Questa volta è diverso

Novembre 18, 2020 Attualità

Tra le varie nevrosi che mi appartengono c’è quella di prendere nota dei libri che leggo. Ho dei quaderni della Moleskine adatti all’uopo, che annoto con cura. A volte si tratta di brevi accenni, a volte le riflessioni sul libro appena terminato sono più lunghe e articolate.

Ieri constatavo, con una certa costernazione, che quest’anno ho terminato solo diciotto libri. Mediamente, negli anni scorsi, mi avvicinavo al doppio e il passaggio di ruolo alla scuola superiore, che comporta sicuramente un impegno maggiore rispetto a prima, non giustifica un simile calo per un lettore compulsivo come il sottoscritto.

Facendo una statistica, come vi ho detto le nevrosi sono varie, ho constatato come questo secondo lockdown incida sulle letture molto più del primo. Leggo meno, spesso per non fare nulla se non restare seduto a riflettere.

La verità è che questo secondo blocco (parziale) della nostra vita quotidiana è diverso, più pesante, meno tollerabile del primo.

C’è la consapevolezza di quello che si sarebbe potuto e dovuto fare e non si è fatto, nonostante i segnali fossero forti e chiari. Consapevolezza che non si trasforma in rabbia e sdegno, come sarebbe normale, anche doveroso, forse, ma in una sorta di acquiescenza, un’apatia morale che ci costringe a un’attesa passiva, tutti Drogo nel deserto dei tartari, tutti ad aspettare Godot.

Certo, c’è anche la paura di un nemico che credevamo sconfitto ed è tornato beffardo, velenoso e più forte di prima a insidiare le nostre sicurezze.

Temo di essermi in qualche modo abituato a gestire il pericolo latente e a sopportare una gestione della politica e della salute dilettantesca, cinica, opportunista e, sospetto, a volte spietata. Temo di non riuscire più a instillare il dubbio nei ragazzi che mi trovo ogni mattina davanto allo schermo del computer, quel dubbio necessario per sviluppare un pensiero critico e divergente, necessario perché un domani le cose possano cambiare. Perché il compito della scuola è instillare dubbi.

Avere troppi è come non averne e, come ho già scritto, in questo tempo dubito di tutto.

Poi la rabbia viene fuori, perché antica e sedimentata da tradimenti e delusioni, viene fuori tra le righe del nuovo libro che sto completando e che, quando lo rileggo, aumenta la mia inquietudine per il sospetto divedere lontano, invece di inventare, viene fuori nel mio rifiutarmi di guardare la televisione, se non per quel che serve: evadere guardando un film o un telefilm, per conciliare sonni tranquilli; viene fuori, a volte, molto meno di prima, da questo spazio privato e pubblico a un tempo, che mi è diventato necessario.

Io credo che la gente sia terrorizzata dalla solitudine, dal mettersi davanti a uno specchio e vedersi per come si è e non per come ci si costruisce ogni giorno indossando le maschere più adatte e credo, temo, che non sappia più pensare all’altro nei termini di reciprocità, solidarietà, comunanza. Una contraddizione in termini devastante.

La nostra è una società perennemente tesa a esorcizzare la morte, illusa di vivere un’eterna giovinezza e incapace di accettare lo scorrere del tempo per quello che è.

La politica, la pubblicità, i media non hanno fatto, per anni, che amplificare questa idea, deplorare la vecchiaia e ignorarla, quasi che trucchi e medicine potessero ingannare la natura.

Il risultato è la totale incapacità di essere lucidi, di ammettere che la realtà non è quella che credevamo fosse fino ieri, di accettare il fatto che dovremmo cercare conforto l’uno con l’altro invece di schierarci in inutili fazioni e combattere una guerra che alla fine avrà solo vinti, da qualunque parte dello schieramento vi poniate.

Stiamo tutti sprecando parole in questo periodo, svilendole, privandole del loro peso, della loro sostanza. Le parole sono importanti, ci definiscono, quelle che usiamo nel quotidiano e quelle che usiamo rapportandoci con l’altro dicono di noi più di quanto ci faccia piacere credere.

Questa progressiva perdita di significato, questa semplificazione eccessiva del linguaggio è tipica dei momenti di crisi e, quando in passato si è verificata, non ha mai portato nulla di buono. Il libro di Klemperer che suggerisco in fondo a questo post lo spiega con dovizia di particolari e con la lucidità del sopravvissuto all’orrore.

Tenterò di leggere di più, per recuperare quello che non ho letto in questi mesi e trovare frammenti di risposte e piccole verità che sempre si annidano nelle pagine dei libri. In fondo, c’è poco altro da fare se non cercare una nuova normalità in attesa che torni quella vecchia,

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