I ragazzi e la rabbia

I ragazzi e la rabbia

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Ho ascoltato in questi giorni molta musica trap, quella che va per la maggiore tra i giovanissimi, Sfera ebbasta e Tedua, tanto per fare due nomi. Non l’ho fatto per punirmi, sto tenendo un corso di formazione che tratta, tra le altre cose, del rapporto tra musica e mafie e un genere che mette in risalto uno dei prodotti tipici della mafia, le droghe, non poteva che catturare il mio interesse.

Superato l’iniziale ribrezzo, da vecchio patito del blues, del rock e del jazz nell’ascoltare le cantilene tossiche di questi ragazzi, sono andato più a fonodo nell’analisi dei testi, dei clichè utilizzati, dei simboli e ne è venuto fuori un quadro interessante e inquietante, come un dipinto di Munch.

I cantanti trap, le trap house negli Stati Uniti sono quelle dove si confezionano le dosi di droga, tanto per capire in che territorio ci muoviamo, vengono quasi tutti da non luoghi, quei quartieri dormitorio ormai presenti in ogni città, Genova compresa, da cui, tra l’altro, provengono tre esponenti importanti della scena trap.

Il paragone con i ragazzi della mia scuola,salta agli occhi subito: escludendo (spero) l’ossessiva presenza delle canne che nei video vendono fumate, passate, confezionate, ecc., il senso di frustrazione e di rabbia che traspare dalle immagini in alcuni di questi testi è lo stesso che si respira nel quartiere, così come i gesti e il linguaggio gergale. per non parlare delle panoramiche sui casermoni degradati e i quartieri soffocanti in cui vivono.

Nopn entro nel merito della musica, se così si può chiamare, ma il messaggio che passa è deprimente: l’unico antidoto, l’unica possibilità di rivincita sociale per questi ragazzi è il successo, il cash, come torna ossessivamente nelle loro rime, cash che porta sesso, droghe e il ritorno trionfante in quei non luoghi che sono il loro amato-odiato nido, dove adesso si aprono porte che prima restavano chiuse. Tutto qui, il loro sogno è tornare nel proprio quartiere griffati, con due o tre sventole al fianco e pieni di tuta la paccottiglia che rappresenta il successo.

Insomma, la logica globalizzante applicata al sottoproletariato, di denuncia sociale neanche l’ombra, solo un nichilismo autoreferenziale e la droga come rifugio e rito di gruppo. Eh, sì, perché il gruppo, la brotherhood , è quello che conta, che sostiuisce famiglie assenti, a volte violente, assenza di prospettive, uno Stato vissuto come repressivo, presente con le divise della polizia che bussa solo alle case dei ricchi.

La scuola? Abbandonata presto, rifiutata, i professori incapaci di capire, lo studio una perdita di tempo, roba morta che non può servire per l’ascesa sociale, per raggiungere il mito del successo. E’ con altri mezzi che si raggiunge il cash, con le rime o con la droga.

Mi sono chiesto cosa stiamo facendo per questi ragazzi, come possiamo intervenire per spezzare questa logica, per svelenire la rabbia che cova sotto la cenere, il senso di inadeguatezza, il vuoto di valori e di senso che questa musica trasmette. La risposta è semplice: niente.

La mia rabbia, quando ero giovane, si manifestava con una vorace volontà di conoscere, di capire, di leggere il mondo per trovarne le chiavi di decodificazione, non avevo niente e quello che cercavo non era il successo, ma una strada che non mi portasse in fabbrica. C’erano valori, una politica che era passione, un mondo da cambiare.

Il quadro oggi è cambiato:  la fabbrica è un mito, la conoscenza del mondo, in apparenza, è a portata di clic, basta un cellulare per sentirsi, in apparenza, meno soli. La politica è un gioco sporco, i valori si sono dissolti come neve al sole, i ragazzi non vogliono più cambiare il mondo ma trovare il loro posto al sole. L’unica manifestazione dell’internazionalismo è l’iphone. Certo, Greta ha portato una ventata di speranza, non sono tutti così ma parliamo di figli delle periferie, qui, destinati molto spesso alla devianza. Parliamo di un nichilismo senza speranza che matura in ragazzi senza prospettive, spesso sconfitti in partenza.

La scuola è rimasta quella dei miei tempi, solo leggermente meno repressiva, sempre più classista, confusa, senza direzione. Una istituzione in crisi per responsabilità interne ed esterne che non riesce più a svolgere il proprio compito. Un santuario vuoto di idee e di intuizioni, incapace di comprendere, che parla un linguaggio autoreferenziale.

Una strada forse c’è, per lavorare con questi ragazzi: destrutturare il messaggio, mostrarne la fragilità, far vedere che il re del momento è nudo e vulnerabile, che quel sogno ha il fiato corto. Ci vuole pazienza e voglia di farlo, tempo e competenza. Per poi accorgersi, alla fine, che è come svuotare il mare con un bicchiere.

Se non si interviene subito, rischiamo di creare le basi per una gioventù bruciata e incandescente, di trasformare le nostre periferie in focolai di violenza oltre che di emarginazione, come già sono. La miscela di dipendenza dalle droghe e violenza è quella utilizzata dall’Isis per fare adepti tra i giovani disadattati delle città europee.

L’odio che dilaga nel paese, sta contagiando anche i ragazzi ed è una colpa, questa, che rischiamo di pagare molto cara se non torniamo in fretta a metterci attorno a un tavolo e a usare la ragione. Ragione che è la latitante più ricercata in questo paese.

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