Zerocalcare, quando la coerenza dà fastidio

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MI piacerebbe molto se da qualcuno dei miei libri un disegnatore avesse l’dea di tirare fuori una graphic novel: trovo che sia una forma d’arte molto profonda, immediata e interessante.

Zerocalcare la usa da sempre per veicolare i suoi messaggi, la sua visione della realtà mutuata dal fatto di vivere in quartiere popolare di Roma, perché Rebibbia è un quartiere, non solo il carcere, la sua idea di una politica dal basso, solidale, vera. Il tutto con una ironia acre, a volte malinconica ma mai fine a se stessa.

La notorietà acquisita con la recente, bellissima serie andata in onda su netflix gli ha attirato, naturalmente, critiche si da destra che da sinistra: di autoreferenzialità, di vittimismo, addirittura per l’uso di un romanesco comprensibilissimo, cosa che mi fa molto ridere perché, a furia di fare i cruscanti, gli intellettuali di sinistra hanno perso perso ogni contatto con la realtà.

In questa ultima fatica l’artista romano ( ma nato ad Arezzo ) parla di carceri sovaffollate, rivolte e poliziotti violenti, cancel culture e la sua applicazione italiana, privatizzazione della sanità, una guerra di cui nessuno parla in Afghanistan. Praticamente l’agenda della sinistra, se esistesse una sinistra e avesse un’agenda.

Nell’ultima serie di strisce racconta la difficoltà di essere coerente, il suo più grande difetto, quello che gli attira l’avversione della destra, raccontando come un’avventura la creazione della serie animata.

Si ride, certo, leggendolo, spesso si ride amaro e, soprattutto, si pensa. Che è molto, di questi tempi.

Sconsigliato a radical chic, intellettuali con la puzza al naso e fascisti.

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