Archivia Novembre 2018

M, di Antonio Scurati: un libro necessario per capire chi siamo

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Il fascismo, raccontato dall’interno con la voce del suo artefice, di cui si traccia un ritratto obiettivo, privo di pregiudiziali ideologiche. Questo è M, di Antonio Scurati, la storia romanzata ma autentica e basata su dati storici rigorosi, dell’ascesa di Mussolini e del fascismo al potere e, in parallelo, la storia  delle lotte fratricide della sinistra e la vita tormentata dell’unico, vero oppositore che cercò di denunciare con la costanza che è propria dei martiri, la barbarie fascista: Giacomo Matteotti.
Sul dualismo tra questi due uomini, il figlio di un fabbro salito sul gradino più alto del potere e il figlio di un proprietario terriero che sceglie di stare dalla parte degli ultimi, i contadini, i senza diritti, si snoda la narrazione, avvincente e costellata di brevi documenti d’epoca,  che fa giustizia di tanti luoghi comuni sul fascismo.
No, l’ordine non regnava al tempo del fascismo e la corruzione era diffusa anche più che ai giorni nostri, Mussolini usò l’omicidio dei suoi avversari politici come strumento abituale per mantenere il controllo, sia contro i socialisti sia contro quei fascisti che si illudevano di militare in un partito dove era lecito esprimere opinioni contrarie a quelle del capo. Mussolini sapeva di essere a capo di un gruppo di psicotici miserabili ma sapeva anche di non poterne fare a meno.
Viene descritta con dovizia di particolare la farsesca, grottesca marcia su Roma che solo l’istinto da giocatore d’azzardo di Mussolini e il tradimento di un sovrano imbelle trasformarono nella porta che aprì la strada al ventennio. Lo stato d’assedio era stato dichiarato, l’esercito fascista non esisteva, molti squadristi erano già stati arrestati, sarebbero stati sufficienti i carabinieri a fermare la sparuta armata brancaleone che si avvicinava alla capitale. Invece il re si rimangiò la sua parola e tradì il paese per motivi che restano, ancora oggi, oscuri.
Viene sfatato anche il mito del consenso popolare al fascismo, che fu oceanico al sud, dove, ancora oggi, si accolgono come oro colato le promesse di chiunque e invece minoritario al nord, dove non a caso si sviluppò la resistenza. Il duce governò con la paura e l’omicidio, il suo fu il governo criminale di un criminale.
A occupare la maggior parte delle pagine è Mussolini, traditore compulsivo della moglie e di tutte le fazioni politiche in cui ha militato, opportunista, doppiogiochista, narcisista patologico, spregiudicato affarista, corrotto,  capo crudele e spietato di una banda di psicotici, sbandati, assassini, frustrati che trovarono la propria ragione di vita nell’uso di una violenza vile e spesso gratuita. Mussolini umorale, Mussolini che vende l’Italia alle compagnie petrolifere americane e quando Matteotti sta per smascherarlo lo fa uccidere, Mussolini che commenta sprezzante l’omicidio di don Minzoni, Mussolini che inganna tutti, anche sé stesso, credendo di essere quello che non è, confondendo la volontà ferina di arrivare con la grandezza.
L’autore descrive impietosamente anche la sinistra divisa, la violenza del biennio rosso, la mancanza di coraggio della classe dirigente di portare a compimento una rivoluzione annunciata a cui mai diede il via. Sullo sfondo il popolo, gli ultimi: traditi dai socialisti, traditi dai fascisti, i soliti sconfitti dalla storia. Perfino Gobetti e Amendola spesero parole lusinghiere per il fascismo, tanto riuscì a quel grande imbonitore.
A dominare, durante la lettura del libro, è la rabbia: rabbia per un paese meschino, dilaniato da assurde lotte interne che tollerò e arrivò a consegnarsi a una banda di corrotti psicopatici guidata da un uomo che avrebbe voluto essere grande ma che in ogni suo atto mostrava la sua piccolezza, il suo squallore interiore.  Come è stato possibile? Ci si chiede a un certo punto, come si è potuti arrivare a tanto?
Libro che dovrebbero leggere i giovani, troppo spesso infarciti di false informazioni, facili a creare miti di cartapesta. Libro che dovremmo leggere tutti noi, per ricordarci chi siamo stati, per capire che il periodo in cui viviamo non ha nulla in comune con quello che vide l’ascesa del fascismo e che quello di Salvini non è fascismo, ma altro, una forma nuova di abiezione sociale che va combattuta con nuove parole e nuovi strumenti.
Libro che ci ricorda cos’è l’antifascismo e perché è un requisito indispensabile per essere uomini, semplicemente uomini. Troppo spesso questa parola viene usata a sproposito, troppo spesso si spendono fiumi di retorica  insulsa e inutile. L’antifascismo è una cosa seria e questo libro serve anche a ricordarci perché siamo antifascisti.
Le ultime pagine, scandite dalla tragica cronaca degli omicidi del mostro di Roma e dalle fasi che portarono all’omicidio di Matteotti, sono commosse, rispettose, dolenti, come si conviene a chi sta celebrando il primo grande eroe civile che questo paese abbia mai avuto. Di  fronte a tanta grandezza, lo squallore umano, etico e morale del fascismo risalta ancora di più.
Alla fine dei conti, quello tra Mussolini e Matteotti fu lo scontro tra un nano deforme e iracondo, un figlio del popolo che tradì e usò il popolo per acquisire potere e ricchezza, fuggendo alla fine come un miserabile morendo, e un gigante dallo sguardo limpido, che rinunciò ai suoi privilegi per il popolo degli ultimi, un santo laico che sacrificò tutto, anche la vita, per la libertà.
Un libro necessario, impegnativo, definitivo: per fare i conti con una storia che è anche la nostra, per ricordarci chi eravamo e decidere chi vogliamo essere.

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Della destra italiana e della irresistibile attrazione per l'uomo forte.

Salvini isoardi  bellunese

La foto è glamour, per quanto tale aggettivo possa legarsi al soggetto ritratto: Salvini, seminudo, mollemente adagiato su una Elisa Isoardi in accappatoio. Sotto, un titolo annuncia che la loro storia d’amore è finita, la Isoardi lo ha comunicato su un social che non nomino altrimenti mi censurano l’articolo (sic!).

La prima, spontanea reazione è uno sticazzi! che avrebbe tutta l’approvazione di Rocco Schiavone, ma no, si va oltre l’inutilità, si scava ancora e un’ articoletto collegato riporta una breve nota biografica del rapper, poeta e umorista (sic!) da cui la Isoardi ha tratto la frase con cui si è accomiatata da Salvini.

Il paese é in pieno allarme idrogeologico, l’Europa minaccia la procedura d’infrazione per una manovra di bilancio talmente demenziale che ci si chiede se non stiano scherzando, i giovani che usano droga sono sempre più giovani e ci se ne accorge ( e se ne parla) solo quando muoiono per ucciderli due volte speculandoci sopra, il razzismo dilaga, si tagliano soldi alla scuola e alla cultura e Repubblica (sic!) inserisce tra i titoli di testa Salvini nudo e la notizia della fine della sua love story. Come direbbe ancora Schiavone, dobbiamo riflettere su questa cosa.

Perché questa cosa, lo dico ai miei quaranta lettori, è qualcosa di fascista, perché il mito dell’uomo forte ma tenero, amatore indefesso di donne naturalmente più giovani che sacrifico al lavoro indefesso per la patria, è un luogo comune della retorica del ventennio e trovo francamente insopportabile che il più venduto quotidiano italiano debba inserire tra i titoli principali questa merda, per citare il commento del critico Greil Marcus a Self Portrait, il disco più folle di Bob Dylan.

Evidentemente Repubblica fiuta il vento e quello che spira nel nostro paese è un vento di destra. Piaccia o no, e a chi scrive non solo non piace ma disgusta proprio, Salvini ormai ha occupato la scena, la gente lo percepisce come l’unico capo del governo al cui confronto il presidente del consiglio nominale, tale Conte, appare come poco più che un maggiordomo, e il povero Di Maio come il suo giullare.

Il lento, inesorabile e penoso suicidio politico dei Cinque stelle, incapaci non solo di fare la rivoluzione ma di fare politica tout court, sta consegnando il paese alla Lega, una forza politica che, forse, avrebbe credito solo nel Brasile di Bolsonaro.

Rivoltato in parodia, perché in Italia nulla è serio, sembra di assistere a quanto avvenne con l’avvento di Mussolini, quando il suicidio politico e ideologico dei socialisti, ma largamente maggioritari e l’ignavia del sovrano, aprirono la strada per il potere a una banda di vigliacchi coraggiosi solo quando si trovavano in cento contro uno e al loro capo, un narcisista patologico, voltagabbana, criminale, che per vent’anni governò il paese ( per molta parte del ventennio col plauso di tutti, e non raccontiamoci storie, per favore, perché la storia non si cambia) con i risultati che sappiamo.

Non c’è bisogno di evocare lo spettro del fascismo con Salvini, ideologia troppo complessa per lui, né di fare paralleli tra Gentile e Fusaro, ubi maior minor cessat e qui sarebbe più opportuno parlare di minoratus paraculus, non c’è bisogno di ricorrere a una retorica stantia e ormai vuota, basti solo dire che non arriveremo a scatenare una guerra per ridurci in rovina, basterà continuare sulla strada dei favori che la Lega e Salvini continuano a fare ai poteri forti, a quella imprenditoria italiana retrograda e reazionaria rimasta uguale a sé stessa, che ieri applaudiva il duce alla Scala di Milano e oggi applaude la sua versione muppets show.

La destra è sempre la stessa: priva di valori e di contenuti, ipocrita, violenta con i deboli e mite con i forti, un’accozzaglia di cialtroni che badano solo al proprio tornaconto. Questi rivoluzionari al contrario, gente che delibera per le multe agli abiti succinti e toglie la mensa ai bambini stranieri, gente che mette un ex militante del Fronte della gioventù alla direzione del Tg1 e un creatore di bufale a dirigere la Rai,  finirà dove finiscono tutte le rivoluzioni, non nel sangue, perché, ripeto, l’Italia non è un paese serio, ma quando incontrerà il denaro. E sono già partiti avvantaggiati, vista la messe di amministratori leghisti indagati.

A cambiare, ma neanche tanto, è la gente. C’è solo un plus d’ignoranza, di arroganza, di vis pugnandi dietro la tastiera, di meschinità rispetto al consueto. Perché questo era, è, sarà sempre un paese di destra e quando ha votato in massa Renzi lo ha fatto sempre seguendo il mito dell’uomo forte, che per qualche tempo lo scout di Rignano ha incarnato, un mito che è di destra. Non a caso, nella sua follia onanistica e narcisista, Renzi propone quale suo successore il più a destra dei suoi scherani, quel Minniti cui i pentastellati dovrebbero fare un movimento perché è il vero artefice del loro effimero successo.

Con una opposizione inesistente e una maggioranza divisa su tutto, litigiosa e inconcludente, il cui unico risultato, fino adesso, è una legge di bilancio che sembra scritta da un ragioniere sotto acido, effettivamente si comprende che Repubblica, per vendere qualche copia, sia ricorsa all’eterno binomio sesso-potere. Si capisce ma fa schifo lo stesso.

E speriamo almeno che sia scampato il pericolo di avere come consigliere rai l’autore della Prova del cuoco.  O di non doverlo rimpiangere.

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