Se tornassimo a pensare al futuro dei nostri ragazzi?

Se tornassimo a pensare al futuro dei nostri ragazzi?

futuroragazzi

L’Italia è un paese di vecchi per vecchi, credo che questa affermazione sia difficilmente contestabile. Il conservatorismo intrinseco alla natura di questo paese nasce anche da un’età media che è tra le più alte d’Europa. I salti avanti nella storia li compiono i paesi giovani, la fortuna degli Stati Uniti è stata la presenza di milioni di immigrati, quegli stessi a cui oggi Trump, un altro vecchio al potere, vorrebbe chiudere le porte.

In Italia non si fanno più figli perché si sta bene: può sembrare un’assurdità ma è una legge che chiunque conosca qualche rudimento di geografia può confermare: paesi avanzati dal punto di vista tecnologico, fortemente industrializzati, con un tenore di vita medio- alto, come l’Italia, hanno indici di natalità molto bassi, per tutta una serie di ragioni che non è il caso di spiegare qui.

I paesi guidati da politici normodotati suppliscono a questa tendenza con l’accoglienza dei migranti ( ricordate i siriani accolti dalla Merkel in Germania?), quelli guidati da politici sottosviluppati, come il nostro, attuano politiche razziste e costruiscono muri, metaforici o reali, nell’epoca dei social, poco importa.

I ragazzi sono il nostro futuro, l’unica possibilità che ha questo paese di cambiare strada e imboccare quella che porta a uno sviluppo sostenibile ed equilibrato senza abiurare alle più elementari norme di umanità.

L’Italia è un paese che per i ragazzi non fa più nulla. Nel tempo della mia giovinezza c’erano le sezioni di partito e le parrocchie, due scuole di vita, centri di aggregazione che permettevano di socializzare, di scambiarsi opinioni e, soprattutto, di comprendere che il mondo non cominciava e finiva con noi, che nel mondo c’erano milioni di persone che soffrivano, morivano, lottavano e non dovevano essere lasciate sole. Nelle parrocchie e nelle sezioni di partito si costruiva una coscienza sociale, l’una ispirata al marxismo, l’altra alla dottrina sociale della Chiesa, due scuole di pensiero neanche troppo divergenti, nelle linee generali.

Poi c’era la scuola. Non era una bella scuola, come qualche idiota dell’ultradestra recentemente ha avuto l’ardire di scrivere: era una scuola settaria, classista, ingiusta, meritocratica nel senso peggiore del termine. Ma permetteva ai ragazzi di periferia come chi scrive, di trovare un’alternativa alla fabbrica, di costruirsi un futuro diverso dal presente faticoso e complicato, dei propri genitori. Era un’ascensore sociale efficace e forgiava il carattere, sviluppava la determinazione e la coscienza dei propri pregi e dei propri difetti, pur restando lontanissima dall’idea che io ho di scuola.

Oggi i ragazzi non frequentano più questi agenti sociali di maturazione, le famiglie sono le prime, spesso, a screditare il valore della scuola, i punti di riferimento sono venuti a mancare e la gioventù che sta crescendo arriva all’adolescenza già arrabbiata, emotivamente immatura, incapace di gestire i sentimenti, grazie anche all’uso indiscriminato dei social, fragile e, sostanzialmente, amorale, eticamente immatura e incline a un ribellismo fine a sé stesso, che porta, a volte, a fare scelte drammaticamente sbagliate, come la droga, la violenza o la radicalizzazione politica.

Me li trovo davanti ogni mattina, questi ragazzi e ragazze, e da qualche anno, il pensiero che mi tormenta è di non fare abbastanza, di non riuscire a dare loro quello che riuscivo ancora a dare quando, vent’anni fa, ho cominciato a lavorare nella scuola. Mi sento come dovevano sentirsi i difensori di Alamo, costretti a svolgere un lavoro ingrato che, sapevano, non avrebbe portato a niente. Vedo grandi potenzialità andare spesso in fumo proprio per la fragilità di cui sopra, per la mancanza di una guida adeguata, per l’incapacità di gestire in modo equilibrato una delusione. Sono pezzi di futuro che vanno in fumo, ogni ragazzo o ragazza che si perde per strada, è una possibilità sfumata di migliorare questo paese.

Ecco, io credo che la politica dovrebbe occuparsi soprattutto di questo, di fare in modo che la scuola torni ad essere un agente sociale di aggregazione e di formazione, insieme a d altri agenti sociali da inventare. Molti insegnanti si sentono come me, soli contro tutti, e, sostanzialmente, lo sono. E’ tempo che la politica si occupi della questione giovanile, questione prioritaria, strategica e non più rimandabile.

La Scuola va riformata e non aziendalizzata, secondo le ultime tendenze, gli insegnanti devono essere formati per rispondere alle sfide del nostro tempo e non si può accantonare il valore dell’esperienza in nome di un giovanilismo esasperato, fine a sé stesso.

Ma, soprattutto, riformare la scuola, restituendo dignità agli insegnanti, non serve a nulla se le scuole restano dei fortini da Deserto dei tartari: nei quartieri devono nascere biblioteche, centri multimediali, luoghi d’incontro e discussione, che costituiscano alternative valide e appetibili rispetto a quei non luoghi che sono i centri commerciali.

Questo deve accadere soprattutto nelle periferie, i nervi scoperti di ogni grande città, non luoghi a loro volta, cattedrali in un deserto che deve essere riempito non di santuari del consumismo ma di occasioni di crescita e conoscenza. Può fare di più contro la ‘Ndrangheta o la Camorra una biblioteca che una nuova caserma dei carabinieri. Don Puglisi venne assassinato perché voleva riutilizzare un bene sequestrato alla mafia per costruire una scuola.

Sogno insomma una politica che pensi al futuro dei nostri ragazzi, che si impegni per una nuova stagione di riforme e provvedimenti mirati a risolvere la questione  giovanile, dopo averne finalmente preso coscienza. Basterebbe questo a cambiare in meglio il bruttissimo volto del nostro paese.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail
wp_3307042

Lascia un commento