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I 43 arresti di Milano, per corruzione e, tra gli altri reati, associazione mafiosa, sono solo l’ennesima manifestazione di una condizione diffusa di corruzione che interessa il nostro paese e nei riguardi della quale nessuno, di quelli deputati a intervenire, giudizi e poliziotti a parte, fa nulla.

La difesa del sottosegretario Siri da parte di Salvini, difesa strenua, condotta con la consueta eleganza, in un momento simile, rischia di trasformarsi un clamoroso autogol alla vigilia delle elezioni europee.

La faccenda è molto più seria di quanto il peggior ministro degli interni che questo paese abbia visto lasci intendere.

Che mafia e politica nel nostro paese siano strettamente legate sin dalla nascita della repubblica è cosa ormai storicamente accertata e nessuno,purtroppo, si stupisce più di tanto. A rivelare scenari inquietanti è il fatto che ad arrivare alle soglie di un ministero, se i fatti venissero confermati dall’autorità giudiziaria, sarebbe stata la mafia siciliana, quella che più è stata ridimensionata negli anni.

Gli arresti di Milano ci danno l’ennesima conferma che il sistema mafioso, una certa cultura, un certo modo di fare affari sono ormai presenti anche al nord, a sfatare il mito ancora presente, anche se sembra assurdo, della mafia come problema meridionale.

In realtà, il drammatico ferimento della piccola a Napoli e gli arresti di oggi a Milano, sono lo specchio delle due facce del potere mafioso: militare e violento nei luoghi in cui è radicato simbolicamente, in doppiopetto dove fa i suoi affari.

Altro punto da sottolineare è quello degli appalti, da sempre mangiatoia privilegiata di mafiosi e corrotti: è evidente che le semplificazioni introdotte da questo governo, come l’innalzamento della quota spendibile dalle istituzioni senza ricorrere al codice degli appalti, si sono rivelate un fallimento e sarebbe il caso che il governo ne prendesse atto.

Le mafie, dunque, tornano ad occupare le prime pagine, senza che la cosa sorprenda più di tanto: questo non è un governo politico ma un’alleanza fittizia finalizzata al mantenimento del potere e a produrre leggi che parlino o allo stomaco delle fasce più basse della popolazione o al portafoglio di quelle più ricche: la lotta alle mafie non rientra nelle sue priorità, quanto a quella alla corruzione, direi che sarebbe controproducente in chiave elettorale, visto il colore politico degli arrestati di Milano.

Il caso Siri, e sul sottosegretario è giusto mantenere la presunzione d’innocenza, non è grave per l’arroganza e la protervia con cui un presunto corrotto viene difeso, ma per le motivazioni addotte dal ministro, del tutto simili a quelle di chi, un mafioso, se lo teneva in casa come stalliere.

Stupisce l’assoluta inerzia di un’opposizione che continua ad essere in stato confusionale, a parte le uscite di Renzi, che non vuole rassegnarsi alla sconfitta e continua a paragonare l’attuale operato del governo al suo, incapace di comprendere che confrontare due disastri non è il modo migliore per ottenere un consenso ormai dilapidato per sempre.

Viene meno, alla luce del razzismo dilagante, come testimoniano i recenti fatti di Casal Bruciato e di Struppa, a Genova, dove rom e richiedenti asilo sono ancora una volta merce da sacrificare sull’altare della campagna elettorale, anche la fiducia nella gente, in quel buon senso che, nei momenti di crisi ha sempre salvato il paese e che oggi sembra essere completamente scomparso.

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