Archivia Dicembre 2019

Un paese d’argilla con uomini d’argilla

Mi chiedo sempre più spesso, ogni volta che entro in classe, quale sia il senso del mio lavoro oggi, per quale paese io e i miei colleghi stiamo preparando i nostri ragazzi, quali valori trasmettiamo, ammesso che riusciamo ancora a trasmettere qualcosa.

Il nostro è un paese d’argilla, pronto a crollare a ogni soffio di vento, edificato sul nulla in nome dell’avidità e del profitto e non mi riferisco solo alle infrastrutture devastate.

Un paese di furbi, dove chi ruba alla comunità ha sempre una giustificazione, dove, come ai tempo di Manzoni, i don Abbondio abbondano, scusate il gioco di parole, ma di eroi non se ne vedono.

Un paese d’argilla governato da uomini d’argilla, che non diventano Golem, gli implacabili giustizieri della tradizione ebraica, ma si frantumano al primo alito di vento per rimodellarsi a seconda dell’umore della gente. La nostra è una politica ridotta a rissa di cortile, priva di idee, priva di una visione che non sia il mantenimento del potere fine a sè stesso, la tutela di uno status quo che favorisca l’interesse di pochi a scapito di quello di molti.

D’argilla sono anche i giornalisti, asserviti a logiche di potere, creatori di mostri, distruttori di miti, falsi gli uni e gli altri,  cassa di risonanza delle paure della gente. L’originaria mission di mordere alle calcagna il potere si è trasformata nel suo opposto, da cani da guardia a barboncini da diporto.

Un paese d’argilla non può che desiderare l’uomo forte, qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità perché ci sollevi dall’ingrato compito di rimboccarci le maniche dopo esserci guardati allo specchio. Meglio non vedere l’immagine riflessa, meglio sfogare le proprie frustrazioni e la propria incapacità di relazionarsi col mondo dietro una tastiera, gloriandosi di un potere da miserabili, quello di lanciare il sasso e ritirare la mano, abitudine di molti Masanielli di questi tempi. Meglio dare la colpa agli altri, anzi, all’Altro, nero, ebreo, lesbica, tossico o barbone che sia, non importa, basta che faccia da parafulmine alla rabbia, che permetta quelle esplosioni di violenza tollerata necessarie per ritrovare la calma.

L’odio che si respira per le strade, sugli autobus, in treno, è diventato tangibile e non basta, ormai, riempire le piazze, seppure animati da nobili propositi, per contrastarlo. Bisogna partire da lontano, tornare a tessere quel filo sempre troppo esile che univa un tempo il paese che, non va dimenticato, era il paese dei terroni, dei non si affitta ai meridionali, il razzismo stolido e aggressivo da queste parti è sempre stato di casa.

Ma è stato, questo, anche il paese dei don Camillo e dei Peppone, quello dove ci si riconosceva nella diversità e due strade parallele finivano per incrociarsi di fronte a valori che sembravano incrollabili e comuni: la famiglia, la solidarietà, l’unione nel momento del bisogno, la cooperazione. Ma a pensarci bene, unito, lo è stato solo nei libri di Guareschi.

Ma qualcosa è rimasto, in questo paese, qualcosa che neanche il politico più squallido può portarci via: la bellezza. Non la bellezza decadente e mortuaria di Visconti e Sorrentino, ma quella viva, pulsante e luminosa di Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, delle città d’arte con i loro palazzi e le loro strade intrise di storia, di Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Leopardi, del monologo di Ruzante recitato da Dario Fo e degli apologhi sulla mafia di Sciascia, della lirica denuncia di ogni guerra di Vittorini e della constatazione del male di vivere di Montale.

Dicono che i ragazzi sono vuoti, forse è vero ma accadeperché hanno il vuoto attorno e non sanno riconoscere la bellezza però adeguatamente guidati, possono imparare ad apprezzarla e a ricercarla. Nelle famiglie operaie, quando ero giovane, c’erano sempre i soldi per un libro, oggi ci sono sempre i soldi per un nuovo cellulare, è una differenza che spiega molte cose per chi sa andare oltre l’apparenza.

Forse il compito che ancora resta alla Scuola è un compito fondamentale se si vuole ricostruire le fondamenta etiche di questo paese: educare alla bellezza, a riconoscere quelle schegge luminose di genio e poesia, insegnare a coltivare i propri talenti, cercando la propria strada quale che essa sia, senza mai scendere a compromessi sui propri principi, senza vendersi al miglior offerente, ragionando con la propria testa, inseguendo la propria visione, senza mai seguire la massa. magari, ma è utopia, rinunciare al nuovo cellulare per comprarsi libri di poesia.

Mi rendo conto che tutto questo, da anni, è ciò che le politiche scolastiche hanno cercato ostinatamente di combattere, nel folle tentativo di aziendalizzare la scuola e mettere a tacere l’unica palestra di libero pensiero ancora esistente in Italia. Non si vuole un popolo pensante ma un popolo pagante, non persone consapevoli e informate ma consumatori controllabili ed eterodiretti. Per questo la scuola dà ancora fastidio.

Mi rendo conto che, come sempre, bisogna navigare controvento, con fatica, senza aspettarsi per questo una qualche forma di gratificazione che non sia la gratitudine di un ragazzo/a per quello che hai cercato di fare per lui, che arriva magari inaspettata e dopo anni.

In questo paese d’argilla la scuola è ancora una fortezza: assediata, denigrata, bombardata,  ma che ancora resiste.

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Presidi o Dirigenti, come cambia la scuola

Due episodi accaduti uno a Como e l’altro a Crema, mi permettono di tracciare una linea di demarcazione tra due mondi diversi: quello dei presidi e quello dei dirigenti scolastici,   linea che divide due modi differenti di pensare la scuola.

 

 

 

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Dedicato a chi dice che la scuola funziona

La lettura errata del sondaggio Ocse riguardo le capacità di comprensione dei ragazzi italiani, ha scatenato da parte di dirigenti e colleghi una difesa d’ufficio della Scuola ancora più grottesca dell’attacco che era seguito alla pubblicazione del sondaggio. Commento brevemente la cosa nel mio podcast.

 

 

 

 

 

 

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Intervista su Il granello di sabbia

Pubblico l’intervista che ho rilasciato al sito Recensioni per esordienti riguardo il mio ultimo libro

Intervista a Pietro Bertino Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Il granello di sabbia”, l’autore Pietro Bertino ha risposto così alle nostre domande.

Qual è stata l’ “urgenza” interiore che ti ha spinto a scrivere un romanzo distopico sì, ma decisamente verosimile e plausibile? Ti preoccupa la deriva populista imboccata dalle democrazie contemporanee nel loro complesso politico, economico e sociale?

Sì, mi preoccupa la deriva populista ma soprattutto il deficit di solidarietà, la paura della gente che si trasforma in odio e mancata attenzione verso l’altro. Il contesto politico ormai sembra più orientato ad alimentare le paure della gente o a controllarle che a creare un clima di solidarietà e cooperazione.

L’urgenza da cui è nato il romanzo è il quotidiano massacro dei migranti in mare, un genocidio silenzioso attorno al quale c’è troppa indifferenza. Tutto viene semplificato e affrontato con superficialità, seguendo la pancia della gente, delegando al senso comune le responsabilità della politica.

Storicamente, i puristi che anelavano ad un mondo perfetto hanno puntualmente commesso atrocità inenarrabili: è un caso, o un mondo perfetto non è auspicabile, né persino possibile?

Io credo che un mondo perfetto non sia né auspicabile né possibile perché la perfezione o l’imperfezione sono categorie soggettive e quindi ci sarebbe sempre chi ne viene escluso.

Quanto credi che Internet possa essere strumento di partecipazione democratica, e quanto di controllo? È plausibile avere garanzie circa l’utilizzo della Rete per fini non malevoli, o è tutto in mano a tecnocrati incontrollati e incontrollabili? Può essere la “democrazia digitale” diretta una soluzione alle storture della democrazia rappresentativa elettiva?

La rete sarebbe in potenza un formidabile strumento di controllo che si è trasformato, purtroppo, in una sorta di arena pubblica e in un medium altamente manipolabile.

Quella democrazia diretta digitale è un’utopia perché il web, per la sua natura virtuale, non garantirà mai la sicurezza necessaria. I tecnocrati sono ancora controllabili ma rischiano di diventare pericolosi aghi della bilancia nel dibattito politico.

Nel complesso, Internet, si è trasformato in un veicolo di manipolazione delle informazioni, di diffusione ad arte di fake news e di controllo dell’opinione pubblica.

Lo Stato che descrivi è autarchico e di polizia – ricorda in tal senso vagamente quello fascista – ed al contempo imbrigliato in rapporti inestricabili con criminalità organizzata e potere economico multinazionale: hai forse descritto “la tempesta perfetta”?

Ho descritto una realtà possibile, spero non ancora realizzata ma non irrealizzabile.

La criminalità organizzata è ormai un competitor nel mondo economico, le collusioni politiche sono all’ordine del giorno, basta leggere i giornali e il potere economico delle mafie è enorme.

Più che la tempesta perfetta, il libro vuole essere un monito a intervenire finché si è ancora in tempo e, credo o spero, che un margine di intervento sia ancora possibile.

Quanto davvero il singolo può operare allo scopo di far saltare l’ingranaggio e l’intera macchina, proprio come il protagonista, metaforicamente il “granello di sabbia” cui alludi nel titolo?

Io credo, per dirla con Vaclav Havel, nel potere del lavoro ben fatto, il vero granello di sabbia che può far saltare l’ingranaggio.

Il singolo può dare l’esempio, ma è l’assunzione di responsabilità della collettività che può veramente fare la differenza, la consapevolezza del potere della maggioranza.

Il romanzo si chiude con più dubbi che certezze circa la bontà del futuro: credi dunque che l’uomo non imparerà mai dai propri errori?

Non è che lo creda, lo dimostra, purtroppo, la Storia. Anche se passi avanti sono stati fatti e c’è la speranza che altri ancora se ne facciano.

Possiamo sperare in un sequel della storia qui descritta? Hai altri progetti in cantiere?

Non ho in programma un sequel, per il momento, credo che il romanzo sia concluso nell’unico modo possibile, ma non escludo di tornare in quel mondo in futuro. Sto scrivendo un manuale per la didattica dell’antimafia nelle scuole e ho cominciato a buttare giù un po’ di materiale per un giallo.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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Cattivi maestri

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Adesso ci si mette anche un docente universitario, per altro di filosofia politica, che inneggia ad Hitler, sdoganandolo come difensore dei valori europei.

Il rettore, dapprima fa appello alla libertà di opinione, poi forse qualcuno gli ricorda che l’apologia del fascismo è reato e promette sanzioni immediate.

È un episodio inquietante, quanto quello dell’insegnante che ha minacciato i suoi studenti di ritorsioni casomai avessero aderito alla manifestazione delle sardine e che, a sua volta, si definiva orgoglioso di essere razzista. Inquietante perché queste persone hanno a che fare con i nostri giovani, li formano, dovrebbero educarli a diventare classe dirigente, dovrebbero tramandare i valori fondanti della nostra democrazia. Sembrano, invece, fare tutt’altro.

I social e l’esposizione pubblica che ne deriva, pongono un nuovo problema che non è ancora stato affrontato dal legislatore: fino a dove può esporsi pubblicamente chi svolge un lavoro pubblico e chi ha un compito educativo? Quanto siamo liberi di esprimere il nostro pensiero?

È un problema molto più complesso di quanto si creda perchè mette in discussione proprio alcuni di quei valori fondamentali di cui si parlava sopra: la libertà d’espressione e d’opinione, in primis.

Ma vediamo cosa dice la legge Scelba, che attua il titolo XII della Costituzione riguardante l’apologia di fascismo

«quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.»

Dunque la Costituzione proibisce sia la ricostituzione del partito fascista sia chi esalti, allo scopo di ricostituire il partito fascista, le sue finalità antidemocratiche o i suoi esponenti.

A rigor di logica, dunque, il professore di Siena non è perseguibile secondo questa norma, perché si è limitato a esprimere il proprio pensiero, senza altri fini noti. Qui entra in gioco il vuoto legislativo di cui parlavo: non esiste una regola chiara riguardo chi esercita la professione di insegnante e, di volta in volta, la decisione è demandata ai giudici.

Così accade che la maestra di Torino, che durante una manifestazione no Tav ha inveito contro i giudici, sia stata licenziata perché la professione prevede un comportamento decoroso, che secondo i giudici ha infranto, mentre ancora nulla sappiamo del professore di Fiorenzuola e dei provvedimenti che verranno presi nei riguardi del docente di Siena.

Io sono per la libera espressione del pensiero, anche quando  è di segno contrario al mio, a patto che non infici e non informi il proprio lavoro, che è soggetto sì, alla libertà d’insegnamento, ma anche a una responsabilità morale ed etica enorme che non può essere regolata d nessuna legge.

Tradotto: se insegno ai discenti che Hitler era una brava persona, commetto un abuso, se lo dico in privato o sui social no, ma me ne assumo la responsabilità.

Va assolutamente sanzionato il revisionismo storico, la diffusione di informazioni false e tendenziose, qualsiasi tentativo di indottrinamento, ma non può essere sanzionata, a mio avviso, la libera espressione del pensiero, anche quando risulta sgradevole e al limite dell’osceno, come in questo caso.

Casomai, bisognerebbe indagare sul perché persone di cultura, a contatto con i giovani e che i giovani dovrebbero avere a cuore, coltivino opinioni così deleterie e siano arrivati a una tale mancanza di discrezione e pudore da palesarle senza vergogna.

Qui sì che entra in gioco il vecchio e caro fascismo, con cui la partita non si è mai chiusa perché si è preferito optare per una ipocrita convivenza.

Personalmente, sono allergico sia alle liste di buoni e cattivi sia alle schedature, non mi sento sinceramente di esprimere solidarietà né al docente di Fiorenzuola né a quello di Siena perché abbiamo una visione deontologica differente, ma neanche di crocifiggerli sulla pubblica piazza. È facile riempirsi la bocca di belle parole e poi dimenticarsele quando ci si trova davanti al capro espiatorio di turno, specie un capro espiatorio  fascista. C’è una sostanziale differenza: quelle del professore di Fiorenzuola erano minacce, che configuravano un abuso di potere, questo sì che è un reato, mentre quelle del docente di Siena sono parole, orribili, ma parole.

Non  mi piace neanche invocare nuove leggi, penso che quelle che ci sono siano più che sufficienti, mentre sarebbe invece opportuna una legislatura scolastica, con giudici specializzati a trattare un mondo non sempre chiaramente afferrabile dall’esterno. Non si capisce perché un  calciatore debba essere giudicato da un tribunale specifico e un docente no.

È comunque un altro segno dello spirito del tempo, di uno Zeitgeist che sembra guardare indietro, nonostante le piazze gioiose inneggianti a una politica educata e all’antifascismo.

Ricordo, per la cronaca, che quando Mussolini prese il potere, il partito Socialista era ampiamente maggioritario in Italia e riempiva piazze anche più numerose. Poi, per vent’anni, le piazze le riempì, a forza, lui. Verrebbe da dire ma questa è un’altra storia, ma non ne sono così sicuro. Anche allora non si seppe percepire in tempo dove sarebbe girato il vento.

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