Dell’ingrato mestiere di insegnare al tempo dei social

giornata-mondiale-degli-insegnanti

 

Ieri era la giornata mondiale dell’insegnante e mi sembra giusto spendere due parole sul mio mestiere.

Comincio citando Francesco Guccini scrittore (ottimo scrittore):

Il fatto è che gli insegnanti erano rispettati, avevano un ben definito ruolo sociale, nella società d’allora avevano una certa importanza. Oggi qualunque scalzacane si ritiene materialmente e moralmente superiore, e al primo cinque o alla prima osservazione fatta al piccolo Einstein… (Francesco Guccini, Trallumescuro, Scrittori Giunti, 2019)

Non proseguo oltre con la citazione, prima di tutto perché Guccini ha già sintetizzato il senso di queste mie righe e poi per non togliervi il piacere della lettura di un libro malinconico ed esilarante, di cui vi parlerò in uno dei prossimi articoli.

Quello del discredito sociale degli insegnanti è un problema che nessuno vuole affrontare, se non, come Galli della Loggia, discreditando ulteriormente gli insegnanti in un pessimo libro, ma che ha un’importanza capitale in un paese che si ritiene democratico.

Gli insegnanti hanno infatti il compito che un tempo era delegato agli anziani della tribù e poi ai favolisti e ai poeti epici: quello di tramandare alle nuove generazioni la storia, i valori, le conoscenze acquisite nel corso degli anni, quel patrimonio che fa di un popolo quello che è.

Io credo che in Italia, oggi, buona parte dei problemi che abbiamo, siano dovuti all’ignoranza dilagante e all’analfabetismo di ritorno di molta parte della popolazione, che fanno sì che non si sappia più chi siamo e da dove veniamo, mentre dove andiamo, purtroppo, possiamo intuirlo benissimo.

Se uno scalzacane si sente materialmente e moralmente superiore, come dice Guccini, è perché viviamo in un tempo in cui la competenza, la professionalità, il sapere in genere sono svalutati, ognuno crede che basti connettersi in rete per acquisire competenze universali, dai vaccini all’alta politica, dai manovratori occulti del traffico di migranti alle bufale sull’emergenza climatica.

E’ la fine delle competenze, si disprezza  chi si è nutrito di libri polverosi, cito un sottosegretario leghista all’istruzione, ci si vanta di non leggere un libro da tre anni ( altra sottosegretaria, mi pare Cinque stelle), nell’equivoco drammatico che l’università della vita, altro luogo comune devastante, possa sostituire l’università vera.

Tutto queste si riflette, inevitabilmente, sui ragazzi, che vivono la scuola come un luogo altro, una interruzione della vita attiva, valida solo per l’interazione con gli altri sfortunati compagni di prigionia e non perché pone le basi per riuscire ad orientarsi nel mondo e a trovare il proprio posto. Un non tempo, insomma e, per molte famiglie, purtroppo, tempo perso.

I social, specie i social dei genitori, che andrebbero proibiti per legge, sono un coacervo di banalità, luoghi comuni, trivialità, insulti, aggressioni del tutto ingiustificate nei confronti di chi cerca quotidianamente e con fatica, di svolgere il proprio lavoro nonostante tutti, ma proprio tutti, dalle istituzioni, alla burocrazia interna alla scuola, dalle famiglie ai tribunali, che spesso legiferano su bocciature completamente a cazzo, senza rendersi conto del contesto, a, spesso, certi colleghi, remino contro.

Non ho inserito i ragazzi, nel tristo elenco di cui sopra, perché i ragazzi fanno il loro lavoro, che consiste nel fare meno ottenendo il massimo, nel prendere per il culo gli insegnanti e nel far danni uscendone impuniti. Questo fa parte del gioco, lo dai per scontato e cerchi di contrastarlo, il resto no.

Gli insegnanti sbagliano, come tutti, anzi, il nostro è un lavoro che va avanti per tentativi ed errori, che s’impara ogni giorno, in cui le sconfitte sono la regola e le vittorie l’eccezione. Ma quasi sempre sbagliano in buona fede perché il loro obiettivo resta quello di dare un senso ai ragazzi di quella prigionia parziale che è la scuola. Il mio metro e il mio unico referente sono loro perché è con loro che mi rapporto ogni giorno e cerco di stabilire una relazione.

Se si volesse davvero fare qualcosa di utile per la scuola, sarebbe necessario azzerare la Buona scuola, che è riuscita a peggiorare una situazione già poco allegra, specie dal punto di vista dell’armonia interna e della collegialità, eliminare il così detto merito che merito non è, ma cosa diversa e spesso opposta, aprire un ampio dibattito pubblico con chi la scuola la fa e ascoltare cosa ha da dire, formulare delle proposte che vengano valutate ed accettate da quelli a cui sono dirette. Ma in tempi di semplificazione capisco che si tratta di un ragionamento troppo articolato per chi pensa per slogan. Troppi ritengano che la scuola debba solo insegnare a scrivere e a far di conto, non a pensare, non a leggere il presente, non a conoscere il passato per evitare di commettere gli stessi errori. E infatti…

Se non si restituisce dignità alla funzione della scuola e agli insegnanti, stendiamo un pietoso velo sulla retribuzione, il risultato lo abbiamo avuto sotto gli occhi per quattordici mesi e chissà per quanto tempo ne pagheremo le conseguenze: una barbarie diffusa, la cialtroneria come strumento di persuasione di massa, le bugie e una disonesta lettura della realtà come metodo.

Scriveva Brecht (sì, un comunista):

Impara bambino a scuola

impara uomo in carcere

impara donna in cucina

frequenta la scuola,

senza tetto

procurati sapere

tu che hai freddo

affamato, impugna il libro

è come un’arma.

Non temere di fare domande

verifica le cose che leggi

ciò che non sai di tua scienza

in realtà non lo sai.

Io l’ho imparata il primo giorno di scuola, questa poesia, e non ho mai smesso di leggere e di imparare.

Buon lavoro a tutti i colleghi/e

 

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