downloadImmagine tratta da torino.repubblica.it

Leggo un irritantissimo articolo sul Fatto quotidiano (capita spesso ultimamente, da quando è diventato l’amplificatore delle idiozie del governo) scritto da chi non è mai entrato in una classe e non ha idea di cosa sia la scuola oggi con il consueto corollario di commenti idioti di giustizialisti e rigorosi censori sulla pelle dei ragazzi.

Premessa doverosa: evito, di solito, le gite scolastiche. Le trovo faticose, da sindacalista trovo assurdo lavorare più del dovuto e non essere pagato, spesso la valenza didattica è discutibile. Preferisco fare uscite sul territorio, far scoprire ai ragazzi i tesori che spesso hanno sotto casa e che non conoscono.  Ma a volte cado in tentazione anch’io.

Il fatto è comparso su tutti i giornali: una scuola organizza una gita di qauttro giorni a Napoli, ci sono molte richieste e pochi insegnanti disponibili, si sceglie come criterio per selezionare i ragazzi quello del comportamento.

Una scelta all’apparenza di buon senso che io, come insegnante giudico contraddittoria e discriminatoria. Mi spiego.

Intanto la definizione di “problematico” riguardo un ragazzo, se non ci sono certificati e attestazioni che ne danno una definizione esatta, è spesso aleatoria, legata al singolo insegnante: un ragazzo problematico con me può non esserlo con altri colleghi. In questo caso, mi metto in discussione e cerco di capire cosa non va in me, passaggio che non sempre tutti fanno.

In secondo luogo, spesso i ragazzi con problemi comportamentali hanno difficoltà di relazione e la gita scolastica, un’attività al di fuori della normale routine quoitidiana dove i ragazzi convivono in modo differente che a scuola, può essere una buona occasione per lavorare su questo aspetto.

Terzo, per esperienza, e sono vent’anni che insegno in una scuola a rischio, fuori dal loro ambiente, in un contesto in cui non sono obbligati a indossare la loro maschera quotidiana, i ragazzi “problematici” sono spesso quelli che si comportano in modo più repsonsabile e sono casomai i “bravi” che riservano sorprese sgradevoli.

La nostra è una scuola vecchia, l’ho scritto molte volte, vecchia nella disposizione dei banchi, negli edifici spesso fatiscenti, nei metodi d’insegnamento, una scuola che non è al passo con i tempi e non risponde più alle esigenze dei ragazzi. Diceva la vicepreside che di fatto dirigeva la scuola in cui lavoro ancora, una donna da cui ho imparato moltissimo, che non esistono cattivi ragazzi, esistono famiglie inadeguate e insegnanti poco disponibili.  Io credo che la definizione valga oggi più che ieri. Perdiamo troppi ragazzi perché siamo strutturalmente incapaci di venire incontro alle loro esigenze, mentre siamo bravissimi a sanzionare ed escludere.  Capire e mettersi in discussione costa fatica, punire, meno.

Aggiungo che molti di quelli che dai forum dei giornali o sui social tuonano contro il lassismo nelle scuole, sono i primi a insorgere quando si sanziona il comportamento dei figli o gli si assegna un voto al di sotto di quell’eccellenza a cui aspirano, minacciando vie legali,  situazione che molti colleghi che lavorano in scuole di quartieri meno disagiati di quello in cui lavoro io, vivono quasi quotidinamente.

Gli articoli di questi giorni sono solo l’ennesima occasione persa di parlare seriamente di istruzione e speriamo che il Ministero non colga l’occasione per trasformare la sciagurata scelta di quella scuola in legge.

 

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