Archivia 2019

Un paese d’argilla con uomini d’argilla

Mi chiedo sempre più spesso, ogni volta che entro in classe, quale sia il senso del mio lavoro oggi, per quale paese io e i miei colleghi stiamo preparando i nostri ragazzi, quali valori trasmettiamo, ammesso che riusciamo ancora a trasmettere qualcosa.

Il nostro è un paese d’argilla, pronto a crollare a ogni soffio di vento, edificato sul nulla in nome dell’avidità e del profitto e non mi riferisco solo alle infrastrutture devastate.

Un paese di furbi, dove chi ruba alla comunità ha sempre una giustificazione, dove, come ai tempo di Manzoni, i don Abbondio abbondano, scusate il gioco di parole, ma di eroi non se ne vedono.

Un paese d’argilla governato da uomini d’argilla, che non diventano Golem, gli implacabili giustizieri della tradizione ebraica, ma si frantumano al primo alito di vento per rimodellarsi a seconda dell’umore della gente. La nostra è una politica ridotta a rissa di cortile, priva di idee, priva di una visione che non sia il mantenimento del potere fine a sè stesso, la tutela di uno status quo che favorisca l’interesse di pochi a scapito di quello di molti.

D’argilla sono anche i giornalisti, asserviti a logiche di potere, creatori di mostri, distruttori di miti, falsi gli uni e gli altri,  cassa di risonanza delle paure della gente. L’originaria mission di mordere alle calcagna il potere si è trasformata nel suo opposto, da cani da guardia a barboncini da diporto.

Un paese d’argilla non può che desiderare l’uomo forte, qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità perché ci sollevi dall’ingrato compito di rimboccarci le maniche dopo esserci guardati allo specchio. Meglio non vedere l’immagine riflessa, meglio sfogare le proprie frustrazioni e la propria incapacità di relazionarsi col mondo dietro una tastiera, gloriandosi di un potere da miserabili, quello di lanciare il sasso e ritirare la mano, abitudine di molti Masanielli di questi tempi. Meglio dare la colpa agli altri, anzi, all’Altro, nero, ebreo, lesbica, tossico o barbone che sia, non importa, basta che faccia da parafulmine alla rabbia, che permetta quelle esplosioni di violenza tollerata necessarie per ritrovare la calma.

L’odio che si respira per le strade, sugli autobus, in treno, è diventato tangibile e non basta, ormai, riempire le piazze, seppure animati da nobili propositi, per contrastarlo. Bisogna partire da lontano, tornare a tessere quel filo sempre troppo esile che univa un tempo il paese che, non va dimenticato, era il paese dei terroni, dei non si affitta ai meridionali, il razzismo stolido e aggressivo da queste parti è sempre stato di casa.

Ma è stato, questo, anche il paese dei don Camillo e dei Peppone, quello dove ci si riconosceva nella diversità e due strade parallele finivano per incrociarsi di fronte a valori che sembravano incrollabili e comuni: la famiglia, la solidarietà, l’unione nel momento del bisogno, la cooperazione. Ma a pensarci bene, unito, lo è stato solo nei libri di Guareschi.

Ma qualcosa è rimasto, in questo paese, qualcosa che neanche il politico più squallido può portarci via: la bellezza. Non la bellezza decadente e mortuaria di Visconti e Sorrentino, ma quella viva, pulsante e luminosa di Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, delle città d’arte con i loro palazzi e le loro strade intrise di storia, di Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Leopardi, del monologo di Ruzante recitato da Dario Fo e degli apologhi sulla mafia di Sciascia, della lirica denuncia di ogni guerra di Vittorini e della constatazione del male di vivere di Montale.

Dicono che i ragazzi sono vuoti, forse è vero ma accadeperché hanno il vuoto attorno e non sanno riconoscere la bellezza però adeguatamente guidati, possono imparare ad apprezzarla e a ricercarla. Nelle famiglie operaie, quando ero giovane, c’erano sempre i soldi per un libro, oggi ci sono sempre i soldi per un nuovo cellulare, è una differenza che spiega molte cose per chi sa andare oltre l’apparenza.

Forse il compito che ancora resta alla Scuola è un compito fondamentale se si vuole ricostruire le fondamenta etiche di questo paese: educare alla bellezza, a riconoscere quelle schegge luminose di genio e poesia, insegnare a coltivare i propri talenti, cercando la propria strada quale che essa sia, senza mai scendere a compromessi sui propri principi, senza vendersi al miglior offerente, ragionando con la propria testa, inseguendo la propria visione, senza mai seguire la massa. magari, ma è utopia, rinunciare al nuovo cellulare per comprarsi libri di poesia.

Mi rendo conto che tutto questo, da anni, è ciò che le politiche scolastiche hanno cercato ostinatamente di combattere, nel folle tentativo di aziendalizzare la scuola e mettere a tacere l’unica palestra di libero pensiero ancora esistente in Italia. Non si vuole un popolo pensante ma un popolo pagante, non persone consapevoli e informate ma consumatori controllabili ed eterodiretti. Per questo la scuola dà ancora fastidio.

Mi rendo conto che, come sempre, bisogna navigare controvento, con fatica, senza aspettarsi per questo una qualche forma di gratificazione che non sia la gratitudine di un ragazzo/a per quello che hai cercato di fare per lui, che arriva magari inaspettata e dopo anni.

In questo paese d’argilla la scuola è ancora una fortezza: assediata, denigrata, bombardata,  ma che ancora resiste.

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Presidi o Dirigenti, come cambia la scuola

Due episodi accaduti uno a Como e l’altro a Crema, mi permettono di tracciare una linea di demarcazione tra due mondi diversi: quello dei presidi e quello dei dirigenti scolastici,   linea che divide due modi differenti di pensare la scuola.

 

 

 

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Dedicato a chi dice che la scuola funziona

La lettura errata del sondaggio Ocse riguardo le capacità di comprensione dei ragazzi italiani, ha scatenato da parte di dirigenti e colleghi una difesa d’ufficio della Scuola ancora più grottesca dell’attacco che era seguito alla pubblicazione del sondaggio. Commento brevemente la cosa nel mio podcast.

 

 

 

 

 

 

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Intervista su Il granello di sabbia

Pubblico l’intervista che ho rilasciato al sito Recensioni per esordienti riguardo il mio ultimo libro

Intervista a Pietro Bertino Scrittore

Dopo aver letto il romanzo “Il granello di sabbia”, l’autore Pietro Bertino ha risposto così alle nostre domande.

Qual è stata l’ “urgenza” interiore che ti ha spinto a scrivere un romanzo distopico sì, ma decisamente verosimile e plausibile? Ti preoccupa la deriva populista imboccata dalle democrazie contemporanee nel loro complesso politico, economico e sociale?

Sì, mi preoccupa la deriva populista ma soprattutto il deficit di solidarietà, la paura della gente che si trasforma in odio e mancata attenzione verso l’altro. Il contesto politico ormai sembra più orientato ad alimentare le paure della gente o a controllarle che a creare un clima di solidarietà e cooperazione.

L’urgenza da cui è nato il romanzo è il quotidiano massacro dei migranti in mare, un genocidio silenzioso attorno al quale c’è troppa indifferenza. Tutto viene semplificato e affrontato con superficialità, seguendo la pancia della gente, delegando al senso comune le responsabilità della politica.

Storicamente, i puristi che anelavano ad un mondo perfetto hanno puntualmente commesso atrocità inenarrabili: è un caso, o un mondo perfetto non è auspicabile, né persino possibile?

Io credo che un mondo perfetto non sia né auspicabile né possibile perché la perfezione o l’imperfezione sono categorie soggettive e quindi ci sarebbe sempre chi ne viene escluso.

Quanto credi che Internet possa essere strumento di partecipazione democratica, e quanto di controllo? È plausibile avere garanzie circa l’utilizzo della Rete per fini non malevoli, o è tutto in mano a tecnocrati incontrollati e incontrollabili? Può essere la “democrazia digitale” diretta una soluzione alle storture della democrazia rappresentativa elettiva?

La rete sarebbe in potenza un formidabile strumento di controllo che si è trasformato, purtroppo, in una sorta di arena pubblica e in un medium altamente manipolabile.

Quella democrazia diretta digitale è un’utopia perché il web, per la sua natura virtuale, non garantirà mai la sicurezza necessaria. I tecnocrati sono ancora controllabili ma rischiano di diventare pericolosi aghi della bilancia nel dibattito politico.

Nel complesso, Internet, si è trasformato in un veicolo di manipolazione delle informazioni, di diffusione ad arte di fake news e di controllo dell’opinione pubblica.

Lo Stato che descrivi è autarchico e di polizia – ricorda in tal senso vagamente quello fascista – ed al contempo imbrigliato in rapporti inestricabili con criminalità organizzata e potere economico multinazionale: hai forse descritto “la tempesta perfetta”?

Ho descritto una realtà possibile, spero non ancora realizzata ma non irrealizzabile.

La criminalità organizzata è ormai un competitor nel mondo economico, le collusioni politiche sono all’ordine del giorno, basta leggere i giornali e il potere economico delle mafie è enorme.

Più che la tempesta perfetta, il libro vuole essere un monito a intervenire finché si è ancora in tempo e, credo o spero, che un margine di intervento sia ancora possibile.

Quanto davvero il singolo può operare allo scopo di far saltare l’ingranaggio e l’intera macchina, proprio come il protagonista, metaforicamente il “granello di sabbia” cui alludi nel titolo?

Io credo, per dirla con Vaclav Havel, nel potere del lavoro ben fatto, il vero granello di sabbia che può far saltare l’ingranaggio.

Il singolo può dare l’esempio, ma è l’assunzione di responsabilità della collettività che può veramente fare la differenza, la consapevolezza del potere della maggioranza.

Il romanzo si chiude con più dubbi che certezze circa la bontà del futuro: credi dunque che l’uomo non imparerà mai dai propri errori?

Non è che lo creda, lo dimostra, purtroppo, la Storia. Anche se passi avanti sono stati fatti e c’è la speranza che altri ancora se ne facciano.

Possiamo sperare in un sequel della storia qui descritta? Hai altri progetti in cantiere?

Non ho in programma un sequel, per il momento, credo che il romanzo sia concluso nell’unico modo possibile, ma non escludo di tornare in quel mondo in futuro. Sto scrivendo un manuale per la didattica dell’antimafia nelle scuole e ho cominciato a buttare giù un po’ di materiale per un giallo.

Grazie alla disponibilità dell’autore, e in bocca al lupo!

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Cattivi maestri

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Adesso ci si mette anche un docente universitario, per altro di filosofia politica, che inneggia ad Hitler, sdoganandolo come difensore dei valori europei.

Il rettore, dapprima fa appello alla libertà di opinione, poi forse qualcuno gli ricorda che l’apologia del fascismo è reato e promette sanzioni immediate.

È un episodio inquietante, quanto quello dell’insegnante che ha minacciato i suoi studenti di ritorsioni casomai avessero aderito alla manifestazione delle sardine e che, a sua volta, si definiva orgoglioso di essere razzista. Inquietante perché queste persone hanno a che fare con i nostri giovani, li formano, dovrebbero educarli a diventare classe dirigente, dovrebbero tramandare i valori fondanti della nostra democrazia. Sembrano, invece, fare tutt’altro.

I social e l’esposizione pubblica che ne deriva, pongono un nuovo problema che non è ancora stato affrontato dal legislatore: fino a dove può esporsi pubblicamente chi svolge un lavoro pubblico e chi ha un compito educativo? Quanto siamo liberi di esprimere il nostro pensiero?

È un problema molto più complesso di quanto si creda perchè mette in discussione proprio alcuni di quei valori fondamentali di cui si parlava sopra: la libertà d’espressione e d’opinione, in primis.

Ma vediamo cosa dice la legge Scelba, che attua il titolo XII della Costituzione riguardante l’apologia di fascismo

«quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.»

Dunque la Costituzione proibisce sia la ricostituzione del partito fascista sia chi esalti, allo scopo di ricostituire il partito fascista, le sue finalità antidemocratiche o i suoi esponenti.

A rigor di logica, dunque, il professore di Siena non è perseguibile secondo questa norma, perché si è limitato a esprimere il proprio pensiero, senza altri fini noti. Qui entra in gioco il vuoto legislativo di cui parlavo: non esiste una regola chiara riguardo chi esercita la professione di insegnante e, di volta in volta, la decisione è demandata ai giudici.

Così accade che la maestra di Torino, che durante una manifestazione no Tav ha inveito contro i giudici, sia stata licenziata perché la professione prevede un comportamento decoroso, che secondo i giudici ha infranto, mentre ancora nulla sappiamo del professore di Fiorenzuola e dei provvedimenti che verranno presi nei riguardi del docente di Siena.

Io sono per la libera espressione del pensiero, anche quando  è di segno contrario al mio, a patto che non infici e non informi il proprio lavoro, che è soggetto sì, alla libertà d’insegnamento, ma anche a una responsabilità morale ed etica enorme che non può essere regolata d nessuna legge.

Tradotto: se insegno ai discenti che Hitler era una brava persona, commetto un abuso, se lo dico in privato o sui social no, ma me ne assumo la responsabilità.

Va assolutamente sanzionato il revisionismo storico, la diffusione di informazioni false e tendenziose, qualsiasi tentativo di indottrinamento, ma non può essere sanzionata, a mio avviso, la libera espressione del pensiero, anche quando risulta sgradevole e al limite dell’osceno, come in questo caso.

Casomai, bisognerebbe indagare sul perché persone di cultura, a contatto con i giovani e che i giovani dovrebbero avere a cuore, coltivino opinioni così deleterie e siano arrivati a una tale mancanza di discrezione e pudore da palesarle senza vergogna.

Qui sì che entra in gioco il vecchio e caro fascismo, con cui la partita non si è mai chiusa perché si è preferito optare per una ipocrita convivenza.

Personalmente, sono allergico sia alle liste di buoni e cattivi sia alle schedature, non mi sento sinceramente di esprimere solidarietà né al docente di Fiorenzuola né a quello di Siena perché abbiamo una visione deontologica differente, ma neanche di crocifiggerli sulla pubblica piazza. È facile riempirsi la bocca di belle parole e poi dimenticarsele quando ci si trova davanti al capro espiatorio di turno, specie un capro espiatorio  fascista. C’è una sostanziale differenza: quelle del professore di Fiorenzuola erano minacce, che configuravano un abuso di potere, questo sì che è un reato, mentre quelle del docente di Siena sono parole, orribili, ma parole.

Non  mi piace neanche invocare nuove leggi, penso che quelle che ci sono siano più che sufficienti, mentre sarebbe invece opportuna una legislatura scolastica, con giudici specializzati a trattare un mondo non sempre chiaramente afferrabile dall’esterno. Non si capisce perché un  calciatore debba essere giudicato da un tribunale specifico e un docente no.

È comunque un altro segno dello spirito del tempo, di uno Zeitgeist che sembra guardare indietro, nonostante le piazze gioiose inneggianti a una politica educata e all’antifascismo.

Ricordo, per la cronaca, che quando Mussolini prese il potere, il partito Socialista era ampiamente maggioritario in Italia e riempiva piazze anche più numerose. Poi, per vent’anni, le piazze le riempì, a forza, lui. Verrebbe da dire ma questa è un’altra storia, ma non ne sono così sicuro. Anche allora non si seppe percepire in tempo dove sarebbe girato il vento.

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Il peso della realtà

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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Le prove Invalsi: non è tutt’oro quel che riluce

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Cito testualmente dall’articolo apparso su Repubblica oggi, firmato da Maria Pia Velediano

“Sia pure nell’anonimato degli studenti, la rilevazione permette di leggere i progressi (o i mancati progressi) nella acquisizione delle competenze linguistiche e matematiche dalla scuola primaria all’ultimo anno delle superiori e permette quindi di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza, quali aree geografiche soffrono di criticità, dove devono andare le maggiori risorse. Dice, ad esempio, attraverso il dato della variabilità degli esiti fra classi della stessa scuola e fra scuole della stessa città, se si sta sbagliando, se si creano in partenza classi elette e classi ghetto e gli uffici scolastici territoriali possono saperlo e intervenire con i dirigenti. È un dato che ci serve, fondamentale per l’equità.”

Il virgolettato in questione contiene, a mio modesto avviso, ma io sono solo un docente di scuola media, anzi, secondaria di primo grado, alcune marchiane inesattezze che mi permetto di sottoporre all’attenzione e alla pazienza di chi legge. Premetto che l’unica cosa in positivo che penso delle prove Invalsi  è che non costituiscono più una prova d’esame.

Intanto parliamo dell’anonimato degli studenti che vengono classificati numericamente e quindi sono assolutamente riconoscibili da chi ha ideato il cervellotico sistema di classificazione che prevede di incollare materialmente delle striscione numerate dopo averle ritagliate su delle schede. davvero, non sto scherzando. Ma che l’anonimato non sia garantito,  lo chiarisce la stessa redattrice nell’articolo: se dai risultati possiamo osservare la variabilità degli esiti tra classi dello stesso Istituto, mi dite dove sta l’anonimato?

Quanto alla variabilità degli esiti tra classi della stessa città, è dovuta al fatto che esistono scuole più ricche e scuole più povere, scuole che operano in quartieri con famiglie strutturate e benestanti e scuole che operano in quartieri con famiglie destrutturate e disastrate, scuole con molti alunni stranieri e scuole senza.  Dati, di cui l’Invalsi non tiene alcun conto. Il dato sarebbe, come dice la redattrice correttamente, fondamentale per l’equità, peccato che dopo anni di Invalsi sull’equità tra scuole in Italia non si sia fatto un accidente di niente. Ricordo che equità significa anche garanzia del rispetto del diritto allo studio.

Il passo più irritante poi è quello in cui si dice che le prove Invalsi permettono di vedere quale ordine di scuola non dà abbastanza. Su che basi? Secondo la redattrice preadolescenti obbligati ad andare a scuola e a studiare cose di cui non gli importa un accidente possono fornire prestazioni uguali ad adolescenti che hanno scelto la scuola da frequentare e studiano secondo le loro competenze materie che gradiscono? Il giovane della scuola media di Scampia o dello Zen di Palermo può fornire le stesse prestazioni del liceale di Napoli o di Palermo e, in caso contrario, significa che la scuola med… scusate, secondaria di primo grado non funziona? Avrebbe ragione Salvini a definirla un parcheggio? Si può essere seri almeno una volta parlando di scuola?

C’è poi un’affermazione esilarante: i test Invalsi stabilirebbero in quali zone debbano andare le maggiori risorse. Le risorse, chiunque fa scuola lo sa, sono, per misteriose alchimie, abbondanti dove non ce n’è bisogno e scarse dove servirebbero e parlare di redistribuzione delle stesse dopo anni in cui la scuola è stata oggetto di tagli costanti, con fondi d’Istituto ormai ridotti al lumicino, provoca, appunto, grasse risate. Si ride per non piangere, ovviamente.

Quanto alla volontarietà dei test Invalsi, citata a inizio articolo, permane alle superiori mentre nella secondaria di primo grado il superamento del test è conditio sine qua non per l’accesso all’esame.

Scrivere in modo approssimativo sulla scuola, in un momento in cui la scuola è in grave crisi, i suoi lavoratori hanno il contratto scaduto da mesi e si lavora costantemente in emergenza, non è elegante e da un giornale come Repubblica ci si aspetterebbe qualcosa di più della difesa d’ufficio della Buona scuola e delle prove Invalsi, cordialmente detestate da molti docenti italiani. Anche perché di Scuola, di una scuola attiva ed efficiente che formi cittadini responsabili questo paese ha disperatamente bisogno.

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