fiumi, dell’assurdità di certe tesi. Non è a loro che parlano le due caricature viventi.

Non saranno le piazze piene a sconfiggerli: nel 2001 a Genova eravamo una marea e si è visto come è andata a finire. Se le sardine, non credo ma tutto può essere, dovessero trasformarsi in un movimento concreto, basteranno pochi provocatori a farle arenare sulla spiaggia, perdonate la metafora greve.

Salvini si sconfigge conquistando il voto di quel 50% di italiani che non vota, con una proposta politica forte, chiara, concreta e coerente, alternativa alla deriva populista e ai giochetti da vecchia politica dei cinque stelle, che da nuovi, sono diventati vecchissimi.

Bisogna smetterla di semplificare e considerare il popolo dell’estrema destra come una massa informe di dementi: c’è anche quello, e in misura rilevante, ma Salvini, Meloni ecc. sono espressione di una rabbia sociale, unità a una povertà culturale profonda.che sta montando nel paese e che rischia di portarci a una nuova stagione di violenza.

Quella rabbia sociale va individuata, studiata e curata, come un virus resistente agli antibiotici, con modelli e strumenti nuovi, che non siano quelli del secolo corso, un antifascismo di facciata unito a gioiose ed estemporanee manifestazioni di piazza che lasciano il tempo che trovano.

Trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia, uno dei più lucidi e preveggenti intellettuali che il nostro paese abbia avuto. Sono uomini della sua statura che mancano a questo paese, che hanno lasciato un vuoto ancora lontano da colmare. Solo quando quel vuoto si ridurrà, potremo cominciare a tirare un sospiro di sollievo.

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Perché non condivido l’entusiasmo per le sardine

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Chi mi conosce sa che ho sempre difeso i giovani che scendono in piazza e continuerò a farlo, ma sa anche che ho sempre affermato che la politica devono farla i politici e non può partire dal basso. La parabola dei Cinque stelle è un triste esempio che conferma il mio pensiero in proposito. Il popolo ragiona di pancia, la politica dovrebbe usare la testa.

Vedo molto entusiasmo in giro per il movimento delle sardine e già il nome, una felice invenzione mediatica, mi induce a fare alcune riflessioni prudenti.

Se ne parla come di uno spontaneo movimento antifascista, Bella ciao torna a risuonare nelle piazze, ecc.ecc.

Ho più volte manifestato la mia perplessità nel definire la deriva populista “fascismo” e le stesse perplessità le ho a definire le sardine come “antifascismo”. Il motivo è, per entrambe i fenomeni, l’assenza di un pensiero politico alle spalle. Per essere più chiare, l’assenza di un corpus di conoscenze acquisite necessarie a formare un’opinione che si possa definire politica.

Io sono stato un contestatore all’università, ho manifestato con gli operai dell’Italsider, sono sceso in piazza contro la guerra del golfo, ero a Genova nel 2001: parliamo di piazza di centinaia di migliaia di persone, di un pensiero forte, di proposte concrete: tutto si è rivelato inutile. L’università arranca ed è un centro di clientelismo e nepotismo, le due guerre del Golfo si sono combattute, il mondo migliore che chiedevamo nel 2001 non c’è.

Mi chiedo quindi, come si possa anche solo pensare che un movimento che raccoglie nelle piazze migliaia di persone appartenenti per lo più a una sinistra frastagliata e divisa, uniti solo dall’avversione e dalla paura nei confronti di Salvini, possa in qualche modo incidere sul presente.

La dichiarazione dei leader delle sardine, di non volere i partiti, la dice lunga sull’insipienza politica degli stessi e su quel tocco di arroganza giovanile che ci sta, e che purtroppo i Cinque stelle non hanno mai perso.

Temo che Bella Ciao sia noti ai più per via della Casa di carta e che la suggestione di quella fiction, geniale ed anarchica, giochi un ruolo importante in questo movimento.

A me sembra una riedizione del vaffa politically correct, simpatica, sicuramente rigenerante, ma priva, come spesso accade, di un reale contenuto.

Non ci sono proposte concrete, non c’è una via politica, solo una protesta dai toni contenuti, una rabbia radical chic, mi verrebbe da dire.

Io penso, so di essere in minoranza, che il Pd abbia fatto bene a sfruttare l’onda, che temo breve, di questo movimento per mettere sul tavolo la carta dei diritti civili e spero che abbia la costanza e la forza di mantenerla.

Il Pd, che ci piaccia o no e a me non piace per niente, tanto per essere chiari, è l’unica forza in grado di fare massa critica a sinistra alla deriva populista, a patto che ritrovi un’anima e inverta la direzione che aveva preso Renzi, sapendo che con Renzi dovrà comunque trovare un accordo.

Temo che molte persone del secolo scorso, come chi scrive, stiano confondendo una iniziativa mediatica con il ritorno di una stagione di lotte che ha avuto ben altri interpreti e ben altre interpretazioni.

Nel tempo della nostra gioventù, leggevamo Marcuse e Popper e, anche chi non è mai stato marxista, come me, aveva ben presento il concetto di redistribuzione della ricchezza e di disuguaglianza come aveva ben presente quello che la Resistenza ha rappresentato per il nostro paese.

La gioventù oggi, e non me ne vogliano, lavoro con loro e per loro, è di una ignoranza sconcertante, ha una vaga idea del fascismo ed è autoreferenziale. Forse i leader delle sardine fanno eccezione, li ho sentiti parlare e non mi pare, ma sono certo che la stragrande maggioranza di quelli che erano in piazza non sanno chi era Bombacci o Bordiga, per dirne una, e sarebbe già un peccato veniale, ma temo non sappiano neanche cosa siano stati gli anni di piombo, la speculazione industriale, il compromesso storico, ecc. Ed è un peccato un po’ meno veniale per chi pretende di guidare un movimento di rinascita del nostro paese.

Non sono stato tante cose in questi anni, non sono stato democristiano, renziano, piddino, più recentemente non sono stato Charlie Hebdo e oggi no, non me la sento proprio di essere una sardina.

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Di Maio sconcertato dai diritti civili

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Con un colpo da maestro Zingaretti mette alle strette Di Maio, ormai contestato da buona parte del suo partito e traccia un muro tra sé e Renzi, sempre più in stato confusionale e alla disperata ricerca del consenso ad ogni costo.

Chiedere a gran voce l’approvazione dello ius culturae e l’abolizione dei decreti sicurezza nel momento in cui la piazza di Bologna mostra che c’è ancopra voglia di sinistra in questo paese e il palazzetto semivuoto di Salvini che, forse, non tutto è perduto, è la strada maestra per tornare a guadagnare consensi nel bacino naturale di voti del Pd, prendendoli anche dai Cinque stelle, che fino adesso hanno nutrito la destra ma che hanno, al loro interno, un’anima di sinistra pronta a tornare a casa all’ennesimo errore di Di Maio.

Non sarà sufficiente, probabilmente, a vincere le prossime elezioni ma la mossa di Zingaretti restituisce identità al partito, lo riporta su una strada   che aveva abbandonato da troppo tempo, gli restituisce dignità e prospettive, segnando finalmente quella discontinuità netta dalla destra attesa da tempo.

L’inutile Di Maio si trova  così a un bivio: rompere definitivamente con l’amato Salvini cancellando le illusioni di un ritorno di fiamma e perdendo pezzi del partito, o continuare sulla strada di un’ambigua nullafacenza, cercando di tenere insieme i cocci di un esperimento fallito da tempo.

Risponde da par suo, questo ragazzo incolto e fortunato, lanciato senza alcuna preparazione e senza alcun merito alla guida del paese: dichiarando il proprio sconcerto di fronte a un alleato che lo mette alle strette, costringendolo a mostrare il suo vero volto.

Forse sa che la sua parabola è giustamente giunta al termine, che presto tornerà nell’anonimato e di lui ci si ricorderà come di un imbarazzante incidente di percorso. Forse intuisce che il tempo dei giochi è finito, che non ha più i numeri e la forza per fare la voce grossa e che non ci sarà il furbo Conte a spalleggiarlo.

I diritti civili di decine di migliaia di persone lo sconcertano, l’abolizione di due decreti illiberali, razzisti e indegni di un paese civile, lo sconcerta. Per chi è senza idee, senza ideali e senza valori, non c’è nulla di più irritante di chi i valori glieli sbatte sulla faccia.

Vediamo se Grillo deciderà di assestare il colpo di grazia al figlio ingrato o continuerà la farsa.

Attendiamo fiduciosi che Zingaretti si ricordi anche delle periferie, della lotta alle mafie, del diritto al lavoro. Ma per ora accontentiamoci, di questi tempi, va già bene così.

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Il drogato è sempre colpevole

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A parte l’assenza di umanità e dignità che purtroppo sembrano costituire una caratteristica comune dei nuovi politici di  ogni colore, le dichiarazioni di un ex ministro della repubblica, capo del partito più razzista e xenofobo degli ultimi cinquant’anni e di un importante esponente della regione Lazio, che non nomino per non fare pubblicità ai miserabili, denunciano la permanenza di uno stereotipo ormai incardinato nella nostra cultura, che sembra impossibile da eliminare: quello della colpevolezza del tossicodipendente.

Sostanzialmente i due uomini politici, i due politici, no, meglio, i due, affermano che la morte di Cucchi sia stata causata non da una violenza ingiustificata e ingiustificabile, gratuita e insensata da parte di due esponenti delle forze dell’ordine, giustamente condannati, ma dalla sua tossicodipendenza. Il drogato è colpevole a priori.

Non mi interessa se il ragazzo assumesse droga o no, perché il discorso non cambia. Questo atteggiamento mostra una imperdonabile ignoranza di cosa significhi essere un drogato, di quali conseguenze comporti per la sua vita e per la vita di chi gli sta intorno, del fatto che non tutti i drogati delinquono, alcuni, semplicemente, vivono il proprio inferno personale in solitudine, se qualcuno non dà loro una mano. Una ignoranza assolutamente ingiustificabile in chi ricopre cariche politiche importanti o aspira a guidare il paese.

Il drogato non è sempre un pericolo per la società mentre è sempre, ma questo i due non lo capiranno mai, il sintomo di un malessere della società, di una fuga da una realtà spesso dura, insopportabile, inaccettabile. La storia di un tossicodipendente spesso, è  una storia di violenze e privazioni, di assenze e perdite, di un male di vivere straziante che merita rispetto.

Oltretutto, l’uso di droghe ha assunto tali e tante sfumature oggi, data la varietà di prodotti sul mercato, e le differenze di prezzo e qualità,  che già la definizione di drogato risulta priva di senso, come risulta del tutto privo di senso affermare che, in quanto tale, un tossicodipendente non possa essere un bravo ragazzo. Come se un sintomo definisse la persona, come se una mancanza la rendesse deviante.

Il risultato di questo eccesso di semplificazione, il fatto stesso che la Bossi Fini sia ancora in vigore lo testimonia, è che il problema non è più di rilevanza politica, anzi, per i media non esiste, se non sporadicamente. Così invece di parlare di argomenti che potrebbero rappresentare una soluzione, dato il fallimento del proibizionismo, come una liberalizzazione controllata o la necessità di educazione all’uso responsabile, si continua a fare finta di niente, salvo estemporanee uscite come quelle citate che servono a continuare perpetuare il mito del drogato  come nemico pubblico, a inserirlo nella categoria dei capri espiatori insieme ai migranti, ai rom, agli ebrei, ai gay, ecc.

Si amplificano, di contrasto, fenomeni importanti ma marginali, come il gioco d’azzardo e il bullismo, assolutamente risolvibili per vie legali, più spendibili mediaticamente, perché, altro luogo comune, tutti sanno che la droga tocca sempre i figli degli altri, non i nostri.  Con questo non voglio assolutamente dire che i due fenomeni sopracitati non vadano  combattuti o non siano gravi, la cronaca, purtroppo, a volte riporta tragedie legate ad essi,  solo che non hanno l’incidenza delle dipendenze da droga e alcool né la stessa stigmatizzazione sociale nell’immaginario collettivo.

Sono certo che le dichiarazioni dei due politici abbiano incontrato il favore di molte persone che la pensano come loro e a cui auguro, di cuore, primo di non finire mai galera, secondo, di non doversi mai pentire, magari sulla pelle dei propri figli, perché non sono sempre i figli degli altri a cadere vittima della droga. Io credo che dovrebbero solo vergognarsi della loro ottusa ignoranza, del loro razzismo, della loro carenza di umanità. Ma non lo faranno.

 

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Droga nelle scuole a Genova: scoprono l’acqua calda.

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No, non si può liquidare con le parole del collega di Genova che ha denunciato la presenza di droga nella sua scuola e parlando di un ragazzo che spacciava ha detto che si tratta di ragazzi deboli che hanno bisogno di essere aiutati .

Questa semplificazione non è più accettabile per definire i contorni di un problema ignorato da tutti, che continua a mietere vittime ed è molto più complesso di un discorso che poteva andare bene quarant’anni fa, ma non oggi.

La droga nelle scuole non gira da oggi ma da anni, anzi, penso che non abbia mai smesso di girare, semplicemente, dopo anni di allarmismi e false informazioni, di dotti dibattiti mentre nelle comunità si tirava fuori la gente dal pozzo in cui era caduta e, spesso, si perdeva la battaglia,  di svolte repressive, oggi non se ne parla più, il problema non esiste per i media, il problema non esiste nelle scuole se non per i ragazzi e le famiglie coinvolti direttamente.

Liquidarlo come problema di ragazzi disadattati non è solo sbagliato, è comodo e intellettualmente disonesto. La droga è trasversale, purtroppo, colpisce ragazzi disagiati e ragazzi ricchi, ragazzi con famiglie solide e con famiglie disastrate, cambia solo la sostanza assunta: cannabis e crack per i più poveri, cocaina per i ricchi. A ognuno il suo veleno secondo il suo target.

La droga costa poco, non è mai stata così accessibile né così potente, non c’è quartiere della città dove non ci sia un punto di spaccio e non c’è scuola dove non ci sia un pusher. Comprese le scuole più rinomate, spesso quelle dove più di altre si fa finta di non vedere e si chiede, gentilmente, alle famiglie di allontanare i ragazzi e fargli frequentare un altro istituto.  Semmai, l’allarme è dato dall’abbassamento dell’età in cui si fanno le prime esperienze, dovuto alla facilità  di procurarsela e al fatto che ir aguzzi, oggi più di ieri, hanno soldi in tasca.

C’è un altro problema che viene sottovalutato: una parte dei genitori, oggi, specie le famiglie più giovani, ha saltuariamente usato stupefacenti in passato e tende a minimizzare il problema, fino a quando  non esplode in tutta la sua gravità.

La droga fa parte della cultura di questo paese, dove si contende il primato con l’alcolismo, quella delle scorciatoie, del godersi la vita, del comprare emozioni se non se li possono ottenere direttamente.  Rientra perfettamente in quella logica commerciale in cui siamo immersi, dove tutto si può comprare. vendere, anche i sogni.

Le politiche proibizioniste non hanno avuto alcun risultato se non quello di rovinare la vita a tanti ragazzi e ragazze,  di colpevolizzare il sintomo di un malessere profondo della nostra società, che oggi si mostra nei suoi aspetti più virulenti.

Affrontare il discorso sulle droghe oggi dovrebbe comprendere il discorso sulla liberalizzazione e sulla necessità di offrire alternative e spazi sociali ai giovani, mentre a Genova si chiudono regolarmente centri di aggregazione che hanno l’unica colpa di essere politicamente connotati da una bandiera diversa da quella dell’amministrazione.

Purtroppo, anche nelle scuole, non si affronta più il  problema con l’attenzione che meriterebbe e, troppo spesso, si fa finta di non vedere anche per evitare conflittualità indesiderate con famiglie non sempre disposte a capire che il problema esiste.

Un buon punto di partenza, soprattutto per  i ragazzi più giovani, sarebbe quello di istituzionalizzare e rendere obbligatorio nelle scuole Unplugged, un programma di prevenzione delle dipendenze, che senza terrorismo psicologico, senza  allarmismo, porta i ragazzi a riflettere su sé stessi, ad aprirsi sui problemi che hanno, a scoprirsi simili e sofferenti degli stessi mali. Solo più avanti si parla di sostanze e alcool,  dei motivi che portano alla dipendenza e di come affrontare i pericoli ad essi legati.

Per i ragazzi più grandi, quelli che nella dipendenza ci sono già, bisognerebbe cominciare a parlare di quel grande tabù che è il consumo responsabile. Insegnare come non arrecare troppo danno osé stessi e agli altri.

Pura fantascienza in un paese dove sul problema si ragiona con logiche del secolo scorso,  dove si torna a emarginare con forza chi è diverso e a considerare i drogati come feccia, invece che come esseri umani che lanciano un grido d’aiuto.

 

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La scuola che non c’è più e la barbarie prossima ventura

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Se questo governo non fosse per metà miope, per metà sconcertante nella sua carenza di capacità di fare politica, ( ditemi voi se un ministro può dire di un’azienda che ha vinto un regolare bando pubblico che “non li convince”), se questo governo, dicevo, non fosse una eterogenea accozzaglia raccogliticcia di mediocri, quando va bene, interpreti della politica, data la situazione sociale, vista la rabbia che serpeggia tra le fasce più basse della popolazione, avrebbe provveduto a quel rilancio della Scuola che appare ormai ineludibile.

È evidente che quelli che passano il loro tempo a insultare via internet presidenti della repubblica e reduci dell’Olocausto salvo poi chiedere scusa quando colti con le mani nel sacco, esclusi i sessantenni per cui servirebbe il geriatra, non hanno evidentemente frequentato con profitto le scuole e imparato ad esercitare quella funzione essenziale per vivere attivamente in società che si chiama spirito critico. Probabilmente considerano i libri strumenti del demonio e si abbeverano alle verità confezionate ad arte per loro da chi usa la rete come strumento di manipolazione di massa.

Banalizzo, certo, sociologi e psicologi troveranno altre motivazioni mentre, i geni dell’ultima ora, ritengono che le masse operaie abbiano trovato il loro punto di riferimento nell’estrema destra perché dice loro quello che vogliono sentire. Io vengo da una famiglia operaia e,onestamente, credo che le masse operaie sappiano sgamare un bugiardo disonesto tanto che non mi risulta di aver visto cortei operai inneggiare a quello che si manda i proiettili da solo per fare notizia. L’odierna ondata di violenza che si concretizza a vari livelli ha l’odore forte e chiaro dell’ignoranza.

Il declino della scuola coincide, guarda un po’, con il progressivo imbarbarimento della nostra società, con la caduta di valori che, fino a poco tempo fa, credevamo inattaccabili. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Unamuno, da noi genera mostricciattoli, almeno per ora, e il sonno della ragione si accompagna sempre all’ignoranza. Il disprezzo della cultura e dei professori è un distintivo della destra italiana che non è mai riuscita a diventare, come altrove, democratica, liberale,  europea, antifascista.

La svalutazione dell’istruzione, e della competenza, comincia con l’era Berlusconi, una grossa mano l’hanno data Monti e personaggi come Burioni, non proprio simpatici, incapaci di capire che la comunicazione, oggi, va gestita in modo intelligente e puoi essere un genio ma, se non sai come portare avanti le tue tesi in modo da arrivare a più gente possibile, specie a quella fascia di popolazione che non ha gli strumenti per capire, resterai un genio odiato.

Per quanto riguarda la Scuola, si è solo provveduto a tagli indiscriminati riuscendo a creare una situazione costante di emergenza oltre che per la didattica anche per la sicurezza a interna degli istituti. La Buona scuola di Renzi, con il suo arruolamento cervellotico e la finta meritocrazia, ha creato una gerarchia interna di cui non si sentiva davvero il bisogno e speso tanti soldi, più di altri, malissimo.

Questo governo, che per la scuola non ha stanziato una lira, si mantiene sulla falsariga di chi l’ha preceduto: promesse, parole al vento, niente fatti, parecchie stupidaggini.

È proprio in momenti come questo, invece, che si dovrebbe intervenire con coraggio per fare sì che la scuola torni a formare persone consapevoli, informate, competenti, che possa aprirsi al mondo per cercare di decifrarne la chiave d’interpretazione utile a preparare i ragazzi ad affrontarlo, senza il rischio di diventare adepti del Masaniello di turno, di destra o di sinistra che sia.

Invece siamo al vanto dell’ignoranza, al disprezzo di quelli libri polverosi che sono, o sono stati, la bussola per i giovani di questo paese, al disprezzo quotidiano del sapere.

D’altronde, chi ha la verità in tasca, specie se facile ed elementare, chi semplifica grottescamente concetti che meriterebbero tutt’altra attenzione, ha il successo assicurato.

E’ èproprio oggi che la Scuola dovrebbe tornare a quella sua importante funzione politica a cui sembra aver abiurato.

Buona parte del merito della situazione attuale, va ascritto ai mezzi d’informazione e alla televisione. Abbiamo il giornalismo peggiore d’Europa, asservito, privo di nomi di spicco, con qualche eccezione, incapace di approfondire e teso solo a manipolare. Abbiamo una televisione di rara disonestà intellettuale, volgare, improponibile, spesso oltre il limite dell’osceno. Questo spiega gli hater ottuagenari ma non i giovani.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento che, un tempo, erano forniti, appunto, dalla Scuola. L’insegnante era una figura rispettata anche nelle scuole più disagiate perché dava l’esempio svolgendo il proprio lavoro nonostante tutto. Era un modello, qualcuno di cui ci si poteva fidare. Oggi continua a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutto, ma a che fare con famiglie che, molto spesso, avrebbero bisogno di essere istruite più dei figli. E rischia anche di essere menato se si permette di  segnalare un problema a chi di dovere o a dare un brutto voto al genio di famiglia.

Eppure, questo paese nel dopoguerra è riuscito a produrre un’alfabetizzazione di massa, a creare una classe dirigente dignitosa, a crescere e progredire con fatica ma con buona rgadualità. Abbiamo avuto intellettuali di fama mondiale, come Eco e Sanguineti, e adesso ci siamo ridotti a Fusaro, che rimastica Marcuse senza averlo capito e crede di fare filosofia quando fa solo cabaret.

Questo paese ha una speranza se riparte da una scuola che deve tornare a insegnare, possibilmente sui libri polverosi, senza derive tecnologiche che non portano a niente se diventano un fine e non un mezzo, una scuola che deve essere ristrutturata dal punto di vista logistico e rivista dal punto di vista della didattica. Una scuola che diventi un laboratorio critico della società, che formi cittadini attivi e consapevoli, che al sapere nozionistico, necessario, accidenti se oggi è necessario!, accompagni la consapevolezza del mondo che ci circonda, che sottoponga alla lente dello spirito critico le verità che ci vengono amanite quotidianamente.

Diventa per me ormai essenziale che nelle scuole entri lo studio del linguaggio dei media, la decodificazione di una parte dei messaggi con cui ci bombardano quotidianamente e delle tecniche di manipolazione, altrettanto essenziale diventa insegnare a usare la rete, evitare che i ragazzi trovino solo ciò che conferma le proprie tesi e rifiutino il resto, istruirli su come distinguere le informazioni utili da quelle false..

Sono solo due proposte ma sono sicuro che da un confronto aperto con chi la scuola la vive e la fa quotidianamente ne uscirebbero molte altre, se solo qualcuno fosse disposto ad ascoltare.

Oigni volta che ho avuto il privilegio di confrontarmi con colleghi provenienti da altre scuole e da altre regioni, sono sempre venute fuori idee, spunti, riflessioni che ho poi usato per il mio lavoro quotidiano.

Se i politiuci ascoltassero direttamente chi la scuola al vive e la fa ogni giorno, prima di emanare leggi inutili e confuse, se avessero la bontà di consultare chi è competente, forse avrebbero qualcosa da imparare anche loro.

Molti episodi ripetuti formano un clima e il clima che si respiura in Italia non è dei più salutari. La Scuola è un microcosmo a imamgine e somiglianza del macrocosmo che la circonda, la speranza è che possa essere utile a correeggerne i difetti e non ad acquisirli. Ma è una risposta che deve dare la politica.

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Il virus dell’identità

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Il film si intitola Salvador, di Oliver Stone, con un grande James Woods che tenta di salvare la sua donna, portandola fuori dal Salvador, dopo l’omicidio di Romero. Alla frontiera americana controllano il passaporto della ragazza e la rispediscono indietro, verso la miseria e la morte, mentre quando controllano il passaporto di lui, pronunciano la formula magica: wasp, White, anglosaxon, protestant, la classe dominante negli USA.

È una scena che resta impressa, di quelle che ti porti dietro, come Jena Plisky che in  1994Fuga da New York di Carpenter, spegne l’interruttore e manda il mondo verso il medio evo o il monologo di Rutger Hauer in Blade runner.

Ripensandole a posteriori sono tutte scene che hanno centro la diversità, contrapposta all’identità. Plisky (Kurt Russel) è un outlaws che crede nella giustizia, Woods un giornalista cocainomane che odia l’American Way of  Life, Hauer un androide colpevole di voler amare. Sono tutti etichettati, siglati, catalogati come diversi, anomalie del sistema da neutralizzare.

Un domani, forse, sui nostri documenti sarà aggiunta la sigla DMC, o UPC, donna, madre, cristiana o uomo, padre, cristiano, per chiarire chi comanda, per definire una identità nazionale che non è mai esistita né mai esisterà, se non nella fantasia malata di chi si sente al sicuro solo dietro a un muro, fittizio o reale che sia.

A proposito, trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, tutti abbiamo sperato in un mondo nuovo e invece ci ritroviamo in un mondo sempre più vecchio, dove la storia si ripete in peggio.

Lo ripeto per l’ennesima volta: non stiamo assistendo a un ritorno del fascismo e chi lo pensa sbaglia, credendo di poter combattere con schemi vecchi un pericolo nuovo, per certi versi peggiore del fascismo.

L’energumeno che ha fronteggiato Vauro in quell’ignobile programma tv non è un nazista, nonostante le svastiche e le facce del duce tatuate sul corpo. È un disadattato, un figlio delle periferie degradate delle nostre città, abbandonate alla solitudine e alla violenza, un outlaws senza altri valori che non quelli della propria sopravvivenza a scapito di quella degli altri. Perché non tutti i fuorilegge sono eroi, molti sono uomini di merda.

Male ha fatto Vauro a invitarlo a cena, in una lettera pubblica scritta dopo la trasmissione, perché non hanno niente da dirsi. Lui è un uomo del secolo scorso, legato a idee cadute col muro che non torneranno, almeno speriamo, ci mancherebbe solo un rigurgito di stalinismo. Brasile, l’energumeno, non ha nella parola e nella riflessione i suoi punti di forza, è un concentrato di rabbia e frustrazione, privo di sovrastrutture ideologiche, un soldato perfetto da mandare all’attacco o al macello contro gli ultimi, migranti, gay, o comunisti che siano. Non esiste una base epistemologica comune con questa gente, non esistono presupposti per una conversazione costruttiva, non è vero che con il buon senso e la calma si risolve tutto.

Io, piccolo intellettuale di sinistra, posso dialogare con una persona di destra, destra democratica, intendo, una persona che ha dietro idee, letture, un’etica che, per quanto diversa dalla mia, può presentare anche punti in comune,  ci si può scontrare anche animatamente senza mai superare il limite, forse io posso dargli ragione su certe cose e lui può darla a me su altre, salutandoci poi educatamente e restando ognuno con le proprie idee.

Ma non è possibile alcun dialogo con chi non ha nulla dietro, e l’estrema destra, oggi, in Italia, non è ideologica, non ha dietro libri, non è strutturata ma è fondata sul nulla, alimentata dalla rabbia sociale diretta verso quelli che vengono considerati come responsabili dello sfascio del paese, gli ultimi di cui sopra. Non è mai stata così massificata, destrutturata, anestetizzata moralmente.

L’estrema destra italiana non è anti borghese, anzi, estremizza in modo grottesco il peggio delle tesi borghesi. Guardate i suoi capi, la Meloni e Salvini: due pollici falliti, a capo di due formazioni che non riuscirebbero a costruire un discorso politico neanche sotto tortura, due mediocri caricature manovrate ad arte da chi ha interesse a gettare il paese nel caos, consapevole di poterlo fare, oggi, in un tessuto sociale che si è dissolto dopo anni di crisi economica, di promesse mancata e di tradimenti da parte di chi pretendeva di avere la verità in tasca.

Sono leader improponibili per chiunque usi la propria testa e ragioni un istante su quello che dicono, ma non per chi è cresciuto nella logica hobbesiana dell’ homo homini lupus, non per chi sa reagire solo scappando o attaccando, non per chi ha trovato il proprio senso disperdendo la propria individualità in un’identità deprecabile ma accogliente. Quelle due caricature impersonano lo spirito del tempo, parlano un linguaggio comprensibile a chi non è abituato a usare le parole per confrontarsi, ma solo per attaccare o fuggire, appunto.

È con questo che abbiamo a che fare oggi: prima lo capiamo, prima troveremo, ammesso che sia possibile, l’antidoto. Continuando a chiamarli fascisti, continuando a non capire che dietro quelle bandiere non c’è un’ideologia definita ma solo rabbia cieca, continuando a propinargli dosi di sana retorica, come accaduto recentemente con Liliana Segre, che di rabbia cieca e ideologia ne sa qualcosa, continueremo ad alimentare questa rabbia fino all’implosione.

Il male è l’identità, intesa non come patrimonio di valori e di storie attorno a cui si costruisce la storia di un popolo e ci si compatta nei momenti di crisi, ma come fucina di rabbia, vento che soffia sul fuoco dell’odio, palestra di infamia. Identità degradata a massa di monadi che si riuniscono non attorno a valori comuni, ma dietro il profeta del momento, non importa quanto impresentabile.

Il male è il rifiuto aprioristico di un mondo multietnico, solidale, cooperativo e senza muri, un mondo più umano e migliore. Un mondo di cui nessuno ha più il coraggio di parlare, per timore di favorire la destra, come se mantenere il potere servisse a qualcosa contro lo sfacelo etico di un paese che annaspa in mezzo alla tempesta.

Eppure, se vogliamo uscirne, a quel mondo migliore e possibile dobbiamo tornare ad aspirare, quello dobbiamo tornare a reclamare nelle piazze, sventolando le bandiere arcobaleno, le uniche che oggi abbiano un senso e sperando che non finisca come l’ultima volta che l’abbiamo fatto.

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Sono tra noi e bisogna dire basta

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Salvini che si paragona a Liliana Segre è blasfemo. Uno squallido razzista agitatore d’odio che si mette sullo stesso piano di una donna che rappresenta la memoria vivente dell’orrore.

Ancora più squallidi e miserabili sono i suoi elettori. Tanti, troppi perché la già non sempre stabile tenuta democratica del nostro paese possa sopportarli.

Sono tra noi, sugli autobus, per le strade, nelle file alla posta o alla Asl, sui luoghi di lavoro. Si portano dietro il loro bagaglio di falliti, frustrati e rancorosi, la loro invidia da inetti e, come novelli untori, disseminano i germi del loro odio, l’unico sentimento che sono capaci di esprimere.

Piantiamola di dire che la destra è l’unica a recepire le istanze dei lavoratori, a lavorare nelle periferie. Chi segue dei miserabili è miserabile, punto. Essere di destra è lecito e rispettabile, essere razzisti e seminare odio non è né l’una né l’altra cosa.

Liliana Segre non ha bisogno di retorica ma di rispetto e il miglior modo che abbiamo di manifestare questo rispetto è dire basta.

Io per primo troppe volte taccio di fronte a certe affermazioni che sento in giro, l’ho raccontato in un post qualche giorno fa. Tanta altra gente, come me,  tace, vuoi per paura, vuoi per apatia, vuoi per rassegnazione. Grazie anche al nostro silenzio ci rubano ogni giorno un po’ di libertà.

Non è più il momento di chiedersi come sia stato possibile o di pensare che si possano seppellire con una risata, è arrivato il momento di agire, di testimoniare ovunque il nostro pensiero divergente, di dire basta a ad alta voce e pubblicamente a ogni commento razzista, a ogni atteggiamento discriminatorio,  a ogni insulto nei confronti di chi ha la sola colpa di essere nato con un colore diverso.

È il momento di fare pressioni perché quelle leggi sui diritti civili che il Pd sembra avere accantonato vengano approvate, di chiedere a voce alta l’abolizione dei due decreti   discriminatori che garantiscono sicurezza e impunità solo ai razzisti e vanno sotto il nome mai meno azzeccato di decreti sicurezza. È arrivato il momento di porre freno all’infamia.

È tardi per invertire la rotta del paese o per pensare di convincere la maggioranza silenziosa, quella che non si schiera mai, che non vota, quella delega sempre per non assumersi responsabilità ma non è tardi per mostrare che esiste comunque una parte consistente del paese che non tollera questa deriva nauseabonda.

Liliana Segre non è un monumento ma una donna che ha patito sofferenze indicibili e ha scelto di testimoniarle, il modo migliore in cui possiamo portarle rispetto è provare ad essere d’esempio, svolgere nel modo migliore il compito che ci è stato assegnato, essere uomini e donne onesti materialmente e intellettualmente.

La deriva razzista del nostro paese è una cosa seria e chi scrive l’ha denunciato in tempi non sospetti, affermando anche, e ricevendo per questo molte critiche, che il fascismo poco aveva a che fare con questa nuova barbarie che non era ideologica ma sociale, una devastazione valoriate inedita, portata avanti da persone prive di etica e morale che andava combattuta con strumenti nuovi, che non potevano essere le rispettabilissime manifestazioni dell’Anpi né l’antifascismo una tantum dei raduni di piazza.

Adesso che siamo arrivati a un punto di non ritorno, perché questo rappresenta la scorta a Liliana Segre, inutile chiedersi perché o come è successo, bisogna agire, bisogna spingere chi ha il potere di farlo, la politica, a porre fine con ogni mezzo a questo scempio.

La società civile non ha la forza di cambiare nulla, la società civile  è divisa, frastagliata, sparsa, smarrita. Sentivo l’altro giorno, durante un’assemblea, dei colleghi e delle colleghe insegnanti lamentare la propria solitudine in quel luogo che dovrebbe essere il tempio della collegialità, la scuola. La solitudine è il sentimento dominante sui luoghi di lavoro, ogni giorno viviamo una sensazione angosciante di diversità, di scollamento dal presente, di mancata sintonia con chi ci sta vicino.

Sono in molti a sentirsi così: scoraggiati, delusi, amareggiati da un presente difficile e da un cielo sempre più gravido di nuvole scure. È in questi momenti che bisogna trovare la forza di rialzare la testa. È il momento di fare di quella diversità, di quella mancata sintonia col pensiero dominante un valore aggiunto. Di coltivarla per farla crescere, di contagiare chi ci sta vicino con i semi della solidarietà, della cooperazione, del diritto.

Unica consolazione è il fatto che Liliana Segre sarà ricordata sempre, quell’altro invece, presto o tardi scomparirà, destinato al meritato oblio dei falliti.

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Il granello di sabbia, un libro per riflettere.

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Auto recensirsi è antipatico, quindi eviterò di dare giudizi di valore sul mio nuovo libro, Il granello di sabbia, e mi limiterò a spiegare di cosa si tratta senza, mi auguro, tediare più di tanto i miei lettori.

Si parva licet componere magnis i modelli letterari sono 1984 di Geoge Orwell e Il diario dell’ancella, di Margaret Atwood, due romanzi distopici che nascono, il primo, dopo la rivoluzione russa per denunciarne la deriva autoritaria, il secondo, come manifesto del movimento dei diritti delle donne.

Questo libro nasce da lontano, precisamente da una votazione assai dibattuta in un collegio docenti, su una mozione di principio contro il razzismo, voto, lo dico a scanso di equivoci, assolutamente legittimo. I molti voti contrari a una mozione che comunque passò a maggioranza, mi diedero la netta sensazione che qualcosa si fosse incrinato nel nostro tessuto sociale, la consapevolezza che se anche in una scuola di un quartiere di periferia, ad alto tasso migratorio, si facevano dei distinguo su principii fino a poco tempo prima totalmente condivisi, significava che qualcosa stava cambiando.

Dopo un paio d’anni, il cambiamento, positivo o negativo a seconda di come uno la pensa, è sotto gli occhi di tutti.

La distopia è un genere letterario poco frequentato, perché comunque, si trova al confine tra la fantascienza, l’anticipazione e il desiderio di dipingere il presente secondo metafora, caratteristiche che si trovano mescolate nel mio romanzo.

Se il precedente era un libro politico, schierato, dichiaratamente di parte, questo aspira a essere una lettura per tutti, una riflessione che, si spera, dia modo a ogni lettore di vedere il presente da un’angolazione diversa. Insomma dovrei riuscire a evitare la messe di insulti che ho ricevuto sui social per il mio libro precedente, da gente che non l’aveva neanche letto.

E’ presente, soprattutto nella figura del protagonista, il tema della dicotomia tra ciò che vorremmo essere, ciò che siamo stati e ciò che diventiamo vivendo.  Marco Baldi è il direttore di una casa di tolleranza e, nel mondo allucinato del romanzo, un ispettore della pubblica morale. Come tutti i regimi autoritari, anche quello descritto aspira al controllo assoluto, anche sulle emozioni e sulle passioni che, in quanto incontrollabili, risultano pericolose per chi governa usando la paura, l’unica emozione lecita.

Sono fondamentali per l’economia del racconto, le figure femminili che, in un mondo maschilista dove le donne sono oggetti da comprare e vendere o da usare per la procreazione, sono, in modo diverso, resilienti e resistenti e nascono dalla mia personale convinzione che, se c’è speranza per questo paese, è riposta nelle sue donne e nei suoi ragazzi.

Il romanzo è volutamente duro, cupo e amaro perchè l’argomento merita rispetto e non può essere oggetto di ironia. Ce ne sono tracce, ma sporadiche e sempre venate di amarezza. Troppa ironia si è  spesa per stigmatizzare i primi atti di razzismo e di xenofobia, troppa se ne spende per stigmatizzare comportamenti che ormai, ci piaccia o no, sono entrati nella nostra quotidianità. Comportamenti e modi pensare che come un virus, stanno contagiando il nostro presente. L’esempio di Liliana Segre ne è la prova.

Non ho l’ambizione di trasmettere messaggi o proporre soluzioni che spettano ad altri, mi piacerebbe tutt’al più proporre spunti di riflessione sul presente, seminare in chi legge il libro il dubbio che forse, non viviamo in un mondo perfetto e nemmeno nel miglior mondo possibile. È un libro rivolto ai giovani, magari di qualche anno più grandi di quelli che vedo ogni mattina, l’ho scritto pensando a loro.

Vi invito, dunque, alla lettura e vi prego di inviarmi le vostre eventuali critiche, ringraziando in anticipo, di cuore, chiunque deciderà di dedicare una parte del proprio tempo a leggere  quello che  ho scritto.

In vendita su Amazon da questo link

 

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Un piccolo episodio di razzismo quotidiano

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Sono seduto alla Asl, attendo che passino dieci minuti dopo il vaccino per essere sicuro che non dia reazioni strane. Ci sono molti anziani seduti attorno a me, in attesa. Una signora sudamericana, con un figlio disabile, fa la spola tra due ambulatori e prende quattro biglietti per essere sicura di non perdere troppi turni. Mi spiego: se, mettiamo, la donna aveva il biglietto numero quindici ma in quel momento era nell’altro ambulatorio, al suo posto passa il sedici, ecc.

Non ruba nulla a nessuno, vuole solo vaccinare il ragazzo il più presto possibile.

Una signora la apostrofa dicendo che “così non si fa”, la signora sudamericana, gentilmente, spiega il problema, serpeggia il malumore fino a quando un altro signore dice:” Si vede che al loro paese sono abituati così”. Nonostante sia restio a discutere con persone anziane sto per intervenire ma la signora sudamericana si difende benissimo e riesce, finalmente, a vaccinare il ragazzo.

È un episodio piccolo ma significativo che mostra come il razzismo sia ormai diventato quotidiano, spontaneo, gratuito, parte integrante del comune sentire popolare. È così che si spiega il successo della impresentabile e grottesca destra nostrana: sentono lo spirito del tempo e lo interpretano come sanno, nel modo più becero possibile.

Per altro, il signore ha parlato come se dalle nostre parti fossimo tutti anglosassoni. o tedeschi, rispettosi delle file e delle regole e il nostro non fosse il paese delle mafie e dell’evasione fiscale, della corruzione alle stelle e del gattopardismo, delle furbizie e delle scorciatoie.

In quest’ ottica va inquadrato l’episodio di Verona: secondo l’imbecille che guida gli ultras, da sempre razzisti ,della squadra scaligera, Balotelli non sarebbe “del tutto italiano” per via del colore della sua pelle. E’ un’affermazione di una tale idiozia che ci sarebbe solo da ridere, invece Salvini la cavalca, paragonando Balotelli agli operai dell’Ilva e alcuni consiglieri comunali di Verona aggiungono un carico da undici minacciando di diffamare chi scopre l’acqua calda, cioè che da quelle parti esiste un razzismo abbastanza diffuso. E’ lo spirito del tempo, l’imbecillità che diventa regola, la carenza di neuroni he si trasforma in vantaggio evolutivo.

Come si combatte questa che è una vera e propria malattia sociale, un’epidemia sempre più diffusa?

Prima di tutto bisogna avere la volontà di combattere il razzismo e non mi sembra che la sempre più trasparente. insignificante, sinistra italiana abbia questa volontà, parlo di sinistra governativa, naturalmente. Troppe volte il Pd ha evitato di prendere posizione su questioni di principio, troppe volte, per non fare il gioco della destra, ha finito per favorirla e per confermare le sue tesi ( vedi Minniti e l’inesistente invasione di migranti).

Per fare politica vera ci vuole coraggio e, a meno di non confondere per coraggio l’arrogante narcisismo di Renzi, non me ne vogliano i suoi fans, io lo considero l’unico vero politico non fascista che sieda in parlamento, gli altri magari sono anche antifascisti ma non sono politici, quindi a meno di non confondere il coraggio con l’arroganza, di coraggio in parlamento non se ne vede neanche una briciola. Neanche quello necessario a rigettare con decisione gli accordi con la Libia e a cancellar ei due decreti sicurezza.

Io sono disgustato dal Pd e dalle sue varie ramificazioni, da questa non politica, dal tradimento di valori che avrebbero dovuto essere il punto di partenza e non vecchi arnesi da accantonare. Se l’alleanza con i cinque stelle era mirata a evitare la resistibilissima ascesa della destra, allora sarebbe stato necessario combatterla, la destra, sbugiardarla ogni giorno, rivelarne l’inconsistenza politica e lo squallore ideologico, sputtanarla senza sosta. Invece tutto tace e si lascia campo a Di Maio, l’uomo senza qualità che, insieme all’uomo per tutte le stagioni che guida il governo, sta mostrando i suoi limiti politici e umani.

È anche per questa apatia, per questa accettazione del razzismo quotidiano, per questo assuefarsi all’iniquità, per questa inspiegabile incapacità di reagire alla politica del nulla dei fascisti, che questo paese sta vivendo il periodo più buio della sua storia repubblicana.

Nel mio nuovo libro, Il granello di sabbia, ho immaginato un futuro in cui si è arrivati alle estreme conseguenze, si sono realizzate le tesi più estreme portate avanti da una certa politica. Comincio a pensare che invece di una distopia, potrei aver descritto un possibile futuro nemmeno troppo lontano.

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