Donne di scarto

Aprile 1, 2019 Attualità, Cronaca, Politca

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La ragazza violentata a Napoli, dopo la notizia della scarcerazione dei tre stupratori, ha scritto una lettera accorata ai giornali, descrivendo le sensazioni provate durante la violenza e l’umiliazione cocente di fronte alla notizia della scarcerazione. Si è sentita una donna di scarto, qualcosa da usare e da mettere da parte, come un oggetto che non serve più.

Credo che in questo nostro paese le donne di scarto, a causa della mentalità che le rende tali, siano tante. E’ una donna di scarto, ad esempio, Silvia Romano, la giovane cooperante scomparsa in Kenya, di cui nessuno parla dopo la valanga di insulti sui social, una ragazza ha la doppia colpa di essere donna con una coscienza e la volontà di aiutare gli altri, peccati capitali nell’epoca del chiudiamo i porti e l’Italia agli italiani.

Sono donne di scarto tutte quelle che vengono sottoposte a violenze dai mariti nel segreto delle loro case, le vittime, spesso giovanissime, del revenge porn, sui cui il parlamento ha scelto di non legiferare,  le ragazze oggetto di apprezzamenti pesanti per la strada per come si vestono, le giovani donne abbordate in bar e stuprate, come a Catania, o a Firenze, quando gli autori furono due carabinieri, le donne stalkerate da ex che non si rassegnano all’abbandono, quelle vittime di violenze indicibili, le prostitute in vendita sulle nostre strade, ecc.

Sono donne di scarto anche quelle sognate dai partecipanti al congresso di Verona: sottomesse, silenziose, madri e casalinghe. Sono donne e madri di scarto quelle del decreto Pillon,  quelle costrette a licenziarsi perché rimaste a incinta o ad accettare una paga più bassa rispetto agli uomini, ecc.ecc.

La lista potrebbe continuare all’infinito, la cultura del nostro paese è una cultura maschilista da sempre, che ultimamente è degenerata in un machismo ottuso e avvilente, i cui frutti, purtroppo, vediamo ogni giorno leggendo le pagine di cronaca. Non è solo, ovviamente, colpa della politica, anche se vent’anni di berlusconismo, hanno avviato il processo che l’ottusità leghista sta portando avanti con entusiasmo. Sottolineo che di questo non ha colpa Renzi, una volta tanto.

Il problema è sistemico e culturale. Un sistema dove tutto ha un prezzo, compresi gli esseri umani, dove un ragazzo che tira calci a un pallone vale molto di più di un ragazzino che muore di fame o annegato durante una traversata su un barcone, porta inevitabilmente a svalutare gli appartenenti alle categorie più deboli, come le donne nel nostro paese. Le donne non sono nuove a questo processo di reificazione nè ad essere eventuali capri espiatori, all’occorrenza, delle frustrazioni del maschio.

Oggi si sta vivendo un ritorno al passato sotto la bandiera della tradizione, chiamata in causa quasi sempre a sproposito, come nel caso della famiglia. Nella famiglia tradizionale come la intendono i suoi fans, la donna viveva in una posizione sottomessa, lontana anche dal non riconosciuto ufficialmente, ma indubbio, ruolo di mater familiae nella società contadina.  Era una donna silenziosa e ubbidiente, che poteva essere usata, percossa o tradita a seconda delle occorrenze, che poteva all’uso essere anche uccisa, se infedele, senza conseguenze troppo gravi.

Un visione della donna e dei rapporti tra i sessi gretta, sbilanciata verso l’uomo, violenta e oppressiva.

Quanto al fare figli e premiare chi fa figli, o sanzionare i single, come ha proposto qualche demente, i convenuti a Verona ignorano, evidentemente, come il calo delle nascite sia un indice di sviluppo nei paesi occidentali, che non può essere colmato tornando al concetto di donna come utero che deve limitarsi a generare, ma, casomai, regolamentando proprio quei flussi migratori che vengono osteggiati dall’attuale esecutivo, flussi che hanno fatto la fortuna di paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e l’Australia.

Quale distanza passa tra i nostri politici e il primo ministro neozelandese Jacinda Arden (guarda caso, una donna) che, dopo il crudele attentato razzista verficatosi nel suo paese, ha fatto una serie di discorsi che richiamano all’unità e alla messa al bando di ogni contesa razziale.

Forse il problema è proprio questo: mettere a tacere la voce delle donne significa mettere a tacere la pietas, il richiamo alla comune appartenenza, la voce della “madre” come archetipo, come simbolo di pace e di unione.

La ginofobia imperante, il disprezzo dei commenti sui social, l’esposizione del corpo maschile da parte di leader che poco hanno da dire, sono sintomo di una insicurezza maschile che, troppo spesso, sfocia nell’unica arma a disposizione di chi non ha argomenti: la violenza.

E’ compito della cultura e della scuola fermare questa deriva e tornare di nuovo a lottare per una parità non solo legale ma culturale e sociale tra uomini e donne, parità che non può prescindere dal rispetto reciproco per tutti e tra tutti, da quella libertà che è tale fino a quando non invade il campo dell’altro e si trasforma in abuso.

E’ compito della legge intepretare le norme, che non sono cancelli ermetici ma prodotti umani del tutto arbitrari e, come tali, modificabili se non funzionano, in modo da non far passare messaggi pericolosi per chi non ha gli strumenti necessari alla loro decodificazione.

 E’ compito dei media non usare e scartare per primi le donne, mettendole alla berlina in quanto tali o dimenticandole perché la notizia non “tira” più. Certi titoli, certi editoriali non sono degni di essere considerati giornalistici e gli organi di autocontrollo dovrebbero svolgere meglio il proprio lavoro. Un conto è la libertà d’opinione, un conto violazioni palesi del codice deontologico.

Solo così potremo evitare che esitano ancora donne di scarto.

 

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