Le conversioni parallele

Nel 1990 Alexander Langer, un profeta e un uomo politico per cui vita e impegno coincidevano, scriveva che se il mondo vuole avere una possibilità di salvezza sono necessarie due conversioni: una, che dipende da ognuno di noi, è quella ecologica, l’altra, che dipende anche dalla politica, è quella sociale, di apertura verso l’altro, condivisione di spazi e risorse, uguaglianza.

La conversione ecologica è il passaggio dalla filosofia dello spreco, della corsa ad avere sempre di più, all’accontentarsi del necessario, al rendersi conto che siamo andati troppo oltre, che la vita non è una gara. Dobbiamo convertirci alla consapevolezza di aver esagerato.

È una strada che in tempi recenti ha indicato Greta, coinvolgendo milioni di giovani nel mondo e sensibilizzandoli su problemi reali con toni che sono ben lontani dall’essere allarmistici e che rischiano, a loro volta, di essere profetici.

Ogni cosa che usiamo quotidianamente, dai nostri computer, allo smartphone, alla televisione, per non parlare delle automobili, consuma energia ed è costruita spesso con risorse non rinnovabili.

Pochi di voi forse sanno che, a parte gli idrocarburi aromatici, cancerogeni, l’altra fonte di inquinamento delle auto sono le pastiglie dei freni, che generano polveri sottili nell’aria, polveri che a loro volta aumentano l’effetto serra e sono concausa di disturbi respiratori, già in aumento prima dell’emergenza covid.

Pochi sanno che le pile dei nostri cellulari sono al litio, minerale raro e in esaurimento, la cui estrazione comporta un immane spreco di acqua, risorsa sempre meno disponibile nei prossimi anni, quando buona parte dell’Asia vedrà le proprie risorse idriche esaurirsi.

Pochi sanno…potrei continuare a lungo ad elencare fonti di inquinamento ambientale insospettate che avvelenano il pianeta e noi stessi, che spesso, come il Coltan, raro e necessario per far funzionare i nostri smartphone, sono causa di guerre e conflitti nei paesi africani di cui nessuno parla ma le cui conseguenze vediamo ogni giorno sbarcare sulle nostre coste. Lo farò, nei prossimi articoli.

Perché nessuno dice che l’immigrazione è conseguenza, oltre che di guerre e fame, del riscaldamento globale e dell’agricoltura intensiva, che ha desertificato una parte dell’Africa grande quanto la Spagna e costretto intere popolazioni a migrare?

Perché sarebbe come affermare che le migrazioni sono il frutto del nostro sistema di vita, basato sull’eccesso, sull’inutile, sul consumo eccessivo di risorse naturali altrui, su una globalizzazione sempre più spietata e snaturata, su centri commerciali giganteschi dove puoi trovare qualunque frutto in ogni stagione senza chiederti come mai e se sia naturale.

Perché sarebbe come affermare che dobbiamo cominciare a pensare non più in termini di sostenibilità, perché ormai non basta, ma in termini di cambiamento di stile di vita. Dobbiamo cominciare a limitare la circolazione delle auto, a rendere obbligatoria e controllare la raccolta differenziata, a limitare per quanto possibile l’uso della plastica, a stare lontani dai brand, le grandi griffe, che delocalizzano le loro produzioni nei paesi più poveri sfruttando in maniera vergognosa il lavoro, dobbiamo cominciare a comprare smartphone prodotti con materiali riciclabili, a renderci conto, insomma, che l’ecologia del pianeta non può essere regolata dalla politica, che se ne disinteressa ampiamente, ma è un dovere per ciascuno di noi.

Politici e sindacati devono rendersi conto che il lavoro a ogni costo non può essere una priorità, la priorità dev’essere la qualità del lavoro, sviluppo e crescita non può e non deve più significare solo grandi opere, colate di cemento che indeboliscono il suolo e l’ambiente in generale: bisogna restaurare, ristrutturare, migliorare, abbellire quello che esiste prima di costruire cattedrali nel deserto inutili. Non è più ammissibile il ricatto lavoro verso salute e deve capirlo l’ultimo operaio e il dirigente più in alto.

La conversione sociale, in questo periodo, al di là di considerazioni politiche che non intendo più fare, (i fatti di questi ultimi giorni mi danno ragione: sono tutti uguali), apparare un’utopia irraggiungibile, un sogno. Sognare un mondo di persone che si incontrano, immaginare di innalzare ponti al tempo dei muri, è da folli ma è una follia necessaria se vogliamo lasciare ai nostri figli un mondo migliore e non costringerli a vagare in una terra desolata.

Non ci sono alternative a queste due conversioni, non ci sono altre politiche sociali accettabili, non ci sono altre strade: questa è la terza via e comporta una analisi critica degli errori commessi e una visione lucida su come attuare il cambiamento.

Il primo passo è informarsi, perché l’ignoranza su certi temi, al tempo della Rete, è colpevole e l’ignoranza dilaga ormai in tutto il mondo, favorendo il sistema dello sfruttamento, della divisione, della disuguaglianza, sistema di cui tutti, ci piaccia o no, siamo complici. L’ignoranza è un’arma potente a disposizione del potere.

Il secondo passo è comprendere che il motore del mondo non è l’economia, l’economia è una costruzione sociale fittizia, esattamente come lo Stato, le leggi, ecc., non esiste in natura, è stata creata dall’uomo e come tale, può essere cambiata. L’economia è un mito moderno. È bastato il lockdown per farci abbandonare i centri commerciali e riscoprire il negozio sotto casa.

Quella che non può essere cambiata è la Natura e ci stiamo accorgendo, tra riscaldamento globale e Covid, tra carestie, incendi, nubifragi, ghiacci che si sciolgono, che la Natura ha armi a sufficienza per reagire e ricominciare da zero, se necessario, senza di noi. Riparleremo anche di questo.

Il terzo passo è la consapevolezza che una rivoluzione sociale è sempre una rivoluzione culturale, che bisogna distruggere gli schemi che ci hanno accompagnato per decenni e crearne di nuovi, che non bisogna guardare con sufficienza ai ragazzi che chiedono un mondo migliore ma ascoltarli, perché vedono più lontano di noi.

Oppure possiamo continuare a correre verso il precipizio, che ormai è sempre più in vista, chiusi nelle nostre ideologie, convinti delle nostre ragioni, ostinatamente coerenti e incapaci di cambiare il nostro angolo di visuale, di corsa verso il suicidio di massa, come i lemmings.

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