Andiamo avanti senza vedere

Maggio 16, 2020 Coronavirus
Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

In Cecità, uno dei tanti capolavori di quello straordinario scrittore che è stato Josè Saramago, un’epidemia colpisce una grande città e la gente diventa improvvisamente cieca, tranne una donna. Uno dei messaggi di quel libro è che per vedere realmente chi siamo e cosa conta nella vita, a volte, è necessario perdere qualcosa di importante.

La pandemia ci ha tolto molte cose importanti: la sicurezza, la libertà di muoverci come crediamo, la libertà di interagire con gli altri come vogliamo, la libertà di protestare, ecc.

Eppure, a giudicare dal mondo dei social, che oggi è lo specchio più fedele della realtà sempre più virtuale in cui siamo immersi, alla maggior parte delle persone più che il diritto di manifestare, di aggregarsi per progettare un futuro migliore, di abbracciarsi, manca l’estetista, i centri commerciali, la possibilità di riempire le spiagge schiacciandosi l’uno all’altro come sardine in scatola, le discoteche, ecc.

A molti, ovviamente, mancano i soldi necessari per arrivare a fine mese, altri fanno i furbi ricevendo soldi che non gli spettano e le conseguenze della crisi che verrà saranno pesanti e a lungo termine. Forse dovremmo cominciare a chiederci perché, saranno pesanti e a lungo termine.

Nessuno tra gli autorevoli commentatori dei giornali, autorevoli si fa per dire, si sogna di insinuare il dubbio che forse il sistema in cui viviamo quello liberal capitalista, dominato dal liberismo, è arrivato al capolinea.

Nessuno, evidentemente, nutre il dubbio che una società che antepone il consumo alla vita umana, non può garantire nessuna forma di libertà e di diritto, ed è sempre pronta a limitare la prima ed eliminare il secondo nell’eventualità che mettano in pericolo la propria esistenza.

Parlando ieri con i miei ragazzi, durante una lezione online, dicevo che viviamo in un mondo dove la vita umana ormai è merce di scambio, dove persino la salute, uno dei diritti fondamentali dell’individuo, ormai viene in secondo piano rispetto alla ripresa economica.

La lezione era sulla crisi del novecento, tra le due guerre, quando tutte le certezze sono venute a crollare e il valore della vita dell’individuo, che le conquiste della rivoluzione francese avevano messo in primo piano, cominciava a retrocedere in classifica.

Purtroppo, la crisi che stiamo vivendo oggi, altrettanto drammatica, non sembra produrre una schiera di straordinari artisti e intellettuali che indichino la strada da prendere come accadde allora.

Facevo un esempio banale, quello dei calciatori: se il campionato riprenderà sarà la prova che i giocatori, in quanto esseri umani, valgono meno dei giocatori in quanto oggetti che procurano profitto.

Ho detto prima che molta gente non sa come arrivare a fine mese per mangiare: credo che il primo pensiero della politica debbano essere loro, senza raccontarci l’ipocrita favola secondo cui far ripartire i consumi sarà di giovamento a tutti, perché è evidente, visto quello che sta accadendo in questi giorni che non è vero: chi non consuma, non conta nulla, gli anziani sono consumatori irrilevanti e dunque, nel calcolo cinico della politica, si può rischiare di sacrificarne ancora qualcuno pur di tornare alla condizione di prima.

Il problema è che il problema è esattamente la condizione di prima, il problema è tornare a una normalità inquinata, velenosa, iniqua e priva di qualunque valore etico e morale.

Nonostante l’epidemia abbia colpito le nostre città, nonostante la realtà sia sotto gli occhi di tutti, continuiamo ad andare avanti senza vedere.

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