Ministro Bussetti, trasferisca il ministero allo Zen di Palermo.

Ministro Bussetti, trasferisca il ministero allo Zen di Palermo.

Bussetti

L’esternazione del ministro Bussetti riguardo gli insegnanti del sud non è solo fuoriluogo, offensiva e sgradevole, retaggio del dagli al terrone tanto caro a un certo elettorato leghista, ma si basa su un equivoco di fondo che da anni acceca i ministri dell’istruzione e buona parte della stampa.

 

Da anni mi batto, anche in sindacato, contro le prove standardizzate di apprendimento come Invalsi, ecc. che, a mio parere, sono prive di qualunque valore statistico se non vengono lette in relazione ai fattori ambientali e socio economici. 

 

Mi spiego: in qualunque città del nord, anche la civilissima e organizzatissima Milano, se si confrontano i risultati di una scuola del centro e una di periferia, magari a rischio e ad alto flusso migratorio, è assai probabile che la scuola del centro ottenga risultati migliori, e parliamo di scuole all’interno della stessa città. Questo se i test somministrati sono decontestualizzati, come accade regolarmente.

 

Gli insegnanti di periferia lavorano meno? Devono impegnarsi di più? Per esperienza personale so che nelle scuole disagiate si lavora di più, si inventa e sperimenta di più, perché in partenza si ha molto meno. Il problema non sono né gli insegnanti nè i ragazzi, quelli di periferia non sono meno intelligenti di quelli del centro e negli anni le differenze si azzerano, il problema sono  gli strumenti di valutazione utilizzati.

 

E’ assurdo somministrare lo stesso tipo di test, valutare le stesse abilità, in ragazzi che partono da situazioni socioeconomiche diametralmente opposte. E’ lo stesso equivoco che portò all’emarginazione degli studenti neri, considerati meno intelligenti dei bianchi negli Stati Uniti, fino a quando, negli anni settanta, i sociolinguisti scoprirono che si stavano semplicemente valutando i ragazzi neri dei ghetti con gli stessi strumenti che si usavano per i ragazzi bianchi dei quartieri ricchi. Ad esempio, il linguaggio usato dagli insegnanti e dai libri di testo era il linguaggio della classe dirigente, comprensibile per i bianchi, ma totalmente incomprensibile per i neri. Usando lo slang, i sociolinguisti dimostrarono che i ragazzi neri avevano le stesse identiche capacità di apprendimento dei bianchi. E questo della lingua usata a scuola oggi, con i nativi digitali e la semplificazione del linguaggio di tutti i giorni, è un problema enorme anche per noi.

 

L’affermazione di Bussetti sembra riportarci indietro di decenni. Ho conosciuto in questi anni molti insegnanti meridionali, io stesso sono figlio di immigrati dalla Sicilia e non sono l’unico insegnante in famiglia, e ne ho apprezzato la preparazione, la serietà e la capacità di trovare soluzioni, di inventare, di sperimentare che si ritrova sempre quando si deve lavorare senza aspettarsi l’aiuto di nessuno e senza avere dietro una struttura adeguata. Attaccare la loro professionalità, accusarli di scarso impegno, è semplicemente vergognoso. In certi quartieri del sud, la scuola è l’unico segno della presenza di uno Stato che da tempo ha abdicato a favore della criminalità organizzata. Il ministro trasferisca i propri uffici allo Zen di Palermo, al rione sanità di Napoli, in certi quartieri di Bari, entri in una classe di una scuola qualsiasi in quelle zone e pontifichi: vediamo come ne esce.

 

Sarebbe forse meglio che il ministro, invece di esternare queste perle di saggezza e poi risentirsi utilizzando lo stantio luogo comune del fraintendimento, cominciasse a svolgere il compito per cui è pagato, partendo dal problema della disuguaglianza che esiste oggi nella scuola italiana che, invece di azzerare le differenze, come recita la Costituzione, le amplifica e le rende insanabili.

Lasci perdere, Bussetti, i grembiuli e le divise, e si occupi dei ragazzi e degli insegnanti, si occupi di pensare a una scuola più equa, più giusta, che non lasci indietro nessuno e che non spinga all’abbandono, lasci stare i consigli sull’assegnazione dei compiti e si occupi di riformare le indicazioni dei programmi scolastici, di favorire un insegnamento adeguato al tempo in cui viviamo, di indurre gli insegnanti a utilizzare tecniche e modi di insegnamento che sono la regola nei paesi in cui la scuola funziona e fantascienza da noi.

 

E tanto che c’è, ascolti i sindacati e firmi il nuovo contratto, magari incrementando lo stipendio degli insegnanti fino a renderlo dignitoso e lasciando perdere le stupidaggini riguardanti l’orario di lavoro che è lo stesso in tutta Europa, anzi, a voler essere pignoli, rispetto a certi paesi tanto rinomati, facciamo anche qualche ora in più.

 

Ci faccia tornare a fare scuola, ministro, snellisca la burocrazia che ci ammorba, renda l’insegnamento più flessibile e libero, cancelli la ridicola norma sul merito e inserisca, se vuole, strumenti di valutazione in itinere, ma seri, non interni alla scuola, somministrati da agenzie del territorio capaci di contestualizzare a seconda del luogo e del livello socioconomico degli alunni con cui si lavora.

 

Guardi, solo seguendo gli amichevoli consigli di questo post, si guadagnerebbe pagnotta e riconferma, ma non pretendiamo tanto: sarebbe sufficiente, per ora, che la smettesse di dire sciocchezze.

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