– Il certificato di purezza razziale, prego.

Il Granello di sabbia comincia con queste parole. Parole che, oggi, man mano che gli eventi si susseguono, non appaiono più distopiche, ambientate in un mondo parallelo, ma pericolosamente vicine.

Il Foglio non è il peggiore dei giornali di destra eppure ha pubblicato quella che, a tutti gli effetti, è un’apologia di Joseph Mengele, sadico torturatore di bambini ad Auschwitz, vigliacco e squallido opportunista, medico fallito che trovò nel Reich un ambiente adatto a sfogare la propria psicopatia.

Non leggerò la biografia a cui si riferisce l’articolo, non ho bisogno di leggere testi revisionisti: su Mengele esiste un grande libro di Oliver Guez, La scomparsa di Joseph Mengele, un mare di testimonianze e una documentazione ricca e attendibile.

È un brutto segnale la comparsa di articoli revisionisti, che pretendono di far passare un mostro per uno scienziato, come è un brutto segnale il raid dei neofascisti che hanno attaccato, a Brescia, volantini contro i negozi cinesi. Un fatto che richiama alla memoria le prime incursioni dei nazisti contro gli ebrei.

Un altro brutto episodio è la lezione della professoressa di Firenze che ha accusato Liliana Segre di volersi far pubblicità con l’Olocausto, suscitando le ire di ragazzi e genitori.

Per non parlare degli illeggibili fondi di Vittorio Feltri, che andrebbe espulso dall’ordine dei giornalisti definitivamente, perché, una volta per tutte, ci si possa liberare del suo fascismo greve e mostruoso.

In Razzismo e indifferenza, un libro piccolo e agile ma denso, ricco di spunti di riflessione, con una prefazione alla prima edizione del mai troppo rimpianto Don Gallo, Renato Curcio, sì, esatto, lui, che ha pagato il suo prezzo con la giustizia e da anni fa quello che sa fare meglio, l’attento osservatore della realtà e delle dinamiche della società nel nostro paese, traccia a sommi capi la storia del razzismo nel nostro paese, mostrando come parta da lontano, come ci abbia accompagnato dalla nascita della repubblica ai giorni nostri, come ad esempio, la logica concentrazionaria, che oggi viene applicata agli immigrati, nell’indiffferenza generale, abbia fatto parte dell’agire politico in tempi remoti.

Logica concentrazionaria che, di per sé, comprende il concetto di diversità, di una alterata che va controllata e messa in condizione di non nuocere ai normali. Ci vuole un attimo per arrivare alla difesa della razza.

Ormai, quotidianamente, accettiamo l’inaccettabile, non chiediamo neanche più che le forze dell’ordine individuino e mettano in condizione di non nuocere i balordi dei raid di Brescia, che Feltri venga zittito perché ogni sua parola è un insulto, che il servizio pubblico venga depurato da personaggi che portano avanti tesi chiaramente anticostituzionali, ecc.ecc.

Questa indifferenza, questo sdegnarsi un istante e poi continuare ad andare avanti come se niente fosse, è legata anche alla velocità con cui i media divorano le notizie, senza approfondire, senza andare al fondo delle cose, senza riuscire a superare gli spazi angusti della polemica di parte, della difesa del proprio orticello, all’assenza totale di etica professionale di troppi giornalisti.

Siamo davvero sicuri che il razzismo sia esclusivo monopolio della destra? Non si nasconde forse, tra i distinguo di certi politici di sinistra, che enunciano la possibilità che, tutto sommato, la Lega dica cose giuste nel modo sbagliato? Non è sottinteso nella mancata abrogazione dei decreti sicurezza, razzisti e liberticidi? Non si intravvede nella fiacchezza con cui viene tirato fuori e poi rimesso in soffitta lo ius soli? Non è razzista tenere su una nave dei migranti e poi farli sbarcare a elezioni avvenute, per timore che liberarli prima potesse influire sul risultato?

Il razzismo non si nasconde forse, nella sinistra dura e pura, una razza anch’essa, costantemente alla ricerca del nemico come la sua controparte e come la sua controparte, manichea?

Non si nasconde nella difesa acritica del leader, di cui ho parlato ieri, leader che definisce un’appartenenza, cioè un’altro tipo di razza, appartenenza a cui ci si aggrappa acriticamente, sperando di essere traghettati fuori dall’incertezza della contemporaneità e, nel frattempo, stilando l’elenco dei buoni e dei cattivi?

Gli episodi più virulenti di razzismo, la sinofobia quasi grottesca di questi giorni, sono solo la punta dell’iceberg di una società che, nel mondo globalizzato, va paradossalmente rinchiudendosi in spazi angusti per la paura di confrontarsi con l’Altro.

Ecco allora l’untore, descritto magistralmente da Manzoni, meglio se un untore dai tratti somatici diversi dai nostri, appartenente a un cultura poco comprensibile e distante dalla nostra. Ecco allora l’antisemitismo, che viene sempre bene, o l’anti islamismo, che viene ancora meglio, perché gli ebrei sono in mezzo a noi e sono noi, indistinguibili nei loro tratti somatici, mentre i mussulmani, bene o male, riusciamo a individuarli. Ecco l’odio per i rom, che sono cristiani, per la maggior parte integrati, ma per i fomentatori di odio contano solo quelle poche migliaia di nomadi presenti nel nostro paese, responsabili di tutti i mali dei quartieri in cui risiedono.

Davanti a questo sfacelo, a questa diminutio di civiltà, a questo deficit di valori etici, civili e morali, restiamo tutti, troppo spesso, più o meno inerti, limitandoci a scuotere la testa amareggiati o ad andare in piazza a cantare Bella ciao, che viene sempre bene.

Inutile giocare con i rimandi storici perché la Storia cambia, muta, diviene altro da sé, anche se si ripresenta in modi simili ma mai uguali, tuttavia ritengo che la pericolosa acquiescenza all’infamia che ormai sta diventando quotidiana, ci stia conducendo su una china pericolosa.

Se il punto d’arrivo sarà il certificato di purezza razziale, come ho paventato nel mio libro, o un paese diverso e senza razze di ogni sorta, come auspico, non si può ancora dire.

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