Dov’è finito il furore?

Novembre 17, 2020 Cultura, Razzismo

Ho già provato un paio di volte a riprendere in mano Furore, di Steinbeck, uno dei libri feticcio della mia adolescenza. Non ci sono riuscito.

Amo le riletture, specie a distanza di anni, spesso diventano scoperte di aspetti di un libro che, causa la giovinezza o semplicemente il momento della vita, erano stati trascurati o ignorati; eppure non riesco a rileggere Steinbeck.

Mi sono chiesto se non fosse per il ritmo lento, ormai fuori moda, della narrazione, se anch’io non sia preda di quel bisogno di consumare in fretta ogni cosa, anche le pagine scritte e senta il bisogno di tempi narrativi più veloci, incalzanti, stringenti, da scorrere in fretta e poi dimenticare, se nella lettura non cerchi più nuove prospettive, pensieri profondi, frasi che ti sferzano come un rasoiata ma solo fuga dalla realtà quotidiana..

O forse, semplicemente, sono cambiate le mie idee, il mio modo di vedere il mondo e sono diventato cinico e disincantato di fronte all’idealismo un po’ ingenuo di Steinbeck.

Poi ho capito. Il problema è che quell’America descritta nel libro, crudele, disumana,spietata, la lotta tra poveri, il razzismo dilagante, quell’America che il sangue di tanti militanti, le lotte per i diritti civili, le cartoline precetto per il Vietnam bruciate, il Watergate, aveano cambiato senza più la possibilità di tornare indietro, o almeno così credevamo, è tornata.

Anzi, quell’Amerika, non è mai andata via, come sta a testimoniare l’ascesa alla presidenza di un individuo volgare, sconcio, narcisista e senza scrupoli, una parodia del peggio che il paese è riuscita a dare negli ultimi sessant’anni.

Steinbeck, Sherwood Anderson, la beat generation, Ginsberg, Gregory Corso, Burroughs, Dylan e poi Faulkner, Hemingway, Auster, De Lillo, non sono serviti a niente. Mettere a nudo il malessere di una nazione, analizzarne in modo spietato le contraddizioni per provare a risolverle, interrogarsi sulle proprie colpe e su quelle dei padri, è stato inutile.

L’America di oggi, se quell’uomo avesse rivinto le elezioni, probabilmente sarebbe diventata neo segregazionista, l’America di oggi è quella che abbiamo contestato dopo Allende, che abbiamo odiato per quello che ha fatto in Salvador, in Argentina, in Brasile, ovunque siano arrivati i suoi tentacoli, è un incubo che credevamo di non fare più, un assurdo ritorno al passato.

L’America di oggi è un paese diviso con mai, senza idee, senza un movimento studentesco in grado di incendiare di nuovo le coscienze, un paese deliberatamente fatto a pezzi dalla pandemia, in nome dell’unica divinità che abbia mai, veramente, adorato: il profitto, un paese per metà disposto a consegnarsi ciecamente nelle mani di uno psicopatico.

Ecco perché non riesco a leggere Steinbeck: quest’America che non è riuscita a capitalizzare quanto di buono aveva al suo interno, quest’America di nuovo pronta a dare le colpe dei suoi fallimenti all’altro, non importa se sia cinese, nero o messicano, il colore è un optional, quest’America senza furore e senza passioni ma traboccante di rabbia e frustrazione, senza freni nella sua dilagante disumanità e ipocrisia, mi ricorda troppo l’Italia.

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