Guerra per sempre, di Dexter Filkins, recensione di un classico

Febbraio 17, 2020 Cronaca, Recensioni Libri

Come tutti i classici, sebbene inserito in un determinato momento storico, quello delle guerre in Afghanistan e Iraq dopo l’11 Settembre, questo libro parla agli uomini di ogni tempo, denunciando l’orrore e l’insensatezza di ogni guerra.

Dexter Filkins è stato corrispondente del New York Times sul campo, questi sono i suoi taccuini. Il suo stile, tipicamente anglosassone, è essenziale, rapido e incisivo.

Non troverete nessuna giustificazione della guerra in questo libro, né una manichea divisione tra buoni e cattivi: solo la descrizione di una progressiva assuefazione all’orrore, l’azzeramento dell’umanità, la rottura dei vincoli sociali e dell’irrealtà quotidiana create da ogni guerra, in qualsiasi luogo del pianeta.

La foto di copertina, un’immagine della guerra in Vietnam, apparentemente incongruente, è in realtà molto significativa: non è cambiato niente, sembra dirci Filkins, tutto è assurdo, violento, disumano, orribile, oggi come ieri.

La guerra è un alterazione della natura, una rottura drammatica dell’equilibrio precario in cui tutti viviamo. Filkins è freddo e analitico, nelle sue osservazioni, ma tra le righe si legge la pietas, lo sgomento di chi sta assistendo all’azzeramento di ogni sicurezza, allo sterminio immotivato e indiscriminato di altri esseri umani.

Il libro offre anche uno squarcio della vita di un corrispondente di guerra, mestiere pericoloso ma necessario, per cercare di arrivare a una parziale verità dei fatti. Coraggiosi fino all’incoscienza i corrispondenti di guerra pagano, ogni anno, un prezzo alto in vite umane e nobilitano una professione che, specie nel nostro paese, sembra aver perso ogni dignità.

Notazioni atroci, come “la cosa più assurda era che la testa degli attentatori suicidi rimaneva intatta” o la descrizione dei bambini afghani che giocano felici nei campi minati, ci riportano alle scene più agghiaccianti di Apocalypes now, a quella dimensione disumana in cui ogni guerra riduce le vittime e i carnefici.

Non mancano squarci surreali: un pranzo abbondante con un informatore convinto che il giornalista non conosco l’arabo e quindi fa battute su di lui con un altro commensale o le donne in burqa e scarpe firmate che aspettano in aeroporto.

Viene messo in evidenza lo stupore dei soldati americani, che non riescono a comprendere che la pretesa di portare la libertà uccidendo e devastando si risolve nel sostituire un regime oppressivo con un altro e nel creare nuovi aspiranti martiri.

Un libro che è un pugno nello stomaco e che riporta la nostra attenzione, in un momento in cui il nostro paese sembra vivere una realtà parallela, fatta di polemiche, volgarità e inutili litigi, alle tante guerre ancora in corso che ci riguardano da vicino, alle tante vittime innocenti che, ogni giorno, perdono la vita nell’indifferenza di tutti.

Queste pagine, resoconto di nove anni vissuti in prima linea, sono forse una delle denunce più pacate, ferme e lucide dell’inutilità della guerra, di ogni guerra. Un classico, appunto.

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