I ragazzi non sono ignoranti e la Dad non li rovinerà

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Lavoro con i ragazzi da 21 anni e ho la presunzione di conoscerli un po’. Con il ritorno della Dad sono tornate anche le polemiche da parte di chi ritiene che si debba tornare a scuola anche a costo della vita e della salute di docenti e ragazzi, pena una futura generazione di ignoranti che vagherebbero per nostre strade.

Sulla Dad non entro nel merito perché ne ho piene le tasche: cito un collega più autorevole di me, che ha in un suo post ha detto che, in fondo, non rinunciano alle lezioni di Socrate nell’agorà e chi vuole seguire segue anche in dad, con maggiore comodità, per altro.

Sono invece stufo di questa patente d’ignoranza e maleducazione che viene costantemente affibbiata ai ragazzi sui social da parte di adulti che, di solito, non sono esattamente esempi nè di cultura nè di buone maniere.

I ragazzi non sono ignoranti, leggono poco, certo, nel paese europeo dove si legge meno si adeguano al trend degli adulti perché, evidentemente, non sono spinti a farlo nè dagli adulti nè da una scuola che uccide qualunque passione per la lettura, ammorbandola con tecnicismi ed elucubrazioni che spingerebbero chiunque ad odiarla. Ed io insegno Lettere, parlo acon cognizione di causa.

Non leggono ma osservano il mondo che li circonda con curiosità, senza pregiudizi e senza barriere, ascoltano musica che, solo per il fatto che non sia la “nostra” non significa che non veicoli messaggi anche importanti, discutono tra loro e, se adeguatamente stimolati, mostrano un invidiabile spirito critico. Sono inclusivi, aperti al mondo e a quello che offre, resilienti, capaci di grande generosità e di improvvise regressioni all’infanzia nei momenti più inaspettati.

I ragazzi hanno la loro cultura e , visto quello che da una decina d’anni sta producendo la nostra, probabilmente alla lunga si rivelerà migliore. Non dobbiamo disprezzarla perché non la comprendiamo, nè rifiutarla a priori, ma cercare di comprenderla per poter dialogare con loro.

Perché i ragazzi hanno bisogno di parlare e di essere ascoltati, un bisogno troppo spesso frustrato da un mondo adulto sempre più distante, sempre più falso, incomprensibile per loro che sono manichei nella distinzione tra bene e male, anche se poi a volte scelgono il male, ma quello fa parte della vita.

La cultura non è un titolo di studio e non te la fornisce una laurea, conosco plurilaureati di rara maleducazione e arroganza e fornai, operai, manovali gentili e disponibili, in grado di percepire il presente meglio della maggior parte dei politici.

Quando passavo le mie vacanze nel mio paese d’origine, in Sicilia, dove stanno le mie radici e che, per me, che non senza terra sotto i piedi, resterà sempre il mio personale Eden, i miei amici lavoravano già nei cantieri mentre io mi dilettavo leggendo e da loro ho imparato moltissimo, molto più che da certi professori a scuola. Ho imparato l’amicizia e la condivisione, il rispetto e la meraviglia verso il mondo che ci circonda.

Ho conosciuto tanti ragazzi in questi anni, arrabbiati, frustrati, diligenti e pigri, ma non ne ho incontrato mai uno ipocrita, categoria diffusissima tra gli adulti.

La vicepreside dei miei primi anni di scuola diceva che non esistono cattivi ragazzi, solo cattivi insegnanti. Cattivi maestri, aggiungo io, nel senso più ampio del termine, cattivi maestri che oggi abbondano.

Io credo che chi li critica a priori, invidi nei ragazzi lo sguardo limpido e la beata incoscienza che li spinge ad essere fiduciosi nel il futuro, incoscienza che non è solo poetica, se poi scendono in piazza per l’ambiente, contro il razzismo, per un mondo migliore, sotto gli sguardi di sufficienza degli adulti. ” Vogliono solo saltare scuola”, dicono quelli che stanno sempre a guardare criticando chi prova a cambiare le cose.

Credo che ai ragazzi invidino quello che sono stati, le promesse non mantenute, le aspirazioni frustrate, la libertà e la mancanza di pregiudizi. Gli invidiano quel mondo che, per i ragazzi, è ancora a portata di mano. Perché il tempo sarà sempre dalla loro parte.

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