Ci salverà la tenerezza?

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Da quest’anno lavoro con ragazzi più grandi e ho affrontato il passaggio alla scuola superiore con curiosità e un pizzico di inquietudine: non era infatti scontato che lo stile di insegnamento affinato in vent’anni di scuola media funzionasse automaticamente anche alle superiori.

A incuriosirmi era anche il rapporto con ragazzi e ragazze più grandi, non più bambini che si avviavano a entrare nell’adolescenza ma adolescenti che si avviano a diventare giovani uomini e giovani donne.

E’ stato come intraprendere un viaggio che mi ha portato a conoscere una generazione diversa da quella dei miei figli, che sono più grandi dei miei alunni, una generazione per molti aspetti incoraggiante, forse in grado di evitare i rischi per il futuro che prospetto nei miei libri.

Se dovessi scegliere un aggettivo per definirli direi che sono teneri e, dopo anni, sono finalmente riuscito a comprendere il titolo della biografia di Che Guevara scritta da, se non vado errato, Paco Ignacio Taibo: Senza perdere la tenerezza.

Sono teneri, questi ragazzi e queste ragazze, perché hanno una candida e incosciente fiducia nel futuro pur pensando al qui e ora, portano avanti, incosciamente, perché spesso gli mancano le parole, valori come la solidarietà, il rispetto dell’alterità, che sia etnica o sessuale, la curiosità e la cognizione di quello che è istintivamente giusto o sbagliato.

Alla loro età la mia generazione era già politicizzata, qualcuno di noi è rimasto sempre dalla stessa parte, i più fessi, quelli come me, altri hanno allegramente cambiato bandiera e cavalcato le onde del momento. Questi ragazzi di politica non capiscono quasi niente, è come se non li riguardasse ma se si parla di diritti civili, di razzismo, di omofobia sono sul pezzo, tirano fuori ragionamenti lucidi e sensati, sulle parole bisogna lavorarci un po’. Ma sono comunque parole più incisive e chiare di quelle della politica.

Ragazzoni alti il doppio di me, dall’aria vagamente minacciosa, ascoltano canzoni d’amore disperate e lamentose, perché hanno bisogno di autenticità, che oggi in musica si trova in chi canta di amori sfigati o di astratti furori ( vabbè dai, m’è scappato).

Ragazze dallo sguardo fermo, parlano con cognizione di causa di ambiente, condizione delle donne nel nostro paese, omosessualità, discutono animatamente e, a volte litigano, anche a distanza, e tu li guardi e pensi che vorresti avere ancora quello sguardo limpido, ti chiedi dove sia finito, chi te l’abbia rubato.

La tenerezza dei ragazzi di oggi è il desiderio di cambiare il mondo, di lanciare il grido di Whitman e sentirsi liberi di essere quello che sentono dentro, senza etichette, categorie, schemi predefiniti.

Leggono poco, molti di loro, ma di quello che leggono sanno cogliere il senso, che poi è quello che conta, parlano male, senza dubbio, scrivono anche peggio, se è per quello, ma sta a chi, come me, siede dietro una cattedra aiutarli a trovare le parole, anzi, aiutarli a trovare le “loro” parole, senza volergli imporre le nostre, che sono vecchie, sono le parole di chi ha perso.

La loro tenerezza è più forte delle nostre ideologie, dei nostri schemi ormai impolverati, delle nostre bandiere tarmate: lasciamo che fluisca libera, dandogli qualche indicazioni sulle possibili strade ma senza indicargli una via, facciamo che possano conservarla il più a lungo possibile, che possano non perderla per strada.

Perché in quegli sguardi, in quella ingenuità, in quella curiosità, in quegli sprazzi abbaglianti di consapevolezza, sta la chiave per cambiare davvero il corso delle cose.

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