Manduria, la violenza tollerata


http___media-s3.blogosfere.it_cronacaeattualita_9_9c4_anzianoAntonio Stano, un pensionato con problemi di disabilità, è stato per anni tormentato da due bande di ragazzini, la maggior parte dei quali minorenni,  e forse ucciso, a Manduria, un paese pugliese.

Parliamo di un paese di trentamila abitanti, ricco, a quanto rivelano i depositi bancari eppure umanamente poverissimo se, da anni, questi ragazzi potevano impunemente prendersi gioco di un povero vecchio, tormentarlo, filmarlo scambiandosi i filmati, sulle chat, insultarlo, dileggiarlo, senza che nessuno, dalle famiglie, ai servizi sociali, alle forze dell’ordine, abbia fatto nulla.

Le stesse giustificazioni addotte da alcuni familiari dei minorenni coinvolti rivelano una incapacità educativa sconvolgente: cosa devono fare i ragazzi in un paese in cui non c’è niente, come devono passare il tempo?

Per esempio leggendo, tanto per dire, oppure dedicandosi al prossimo, invece che all’eliminazione del prossimo, studiando, praticando sport, crescendo, imparando a diventare umani.

Io credo che in questa vicenda giochi un ruolo importante la deumanizzazione del diverso a cui assistiamo da tempo:  se partiamo dal presupposto che il migrante, il rom, il tossico sono diversi, un po’ meno umani, anzi, alcuni di loro, per niente umani, quanto tempo credete che ci voglia perché diventino meno umani gli anziani, i clochard, i malati di mente? Il passo è molto più breve di quanto si immagini e non è un caso se Hitler cominciò a far ele prove dell’Olocausto proprio con i malati di mente. Probabilmente a Manduria sono solo in anticipo sui tempi.

Naturalmente c’è anche il problema della tecnologia, che i ragazzi maneggiano senza consapevolezza, senza comprendere che il processo che ti fa diventare un’altra persona in chat, che ti fa indossare una maschera, spesso conduce a non toglierti di dosso mai più quella maschera, a farti diventare davvero un’altra persona.  Già Pirandello aveva detto che viviamo tutti un io frammentato, la tecnologia usata senza le dovute cautele velocizza questo processo, lo estremizza e può, in alcuni casi, creare mostri.

I ragazzi oggi non sono più frenati dal caro, vecchio, senso di colpa che ci ha reso nevrotici e depressi ma responsabili, che ci ha insegnato a rispettare e a essere rispettati. Oggi sono diventati proiezioni di genitori frustrati che vedono in loro una possibilità di riscatto sociale e morale e, per questo, giustificano ogni cosa, li difendono, si scagliano con chi, a loro dire, non li sa capire.

Quando una delle madri intervistate dice che suo figlio non è un mostro, si è limitato a guardare i video che i suoi compagni giravano e scambiavano sulla chat, non si rende conto della totale deresponsabilizzazione che attua nei confronti del ragazzo, non riesce a comprendere che guardare certe cose, venirne a conoscenza e non parlarne con nessuno, forse non ci rende mostri ma vigliacchi e persone con una coscienza deficitaria sicuramente sì. Chiunque lavori a scuola sa che a fare caos e comportarsi male sono sempre “gli altri”.

E’ una catena penosa e squallida di assoluzioni, quella che si legge dalle dichiarazioni sui giornali, di gente che sapeva, da anni, anni!, e non ha fatto nulla.  E’ una tragedia molto italiana, questa, di un paese che ha perso le coordinate dell’umanità.

Ha la sua responsabilità anche una scuola ridotta a nozionificio, che non riesce più a formare i ragazzi, sia per l’ostilità delle famiglie, sia per mancanze strutturali  (burocrazia patologica, troppa attenzione ai programmi (che non esistono da anni) e meno ai ragazzi, delegittimazione del ruolo dell’insegnante, ecc.). Questa mancanza di una figura adulta di riferimento in quel periodo delicato che va dalla preadolescenza all’adolescenza, unita alla mancanza di regole e di prospettive, in un paese governato da vecchi che per i giovani non hanno mai fatto nulla, e all’incertezza per un futuro sempre più nebuloso, si risolve in un vivere alla giornata, godere del momento, in una anarchia emozionale che non è nichilismo e non è rivolta, solo il costante e impossibile tentativo di vincere una noia che non si riesce a gestire,  una fuga da sé stessi per non guardarsi allo specchio. La violenza è lo stadio terminale inevitabile di una somma infinita di piccole e grandi sconfitte.

Perché nessuno insegna a questi ragazzi come gestire i sentimenti senza estremizzarli, come sublimare le pulsioni, come indirizzare e anestetizzare la rabbia. La scuola non riesce più ad essere un veicolo di cultura e la povertà culturale di questi ragazzi e queste famiglie è sotto gli occhi di tutti. La novità , casomai, è la  tendenza a minimizzare, ad assolvere, a comprendere, a semplificare anche un episodio così orrendo.

Se ci pensate, sono fascisti. Eh, sì, perchè il fascismo, nella sua radice elementare, denudato della sua ridicola ideologia, non è nè un’opinione nè un crimine ma una malattia: violenza di gruppo verso un inerme, vincere la propria viltà disperdendola nel coraggio del branco, decidere che qualcuno non è degno di vivere accanto a noi. C’è qualcosa di profondamnente fascista in quello che hanno fatto quei ragazzi, nella loro amoralità, nel loro sfogare la propria frustrazione esistenziale cancellando l’esistenza di un altro essere umano.

La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, la violenza verbale del nuovo lessico politico, la violenza materiale dei femminicidi, degli stupri, delle aggressioni razziali, la violenza  del pane calpestato e la violenza del branco. La violenza non può essere controllata tramite decreti legge ma va combattuta alla radice.

L’unico ente che può richiamare le famiglie alle proprie responsabilità, che può e deve far suonare il campanello d’allarme nella nostra società per invertire la rotta,  è la scuola, scuola che va rinnovata e ridisegnata non su quello che chiede l’industria ma sui bisogni formativi dei ragazzi, sulla loro povertà etica, sulle loro potenzialità che si dissolvono in ore e ore di chat. Scuola che deve tornare ad essere magister vitae e no0n può vivere sotto la spada di Damocle di denunce e ricorsi al Tar, modellando su questo la propria identità.

Manduria non è una pagina di cronaca, è un segno della fine: se riusciamo a coglierlo, possiamo ancora invertire la rotta, altrimenti, la maledizione che Primo Levi annuncia in apertura di Se questo è un uomo, sarà ineluttabile.

 

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Nessuno metta il cappello sul venticinque Aprile

partigiani-1

Non amo le ricorrenze, specie quelle finte come l’ipocrita festa della bandiera genovese inventata dal sindaco della città in cui vivo per rivendicare un orgoglio che non esiste più da quando, molti anni fa, Genova ha rinnegato sé stessa e le proprie radici. Il fatto che arrivi a due giorni dall’anniversario della Liberazione aggiunge un ché di ulteriomente offensivo.

Odio le ricorrenze, ma il venticinque Aprile è un’altra cosa e trovo ugualmente nauseante sia la presa di posizione di Salvini, che col consueto coraggio che lo contraddistingue, si defila dalle celebrazioni per non scontentare una parte consistente del suo elettorato e quell’estrema destra che ne rappresenta la testa di ponte nelle periferie, sia quella di Di Maio che, soffocato dalla schiacciante supremazia di quello che avrebbe dovuto essere un alleato di governo e ne ha invece monopolizzato la direzione, tenta una penosa e inaccettabile svolta a sinistra, rievocando radici che non possiede e in cui buona parte dei suoi elettori non si riconosce.

Basta fare una rapida ricerca sui commenti dei Cinque stelle al venticinque Aprile negli anni scorsi per accorgersi di quanto un partito senza radici e senza un’idea, non possa riconoscersi in quella Resistenza che ha fondato la democrazia nel nostro paese.

Altrettanto penosa, dopo tre anni di governo Renzi, la cui prima occupazione è stata quella di fare tabula rasa degli ideali della sinistra distruggendo il partito, appare il richiamo al venticinque Aprile di uno Zingaretti, magari sincero ma poco credibile, un leader di cartone che naviga sotto costa in attesa delle bordate dei renziani dopo il disastro annunciato delle elezioni di Maggio.

Farebbe bene la politica, a parte il presidente Mattarella, l’unico degno di parteciparvi, a tenersi lontana, tutta, dalle celebrazioni di una giornata che, in un paese normale, dovrebbe essere una festa gioiosa e nel nostro assume invece la valenza di una levata di scudi contro una folle deriva sempre più oppressiva e inquietante. Farebbe bene la politica a tacere, perché i caduti della Resistenza meritano almeno il silenzio.

Nessuno, a parte la gente che riterrà opportuno scendere in piazza, è autorizzato a mettere il cappello sulla giornata di domani. Morirono per la libertà giovani comunisti e socialisti, futuri democristiani e liberali, aderenti al partito d’azione e repubblicani, in quella che è stata l’unica, vera rivoluzione nel nostro paese, l’unica e sanguinosa impennata d’orgoglio di un’Italia che oggi vede la propria dignità calpestata sotto i piedi da inetti e cialtroni senza scrupoli e dall’ignoranza che dilaga come un’inarrestabile fiume in piena.

Domani sara’ la giornata di tutti quelli che credono nella democrazia, nei diritti civili, nell’accoglienza e nella cooperazione, nella fratellanza tra i popoli, la giornata di chi non si arrende e continua, quotidianamente, ostinatamente, a svolgere con coscienza il proprio ruolo nella società, a credere nel lavoro ben fatto come unica difesa contro l’odio e il rancore.

Che sia una giornata di festa e di orgoglio, dunque, l’orgoglio di chi non ha venduto la propria dignità per trenta denari o una poltrona, l’orgoglio di chi crede che le idee, anche se del secolo scorso, non  invecchiano, casomai si rinnovano e trovano nuova linfa, si tramandano ai giovani, che hanno più forza e coraggio di noi per portarle avanti. Che sia la giornata di chi costruisce ponti e non muri.

Che sia un giornata di democrazia e libertà, dunque, per onorare chi ha dato la vita perché potessimo scendere in piazza o non scenderci, perché nessuno mai più ci obblighi a fare l’una o l’altra cosa.

Buon venticinque Aprile, a chi crede che gli uomini siano tutti uguali e abbiano gli stessi diritti e doveri, a chi è capace di guardare il mondo da posizioni diverse, a chi pensa che un libro sia prezioso come un diamante e che la cultura sia la nostra ancora di salvezza in mezzo alla tempesta, a chi come me, ha conosciuto i partigiani ancora giovani,quando venivano nelle scuole, ha ascoltato i loro racconti, li ha sentiti dire che la scuola era tutto, che l’istruzione era necessaria perchè l’orrore non si ripetesse mai più, che loro avevano combattuto anche perché noi potessimo essere dietro quei banchi. Non ho mai dimenticato le loro parole e ne ho fatto regola di vita.

Buon venticinque Aprile, quindi, ai ragazzi di ieri e di oggi.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Caso Siri: la zona grigia che fa la forza delle mafie

anti-corruzione-cover_2919152_312408

Cominciamo con un assioma: non sempre dove c’è corruzione c’è mafia, ma dove c’è mafia c’è sempre corruzione.

E’ per questo che qualsiasi discussione sul contrasto alle mafie deve partire da una lotta senza quartiere alla corruzione, diffusa a macchia d’olio nel nostro paese, lotta che non può essere delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, per altro, a volte, permeabili alle mafie, come la cronaca ci ha detto recentemente, ma deve essere prima di tutto culturale e morale.

Educare le nuove generazioni a contrastare le mafie, possibilmente senza retorica, destrutturandone i messaggi polisemantici che arrivano da ambienti diversi per arrivare,e  non partire, come spesso si fa, a creare una memoria condivisa, è certo utile e necessario ma diventa inutile nel momento in cui gli onesti, nel nostro paese, troppo spesso, sono sinonimo di fessi. Tocco con mano quotidianamente, che il lavoro svolto sull’argomento smuove i ragazzi nel profondo, resta anche dopo anni, ma cosa succede quando, una volta adulti, si troveranno immersi nella triste realtà del nostro paese?

E’ possibile che Armando Siri non sapesse davvero nulla di Nicastro, re dell’eolico siciliano, socio di Messina Denaro, ma se ha davvero chiesto  trentamila euro ad Arata, che probabilmente sa benissimo chi è Nicastro, è entrato ufficialmente a far parte di quella zona grigia che, spesso inconsapevolmente, fa la forza delle mafie nel nostro paese.  zona grigia che si crea alimentando la corruzione.

Alle mafie non serve comprare un ministro, troppo dispendioso e, oltretutto, spesso i ministri sono solo facce per il grande pubblico, senza reale potere decisionale, per loro è molto più utile arrivare a corrompere il consigliere comunale, l’impiegato del catasto, il geometra del comune, il semplice deputato, un sottosegretario, gente dentro la macchina burocratica dello Stato, gente che mette firme, propone, suggerisce, insieme a medici legali, avvocati, ecc.

Non tutti sanno di fare favori alla ‘ndrangheta o a Cosa nostra, la corruzione è una faccenda delicata, spesso per trovare i mafiosi dietro una mazzetta occorre smontare un complicato gioco di scatole cinesi, ed è proprio questo  a fare la fortuna dei mafiosi: probabilmente un certo numero di persone che fanno parte della zona grigia avrebbero delle remore morali a fare affari con i mafiosi, mentre non  ne hanno ad accettare soldi sottobanco. E’ un lassismo morale presente a tutti i livelli, un imprinting della cultura mafiosa molto più diffuso di quanto si pensio.

Entra qui in gioco il discredito sociale, praticamente inesistente nei confronti dei corrotti, tanto che il leader di un partito che ha rubato 49 milioni di euro agli italiani, può patteggiarne la restituzione a rate e bulleggiare quotidianamente in rete e sulle televisione pretendendo anche di dare lezioni di morale, raccogliendo il consenso di un gran numero di italiani. Senza contare la sua presenza a Corleone, motivata dall’intenzione di combattere la mafia, il 25 Aprile, atto di una volgarità intellettuale e di cialtroneria inconcepibili e inaccettabili, se non in Italia. Usare la  mafia come pretesto per evitare di scontentare gli elettori e gli alleati nascosti di partito, è qualcosa che fa rivoltare lo stomaco e offende ogni vittima innocente della violenza mafiosa.

Lo stesso leader rappresenta quei piccoli e medi imprenditori del nord che con le mafie fanno affari, specie nell’ambito del traffico di rifiuti, e ne hanno, anni addietro, favorito l’insediamento nel loro territorio, dove oggi fanno gli affari migliori e mostrano la loro faccia “pulita”.

Ovviamente lungi da me dall’affermare che il leader in questione sia mafioso, certamente la lotta alle mafie non rientra, come dovrebbe, tra le sue priorità e sicuramente certe frasi, certe prese di posizione sulla corruzione, mostrano la scarsa sensibilità di questo esecutivo verso quello che è un nodo fondamentale da sciogliere, se si vuole davvero che questo paese progredisca, cosa che sembra lontana dalle intenzioni di questo esecutivo.

Per arginare le mafie, per interrompere quella liason con il potere che dura dall’unità d’Italia e anche da prima, leggetevi “Storia dell’Italia mafiosa” di Isaia Sales e poi rileggetelo, per farvi un’idea del paese in cui viviamo, sarebbe necessaria un’altra classe politica, un’altra scuola e una massiccia e costante opera di denigrazione di corrotti e corruttori. Invece nel nostro paese si mandano messaggi trasversali di solidarietà a Formigoni.

Ci vorrebbe una Greta Thurnberg che usasse la stessa forza, la stessa determinazione contro i corrotti, anzi, ce ne vorrebbero parecchie, perché la storia ci insegna che una farebbe una brutta fine. Invece certe notizie ormai si leggono con stanchezza e rassegnazione, siamo assuefatti e stanchi, incapaci di cogliere segnali di un possibiile cambiamento.

Finchè la politica sarà al servizio dell’economia, quindi degli uomini d’affari, difficilmente le cose cambieranno perché, perdonate se chiudo con un altro assioma: (forse) dietro ogni uomo d’affari non c’è un grande criminale, ma dietro ogni grande criminale,  c’è sicuramente un uomo d’affari.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il ministro col mitra e l’opposizione querela un rocker

052713mil07

La foto del ministro degli interni con un mitra in mano e l’espressione di un oligarca russo che valuta la mercanzia, oltre che fuori luogo in tempo di festività pasquali da parte di uno che giura sul Vangelo e si autoproclama difensore della famiglia tradizionale ( degli altri), è volgare, di pessimo gusto e, se vuole essere minacciosa, risulta solo grottesca.

Altrettanto fuori luogo sono gli sfottò da parte di alcuni membri del Pd nei riguardi di chi sperava di trovare un mezzo stipendio col reddito di cittadinanza e si è ritrovato in mano un pugno di mosche. Molti di quelli che lo hanno richiesto sono persone in stato di necessità, per i quali gli ironici radical chic piddini non hanno fatto nulla durante la scorsa legislatura. Se è di cattivo gusto scherzare con le armi e la violenza, lo è ancora di più farlo con la miseria e il bisogno.

Tutto sommato, la scelta del ministro degli interni di non partecipare alle manifestazioni del 25 Aprile appare coerente, non per le motivazioni, del tutto fuoriluogo e antistoriche, addotte, ma per quanto ha fatto e detto finora: non si sente davvero la necessità di un razzista xenofobo e bugiardo che festeggia il 25 Aprile.

Allo stesso modo farebbero bene a non presenziare molti esponenti del Pd, che i valori della Resistenza, mi riferisco alla solidarietà, alla cooperazione, alla libertà e ai diritti condivisi, li hanno traditi più volte, votando l’accordo con la Libie e la legge sul decoro urbano di Minniti, non votando lo ius soli e aprendo la strada all’immondo decreto sicurezza di Salvini e all’ultimo recente aggiornamento sul decoro dei centri urbani.

Le colpe dell’esecutivo di oggi, tante, gravi, pesanti, e gravide di consequenze per il futuro, nascono anche dagli errori di ieri, da una sinistra completamente priva dei valori fondanti, quelli della Resistenza, appunto, votata ad abbracciare la globalizzaizone e gli scompensi che, questa globalizzazione, comporta, incapace di trovare una strada autonoma che permetta di conciliare la giustizia sociale con l’economia.

Io credo che solo la fuoriuscita di Renzi e della nomenclatura renziana possa dare alla sinistra una possibilità di rinascita, che non può certo passare per Zingaretti, persona magari anche onesta ma non certo qualcosa di nuovo sul palcoscenico sgangherato di quello che fu un grande partito di sinistra. Non mi sembra di sentire parlare in questi giorni di lotta senza quartiere alle mafie e alla corruzione, politiche del lavoro a lungo termine coerenti con la salvaguardia dell’ambiente, equità fiscale e pene severe per gli evasori, ecc. Sento solo un chiacchericcio indistinto e le solite battute stantie.

Una sinistra vera, in quanto tale, invece di ridere dei poveri di nuovo imbrogliati da vane promesse, chiederebbe ad alta voce, ossessivamente, giorno dopo giorno, al governo notizie su Silvia Romano, finita nell’oblio in attesa di esesre di nuovo ricoperta di insulti se, come ci auguriamo in tanti, tornerà sana e salva a casa.

Questa sinistra, invece, non può nemmeno chiedere giustizia su Giulio Regeni senza apparire ridicola. A questo siamo ridotti.

A Maggio, dopo la resa dei conti elettorale, questo governo, a meno di sorprese clamorose, cadrà e alle nuove elezioni si presenterà una destra questa volta sì estremista, fascista e pericolosa. E’ a quell’evenienza che deve prepararsi la sinistra, perché a Maggio sarà un’altra batosta o una vittoria di Pirro, cominciando a invitare questo Renzi, che come un bambino capriccioso  adesso si mette a querelare anche le rockstar, a fondare il suo partito e portarsi dietro i suoi fedeli.

Bisogna fare in modo che quella brutta foto di un pessimo ministro non sia un presagio, ma solo un cattivo ricordo da cancellare al più presto.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Una pazza corsa verso il disastro

cavernicoli

Chi ha la mia età ricorderà certamente quel cartone animato dove due cavernicoli su una macchina primitiva partecipavano a una folle corse tirandosi violente clavate sulla testa per procedere più velocemente. E’ un’immagine perfetta per dipingere l’attuale situazione politica del paese come due leader politicamente primitivi che spingono sull’acceleratore, in vista della competizione delle lezioni europee, trascinando il paese in una folle e rovinosa corsa.

Gli italiani devono possedere una certa propensione per i bulli se, dopo qualche anno di consensi per Renzi, hanno scelto come loro leader Salvini che, incapace di un pensiero autonomo, non fa altro che scimmiottare, peggiorandolo, quanto fatto dal suo predecessore.

Renzi tramite Minniti stringe un accordo infame con la Libia? Salvini esagera, chiude i porti, impedisce alle Ong di prestare soccorso ai naufraghi, sequestra settanta disgraziati su una nave e la fa franca.

Renzi, sempre tramite Minniti, fa approva l’osceno decreto sul decoro urbano? Salvini lo reitera peggiorandolo, attribuendo quei poteri che erano dei sindaci ai prefetti, e a farne le spese saranno i soliti noti: venditori ambulanti, giovani vestiti in modo particolare che sembrano drogati e sono solo giovani vestiti in modo particolare che sembrano drogati, extracomunitari che camminano per il centro in attesa del permesso di soggiorno o del decreto di espulsione, ecc.

Come il decreto di Minniti, quello di Salvini, ripeto, identico, cambia solo l’attore, prevede l’allontanamento degli indesiderati che, presumibilmente, andranno nelle periferie, ad esasperare una. tensione sociale che fa solo il gioco della Lega e dell’estrema destra.

Insomma, Salvini è un Renzi meno politico, più cinico, più sinistro, più fascista, ma tutti e due, quando hanno scritto certe leggi, avevano in mente il loro elettore tipo: borghese, benestante, conservatore. Insomma, lo zoccolo duro dell’elettorato italiano. L’uno ha tradito una sinistra a cui non è mai appartenuto, l’altro quel popolo che nomina sempre ma nei confronti del quale ha fatto ben poco se non aizzarlo alla guerra tra poveri per ridersela sotto i baffi.

Tra i due, va considerato anche Di Maio, che sempre seguendo l’esempio renziano ha fatto passare quella specie di super bonus che è il reddito di cittadinanza, ovviamente adesso che siamo alla resa dei conti e non si può più mentire, si scopre che l’entità del reddito è assai minore di quanto strombazzato ai quattro venti, anche per quanto riguarda il compenso dei navigator, invero assai modesto per un lavoro che ha lo scopo di trovare lavoro dove non c’è.

L’ultima sceneggiata è quella dell’Iva: oggi si parla di aumentarla solo per i beni di lusso, ma avete mai visto in Italia un governo che, alla vigilia delle elezioni, tocca i portafogli più gonfi?

Si continua così, una calmata qui, una là, tra bugie, insulti, infamie e omissioni, tra avvisi di garanzie e rinvii a giudizio, in fondo la solita, vecchia storia di un paese dove, come sempre, cambia tutto per non cambiare niente.

 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

L’incendio di Notre Dame: un cattivo segno

f0210a0b60df71afdbabedf819fc1ce1-45426-d41d8cd98f00b204e9800998ecf8427e

Il fuoco distrugge, il fuoco purifica, il fuoco, come tutti i simboli archetipici è polisemantico.

Il fuoco che ha devastato Notre Dame è stato crudele, impietoso, irrefrenabile. La bellezza che va a pezzi impressiona, stringe il cuore, ci angoscia, perché dà vita a un incubo collettivo, quello della cancellazione della nostra identità.

Quando mi reco in un paese straniero, cerco prima di tutto due cose: le tracce della Storia, che concidono con la bellezza, e un posto dove mangiar bene. A Parigi sono stato molte volte e confesso di aver amato più la Sainte Chapelle che Notre Dame, forse perché in una chiesa cerco raccoglimento, contatto col trascendente, misticismo e quindi prediligo monasteri in mezzo alla natura, abbazie, chiostri, cappelle. Mi emozionano di più gli affreschi di Benozzo Gozzoli che le tombe sontuose di Santa Croce, è un mio limite, me ne rendo conto.

Le grandi chiese, S. Pietro, Notre Dame, Canterbury, ecc. mi sembrano più costruzioni in lode del genio umano che di Dio. Ma naturalmente resto abbacinato dalla bellezza, dalla maestosità, dalla sfida al tempo che gli artefici hanno lanciato anche se, sostanzialmente, la penso come Foscolo: alla fine resterà la poesia, il resto è destinato a diventare polvere.

La devastazione di Notre Dame, a chi crede nei segni o, a esser meno superstiziosi,alle analogie di Jung, suona come un monito, un segnale, anche per quella concidenza col primo giorno della settimana santa.

Perché l’Europa davvero, a Maggio, rischia di crollare, di bruciare, ridando vita a vecchi fantasmi che si sperava fossero stati cancellati dal tempo. Ma il tempo non esiste e la Storia non insegna, ormai bisogna rassegnarci all’idea. Basta leggere i commenti sul disastro di quelli che oggi, con termine improprio, si definiscono sovranisti, per comprendere quanto il processo di dissoluzione etica nel nostro paese sia ben oltre il livello di guardia: chi dà la colpa agli stranieri e alla sinistra che li difende (ma dai?), chi ritiene che sia una giusta punizione per Macron, chi parla di punizione divina (Pillon sotto mentite spoglie?), chi afferma di essere del tutto indifferente, ecc.

Un fiume di ignoranza, bassezza, meschinità, trivialità che non si arresta nemmeno un secondo di fronte a un disastro che dovrebbe colpirci tutti, farci sentire tutti un po’ più poveri, un po’ più smarriti.

Gli uomini sono creatori e manipolatori di simboli, i simboli hanno un senso, i simboli universali, come Notre Dame, identificano non una nazione ma un continente, un modo di essere e di pensare, una cultura che si perde nella notte dei tempi. La loro devastazione non può non risvegliare un timore atavico, forse superstizioso ma latente. in chiunque consideri l’oltraggio alla bellezza un sacrilegio, una violazione delle leggi che regolano il mondo e l’armonia delle cose.

Si narra che i grandi passaggi nella storia siano stati sempre contraddistinti da segni, anche il nazismo cominciò con un incendio devastante a uno dei simboli della Germania, probabilmente doloso ma non per questo meno tragico. Speriamo sia solo l’impressione del momento e che il tempo liquidi queste parole come fantasie dettate dall’emozione.

Certo è che quelle fiamme, alla vigilia di una consultazione europea che potrebbe cambiare il volto e il percorso dell’Europa trascinando il continente verso una deriva gravida di sinistre consequenze, suonano come un avvertimento, illuminano un possibile futuro prossimo, bruciano il fantasma di un reietto e del suo amore impossibile, immortalati dalle pagine di un grande scrittore che, per fortuna, sono ancora lì, a ricordarci cos’era Notre Dame, a scolpirla indelebilmente nella memoria di tutti noi.

Certo è che i commenti da deviati mentali che circolano sul web più che irritare o indignare, rattristano, amareggiano, spaventano, come sempre spaventa ogni diminuzione di umanità quando è incomprensibile.

Ma è bello pensare che Notre Dame risorgerà, come l’araba fenice, tornerà a evocare quella tragica storia d’amore e i fantasmi dei tempi passati, speriamo torni ad essere il simbolo di una nuova Europa, più coraggiosa, più civile, più umana e che quel fuoco allontani le ombre che si addensano sul futuro prossimo.

Un paese sospeso

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail