Archivia Agosto 2019

Recensione di Lo spettacolo della mafia di Marcello Ravveduto

41jUIkBa3qL._SR600,315_PIWhiteStrip,BottomLeft,0,35_SCLZZZZZZZ_

Attendevo l’uscita di questo libro con un certo timore reverenziale.  Ho incontrato il prof. Ravveduto per la prima volta, in occasione di un seminario di formazione di Libera a Roma e dalle suggestioni nate dal suo intervento che riguardava, appunto, la rappresentazione della mafia nei media, è nato, due anni fa, un corso di formazione che ho tenuto nella mia scuola, imperniato sulla rappresentazione della mafia al cinema e nella fiction. Il corso è stato molto gradito e quest’anno, su richiesta di molti colleghi, l’ho reiterato, incentrandolo sul rapporto tra musica e mafie, partendo dal bellissimo volume del professore Napoli calibro nove.

L’uscita di questo volume quindi, era l’occasione per verificare di non aver detto sciocchezze e di approfondire un tema che mi è molto caro: la rappresentazione delle mafie nell’immaginario mediatico e, di conseguenza, la penetrazione della cultura mafiosa ( termine che può suonare come un ossimoro ma non lo è) nella nostra società.

Posso dire, dopo aver terminato il volume, di aver tirato un sospiro di sollievo: non ho detto sciocchezze e il libro è talmente ricco e ben strutturato,  da porre le basi per altri corsi di formazione, se e quando avrò di nuovo il desiderio di organizzarne.

Marcello Ravveduto è docente di Digital Public History all’università di Salerno,, Modena e Reggio Emilia e molte altre cose. E’ uno di quegli intellettuali di cui il nostro paese ha bisogno come il pane, per tenere unito il filo della propria storia e della propria coscienza civile. Il volume in questione è prezioso perché, con chiarezza e profusione di dati statistici, racconta l’evoluzione del rapporto tra mafie e media, dal cinema, alla musica, dalla televisione ai social media, dai brand gastronomici all’estero a quella celebrazione mediatica che sono diventati i funerali di Stato.

E’ una narrazione affascinante e inquietante perché racconta come, insieme all’immaginario mediatico, si siano evolute nel tempo anche le mafie, arrivando a invadere il web con modalità e simbologie che Ravveduto decodifica con perizia.

Una frase mi ha colpito, posta quasi alla fine dl libro: senza lo spettacolo della morte le mafie non esistono.

E’ questo, secondo me, l’enorme limite della rappresentazione delle mafie: nell’immaginario collettivo, un immaginario fatto di ricordi comuni terribili, come le stragi che hanno causato la morte di Falcone e Borsellino, e di momenti terribili, come il pianto e l’appello ai mafiosi di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, morto a Capaci, momenti che hanno un comune denominatore: la violenza e la morte. Senza violenza, non c’è mafia.

La mafia dei nostri giorni, presente nei consigli d’amministrazione, radicata in tutto il mondo, con centinaia di attività “legali” e la complicità di una zona grigia fatta di professionisti, imprenditori, funzionari comunali e di Stato, che le permettono di tessere la sua ragnatela di corruzione, è difficilmente rappresentabile e non è ancora entrata nel nostro immaginario, fatto che la rende molto pericolosa e pervasiva. Per non parlare della penetrazione delle mafie al nord, ancora sconosciuta nelle sue reali dimensioni al grande pubblico e anche a certa stampa, ancora restia a parlare di mafia anche di fronte all’evidenza dei fatti.

Tutti i capitoli sono interessanti e meriterebbero ognuno un libro a parte, tanto è abbondante la messe di significati e significanti da decodificare e gli spunti di riflessione da approfondire.

 Ci sono film, ad esempio, che hanno, raccontando storie poco conosciute per diversi motivi, come quella di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, ridato vita a queste figure trasformandole in icone, tanto che risulta difficile parlare di Peppino Impastato dimenticando il film, anche se la sovrapposizione tra il personaggio reale e la sua interpretazione cinematografica non è sempre perfetta, esistono delle discrasie che non hanno importanza per il pubblico che non ha né il tempo né la voglia di approfondire, perché Peppino Impastato resterà sempre quello dei Cento passi, anche se quell’episodio non si è mai verificato nella realtà.

Ci sono poi le occasioni perse, i santini televisivi, ad esempio, che partono da buone idee ma le stemperano in un minestrone di buoni sentimenti nazional popolare. Scoprirete che c’è stato perfino un regista figlio di un boss camorrista che ha girato un’apologia del padre.

Quindi cinema e fiction, raccontando la mafia, le danno corpo e, soprattutto sangue, la reinterpretano in modi diversi, a seconda del tempo e degli eventi, e ci consegnano un immaginario che condiziona in modo spesso decisivo il nostro modo di percepirla. La mafia come la pensiamo è anche la mafia come la vediamo rappresentata, si potrebbe dire, con i suoi messaggi, i suoi simboli e i suoi stereotipi.

I funerali di Stato e la presenza in rete di moltissimi filmati riguardanti le stragi di mafia, o una semplice fotografia, come quella di Falcone e Borsellino che sorridono l’uno accanto all’altro qualche mese prima delle stragi, diventano veicoli iconici. strumenti per tramandare il culto di eroi civili, veicoli di una presa di coscienza collettiva che, nel caso della foto citata, parte dalla rappresentazione di un’amicizia sincera cementata da un comune sentire, che diventa un comune riconoscersi in valori etici e morali a cui tutti dovremmo ispirarci.

Inquietante il capitolo sulla mafia come brand, strumento di marketing efficace e di successo all’estero, marchio per catene di ristoranti in Europa e nel mondo, frutto di una concezione della mafia ferma al Padrino, il primo film a creare un immaginario e una serie di stereotipi che ancora resistono nel tempo, ma frutto soprattutto della sottovalutazione del fenomeno mafioso fuori dall’Italia.

Mentre la mafia è esportabile, così non si può dire del sentimento anti mafioso che non può nascere dove non esistono vittime da piangere, eroi da ricordare, rabbia da sublimare in un impegno civile.

Il marchio, il brand, lo ritroviamo anche nei giovani mafiosi che su Facebook sfoggiano abiti e calzature costosissime appartenenti a una nota catena di abbigliamento, a rappresentare il raggiungimento di uno  status. Quello delle mafie sui social, tenuto conto della pervasività del mezzo e della sua diffusione tra i giovani, è uno dei capitoli più inquietanti che mostra anche il consenso diffuso di un certo pensiero mafioso.

Commosso e commovente il capitolo riguardante le vittime innocenti di mafia, celebrate ogni 21 Marzo. Il ruolo dell’antimafia civile, secondo Ravveduto,  è stato ed è quello di tramandare la memoria dei martiri, di ricordare chi è stato vittima della violenza mafiosa allo scopo di creare una memoria condivisa e porre le basi per una cittadinanza attiva, che contempli anche la lotta alle mafie e il contrasto a ogni forma di corruzione tra i suoi valori. Si tratta della continuazione, imprescindibile, di quanto è stato fatto nell’Italia post unitaria e dopo la prima guerra mondiale, di ricordare i valori fondanti del nostro paese. Parlare delle vittime di mafia, non lasciarle scivolare nell’oblio gli dà un senso ed è uno sprone a migliorare la nostra società.

Spero di essere riuscito a dare un’idea di un testo affascinante, ricchissimo di spunti e dati e, mi viene spontaneo aggiungere, necessario, molto ricco, che meriterebbe ben altro spazio e approfondimento, rivolto a chi vuole approfondire la comprensione del fenomeno mafioso e contrastarlo con maggiore efficacia.

Il primo passo per sconfiggere il nemico, è conoscerlo.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Un paese caduto: pensando al ponte

cropped-copertina-Youtube.jpg

Quando mia moglie, poco meno di un anno fa, mi ha chiesto quale fosse la copertina adatta al mio libro Un paese sospeso, non ho avuto dubbi e le ho risposto di disegnare il ponte.

Mi sembrava il modo migliore di descrivere un libro che parlava del 2018, l’anno in cui questo paese ha cambiato faccia, imboccando una strada sempre più vicina al punto di non ritorno.

In quel maledetto anno il crollo del ponte, con lo strazio di 43 famiglie che hanno perso i loro cari in modo assurdo e una città in ginocchio, mi sembrava la metafora ideale per descrivere la situazione politico-sociale dell’Italia.

E’ difficile per me scrivere del ponte senza pensare a Lorenzo ed Alessandra, il mio ex alunno e la mia attuale alunna, che hanno perso il papà nella tragedia, a quando li ho incontrati pochi giorni dopo i fatti, a quell’abbraccio con loro che resterà per sempre nella memoria come simbolo di quella tragedia. E’ avvenuto durante una fiaccolata in cui il quartiere si è riunito attorno a loro e all’altro ragazzo vittima del ponte. E’ stato un momento toccante, che mi ha illuso, per l’arco di una sera, che la città potesse veramente rialzare la testa e tornare a lottare unita per uno scopo, come accadeva quando ero ragazzo. E’ stata un’illusione, appunto.

E’ difficile per me scrivere senza lasciarmi trasportare dalle emozioni e dalla rabbia per tutto quello che è successo in quei giorni: i proclami e le promesse che sarebbero rimaste disattese, i selfie ai funerali, la città paralizzata, un sindaco che da più di un anno parla quasi sempre senza sapere quello che dice, un’amministrazione che si distingue nella guerra contro gli ultimi, fatto inedito per Genova, città solidale per eccellenza.

In mezzo, in quest’anno, c’è un paese che ha tradito tutti i suoi valori, l’avvelenamento progressivo e inesorabile del tessuto sociale, il razzismo e l’odio dilagante, una crisi di governo che sembra un teatrino di pupi e un senso di vuoto profondo, assoluto.

Se oggi dovessi rifare quella copertina direi a mia moglie di disegnare l’assenza, quel vuoto che, a vederlo dal ponte di Cornigliano, è pieno di troppe cose, quel panorama diverso che non ci appartiene, a noi che siamo nati a Genova, che non è il nostro e che non lo sarà mai, anche quando il nuovo ponte occuperà il posto del vecchio.

Tante di quelle vittime erano straniere, tra cui Marius, un ragazzo che aveva frequentato la mia scuola, albanese, molti sudamericani, e gli altri che viaggiavano sotto quel nubifragio aspettando un sole che non hanno mai più visto. Il funerale ha visto l’intervento dell’imam per commemorare le vittime musulmane, una novità per un funerale di Stato, anche lì mi sono illuso che, forse, qualcosa sarebbe cambiato, che un nuovo sentimento di solidarietà potesse nascere dal dolore. Ma mi sono illuso, appunto.

Credo che l’unico modo per ricordare tutte le vittime, per ricordarle davvero, sia il silenzio, non il minuto di silenzio imposto dal sindaco, lui non sa andare oltre la banalità esteriore, ma un giorno di silenzio vero, senza polemiche, senza ironia, senza rabbia, un giorno dedicato al ricordo di tutte le vittime e di una città in ginocchio che, nonostante la propaganda grottesca di un’amministrazione oscena, in ginocchio è rimasta. Perché certe ferite non si rimarginano.

Genova non sarà mai abbastanza grata a chi in quei giorni ha salvato vite e si è prodigato  per restituire i corpi straziati alle famiglie. Le pubbliche assistenze, i pompieri, tutti quelli che hanno dato il loro contributo sono, insieme alle vittime, gli unici che meritano di essere ricordati e ringraziati.

Un pensiero va anche agli sfollati, a quelle vite divise in due, il prima e il dopo. A chi ha perso tutto e a chi sta cercando di ricominciare, deve andare il nostro incoraggiamento e la nostra solidarietà.

Fortunatamente quest’anno sono lontano da Genova, quindi mi risparmierò cerimonie, parate e discorsi di circostanza da parte di chi non ha la minima idea della portata di quello che è successo, da parte di chi è responsabile di altri crolli, forse meno letali ma non meno gravi, da parte di chi spende parole vuote che si disperderanno nell’aria come il fumo di quelle macerie che continua a soffiare nel vento.

Concludo abbracciando idealmente, ma loro sanno che è come se fossi lì con loro, Lorenzo e Alessandra, invitandoli a tenere duro e a continuare crescere, a stare vicino alla loro mamma. Abbracciando loro, abbraccio tutti i familiari delle vittime, in silenzio, perché in certi momenti le parole non servono.

Forse questo non è il migliore  dei miei articoli e me ne scuso, ma è il peggiore degli argomenti possibili da affrontare per chi, ogni mattina, andando al lavoro, ha dovuto fare i conti con la presenza ingombrante di quell’assenza.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

La pesante eredità di un governo di pagliacci

governo-di-pagliacci-02Se il governo cadrà, e con la compagnia di giro che ancora comanda è tutto da vedere, chi lo seguirà dovrà avere spalle larghe e molto coraggio per sanare le ferite che ha lasciato.

Pochi provvedimenti, devastanti sia per l’economia, quota 100 e reddito di cittadinanza, sia nell’ambito dei diritti civili, un duetto da quattro soldi, volgare e privo di argomenti, un ignobile seminatore d’odio che farà la fine che quelli come lui fanno sempre, un presidente del consiglio che sembra aver capito qual è il suo ruolo solo adesso che lo sta perdendo e un deficiente analfabeta funzionale che ha ridotto al lumicino un consenso notevole diventando il servo idiota del ducato. Questo il quadro della situazione.

Dall’altra parte il nulla: una minifascista che ogni volta che apre bocca uccide un naziskin, una sinistra troppo presa a regolare i conti con il suo, di ducetto, piuttosto che guardare al bene del paese.

Resta sul tavolo la legge di bilancio, il vero motivo per cui il dj fallito ha deciso di far cadere il governo: sa benissimo che la flat tax è un’enorme stronzata e che questo governo non è in grado di presentare una legge di bilancio equilibrata ed accettabile in ambito europeo. Finito il tempo delle chiacchiere, delle prove di forza sulla pelle dei poveracci, dei proclami, il parassita fa quello che gli riesce meglio: scappa dalle sue responsabilità.

Sui possibili scenari, non mi pronuncio: io di questo paese mi vergogno. Non posso tollerare gente che insulta i bambini, che gioisce ad ogni naufragio, che applaude a un leader blasfemo e bugiardo. Mi auguro che chi fino ad oggi si è astenuto, e ne ha tutte le ragioni, comprenda che il momento è davvero grave, che se la situazione è stata tragica ma non seria fino ad ieri, adesso è serissima perché una eventuale vittoria di Salvini alle prossime elezioni sarebbe la fine della pace sociale in questo paese e l’inizio della fine per la democrazia.

Posso però dire cosa vorrei leggere nel programma di governo di chi si opporrà al parassita:

  1. Politiche ambientali serie, mirate alla riduzione delle emissioni e alla soluzione di situazioni, come quella di Taranto, che costano vite. Riassestamento del sistema idrogeologico del paese, limiti chiari senza deroghe alla cementificazione, una seria salvaguardia delle aree protette, ripristino della Forestale con tutte le sue mansioni, una seria politica antisismica.
  2. Politiche del lavoro a lungo termine di concerto con le politiche ambientali: periferie, centri storici, sistema infrastrutturale, ferrovie al sud, c’è da lavorare per decenni. Controlli severi e puntuali alle infrastrutture da parte dello Stato con un ampliamento deciso  del numero di ispettori disponibili.
  3. Riforma della scuola dopo aver sentito chi nella scuola ci lavora: messa in sicurezza (sul serio) di tutte le scuole del paese, dotazione informatica a tutte le scuole del paese, cancellazione della 107 che tanto è stata (per fortuna) in buona parte depotenziata, rispetto totale della libertà d’insegnamento, rinnovo dei curricula alla luce del tempo in cui viviamo, cancellazione della riforma dell’esame di maturità, revisione del contratto in particolare delle norme che riguardano il permesso per malattia, snellimento della burocrazia scolastica, stipendi decenti per gli insegnanti e meritocrazia interna valutata da un ente terzo e non da dirigenti e commissioni interne. Ampliamento degli operatori dei servizi sociali che devono lavorare in sinergia con le scuole quando si tratta di minori.
  4. Lotta senza quartiere alle mafie, con nuove leggi per contrastare le mafie economiche e fare sì che non esistano più situazioni come quella di Roma Capitale o di Montante in Sicilia. Creazione di una polizia europea anti mafia e di una legislazione europea antimafia, inasprimento delle pene per i fiancheggiatori e gli appartenenti alla zona grigia.
  5. Lotta senza quartiere all’evasione fiscale, azzeramento dei condoni, chi è onesto deve ottenere dei vantaggi, chi è disonesto deve essere pesantemente danneggiato. Pene raddoppiate per chi commette reati fiscali e appartiene allo Stato o alle forze di polizia.
  6. Pene aggravate per il reato di razzismo, inserimento del reato di tortura, obbligo del numero di riconoscimento visibile sul caso delle forze di polizia, regolamentazione chiara e seria dell’accoglienza con norme concordate in sede europea, rispetto delle convenzioni internazionali riguardanti i minori, introdurre il reato di incitamento all’odio razziale da parte di chi occupa posizioni di governo, ius soli, cancellazione dei due decreti sicurezza e della legge sulla legittima difesa.

Se qualcuno avesse il coraggio di presentarsi alle elezioni con questo programma, e di mantenerlo, lo voterei, qualunque bandiera avesse e sono sicuro che molti altri farebbero lo stesso.

Spero che le persone oneste che militano nei partiti d’opposizione comprendano che siamo arrivati al punto di non ritorno, a un dead  line oltre la quale sunt leones, feroci e incontrollabili. Spero che la fiamma dell’odio si spenga, per tornare a sentirmi italiano.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Dalla parte dei servizi sociali

ServiziSociali_14237_12999

Questo è un post impopolare, che sarà sgradito a molti ma che, per onestà non posso evitare di scrivere.

Insegno da vent’anni in una scuola media di un quartiere non esattamente residenziale, che ho lasciato per un anno per insegnare in un quartiere del Ponente ancora più degradato e difficile.

Mi occupo di disagio scolastico e di abuso, fin dall’inizio della mia carriera. e mi sento, quindi, in questi anni ho potuto constatare come sia cambiato il rapporto con i servizi sociali a causa, soprattutto, dei tagli che, progressivamente, li hanno ridotti all’osso. MI sento quindi in grado di esprimere un’opinione equilibrata, ovviamente influenzata dalla mia esperienza personale e dal contesto in cui lavoro, riguardo l’attacco indiscriminato verso questo settore dell’assistenza pubblica.

Lungi dal deplorare “lo strapotere degli psicologi” frase che va di moda, credo che per l’aumentare dei problemi dei ragazzi e della loro complessità e, soprattutto, per la scarsa capacità delle famiglie di farvi fronte da sole, per motivi seri, s’intende, come licenziamenti, difficoltà economiche, ecc., senza dimenticare la scarsa preparazione di base in materia di pedagogia e psicologia di molti insegnanti, sarebbe opportuno inserire uno psicologo in ogni scuola, ovviamente preparato ed esperto dei problemi relativi alla fascia d’età.

Lavoro, anche se non vorrei, con i servizi sociali da anni. All’inizio della mia carriera il rapporto era puntuale, stretto, e la loro azione efficace, spesso risolutiva, man mano che siamo andati avanti con gli anni i rapporti sono diventati più sporadici e, purtroppo, a volte, meno efficaci, non certo per l’impreparazione o la superficialità degli operatori, mai riscontrata in vent’anni, ma per i tagli al personale su cui quelli che oggi si lanciano in attacchi sconsiderati e irresponsabili e le folle indignate, non hanno avuto nulla da dire.

Insieme con le assistenti sociali , io e i miei colleghi, abbiamo risolto molti problemi gravi di ragazzi e ragazze e, incontrandoli di tanto in tanto, anche adesso che sono usciti/e dalla mia scuola da anni, ho potuto constatare come alcuni di quegli interventi siano stati risolutivi, abbiano cambiato la strada e il destino di quei ragazzi. Scusate se è poco.

Ho sempre trovato nei servizi ascolto, comprensione e professionalità e mi trovo quindi in forte disagio di fronte agli attacchi di questi giorni, estesi anche ai servizi liguri.

La Liguria detiene il record degli affidi educativi. Invece di chiedersi il perché di un così alto numeri di affidi in Liguria, invece di fare un’analisi della situazione di forte degrado della periferia genovese, invece di cercare soluzioni, si cercano, da parte dell’amministrazione, capri espiatori da sacrificare alla pancia della gente, senza muovere un dito per risolvere i problemi reali. A me, che i problemi reali dei minori li affronto ogni giorno entrando in classe, questo atteggiamento fa schifo.

Nessuno si chiede come mai l’età media di uso della sostanze stupefacenti è diminuita, come mai nella periferia genovese ci sia un ritorno alla droga che ricorda, per chi li ha vissuti, gli anni settanta, nessuno si domanda come mai i Sert sono pieni, nessuno guarda le statistiche sulla microcriminalità minorile né sugli abbandoni scolastici o sul consumo di alcool tra i minori. Forse, se lo facessero, potrebbero cominciare a capire.

Per altro, ho avuto a che fare con pochi ragazzi in affido nel corso degli anni ma ho sempre trovato famiglie affidatarie presenti, preoccupate del benessere dei ragazzi, responsabili e disposte a trovare soluzioni condivise ai problemi, lo stesso non posso dire, a volte, delle famiglie “normali”. Fermo restando che non ho mai trovato sei servizi il desiderio di togliere i minori alle famiglie, soluzione a cui sono arrivati solo in casi limite.

Quanto agli psicologi, quando abbiamo avuto occasione di poter aprire uno sportello di ascolto, come è accaduto quest’anno nella mia scuola, i risultati sono stati sempre positivi, e più che la reticenza dei ragazzi a parlare inesistente, (i ragazzi parlano fin troppo se qualcuno li sa ascoltare), va combattuta, semmai, la diffidenza delle famiglie, che considerano comunque gli psicologi o medici dei pazzi o gente che per lavoro porta via i ragazzi alle famiglie.

Credo che quest’attacco generalizzato ai servizi sociali sia vergognoso, danneggi persone che svolgono un lavoro abbastanza ingrato ma necessario, con stipendi poco sopra il livello di povertà ( come gli insegnanti, d’altronde) e che si spendono quotidianamente nel tentativo di risolvere problemi di adulti e ragazzi in nome di uno Stato che li denigra e li delegittima invece di supportarli.

E’ un altro capitolo della guerra contro gli ultimi che questo governo, e certe amministrazioni comunali e regionali come quella di Genova, sembrano perseguire con un impegno che, se fosse rivolto ai reali problemi del paese, sarebbe encomiabile, mentre in questo contesto, è spregevole.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Recensione de: Il padrino dell’antimafia, di A. Bolzoni.

1552693641-0-padrino-dellantimafia-libro-attilio-bolzoni-racconta-storia-montante

Libro necessario, dolente e rabbioso questo di Attilio Bolzoni sul caso Montante, esempio di un giornalismo d’inchiesta ormai sempre più raro nel nostro paese.

Bolzoni ha rischiato di persona: è stato pedinato, intercettato, ha deposto in commissione antimafia, ha diversi procedimenti legali in essere ma, e non possiamo che ringraziarlo di questo, ha continuato per la sua strada, investigando, scavando, raccogliendo informazioni su come il rappresentante di Confindustria in Sicilia sia riuscito a creare un sistema di malaffare sbandierando la bandiera dell’antimafia.

Ricostruendo il caso Montante, paladino dell’antimafia a capo di un sistema di potere mafioso che ha coinvolto esponenti politici, militari, dei servizi, in un mélange purtroppo  non nuovo nel paese della P2, Bolzoni mette anche a nudo l’involuzione di una certa antimafia civile, partita come espressione di rivolta democratica e finita per diventare ancella di un manipolatore rozzo e narcisista.

Il capitolo sull’antimafia, in particolare, quello riguardante Libera,  ha confermato i dubbi e le riserve che, qualche tempo fa, mi hanno portato ad abbandonare, a malincuore, un’associazione in cui avevo creduto con forza.

Montante ha avuto solidarietà e appoggio praticamente da tutto il panorama dell’antimafia italiana, anche dopo l’uscita dell’articolo di Bolzoni su Repubblica che rivelava il procedimento giudiziario a suo carico per associazione mafiosa. Quest’uomo abbastanza rozzo, volgare, amico e pupillo di mafiosi nella natia Serradifalco, grossolano bugiardo che inventa lauree honoris causa e e un curriculum di imprenditore che comprende una fabbrica di biciclette del padre mai esistita, ha avuto la Sicilia in mano e l’ha usata a suo piacimento per anni, confidando nell’impunità garantita da amicizie importanti negli ambienti che contano.

Montante partito in quarta con roboanti affermazioni come la promessa di espellere gli imprenditori che pagavano il pizzo da Confindustria, non ha mai espulso nessuno e già questo la dice lunga sulla montagna di menzogne che lo ha circondato in questi anni.

A fargli da coro, scrittori, anche noti, giornalisti e giornali, pseudo esperti di mafia magistrati, etc.  A sostenerlo fino all’ultimo, il presidente di Confindustria nazionale.

A rendere dolorosa questa nuova metamorfosi del potere mafioso, è il fatto che Montante sia riuscito ad acquisire potere e prestigio con l’appoggio, tra i tanti, dei Tano Grasso e dei Don Ciotti, personaggi al di sopra di ogni sospetto, che in tanti anni di militanza antimafia avrebbero dovuto avere almeno qualche remora a interagire con lui  e i suoi amici.

Invece hanno continuato a stringere protocolli di legalità e a organizzare conferenze e incontri anche quando il procedimento giudiziario era ormai noto a tutti, quando la realtà grottesca di questa nuova brutta storia siciliana stava venendo alla luce.

Perché? Si chiede Attilio Bolzoni, perché persone di specchiata onestà hanno continuato ad avere relazioni con questo individuo? Cos’avevano da spartire con Montante? Il giornalista non da una risposta a questa domanda, ce la fa solo intuire e non è una risposta piacevole.

Dice molto chiaramente che l’antimafia non può ridursi a protocolli di legalità, parola vuota, che personalmente detesto, e a manifestazioni della memoria, non può essere impermeabile alle critiche interne, cita il caso di La Torre, il figlio di Pio La Torre, il primo che tentò di regolare gli appalti in Sicilia e per questo venne assassinato dalla mafia, espulso da Libera perché reo di aver denunciato la scarsa democrazia interna con toni neanche troppo accesi, non può assumere l’atteggiamento che recita: se non stai con me, stai con la mafia, come affermò un altro esponente di Libera in Emilia, parlando a un giornalista che aveva attaccato una importante esponente dell’associazione, non può limitarsi alla retorica ma deve essere espressione di democrazia, di rifiuto di un certo modus vivendi tutto italiano, di attenzione vigile anche nei riguardi di quegli esponenti dello Stato di cui cerca, localmente e in sede nazionale, l’appoggio, con cui stringe accordi e sigla intese.

Ed è un peccato, perché il patrimonio delle associazioni antimafia é fatto anche da centinai di migliaia di ragazzi e ragazze impegnati, di uomini e donne entusiasti e volenterosi, che credono fermamente  nella possibilità di un’Italia diversa, che spendono il loro tempo e le loro energie per ottenere questo risultato. Disperdere questo entusiasmo, limitarsi a sventolare bandiere o a ripetere i soliti slogan, danzare col nemico,  seppure in buona fede, significa impoverire la democrazia, sprecare un enorme bacino di potenzialità.

L’antimafia non può essere ingenua, né sedersi sugli allori.

L’errore di base, secondo Bolzoni e secondo me, è questo: presumere che lo Stato, quello della trattativa infinita con la mafia che comincia dallo sbarco degli americani ed è proseguita in modi diversi, fino a Montante, quello che ha lasciato soli Falcone e Borsellino, quello dei depistaggi e dei servizi deviati, possa essere sempre e comunque un referente affidabile nella lotta alle mafie. La conclusione amarissima di Bolzoni è che non è così.

La mafia che si fa antimafia è tanto più pericolosa quanto più gode del consenso popolare e della possibilità di stringere contatti e rapporti  con le istituzioni ai massimi livelli. Montante, tanto caro al padrino di Serradifalco, viene nominato cavaliere del lavoro da Napolitano. La mafia che si fa antimafia è la mafia che si fa Stato, che si evolve fino a penetrare in modo massiccio nei gangli del potere.

Il libro è sì una storia della nuova mafia ma è anche, inevitabilmente, una storia del nostro paese, di un malcostume diffuso da nord a sud di cui Montante è solo la punta dell’iceberg, di quella mafia che ha superato ormai da tempo la linea della palma e del caffè ristretto, per coprire, come una nuvola invisibile ma tossica, tutto il paese.

Libro doloroso, quindi, come ho detto, ma importante, anche solo per rendersi conto che, in questo maledetto paese, continua a cambiare tutto per non cambiare niente.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail