La Camorra va estirpata alle radici

Maggio 5, 2019 Attualità, Cronaca, mafie, Politca

Agguato a Napoli, ucciso colpo in testa, ferito fratello

Una bambina di quattro anni gravemente ferita, una sparatoria in mezzo a una strada affollata: “scene da medioevo” ha dichiarato il procuratore antimafia Cafiero de Raho, ma la soluzione non può essere solo delegata alle forze dell’ordine.

La Camorra è un male antico, la prima delle mafie, quella con la struttura più anarchica, legata a quella città a volte splendidamente anarchica che è Napoli. E’ anche la mafia più legata al territorio, che trova maggiore consenso sociale in una fascia di popolazione tagliata fuori dal luccicante mondo della globalizzazione e senza più alcun ascensore sociale che la porti fuori dalla propria condizione.

Esiste una cultura della Camorra, anche se l’associazione di queste due parole fa venire i brividi, veicolata da storie, canzoni, racconti; la Camorra ha i suoi cantastorie, i suoi eroi (ad. es.  Cutolo, personaggio assurto a dimensione mitica nell’immaginario camorrista), è una creatura antica e feroce, capace di rinnovarsi, anche perché tra le sue fila molti sono i giovani e i giovanissimi.

Basta leggere un recente studio del Prof. Ravveduto, docente di Public History presso l’Università di Salerno, riguardo il modo in cui i giovani camorristi utilizzano i social per veicolare la propria cultura, utilizzando il nuovo per trasmettere l’antico. (La google generation criminale: i giovani della camorra su faceboo. Di  Marcello Ravveduto)

La storia della Camorra è anche la storia di Napoli: di una promiscuità tra popolo e piccola e media borghesia che limitava l’espandersi della criminalità e la manteneva sotto una soglia di tolleranza accettabile e del successivo trasferimento dei boirghesi nella città lecita, con la trasformazione dei quartieri periferici e dei quartieri dormitorio in città illecita, dove la gente per bene non vive più ma con cui ha rapporti costanti, di affari, dove la gente per bene trasgredisce per poi tornare nella città legale e lasciare al proprio destino l’altra città.

Banalizzo e sintetizzo per dire che la storia dell’ascesa della Camorra va di pari passo con la marginalizzazione delle periferie e con il boom del traffico di droga, traffico che ha offerto un modo facile anche se rischioso per diventare qualcuno, una prospettiva di vita a generazioni di ragazzi delle periferie che non ne avevano altre. Il discorso vale per Napoli ma anche , con le dovute differenze, per Palermo, Catania, Bari, ecc.

Vale anche per le grandi città del nord: Milano, Torino, Genova, dove non a caso, la criminalità organizzata si è saldamente stabilita in periferia, mostrando nei centri la propria faccia pulita, evitando eccessi di violenza che al nord risulterebbero, per molti motivi, insopportabiie e provocherebbero reazioni sgradite da parte del tessuto sociale nel suo insieme.

Pensare di combattere la Camorra militarmente significa aver già perso la battaglia. Le mafie si combattono combattendo la corruzione, con politiche del lavoro sensate, risanando le periferie e offrendo a quei ragazzi una possibilità di vita diversa, con una presenza costante e capillare della scuola e dello Stato, uno Stato che non sia nè repressivo nè assistenziale ma efficace e presente.

La guerra contro le mafie è anche una guerra culturale, estirpare i frutti della cattiva pianta delle mafie non serve se non si tagliano le radici ma la politica, da decenni, sembra sorda e cieca di fronte al problema o, come in questi giorni, indifferente.

Un ministro degli interni che continua a fare campagna elettorale sproloquiando di grembiuli e castrazione chimica, che difende a spada tratta un sottosegretario che ha avuto rapporti, magari inconsapevolemente, con qualcuno vicino ad un capomafia latitante da quarant’anni, un ministro degli interni che non corre al capezzale di una bambina innocente che rischia di morire per l’ennesimo, brutale agguato di Camorra, è indegno di ricoprire quel ruolo e chi sta all’opposizione, invece di gridare più sicurezza, scimmiottando la destra con uno slogan che non significa nulla, dovrebbe chiederne le dimissioni immediate.

Le mafie e la cultura mafiosa, molto più diffusa di quanto si creda, non sono un problema italiano, sono il problema italiano insieme alla corruzione: le une senza l’altra non esisterebbero, non potrebbero stringere accordi con quella zona grigia fatta di insospettabili che è la loro vera forza, quella che oggi, gli permette di creare una rete di relazioni, fare affari, competere sul mercato con chi lavora onestamente.

Servirebbero persone capaci nei posti giusti, capacità di guardare lontano e senso dello Stato per combattere la battaglia contro le mafie e vincerla: non mi sembra che nè in questo governo nè nell’opposizione si trovino persone con queste caratteristiche. Intanto, a Napoli, si continua a morire per strada.

 

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