Archivia Agosto 2019

La politica dei signor nessuno

di-maio-salvini

Date il potere in mano a dei nullafacenti senz’arte né parte, privi anche di quel minimo di competenze intellettive necessarie a guidare un paese ma dotati di fortuna, quella di trovarsi al posto giusto e al momento giusto, di essere per un istante in sintonia con lo spirito del tempo, e avrete l’attuale situazione politica italiana.

Un venditore di bibite, mestiere rispettabile, per carità, ma non propedeutico a guidare un paese, salito senza alcun merito ma con molti intrallazzi alla guida non di un partito politico, ma di una eterogenea congrega di varia umanità legata da un marchio aziendale e sponsorizzata da un comico, un venditore di bibite che ha tradito tutti i principi fondamentali con cui la congrega è nata ma, ciò nonostante, per la fortuna di cui sopra, è riuscito a far diventare la congrega la prima formazione politica italiana, per poi farla crollare sbagliando tutto, si permette, nel momento di crisi più profonda per l’Italia degli ultimi trent’anni, di ricattare l’unico possibile alleato di governo per biechi motivi di affermazione personale, come un bambino capriccioso che, dopo aver rotto il giocattolo, nonostante ripetuti avvertimenti, lo rivuole uguale, togliendolo agli altri.

Questo è Luigi Di Maio, un signor nessuno capo di niente, un bambino che si crede grande ed è solo un burattino nelle mani di Davide Casaleggio, il proprietario dei Cinque stelle e la mente ( assai confusa) che ne guida i passi. Questo è il ragazzino viziato che ha portato i Cinque stelle all’estrema destra, votando i due decreti sicurezza, le leggi più vergognose mai votate dal parlamento italiano, permettendo senza battere ciglio all’alleato padrone Salvini di umiliare il paese e di farla franca, negando l’autorizzazione a procedere, venendo meno al giustizialismo un po’ forcaiolo tanto caro ai grillini prima maniera e all’amico Travaglio. Questo è l’uomo complice nello sdoganare il razzismo e alleato fedele nella spietata e miserabile guerra dichiarata agli ultimi dal mentecatto leghista.

Di Maio, con l’ascesa di Conte, un altro anonimo signor nessuno ma almeno colto e garbato nei modi e, senza dubbio, molto più furbo, è diventato inutile, un peso per il Movimento seguito solo da pochi aficionados, osteggiato dalla maggioranza degli altri. Di Maio, la versione intelligente di Di Battista, come tutti quelli che sono fascisti dentro, non sa perdere e fa le bizze, detta condizioni che si possono riassumere, più o meno, in fica per tutti, senza capire quanto il suo gioco sia incosciente, senza comprendere che rischia di trascinare il paese verso una deriva priva di  approdo. Ma a un signor nessuno importa solo di essere qualcuno, almeno per un momento.

Se ne liberi al più presto il Movimento, i leader incapaci si cambiano e Di Maio ha dimostrato ampiamente la sua inettitudine, comportandosi in questo frangente con la stessa isteria meschina manifestata da Salvini e i suoi lacchè: Zaia, Fedriga, e compagnia cantante, che avevano visto il paradiso a un passo e l’hanno perso per la tracotanza e il narcisismo patologico di un altro signor nessuno che credeva di essere diventato qualcuno. Se ne liberi, magari con una bella espulsione di quelle che tanto frequentemente fa ai danni di chi non è fedele alla linea o cerca di ragionare con la propria testa, problema che non tocca né Di Maio, né il fratello scemo, Di Battista.

E’ tempo, per il Movimento, di diventare adulto, ammesso che un brand aziendale possa diventare adulto, o di sparire al più presto, come personalmente mi auguro, dalla memoria di un paese che di questi signor nessuno non aveva alcun bisogno.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Se tornassimo a pensare al futuro dei nostri ragazzi?

futuroragazzi

L’Italia è un paese di vecchi per vecchi, credo che questa affermazione sia difficilmente contestabile. Il conservatorismo intrinseco alla natura di questo paese nasce anche da un’età media che è tra le più alte d’Europa. I salti avanti nella storia li compiono i paesi giovani, la fortuna degli Stati Uniti è stata la presenza di milioni di immigrati, quegli stessi a cui oggi Trump, un altro vecchio al potere, vorrebbe chiudere le porte.

In Italia non si fanno più figli perché si sta bene: può sembrare un’assurdità ma è una legge che chiunque conosca qualche rudimento di geografia può confermare: paesi avanzati dal punto di vista tecnologico, fortemente industrializzati, con un tenore di vita medio- alto, come l’Italia, hanno indici di natalità molto bassi, per tutta una serie di ragioni che non è il caso di spiegare qui.

I paesi guidati da politici normodotati suppliscono a questa tendenza con l’accoglienza dei migranti ( ricordate i siriani accolti dalla Merkel in Germania?), quelli guidati da politici sottosviluppati, come il nostro, attuano politiche razziste e costruiscono muri, metaforici o reali, nell’epoca dei social, poco importa.

I ragazzi sono il nostro futuro, l’unica possibilità che ha questo paese di cambiare strada e imboccare quella che porta a uno sviluppo sostenibile ed equilibrato senza abiurare alle più elementari norme di umanità.

L’Italia è un paese che per i ragazzi non fa più nulla. Nel tempo della mia giovinezza c’erano le sezioni di partito e le parrocchie, due scuole di vita, centri di aggregazione che permettevano di socializzare, di scambiarsi opinioni e, soprattutto, di comprendere che il mondo non cominciava e finiva con noi, che nel mondo c’erano milioni di persone che soffrivano, morivano, lottavano e non dovevano essere lasciate sole. Nelle parrocchie e nelle sezioni di partito si costruiva una coscienza sociale, l’una ispirata al marxismo, l’altra alla dottrina sociale della Chiesa, due scuole di pensiero neanche troppo divergenti, nelle linee generali.

Poi c’era la scuola. Non era una bella scuola, come qualche idiota dell’ultradestra recentemente ha avuto l’ardire di scrivere: era una scuola settaria, classista, ingiusta, meritocratica nel senso peggiore del termine. Ma permetteva ai ragazzi di periferia come chi scrive, di trovare un’alternativa alla fabbrica, di costruirsi un futuro diverso dal presente faticoso e complicato, dei propri genitori. Era un’ascensore sociale efficace e forgiava il carattere, sviluppava la determinazione e la coscienza dei propri pregi e dei propri difetti, pur restando lontanissima dall’idea che io ho di scuola.

Oggi i ragazzi non frequentano più questi agenti sociali di maturazione, le famiglie sono le prime, spesso, a screditare il valore della scuola, i punti di riferimento sono venuti a mancare e la gioventù che sta crescendo arriva all’adolescenza già arrabbiata, emotivamente immatura, incapace di gestire i sentimenti, grazie anche all’uso indiscriminato dei social, fragile e, sostanzialmente, amorale, eticamente immatura e incline a un ribellismo fine a sé stesso, che porta, a volte, a fare scelte drammaticamente sbagliate, come la droga, la violenza o la radicalizzazione politica.

Me li trovo davanti ogni mattina, questi ragazzi e ragazze, e da qualche anno, il pensiero che mi tormenta è di non fare abbastanza, di non riuscire a dare loro quello che riuscivo ancora a dare quando, vent’anni fa, ho cominciato a lavorare nella scuola. Mi sento come dovevano sentirsi i difensori di Alamo, costretti a svolgere un lavoro ingrato che, sapevano, non avrebbe portato a niente. Vedo grandi potenzialità andare spesso in fumo proprio per la fragilità di cui sopra, per la mancanza di una guida adeguata, per l’incapacità di gestire in modo equilibrato una delusione. Sono pezzi di futuro che vanno in fumo, ogni ragazzo o ragazza che si perde per strada, è una possibilità sfumata di migliorare questo paese.

Ecco, io credo che la politica dovrebbe occuparsi soprattutto di questo, di fare in modo che la scuola torni ad essere un agente sociale di aggregazione e di formazione, insieme a d altri agenti sociali da inventare. Molti insegnanti si sentono come me, soli contro tutti, e, sostanzialmente, lo sono. E’ tempo che la politica si occupi della questione giovanile, questione prioritaria, strategica e non più rimandabile.

La Scuola va riformata e non aziendalizzata, secondo le ultime tendenze, gli insegnanti devono essere formati per rispondere alle sfide del nostro tempo e non si può accantonare il valore dell’esperienza in nome di un giovanilismo esasperato, fine a sé stesso.

Ma, soprattutto, riformare la scuola, restituendo dignità agli insegnanti, non serve a nulla se le scuole restano dei fortini da Deserto dei tartari: nei quartieri devono nascere biblioteche, centri multimediali, luoghi d’incontro e discussione, che costituiscano alternative valide e appetibili rispetto a quei non luoghi che sono i centri commerciali.

Questo deve accadere soprattutto nelle periferie, i nervi scoperti di ogni grande città, non luoghi a loro volta, cattedrali in un deserto che deve essere riempito non di santuari del consumismo ma di occasioni di crescita e conoscenza. Può fare di più contro la ‘Ndrangheta o la Camorra una biblioteca che una nuova caserma dei carabinieri. Don Puglisi venne assassinato perché voleva riutilizzare un bene sequestrato alla mafia per costruire una scuola.

Sogno insomma una politica che pensi al futuro dei nostri ragazzi, che si impegni per una nuova stagione di riforme e provvedimenti mirati a risolvere la questione  giovanile, dopo averne finalmente preso coscienza. Basterebbe questo a cambiare in meglio il bruttissimo volto del nostro paese.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Abituarsi all’ infamia: la desertificazione dei cieli e dei mari.

desertificazione mare

I giornali la chiamano così: desertificazione dei cieli, una definizione spaventosa che contempla qualcosa di apocalittico, di inquietante, evoca cieli plumbei e inariditi. Ma ad essere inariditi, per ora, non sono i cieli.

E’, effettivamente, spaventoso quello che si nasconde dietro quelle parole. L’Italia impedisce da più di un mese, con cavilli burocratici,  a due aerei appartenenti a Ong impegnate nel salvataggio dei profughi, di sorvolare il mare per individuare i gommoni dispersi. Non solo: da tempo, i comandi militari e i centri di coordinamento europei non rilanciano le segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà, come dovrebbero fare e dialogano esclusivamente con le autorità libiche. Autorità libiche che, utilizzando droni, avrebbero attivato una schermatura magnetica che manda in tilt le strumentazioni appena superato il 12° parallelo.

Tutto questo si può tradurre così: si lascia morire la gente in mare (solo ieri quaranta vittime, tra cui molti bambini) e si impedisce di soccorrerli, azzerando il pericolo di testimoni scomodi. Una roba da nazisti.

Ed ecco la componente apocalittica: stiamo parlando di centinaia di esseri umani dispersi in mare ogni giorno, stiamo parlando di un’Europa che preferisce dialogare con un regime di banditi e lasciare a loro il lavoro sporco, invece di assumersi le proprie responsabilità e organizzare il salvataggio e l’accoglienza dei migranti in modo razionale. Una roba da nazisti.

Aggiungiamo a questo quadro spaventoso l’ennesimo blocco dei porti e del mare, attuato da Salvini, nei riguardi della Eleonore, nave di una Ong tedesca, con a bordo 101 profughi, che testimonia una volta di più l’infima caratura dell’uomo, se vogliamo chiamarlo così, che blatera di onore e dignità senza sapere di cosa parla, e la morale elastica dei ministri grillini, che hanno prontamente firmato il provvedimento, dimenticando di aver detto, solo pochi giorni fa, che non si può abiurare all’umanità. Una roba da nazisti.

Si può abiurare e come, all’umanità, basta nascondere le notizie, basta far morire la gente in silenzio, senza testimoni: se la notizia non viene divulgata, la notizia non c’è. Lo facevano i nazisti, almeno all’inizio.

Stiamo diventando, siamo diventati come quei milioni di bravi cittadini tedeschi che, durante lo sterminio degli ebrei, facevano finta di non sapere anche quando l’evidenza dei fatti era sotto gli occhi di tutti. Anche europei e americani, per lungo tempo, fecero finta di non sapere cosa accadeva nei campi di sterminio. Appunto.

Va anche detto che non tutti gli italiani sono brave persone: ci sono  moltissimi squallidi individui che affonderebbero le Ong e gioirebbero alla notizia di migliaia di migranti affogati. Moltissimi, più di quanto si pensi. Appunto.

Ci stiamo assuefacendo all’infamia, tutti, anche i media, che parlano di desertificazione dei cieli e del mare senza entrare troppo nei particolari, senza neanche dare troppo rilievo alla notizia di un genocidio nascosto, di una quotidiana strage di esseri umani che si consuma in silenzio.

Quando si lascia aperta la porta all’orrore, questo finisce per diventare parte del quotidiano, per mimetizzarsi e non diventare più riconoscibile. E’ così che nascono gli Olocausti.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Chi si ricorda di Chico, che voleva salvare l’Amazzonia?

Chico mendes

Chico Mendes era un seringueiros, un contadino che lavorava all’estrazione del caucciù nella foresta amazzonica. Era anche un sindacalista e riuscì, per una decina d’anni, a organizzare i lavoratori contro il disboscamento indiscriminato della foresta amazzonica. Per questo, dal momento che i grandi latifondisti in Brasile facevano e fanno la legge, venne processato e torturato più di una volta. Venne assassinato nel dicembre del 1988, trentuno anni fa. Molti altri suoi amici e compagni vennero assassinati ma per il suo omicidio vennero condannati due fazenderos, unico caso in Brasile, poi assolti in appello.

Esatto, avete letto bene: trentuno anni fa il disboscamento della foresta amazzonica era già un problema enorme, sconosciuto ai più.

Chico è morto per difendere gli alberi, quelli che stanno bruciando in questi giorni e che tanto clamore ed emozione stanno provocando nell’opinione pubblica. Meno clamore ed emozione l’opinione pubblica provò alla morte di Chico e dei suoi amici.

Trentuno anni fa dei contadini avevano capito che la deforestazione indiscriminata dell’Amazzonia avrebbe provocato danni enormi in tutto il mondo e avevano trovato soluzioni alternative ma meno remunerative, più sane e sostenibili, ma più faticose. Soluzioni che non permettevano ai fazenderos e alle grandi imprese nordamericane gli utili garantiti invece dalla deforestazione e dalla creazione di enormi strade nel deserto.

Oggi, su Repubblica, Stefano Mancuso, biologo e divulgatore  di fama mondiale che studia la vita delle piante, afferma molto chiaramente che l’unica strada per combattere l’effetto serra è tornare a riempire di alberi il mondo ovunque sia possibile. Strano, vero? L’unica via per combattere la devastazione della natura è la natura. Dice, sostanzialmente, quello che Chico, trent’anni fa, aveva capito empiricamente e aveva denunciato pubblicamente. Mancuso dice che gli alberi dovrebbero essere presenti sui palazzi, per le strade, negli stadi, ovunque ci sia la possibilità di farlo. E’ troppo tardi per altre soluzioni, è utopistico pensare. aut cambiamento radicale del sistema economico, questa è l’unica soluzione, per altro a costi irrisori.

Se non si mette l’ambiente al primo posto, se non si mette la salute del mondo e dei suoi abitanti al primo posto, parlare di politica è assolutamente inutile. Le politiche ambientali non sono un tema sono il tema prioritario che qualunque governo responsabile dovrebbe mettere come primo punto della propria proposta. In India, in Cina, nei paesi del nord Europa lo stanno facendo.

Viviamo in un paese che è al primo posto in Europa per reati ambientali, dove l’attenzione verso la natura e la sostenibilità comincia ad essere presente nei giovani, almeno in quelli che ritengono necessario fare qualcosa per costruire un futuro migliore, ma è marginale per non dire inesistente nella politica, dove spesso il concetto di sostenibilità viene dileggiato, e assente nella maggioranza della popolazione.

Bisogna intervenire per correggere questa situazione, la difesa dell’ambiente non può essere delegata alle poche associazioni di settore  o alla buona volontà dei ragazzi. Nella spiaggia di Stintino, in una settimana, si sono raccolti ventimila mozziconi di sigaretta, ogni volta che si puliscono i fondali o le spiagge, la quantità di spazzatura che si raccoglie è impressionante.

La tutela dell’ambiente non è solo un questione politica ma anche di buona educazione e di civiltà, qualità che nel nostro paese sembrano essere scomparse.

Se si formerà un nuovo governo, mi auguro che si ricordi di Chico Mendes e allego al post, il link dove potrete ascoltare la splendida canzone che gli hanno dedicato i Nomadi tempo fa. Chico è stato un eroe che si è sacrificato per tutti noi.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Una piccola nota a margine sulla Scuola


scuolaapezzi

Questo è un post piccolo piccolo su un problema piccolo piccolo, o, forse, è un  post, piccolo piccolo su un problema enorme di questo paese.

In questi giorni, nella sarabanda di ipotesi su un accordo tra M5s e Pd, accordo che, ormai è chiaro,  nessuna delle due parti in realtà desidera, si è assistito alle ipotesi più fantasiose e a una sarabanda di nomi riguardanti i ministeri, tutti i ministeri, tranne quello dell’Istruzione.

Tradizionalmente, l’Istruzione è un ministero di serie B, poco interessante e poco appetito dalle parti in causa, di qualunque colore sia la coalizione che si appresta a governare.

Sanità, Lavoro, Interni e Istruzione sono i quattro ministeri chiave per governare un paese, in tutto il mondo, tranne che nel nostro paese.

Poi ci stupiamo del vuoto argomentativo, del razzismo becero e dell’assenza di politica in Salvini, del vuoto mentale di Di Maio, della demenza precoce di Di Battista, del nanismo mentale della Meloni, della politica che segue lo stomaco della gente e non propone più+ nulla, della volgarità intellettuale dilagante, della fine delle competenze, del disprezzo verso gli intellettuali, ecc.

Bene: la risposta l’avete sotto gli occhi. Della Scuola, cioè del futuro dei nostri ragazzi, di quel presidio di democrazia deputato a formare la classe dirigente e i professionisti di domani, non frega niente a nessuno, è un ministero da dare come contentino, come regalo per un alleato deluso. Il nostro è un paese incapace di guardare al futuro, che sta tentando di cambiare a proprio uso e consumo il passato e che devasta il presente.

Vi dirò di più, e se vedremo se i fatti mi smentiranno, di solito, purtroppo, non succede: la Buona scuola di Renzi ha posto le basi, promuovendo una aziendalizzazione delle scuole che sta dando i suoi frutti avvelenati; nel caso si formasse un nuovo governo di destra il prossimo passo sarà la privatizzazione dell’istruzione pubblica.

Se non servono più a nulla i medici di famiglia a cosa volete che servano i professori, per altro così si potranno schedare con tutta calma e, nel caso, licenziare a norma di legge senza tanto clamore.

Buon lunedì.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Se ripartissimo dai diritti civili?

diritti-civili

Dopo quattordici mesi di appelli alla Madonna, insulti grossolani, sequestri di disgraziati in alto mare, attacchi razzisti, attacchi omofobi, convegni sulla famiglia tradizionale, striscioni sequestrati, saluti al duce, accampamenti di disgraziati sgomberati e neofascisti tranquilli nel loro palazzo al centro di Roma, (questo è stato il governo Conte ed è bene ricordarlo a chi lo riscopre statista),credo che una delle priorità del governo che succederà al peggior esecutivo della storia repubblicana, debbano essere i diritti civili.

Servono leggi più severe contro il razzismo e l’apologia del razzismo, dichiarazioni come quelle che abbiamo sentito dall’ex ministro dell’interno, dalla Meloni e cialtroni vari, sono inammissibili in un paese civile e superano il limite della libertà di espressione, titoli come quelli di Feltri e Sallusti sono indegni e offensivi per l’intera categoria dei giornalisti e vanno comunque sanzionati dall’ordine di categoria.

Servono leggi più severe contro l’omofobia, che va omologata al razzismo e contro chi sparge in giro idiozie sulla fantomatica teoria gender. L’omosessualità, la transessualità,  non possono e non devono essere vissute come una colpa o un dramma ma come uno stato di natura, concetto per altro ribadito dall’organizzazione mondiale della sanità e così devono essere percepite dai media e dalla politica.

Serve ed è ormai fuori tempo massimo, una legge contro la tortura estesa anche alle forze di polizia, insieme al numero di riconoscimento degli agenti.

E’ necessaria una riforma delle forze di polizia mirata sia a una formazione adeguata sia a far sì che non diventino lo strumento repressivo del ministro di turno, come abbiamo visto fare in questi mesi alla Digos, impegnata a sequestrare striscioni inoffensivi a ragazzi e anziane signore, per non parlare dell’agente che ha intimidito un giornalista reo di aver fotografato un altro agente ridotto ad animatore per il figlio del ministro.

Sono provvedimenti che, di fronte alle emergenze economiche, possono apparire secondari ma in realtà, a mio avviso, sono urgenti e necessari. Questo è un paese ignorante, diviso, dove una parte consistente della popolazione non conosce le norme più elementari della convivenza civile e del rispetto, ed è pronta a bersi qualunque idiozia propinino i social ad arte.  Questo circolo vizioso va disinnescato perché è potenzialmente pericoloso per la tenuta democratica.

I diritti civili sono un tema imprescindibile per una democrazia, in un mondo globale è inammissibile sia il concetto di muro sia la stessa idea della diversità. L’educazione civica a scuola, così come era concepita dalla legge, era un’immonda stronzata che, per fortuna, è stata temporaneamente bloccata, altra cosa è l’educazione al rispetto e a riconoscere il valore della diversità come un’opportunità di crescita e non una minaccia, che si tratti di diversità etnica, di genere sessuale, di pensiero religioso, ecc. e su questo punto la scuola non può esimersi dall’intervenire, senza dover diventare oggetto di polemiche campate sul nulla e fanatismi anacronistici che nascondono ignoranza e pregiudizio. La libertà d’insegnamento è un valore imprescindibile per un paese civile e non deve essere messa in discussione da nessuno. Schedare gli insegnanti di sinistra non è solo ridicolo ma anche anticostituzionale.

I diritti civili, ce ne siamo accorti in questi quattordici mesi, vanno riconquistati ogni giorno, non sono mai acquisiti, non vanno mai dati per scontati. Se un ignobile buffone incapace di articolare un periodo semplice può violarli impunemente, significa che bisogna intervenire in fretta perché questo non accada mai più.

Credo che l’approvazione dello ius soli possa essere un buon modo per cambiare rotta radicalmente, un simbolo forte di discontinuità col passato, il punto di partenza per cominciare ad organizzare in modo razionale, le politiche sull’immigrazione.

Credo che l’eliminazione immediata dei due decreti sicurezza, comprese le norme repressive sulle manifestazioni di piazza e la modifica della legge sulla legittima difesa e sulla detenzione di armi, possano essere un altro buon punto di partenza.

Io credo che sovrapporre tout court il fascismo al sovranismo, come molti fanno, sia un errore gravissimo. Il primo passo per combattere un nemico è comprenderlo, entrare nella sua mente e capire le sue ragioni: l’errore peggiore sarebbe quello di pensare che, neutralizzato il buffone, la sbornia autoritaria sia passata. Intanto il buffone ha un seguito consistente, in secondo luogo, se una parte del paese dà credito a gente come lui  e la Meloni, personaggi da commedia di infimo livello, le cui argomentazioni non reggerebbero alla logica di un bambino di quinta elementare, dobbiamo farci delle domande, approfondire l’influenza dei social, il loro potere di condizionamento e gli strumenti più opportuni per contrastarlo. E’ necessaria un’analisi sociologia sui motivi del consenso di questa forma di consenso deviante e deviata.

Il sovranismo non è un’ideologia,  ma la manifestazione dello spirito del tempo, non si basa su un pensiero coerente ma nasce dalle paure e dai pregiudizi di una parte della popolazione che, fino adesso, ha scelto paladini impresentabili che pure tanto danno hanno fatto. Cosa succederà quando i paladini saranno meno impresentabili? Questa è l’inquietante domanda che, chi ha a cuore la democrazia, deve farsi.

Per questo è necessario ripartire dai diritti civili. Altrimenti, la battaglia è già persa.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Recensione di Lo spettacolo della mafia di Marcello Ravveduto

41jUIkBa3qL._SR600,315_PIWhiteStrip,BottomLeft,0,35_SCLZZZZZZZ_

Attendevo l’uscita di questo libro con un certo timore reverenziale.  Ho incontrato il prof. Ravveduto per la prima volta, in occasione di un seminario di formazione di Libera a Roma e dalle suggestioni nate dal suo intervento che riguardava, appunto, la rappresentazione della mafia nei media, è nato, due anni fa, un corso di formazione che ho tenuto nella mia scuola, imperniato sulla rappresentazione della mafia al cinema e nella fiction. Il corso è stato molto gradito e quest’anno, su richiesta di molti colleghi, l’ho reiterato, incentrandolo sul rapporto tra musica e mafie, partendo dal bellissimo volume del professore Napoli calibro nove.

L’uscita di questo volume quindi, era l’occasione per verificare di non aver detto sciocchezze e di approfondire un tema che mi è molto caro: la rappresentazione delle mafie nell’immaginario mediatico e, di conseguenza, la penetrazione della cultura mafiosa ( termine che può suonare come un ossimoro ma non lo è) nella nostra società.

Posso dire, dopo aver terminato il volume, di aver tirato un sospiro di sollievo: non ho detto sciocchezze e il libro è talmente ricco e ben strutturato,  da porre le basi per altri corsi di formazione, se e quando avrò di nuovo il desiderio di organizzarne.

Marcello Ravveduto è docente di Digital Public History all’università di Salerno,, Modena e Reggio Emilia e molte altre cose. E’ uno di quegli intellettuali di cui il nostro paese ha bisogno come il pane, per tenere unito il filo della propria storia e della propria coscienza civile. Il volume in questione è prezioso perché, con chiarezza e profusione di dati statistici, racconta l’evoluzione del rapporto tra mafie e media, dal cinema, alla musica, dalla televisione ai social media, dai brand gastronomici all’estero a quella celebrazione mediatica che sono diventati i funerali di Stato.

E’ una narrazione affascinante e inquietante perché racconta come, insieme all’immaginario mediatico, si siano evolute nel tempo anche le mafie, arrivando a invadere il web con modalità e simbologie che Ravveduto decodifica con perizia.

Una frase mi ha colpito, posta quasi alla fine dl libro: senza lo spettacolo della morte le mafie non esistono.

E’ questo, secondo me, l’enorme limite della rappresentazione delle mafie: nell’immaginario collettivo, un immaginario fatto di ricordi comuni terribili, come le stragi che hanno causato la morte di Falcone e Borsellino, e di momenti terribili, come il pianto e l’appello ai mafiosi di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, morto a Capaci, momenti che hanno un comune denominatore: la violenza e la morte. Senza violenza, non c’è mafia.

La mafia dei nostri giorni, presente nei consigli d’amministrazione, radicata in tutto il mondo, con centinaia di attività “legali” e la complicità di una zona grigia fatta di professionisti, imprenditori, funzionari comunali e di Stato, che le permettono di tessere la sua ragnatela di corruzione, è difficilmente rappresentabile e non è ancora entrata nel nostro immaginario, fatto che la rende molto pericolosa e pervasiva. Per non parlare della penetrazione delle mafie al nord, ancora sconosciuta nelle sue reali dimensioni al grande pubblico e anche a certa stampa, ancora restia a parlare di mafia anche di fronte all’evidenza dei fatti.

Tutti i capitoli sono interessanti e meriterebbero ognuno un libro a parte, tanto è abbondante la messe di significati e significanti da decodificare e gli spunti di riflessione da approfondire.

 Ci sono film, ad esempio, che hanno, raccontando storie poco conosciute per diversi motivi, come quella di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, ridato vita a queste figure trasformandole in icone, tanto che risulta difficile parlare di Peppino Impastato dimenticando il film, anche se la sovrapposizione tra il personaggio reale e la sua interpretazione cinematografica non è sempre perfetta, esistono delle discrasie che non hanno importanza per il pubblico che non ha né il tempo né la voglia di approfondire, perché Peppino Impastato resterà sempre quello dei Cento passi, anche se quell’episodio non si è mai verificato nella realtà.

Ci sono poi le occasioni perse, i santini televisivi, ad esempio, che partono da buone idee ma le stemperano in un minestrone di buoni sentimenti nazional popolare. Scoprirete che c’è stato perfino un regista figlio di un boss camorrista che ha girato un’apologia del padre.

Quindi cinema e fiction, raccontando la mafia, le danno corpo e, soprattutto sangue, la reinterpretano in modi diversi, a seconda del tempo e degli eventi, e ci consegnano un immaginario che condiziona in modo spesso decisivo il nostro modo di percepirla. La mafia come la pensiamo è anche la mafia come la vediamo rappresentata, si potrebbe dire, con i suoi messaggi, i suoi simboli e i suoi stereotipi.

I funerali di Stato e la presenza in rete di moltissimi filmati riguardanti le stragi di mafia, o una semplice fotografia, come quella di Falcone e Borsellino che sorridono l’uno accanto all’altro qualche mese prima delle stragi, diventano veicoli iconici. strumenti per tramandare il culto di eroi civili, veicoli di una presa di coscienza collettiva che, nel caso della foto citata, parte dalla rappresentazione di un’amicizia sincera cementata da un comune sentire, che diventa un comune riconoscersi in valori etici e morali a cui tutti dovremmo ispirarci.

Inquietante il capitolo sulla mafia come brand, strumento di marketing efficace e di successo all’estero, marchio per catene di ristoranti in Europa e nel mondo, frutto di una concezione della mafia ferma al Padrino, il primo film a creare un immaginario e una serie di stereotipi che ancora resistono nel tempo, ma frutto soprattutto della sottovalutazione del fenomeno mafioso fuori dall’Italia.

Mentre la mafia è esportabile, così non si può dire del sentimento anti mafioso che non può nascere dove non esistono vittime da piangere, eroi da ricordare, rabbia da sublimare in un impegno civile.

Il marchio, il brand, lo ritroviamo anche nei giovani mafiosi che su Facebook sfoggiano abiti e calzature costosissime appartenenti a una nota catena di abbigliamento, a rappresentare il raggiungimento di uno  status. Quello delle mafie sui social, tenuto conto della pervasività del mezzo e della sua diffusione tra i giovani, è uno dei capitoli più inquietanti che mostra anche il consenso diffuso di un certo pensiero mafioso.

Commosso e commovente il capitolo riguardante le vittime innocenti di mafia, celebrate ogni 21 Marzo. Il ruolo dell’antimafia civile, secondo Ravveduto,  è stato ed è quello di tramandare la memoria dei martiri, di ricordare chi è stato vittima della violenza mafiosa allo scopo di creare una memoria condivisa e porre le basi per una cittadinanza attiva, che contempli anche la lotta alle mafie e il contrasto a ogni forma di corruzione tra i suoi valori. Si tratta della continuazione, imprescindibile, di quanto è stato fatto nell’Italia post unitaria e dopo la prima guerra mondiale, di ricordare i valori fondanti del nostro paese. Parlare delle vittime di mafia, non lasciarle scivolare nell’oblio gli dà un senso ed è uno sprone a migliorare la nostra società.

Spero di essere riuscito a dare un’idea di un testo affascinante, ricchissimo di spunti e dati e, mi viene spontaneo aggiungere, necessario, molto ricco, che meriterebbe ben altro spazio e approfondimento, rivolto a chi vuole approfondire la comprensione del fenomeno mafioso e contrastarlo con maggiore efficacia.

Il primo passo per sconfiggere il nemico, è conoscerlo.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail