Una critica al Gay pride

Una critica al Gay pride

Gaypride

Premessa: un mondo dove c’è bisogno di una giornata per manifestare il diritto di seguire le proprie libere preferenze sessuali, è un mondo profondamente sbagliato. Questo perché nessuno equivochi su quanto dirò.

Partiamo dall’affermazione del sindaco Bucci che, pur non avendo dato il patrocinio al gay pride, ha affermato che lui è il sindaco di tutti i genovesi. Sottostesto: anche di quelli lì.

E’ il  tipico, gretto atteggiamento borghese di destra che, con la scusa di mostrare la propria magnanima liberalità, discrimina già con le parole, erige un muro invisibile tra genovesi normali e “loro”. Tra i genovesi “normali”, naturalmente, rientrano quelli di Casapound, nella curiosa geografia etnica del sindaco, che, notoriamente, non amano “loro”, forse perché “loro” si amano, attività sconosciuta ai fascisti.

Proprio perché questo atteggiamento discriminatorio è sempre più diffuso, anzi, spesso sfocia in atti di violenza gratuita sempre più frequenti, credo sia arrivato il momento che il Pride perda la sua patina gioiosa e un po’ carnascialesca e si trasformi in una seria manifestazione di rivendicazione dei diritti civili. I gay non devono più, a mio avviso, fare sfoggio, seppure ironico e gioioso, della propria diversità ma rivendicare il diritto sacrosanto di essere parte integrante della società civile e di esserne parte integrale “normale”, che non chiede più di essere accettata ma di vivere la propria sessualità serenamente come chiunque altro. I gay dovrebbero rivendicare la propria intimità, in diritto di essere giudicati per chi sono e non in base a con chi vanno a letto.

Lo strumento del Pride appare, dal punto di vista comunicativo, sbagliato alla luce della realtà odierna. E’ diventato ormai, sempre più spesso, una parata con una ricca partecipazione radical chic, di chi ama mostrarsi liberal nè più nè meno come il sindaco Bucci, piuttosto che un’occasione per rivendicare quanto sia assurdo, oggi,  dover difendere il proprio diritto di amare chi si crede.

Sarebbe importante se il Pride si trasformasse in una grande manifestazIone per i diritti civili tout court, se accogliesse al suo interno tutte le categorie messe al bando dal benpensantismo bigotto che dilaga nel nostro paese, se cominciasse a fare veramente paura al potere.

Così com’è organizzato oggi, rischia di diventare una manifestazione autoemarginante, una rivendicazione di diversità fine a sé stessa.

Penso ai gay inglesi, quando, al tempo dei licenziamenti della Thatcher,  offrirono il proprio appoggio ai minatori scozzesi, che prima lo rifutarono e poi lo accettarono. Credo che mai sconfitta fu più splendida quanto quella nata da quella grande manifestazione, in  cui sfilarono fianco a fianco,  un esempio di cittadinanza attiva straordinario. Date un’occhiata a Pride, film del 2014, commovente, lucido e straordinario, nel rappresentare un’epoca e un momento della storia recente.

In Italia c’è un grave problema di diritti civili violati che continua ad essere ignorato, è arrivato il momento da parte di tutti, secondo me, di affrontare seriamente questo problema, di smettere di ignorarlo. I gay genovesi il patrocinio del comune avrebbero dovuto pretenderlo o chiedere al sindaco, in un pubblico dibattito, perché non è stato concesso. Temo fortemente che per seppellire (metaforicamente) questa gente, non bastino più una risata e un ballo, ma sia necessaria un’assunzione di impegno più forte.

Nel mondo allucinato di Orwell, in 1984, il Grande fratello temeva più di tutto l’amore, la forza che muove il mondo. Ecco, anche i nostri attuali governanti temono l’amore: quello tra persone dello stesso sesso, quello verso chi viene da un paese diverso, quello verso gli ultimi o semplicemente verso gli altri esseri umani. Perché sanno, in cuor loro, che non c’è arma più forte contro l’oppressione.

Quindi ben venga il gay pride, ma cresca, divenga adulto, diventi parte integrante della lotta che ci aspetta contro chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura, perdonate la citazione.

 

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