Appunti per una ecologia delle parole

Agosto 9, 2020 Attualità, Omofobia, Razzismo

Nell’immagine ci sono due marmotte che giocano, forse flirtano, forse fanno l’amore. Nessuno si chiede se appartengano allo stesso sesso o allo stesso ceppo etnico, da dove provengano, quale sia il cuore del manto: tutti, quando vedono una scena del genere, restano a guardare inteneriti, perché è la natura che ci mostra il suo spettacolo.

Purtroppo lo stesso non accade con gli esseri umani, che sono dotati della capacità di astrarre e della parola, facoltà che li allontanano dallo stato di natura.

Credo che si debba cominciare, tutti, a misurare le parole, a reinserirle nel loro giusto contesto, fermo restando il fatto che la lingua è convenzione e, come tale, soggetta variazioni, che però non sono mai arbitrarie.

Così dire che i vaccini fanno aumentare i casi di omosessualità non è solo una enorme e miserabile idiozia ma è anche un modo erroneo di usare le parole.. L’omosessualità non è una malattia, una sindrome, una qualche forma di manifestazione esoterica e non contempla casi, un omosessuale o una lesbica non sono casi, ma stati naturali. Usare il termine casi stigmatizza l’omosessualità come uno stato patologica, definisce una diversità, crea una barriera.

Una parola sbagliata cambia il paradigma, apre a interpretazioni non solo fantasiose ma, spesso, anche assai pericolose. Lo sanno bene i dittatori.

Così immigrazionista, orrido neologismo subito abbracciato da quella che considero la peggiore stampa europea, la nostra, non è solo un brutto termine ma, ad una analisi più profonda, lascia spazio a considerazioni inquietanti.

Il buonista, altro orrendo neologismo, era comunque un essere umano, probabilmente ingenuo, per alcuni degno di disprezzo proprio per questo suo eccesso di umanità.

L’immigrazionista esprime tutta l’avversione della destra per la cultura e chi la possiede: etimologicamente, immigrazionista è un esperto o uno studioso delle migrazioni. Nella vulgata neofascista, direi nella migliore tradizione nazifascista, chi ha letto Klemperer sa a cosa mi riferisco, il termine viene completamente stravolto e l’immigrazionista diventa un fautore dell’immigrazione, magari anche colto e intellettuale, probabilmente radical chic, mosso da motivazioni oscure ma certo minacciose dello status quo.

Le parole contano, le parole sono importanti, sono il filo che ci collega l’uno all’altro e collega tutti noi alla storia. Le parole, a volte, cambiano la storia.

Definire un bacio tra due donne immorale è, oltre che bigotto e offensivo, del tutto fuori luogo, perché non esiste articolo del codice penale che impedisca a due donne, a due uomini, o a un uomo e una donna di baciarsi, a meno che non si trovino in un luogo di culto e la religione è qualcosa di intimo e personale, oltre che non universale, esattamente come le tendenze sessuali, quindi non può e non deve misurare universalmente il bene e il male.

Le parole etichettano, delimitano, stabiliscono distanze, definiscono diversità vere o presunte, creano muri.

Soprattutto, le parole de-umanizzano. I migranti sono ormai una categoria a parte, sono pochissimi quelli, all’opposizione o al governo, che si ricordano che si parla di esseri umani. Se poi parliamo di fantasiose invasioni o facciamo generalizzazioni del tutto arbitrarie e prive di fondamento ( i neri non sono abituati a lavorare, mangiano i cani, stuprano le donne, ecc.), il gioco è fatto. I migranti sono altro da noi così come il mondo LGBT, razze aliene, minacciose, pericoli che minacciano il mondo pulito, ordinato e regolato delle brave persone, o meglio, quello figlio della loro fantasia e delle loro frustrazioni. Altro da noi sono anche gli ebrei, i musulmani e tutti quelli che non vengono mai definiti come uomini e donne, esseri umani, che sanguinano come noi se feriti, piangono come noi se addolorati, ecc. ma privati della loro umanità grazie a un’etichetta e considerati massa informe priva di singolarità. I fascisti sanno che per sentirsi superiori hanno bisogno di qualcuno che sia inferiore, così lo creano. Chomsky e Girard hanno scritto in abbondanza su questo.

Lo stesso fenomeno si verifica dall’altra parte della barricata, dove il nemico è un sovranista, un omofobo, un razzista, categorie generali, che omettono anche in questo caso l’umanità, il singolo, che anzi, rappresentano una diminutio di umanità allo stesso modo in cui buonista rappresentava un eccesso della stessa.

Etichettando non si comprende e, se non si comprende, la battaglia è persa in partenza. Diceva Gunther Anders che la morte di milioni di persone non ci tocca ma se ne conosciamo due, tre, di nome, se conosciamo le loro storie, se li ri-conosciamo come esseri umani, ecco che l’enormità di una tragedia ci assale.

Vale per l’olocausto quotidiano dei migranti, vale per gli omosessuali scherniti, perseguitati e malmenati per le strade delle nostre città, vale per le donne uccise quotidianamente.

Dobbiamo tornare ad attivare meccanismi di ri-conoscimento.

Dobbiamo tornare a raccontare le storie degli ultimi, dei migranti, dei ragazzi e delle ragazze pestati e dileggiati per strada perché amano in modo diverso, delle donne malmenate e spesso uccise da chi dovrebbe proteggerle. Dobbiamo raccontare queste storie tornando a usare le parole giuste, scegliendole con cura, evitando morbosità e pietismi: i nudi fatti raccontati in modo corretto valgono più di tanti appelli ed espressioni di sdegno, i nomi, le vite, valgono più della retorica.

È necessaria, sarebbe necessaria, una ecologia delle parole, soprattutto da parte di chi con le parole ci vive, intellettuali e giornalisti in primis e di chi le parole le insegna. Non è più tempo di riservare ai libri la lingua pulita e sfrondata dalle volgarità, bisogna tornare a parlare in modo corretto, soppesando anche le virgole, perché come nei silenzi sta la musica, così nelle pause sta spesso il senso di un discorso.

È un paese sporco il nostro, in tutti i sensi, un paese che è scivolato in una notte buia di cui non si vede la fine, un paese che ha perso i propri valori, le proprie radici, le parole che lo hanno fondato.

Se vogliamo rivedere l’alba e non scivolare in un incubo ancora peggiore, è necessario tornare a usare le parole in modo adeguato, ritrovare il loro significato più profondo e uscire dalla logica dello slogan che ormai è diventata trasversale. Parole nuove significano idee nuove e idee nuove tracciano strade nuove.

Le parole usate correttamente contengono dentro grandi verità: omofobo, letteralmente, è chi ha paura di sé stesso, di chi è uguale lui.

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