Archivia Novembre 2018

Antonio Manzini- Fate il vostro gioco. Il ritorno di Schiavone

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Rocco Schiavone ritorna. Malinconico, tormentato, sempre più solo, l’anti eroe più noir della narrativa italiana è alle prese con una indagine intricata, lo strano omicidio di un ispettore di gioco del Casinò di Saint Vincent. Sulla base di indizi quasi surreali, degni di un quadro di De Chririco, un gatto che non è al suo posto, la fiche di un altro casinò, una bic bianca, Schiavone elabora, immagina, comprende, deduce, arrivando a una soluzione parziale, perché quel delitto è avvenuto “per qualcosa che deve ancora accadere”
Nel frattempo lui e Italo sfogano in modo diverso la rabbia per il tradimento di Caterina, in scene crude e livide, che fanno da sfondo al vuoto che l’ispettrice ha lasciato.
Nel frattempo, un crudele assassino legato al momento più tragico del suo passato, rivela quello che non deve essere rivelato, gettando ombre pesanti sul futuro di Schiavone.
Nel frattempo, il gruppo degli amici di una vita si allontana e sempre più Schiavone prende coscienza che lui è una guardia e loro sono loro, anche se un amico non ti lascia mai solo nel momento del bisogno.
Come sempre, il romanzo della vita personale del vicequestore, con i suoi fantasmi, le poche luci e le molte ombre, si intreccia con la trama poliziesca che, in questo romanzo, è è ben oliata, non ha mai un calo di tensione e risulta convincente, come convincenti sono le scene esilaranti che, di tanto in tanto, spezzano il tono piuttosto cupo della narrazione.
Indimenticabili il briefing della scombinata squadra di Schiavone o l’arrivo della squadra al casinò.
Manzini ha una scrittura cinematografica, ha assimilato la lezione di Chandler e dei grandi maestri americani del genere, mentre si legge si visualizza già Giallini incarnare il vicequestore. I romanzi della serie, come ha detto lo stesso autore, sono capitoli di un unico, grande romanzo, quellod ella vita di Rocco Schiavone, che matura, invecchia e accumula nostalgia, rabbia e ferite ad ogni nuovo capitolo.
Non manca l’attenzione al sociale, la focalizzazione su alcuni problemi di cui la cronaca si occupa solo quando scoppia la tragedia: la ludopatia, lo strozzinaggio, i traffici ambigui con i paesi dell’est, ecc.
Probabilmente, insieme a Pulvis et umbra, che aveva un ritmo diverso, assillante, mentre qui Manzini sembra aver voluto privilegiare l’introspezione di Schiavone e di Italo all’azione, si tratta del miglior romanzo della serie, in cui ha un ruolo importante Gabriele, il disastroso ragazzino vicino di casa di Schiavone, una sorta di geniale deus ex machina che fa venire fuori il meglio del vicequestore, limandone in parte la scorza ruvida.
E la storia di Schiavone con il ragazizno, capace di toccare i recessi più profondi della sua coscienza, rivela la capacità di approfondimento psicologico di Manzini, con un tocco delicato e unos guardo affettuoso che rendono le parti con Gabriele quasi un piccolo romanzo nel romanzo.
Se amate il noir, se il personaggio di Rocco Schiavone vi è entrato nel cuore con i suoi libri o attraverso la fiction, se volete divertirvi, rattristarvi, riflettere, questo è il libro che fa per voi. Imperdibile.
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Essi vivono, in mezzo a noi: Nazitalia, di Paolo Berizzi.

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“Il fascismo è in grado di riproporsi sempre e il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”   Umberto Eco
 
I nuovi fascisti non cercano seggi in parlamento ma l’accettazione sociale, il consenso delle fasce più basse della popolazione per portare avanti le loro istanze violente.
Il nuovo fascismo non è organico, ma costituisce un galassia frammentata e variegata, non per questo meno pericolosa, godendo di una bassa visibilità mediatica anche quando consuma azioni violente secondo  lo stile squadrista.
Il nuovo fascismo esiste, vive e cresce accanto a noi e ha spalleggiato la Lega di Salvini che ha tradito la propria vocazione regionalista trasformandosi in quel partito fascio leghista che riscuote ampi consensi in zone del paese fino a ieri considerate tabù per i lumbard, come il meridione.
Sono alcune delle tesi debitamente sviluppate da Paolo Berizzi in questo libro, documentato e inquietante perché descrive un’ombra nera che lentamente sta salendo alle nostre spalle nell’indifferenza generale e con la compiacenza di molti.
Berizzi descrive un fascismo liquido, capace di fornire un’identità a una gioventù culturalmente deprivata, che trova nella legittimazione della violenza contro quel diverso che percepisce come responsabile del proprio disagio esistenziale, in un comodo processo di auto assoluzione e deresponsabilizzazione, il mezzo per sfogare la propria rabbia.
Berizzi mette in evidenza l’esistenza di una lunga linea nera, mai interrotta, che parte dalla Marcia su Roma, passa per Salò, arriva a Ordine Nuovo e ai giorni nostri, un fascismo sempre presente sullo sfondo sociopolitico del nostro paese e sempre portato avanti con gli stessi argomenti: l’estrema semplificazione di problemi complessi, la colpevolizzazione del carpo espiatorio di turno, la violenza come strumento inevitabile e necessario. Un fascismo tollerato, ridicolizzato ma mai domo, che ha continuato a covare nell’ombra odio e rancore, in attesa della rivincita.
Il matrimonio con il leghismo salviniano era inevitabile. Salvini suona sempre la stessa canzone, quella della xenofobia, quella dell’Italia agli italiani e questo nazionalismo da operetta, questo grottesco richiamo a uno spirito nazionale inesistente collima perfettamente con le deliranti idee dei vari gruppi neofascisti sparsi per la penisola. E’ un richiamo identitario talmente ridicolo, considerata la storia del nostro paese, che appare sconcertante che qualcuno risponda; il problema è che nell’era dei social, conoscere o non conoscere la storia del nostro paese è indifferente, quello che conta è vomitare insulti, dare libero sfogo alle pulsioni peggiori.
La complicità della stampa e una sorta di sguardo benevolo da parte delle forze dell’ordine, che arretrano intimidite dalle minacce cialtronesche del leader di Casapound ma non esitano a sfollare gruppi di poveracci temporaneamente accampati in attesa di trovare una destinazione, fanno il resto e contribuiscono all’ascesa di questi gruppi. E’ una piccola storia ignobile, questa, che si ripete da troppo tempo.
Quindi il fascismo c’è, anche nelle sue espressioni squadriste, violente, ignorate dai media, un fascismo che cerca radici nei luoghi dove la rabbia ribolle con più forza, dove è più facile trovare adepti da indottrinare, a cui riempire la testa di verità fabbricate ad arte, modificando la storia e la realtà.
Il rischio è che il vecchio errore si ripeta, che Salvini creda di controllare il mostro per poi scoprire che il mostro non si controlla, che quando la bestia dell’odio si libera, richiamarla indietro può costare un prezzo altissimo.
Nel libro potete trovare un lungo elenco di episodi di violenza fascista consumati ai danni di stranieri, gay, ragazzi di sinistra, ecc., le solite vittime dello squadrismo vigliacco, perché cambiano i modi, le parole d’ordine, gli slogan, ma la cifra della viltà che definisce il fascismo è sempre la stessa: sempre dieci contro uno.
Vi chiederete, dopo aver chiuso il volume, in preda a una rabbia e a un malessere crescente, in che razza di paese viviamo e perché, di molti di quegli episodi, non avete mai sentito parlare.
Il nodo della questione sta tutto nella risposta a questa domanda.
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Dalla parte di Cappuccetto rosso: Esodo, di Domenico Quirico.

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Domenico Quirico è un giornalista, un giornalista vero, non come i moralisti da quattro soldi che pontificano in televisione e scrivono i loro editorialucoli sui giornali. Domenico Quirico ha lavorato nelle zone più calde della terra per informare e denunciare cosa stava accadendo.
Come Silvia Romano, la giovane cooperante italiana, Quirico è stato rapito in Libia e liberato dopo cinque mesi grazie all’intervento dello Stato italiano. Probabilmente, a suo tempo, qualche moralista da quattro soldi lo avrà tacciato di avventurismo e invitato a documentarsi attraverso internet, così da non costringere lo Stato a versare altro denaro per salvargli la vita.
Questo è un libro prezioso, appassionato, doloroso, documentato a tratti lirico, perché racconta storie di migranti africani ma anche la presa di coscienza di un uomo che, anche accanto ai disperati, su un barcone, rischiando la pelle, comprende di non essere come loro, di restare un privilegiato, responsabile della loro sofferenza.
Libro di cronaca, cronaca straziata e straziante, che racconta di violenza e miseria, di giovani che scompaiono nel nulla, forse inghiottiti dal mare forse dall’Occidente, di popoli in movimento che sono già domani nascosti nell’ombra delle nostre città, ignorati e disprezzati da chi si muove solo ed esclusivamente per tutelare la propria ricchezza, come si conviene a una civiltà decadente all’alba di un nuovo futuro.
Libro di formazione, di presa di coscienza, di un uomo che con il suo sguardo dolente cerca di comprendere, di afferrare il senso di un’esodo senza fine, di trovare una scintilla di vita in una umanità umiliata, offesa, massacrata, ignorata. Quirico racconta di sé attraverso le storie degli altri, si racconta impudicamente, senza filtri, cercando nella parola scritta un senso a tanto dolore, una speranza dove la speranza sembra morire.
Quirico ci avverte che dove si alzano muri muore la civiltà, che nessuno può difenderci dall’umanità ferita,  che o torniamo a soffrire per i mali del mondo o ci estingueremo, né più né meno come quei paesi africani desolati dove sono rimasti solo gli anziani, a sperare e piangere i loro giovani partiti verso un miraggio e dispersi nel nulla.
Il libro descrive una migrazione biblica, un popolo immenso che prende il largo, che non può essere arrestata dalle nostre paure, né fermato da una presunzione di superiorità che suona grottesca alla luce del nostro tempo.
Ma ci avverte che il sangue nuovo che attracca sulle nostre spiagge, che riempie alberghi fatiscenti e accampamenti, che diventa capro espiatorio e pretesto per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli, è salvifico, necessario perché quest’Europa vecchia, chiusa, sorda e cieca possa tornare a vedere, sentire e progredire seguendo strade nuove.  E’ sangue rabbioso, che reclama quello che noi abbiamo smesso di reclamare, sazi di benessere, centrati su noi stessi e irresponsabili.
Quirico non parla, banalmente, di accoglienza, ma di un nuovo assetto del mondo inevitabile, perché nulla può fermare lo spirito vitale, l’istinto di sopravvivenza di un uomo che ha perso tutto e non ha più nulla da perdere. Ci invita ad affrontare l’immigrazione da un punto di vista diverso, a considerarla non una minaccia ma la possibilità di costruire un mondo migliore.
Perché la radice della grande migrazione è la disuguaglianza, l’ingiustizia, la rabbia che sale silenziosa e inarrestabile. La disuguaglianza che paga il nostro benessere, la disuguaglianza che abbiamo creato noi e di cui non ci importa più nulla, basta trovarsi dalla parte giusta del mondo, basta avere il colore giusto.
Rinchiuderci nelle nostre città dentro una sicurezza artificiale, significa rifiutarsi di guardare un domani che è già presente, significa rinchiuderci nella nostra arroganza e nella nostra solitudine in attesa di una sconfitta inevitabile.
Il mondo si muove, nonostante il nostro egoismo, nonostante il razzismo dilagante come acqua di fogna da un tombino che spurga, nonostante i moralisti da quattro soldi che scrivono i loro editorialucoli sui giornali e sorridono come ebeti dagli schermi televisivi.
Il mondo si muove, sta a noi accettare se guardare avanti od ostinarci a guardare indietro, diventando statue di sale.
Questo è un libro che parla di uomini che si sono lasciati dietro ogni cosa, anche l’anima, per chi un’anima ce l’ha ancora.
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Ta-Nehisi Coates: Tra me e il mondo

Trame eil mondo

Un  libro durissimo, edito negli Stati Uniti qualche anno fa, ma assolutamente attuale. Un atto d’accusa violento, diretto, feroce contro il sistema di potere americano e il razzismo che lo sostiene.

L’autore è un giornalista che scrive al figlio, raccontando gli episodi salienti della propria vita, contraddistinti dalla violenza brutale e gratuita consumata dai bianchi contro i neri.

Il corpo dei neri, scrive l’autore, non è umano, i neri possono essere percossi, derisi, uccisi a sangue freddo, denigrati e  umiliati perché i bianchi possano ribadire la propria supremazia.  Il corpo dei neri è un peso da cui non ci si può liberare e che bisogna imparare ad accettare.

Questo libro è una memoria dell’infamia, un j’accuse e un incitamento alla rivolta, la storia di una presa di coscienza, di una emancipazione da un destino segnato. Coates è una voce autorevole di quei neri nati dopo la fine del Movimento dei diritti civili, dei suoi (pochi) successi e del suo sostanziale fallimento, della rabbia seguita alle speranze nate dopo l’elezione di Obama e della desolazione dell’era Trump.

Figlio di un ex militante delle Pantere nere, Coates racconta al figlio della propria adolescenza a Baltimora, della progressiva acquisizione dei codici di soipravvivenza per restare vivo in strada; racconta la sconfitta di una scuola bianca nata per i bianchi, dell’invenzione della negrezza come costruzione culturale talmente sedimentata da divenire reale, della scoperta, all’università, del mondo della cultura nera, del razzismo e della violenza contro il corpo nero come necessario complemento al Sogno americano.

La storia di Prince Jones, studente brillante, figlio di una dottoressa, bello, elegante, colto, ucciso solo perché nero da un agente di polizia assolto da qualunque accusa, ossessiona l’autore, diventa il simbolo della fragilità del corpo nero, della sua inermità.

Non sono solo i figli del ghetto a morire per le strade d’America, sono i neri in quanto neri.

Coates non dà parole di speranza al figlio, non scrive un Razzismo spiegato a... in chiave americana, al contrario, lo mette in guardia sulla precarietà del corpo nero, sulla necessità di lottare ogni giorno per i propri diritti, consapevole che la sua diversità, la sua oppressione, serve ai bianchi per stare tranquilli ed è, quindi, irredimibile.

Le pagine più commosse sono quelle dell’incontro con la madre di Prince Jones: malata, distrutta dal dolore, incapace di spiegarsi l’accaduto se non come l’ennesima prova di una segregazione non più stabilita in termini di legge ma culturale, una segregazione che esiste nella mente dei bianchi e nella mente di quei neri che aspirano, vanamente, a diventare bianchi, che vivono fingendo di non essere quello che sono.

Noi italiani, fino a qualche anno fa, ci siamo limitati a considerare il razzismo come una forma di ignoranza, un prodotto culturale circoscrivibile a pochi. E’ stato un errore di prospettiva.

La miseria intellettuale ed etica che traspare da molti interventi sui social, lo squallore di una politica disposta a sacrificare i diritti degli ultimi sull’altare del consenso elettorale, il consenso di cui gode questa politica spietata, ottusa, alla ricerca di un nemico verso cui incanalare la rabbia sociale per distoglierla dai problemi reali a cui è incapace di fare fronte, fanno sì che questo libro descriva una realtà presente e prossima molto più vicina a noi di quanto ci piacerebbe.

Coates pone l’accento sulla razza, su come  i principi democratici dei sistemi occidentali e capitalisti, libertà, uguaglianza, fraternità, presuppongano, sottintendano, un “altro” da sottomettere, da sfruttare, da educare, da mettere all’indice quando i tempi diventano duri. Il razzismo non nasce, dunque, dall’ignoranza ma dal sistema in cui viviamo, è figlio di quei diritti di cui ci vantiamo. La storia coloniale dell’Europa èì la prova di questo assunto.

Un libro duro e necessario, che non può neanche lontanamente permetterci una immedesimazione con chi scrive, possiamo capire solo con uno sguardo distaccato: perché noi siamo bianchi, non ci svegliamo ogni mattina con un colore che è l’emblema della violenza e del sopruso giustificato, socialmente accettato, necessario, nella logica terribile della razza dominante. Perché noi siamo la razza dominante.

Bisogna cominciare a modificare il paradigma della lotta al razzismo, partendo non da un presupposto d’ignoranza da parte dei troppi che lo predicano, ma dal rimettere in discussione quei valori che ci hanno permesso di vivere in un mondo libero ma bianco che presuppone l’odio verso i neri, verso l’altro, come fondamento.

L’ho scritto molte volte: affrontare fenomeni nuovi con parole vecchie significhe essere sconfitti in partenza. Coates scrive parole nuove, il punto di vista di chi tace da troppo tempo e non è mai stato invitato a partecipare al dibattito. Non scrive parole dure e taglienti per noi, ma contro di noi.

Possiamo considerare questo libro la testimonianza di una realtà sociale lontana da noi o come la denuncia di una realtà in cui ci stiamo, progressivamente immergendo, ma sarebbe opportuno considerarlo la testimonianza di una realtà in cui siamo sempre stati immersi e che abbiamo nascosto a noi stessi.

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Il ritorno di Murakami Haruki

Commendatore

Dopo un paio di prove al di sotto dell’altissimo livello a cui ci ha abituati, Murakami torna alla sua altezza con L’assassinio del Commendatore, è in libreria da poco il primo volume, il secondo uscirà a gennaio.

I libri di Murakami sono difficilmente incasellabili in un genere letterario preciso: sono quasi sempre romanzi di formazione con accenni di ghost story, fantasy, fantascienza, horror, romanzo onirico ecc., in un melting pot che nelle mani di qualunque altro autore risulterebbe indigesto ma in quelle di un grande narratore come il Nostro funziona perfettamente. Grazie anche a quegli elementi della cultura giapponese che, distribuiti in picolle dosi donano uno stuzzicante sapore esotico.

In quest’ultima prova la trama ruota attorno a un ritrattista che, dopo essere stato a sorpresa abbandonato dalla moglie e aver girovagato per il Giappone, va ad abitare nella dimora di un altro pittore molto più famoso di lui, internato in una  casa di cura. Nell’abitazione del pittore, isolata, in una località di montagna, come obbedendo a un richiamo, trova una tela nascosta, quella che dà il titolo al quadro.

Da questo punto in poi il romanzo cambia genere eMurakami inserisce quegli elementi stranianti che sono ben noti ai suoi lettori. Il pittore, che aveva scelto quell’abitazione nel tentativo di ritrovare un’ispirazione autentica persa negli anni della gioventù, sente una notte suonare una campanella e…

Non rivelo altro per non fare dello spoiler, basti sapere al lettore che ci muoviamo apparentemente in quel terreno già esplorato nella trilogia di 1Q84.

Dico apparentemente perché, a mio avviso, il paragone è improprio. Nell’ Assassinio del Commendatore c’è maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, più storie nelle storie che completano lo sfondo, meno divertimento e più profondità. E’ un romanzo polisemantico, che merita una lettura e un rilettura approfondita per i tanti temi affrontati.

Murakami usa strumenti collaudati per scrivere un apologo sulla creatività artistica come fonte di rigenerazione, sulla necessità di perdersi per ritrovarsi, sul potere dell’amore e il peso del passato sulle scelte che hanno condotto la nostra vita su certi binari invece che su altri. Lo fa col suo consueto stile chirurgico, quasi asettico, riuscendo a rendere plausibile e convincente l’incredibile.

Mentre 1Q84 era una favola, un fantasy post moderno, L’assassino del Commendatore è un apologo raffinato, una meditazione profonda sull’arte, su dolore come fonte di  ispirazione e sulla difficoltà di essere autentici.  Tutto il romanzo verte su un pirandelliano gioco degli specchi tra ciò che siamo, ciò che percepiamo di noi stessi e ciò che percepiscono gli altri, tra quello che crediamo di essere e quello che siamo veramente.  E’ una meditazione condotta sul filo di un’ironia a tratti beffarda a tratti amara, l’autore parla di sé ma, come accade nei grandi libri, de te fabula narratur, è giusto mettere in guardia il lettore.

Bisogna attendere il secondo volume per giudicare l’opera in modo adeguato ma l’impressione è quella di trovarsi tra le mani un altro capolavoro.

Commendatore
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La crociata dei miserabili

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La crociata della Lega contro i migranti ha un qualcosa di patologico, di morboso, che esula dal cinico calcolo politico di fare leva sulle paure ingiustificate della gente, o dalla volontà di trovare un comodo capro espiatorio per distogliere l’interesse dai reali problemi del paese che ne’ la Lega né i Cinque stelle hanno la capacità e la voglia di affrontare.

Bocciare un emendamento che prevede, in funzione della prevenzione anti aids, i preservativi gratis anche per i migranti, non è solo un atto di stupido razzismo, ne abbiamo visti tanti, ma anche un irresponsabile danno alla salute pubblica. L’odio per l’altro arriva al punto di danneggiare chi si dice di voler difendere.

Ai migranti viene negato, dunque, un presidio sanitario necessario per tutelare la propria salute e quella degli altri. È un salto di qualità nella catena dell’infamia, il migrante, che può morire annegato o essere torturato purché lontano da noi, il migrante offeso e umiliato, privato dei suoi diritti da un decreto ignobile, adesso non è degno neanche di protezione sanitaria.

È una escalation di violenza nei riguardi di una minoranza che non è in condizione di difendersi, escalation di cui i Cinque stelle sono corresponsabili e quindi complici, che arriva adesso alla negazione del corpo del migrante, indegno di essere preservato. La salute tocca a noi, il popolo eletto, non agli invasori.

In realtà è il sesso che si vuole negare al migrante, nel nome della preservazione di una razza pura che esiste solo nella mente malata di chi vive un’ossessione, appunto.

La stampa, ancora una volta, minimizza una notizia grave, che testimonia che la stagione dell’odio non è ancora finita ma anzi, si intensifichera’ con l’avvicinarsi della elezioni europee. E non tengo conto dei commenti ironici e del sarcasmo della carta igienica stampata di destra da parte di quelli che si fa fatica a definire uomini, figuriamoci giornalisti.

Non bastano più. da tempo. proclami estemporanei e belle parole, fiumi di retorica inutile e richiami a un antifascismo di maniera, servono, contro questa melma che sembra inarrestabile, controproposte sensate, un piano articolato e chiaro che convinca la gente che la soluzione non può essere questa politica degradante, che esiste un’altra strada che parte dal riconoscimento dell’altro e non dalla sua negazione. Serve la politica contro la propaganda, la prassi contro gli slogan, la ragione contro il silenzio della ragione. Serve una società civile attiva e partecipe, serve che il fiume silenzioso di chi non si schiera devii  il suo corso e faccia sentire la propria voce.

Il cambiamento non può certo arrivare dai Cinque stelle o dalla Lega, è chiaro, come è altrettanto chiaro il motivo di questa miserabile crociata controi gli ultimi: a chi non ha argomenti, non restano che l’odio e la violenza.

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L'eroina non è mai andata via

siringhe

Ieri, mentre andavo a scuola, ho visto negli squallidi giardini del centro commerciale attraverso cui passo ogni giorno, cinque siringhe tra l’erba.

Non capitava da un po’; certo, il posto è frequentato da spacciatori e l’odore dolciastro della marijuana e dell’hashish aleggia qui e là, ma erano anni che non vedevo siringhe per terra.

È tornata la droga? Non è mai andata via, i ragazzi in questi anni hanno continuato a farne uso, sempre di più, qualche volta a morirne nell’indifferenza generale, a meno che la loro fine non fosse utile per squallide strumentazioni politiche.

La droga, nell’opinione comune, è un non problema di non persone che si consuma in non luoghi, come lo squallido prato di un centro commerciale, a pochi metri da dove giocano i bambini, quasi un simbolo: la gioia di vivere vicino al dolore di vivere, da’ da pensare, se andasse ancora di moda pensare.

Sarebbe il caso di non parlare più di lotta alla droga che, se mai c’è stata, è stata persa da tempo. La mia generazione, per certi versi, è una generazione di reduci, difficile trovare un cinquantenne che non abbia conosciuto qualcuno che quella lotta l’ha persa.

Sarebbe il caso di parlare di contenimento, legalizzazione, educazione all’uso responsabile, pura fantascienza in un paese che vive una stagione di ipocrita neo integralismo religioso, governato da una destra per cui l’unica soluzione ai problemi sociali è la repressione, che non funziona e non ha mai funzionato.

Avere a che fare con un tossicodipendente è un’esperienza straziante, con un corollario di rabbia, sensi di colpa e impotenza che lascia segni profondi, come sanno i genitori che hanno fatto quest’esperienza. Senza contare il pietismo dei conoscenti e la vergogna, del tutto ingiustificata ma presente. Ma il problema principale è che quei genitori sono soli, alle prese con qualcosa che non capiscono e che li spaventa. Senza contare la vergogna, il discredito, la sensazione di aver fallito. Solo uno degli esempi del fatto che la droga non riguarda solo chi la usa.

La droga è un problema sociale ignorato, nascosto, messo da parte. È scomodo parlarne, non esistono soluzioni facili né slogan da sbandierare.

Esistono però gli operatori dei Sert e quelli delle comunità di recupero, persone spesso straordinarie che svolgono un lavoro duro, ingrato, nascosto, che salvano vite e cambiano storie di vita, che non finiscono mai in prima pagina sui giornali, che suppliscono ogni giorno all’assenza dello Stato.

La droga non è mai andata via perché è una delle figlie del male di vivere, del degrado, dell’indifferenza, dell’incompetenza e dell’indifferenza genitoriale, problemi che negli ultimi anni sono aumentati, problemi che non importano a nessuno tranne a chi ci fa i conti ogni giorno.

La stampa amplifica ed esagera fenomeni marginali come la ludopatia e il bullismo, su cui si sprecano convegni, corsi di formazione, programmi TV e dimentica il problema giovanile per eccellenza e non solo giovanile. Quando si occupa di tossicodipendenza lo fa in modo dilettantistico, irritante, approssimativo. Esattamente come la politica.

Intanto i ragazzi muoiono o bruciano le loro vite, si perdono, e con loro tutti perdiamo qualcosa: sogni, possibilità, speranze.

Speriamo solo che dopo la caccia al nero non cominci la caccia al tossicodipendente, speriamo solo che lascino lavorare in pace chi i tossici li salva.

Intanto ieri ho rivisto delle siringhe nel brutto parco di un centro commerciale, ma forse c’erano anche prima, forse avevo solo smesso di guardare.

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Ripensare l’antimafia

Leggo, con una certa perplessità, il comunicato di Libera riguardo un provvedimento contenuto nel decreto sicurezza, più precisamente quello riguardante la vendita dei beni confiscate alle mafie.

La legge attuale prevede il riutilizzo di questi beni da parte di cooperative e associazioni che svolgano compiti utili alla collettività.

La legge non funziona, come hanno dimostrato i fatti di Palermo, dove si era creata una gestione a fini di lucro di questi beni a cui partecipava anche un magistrato incaricato di assegnarli, o come dimostrano i numerosi beni per cui i comuni non fanno la messa all’asta, o la fanno e non trovano acquirenti. La legge non funziona e andrebbe perfezionata e modificata, come la stessa Libera chiede da tempo. Ci sono d’altronde magistrati integerrimi, come il Procuratore Gratteri, che ritengono che i beni confiscati alle mafie vadano venduti dallo Stato.

La mia opinione in proposito è che, nel nostro paese, senza regole ferree e un controllore esterno allo Stato, i beni tornerebbero inevitabilmente nelle mani delle mafie. Ma non è questo il punto.

Il motivo della mia perplessità è che, ancora una volta, l’antimafia civile, di cui Libera è una autorevole esponente, sceglie di combattere una piccola battaglia, di partire da quello che Guicciardini denominava il particulare, senza trovare la forza di combatterne una grande.

E’ tutto il decreto sicurezza ad essere potenzialmente mafiogeno, mi si perdoni l’orrido neologismo. Creare dall’oggi al domani migliaia di immigrati clandestini privandoli di diritti riconosciuti fino ad oggi, non fa altro che aumentare il numero di potenziali elementi da reclutare nelle mani  delle mafie nostrane e in quelle straniere che operano nel nostro territorio.

Non inserire provvedimenti efficaci che limitino il controllo di ampie parti del nostro territorio da parte delle mafie, rinunciare completamente alle politiche sociali ignorando il problema delle periferie, condonare e premiare, invece di sanzionare l’illegalità diffusa, favorisce la cultura mafiosa.

Ogni diminutio in termini di diritti civili è un regalo alle mafie, dirò di più, anche un falso diritto come il reddito di cittadinanza, al sud ma anche, ormai, in molte zone del nord, favorisce per diverse vie l’ingresso delle mafie; sia indirettamente, facendolo concedere a chi non ha diritto, non certo un problema per organizzazioni che controllano interi comuni, sia direttamente, perché si tratta di una cifra ridicola e vincolata che non intacca minimamente quell’humus di disagio sociale, mancanza di prospettive e disperazione in cui le mafie prosperano.

Giova alle mafie anche la continua, ossessiva, maniacale demonizzazione e criminalizzazione degli immigrati da parte del governo, perché portando l’attenzione dei media sulle mafie straniere, la distoglie da quelle nostrane.

Su tutto questo, l’antimafia civile, a parte poche, retoriche prese di posizione fini a sé stesse, sembra non avere nulla da dire.

Io credo, senza voler mettere in discussione né l’operato di Libera che tanto ha fatto per la coscienza civile di questo paese, né la figura di Don Ciotti, che non si discute, e parlo di Libera perché capostipite dell’antimafia civile ma intendo la parte per il tutto, credo, dunque, che l’antimafia vada ripensata, credo che sia debba comprendere che non ci troviamo di fronte a un problema, la presenza delle mafie, ma al frutto di reiterate scelte politiche che hanno aumentato e nutrito il problema. Combattere la mafia senza pretendere una politica sociale diversa che soffochi sul nascere la crescita delle organizzazioni criminali, equivale a quei farmaci che promettono una terapia sintomatica e coadiuvante dell’influenza ma non la curano. Pretendere una politica diversa senza denunciare puntualmente le mancanze di quella attuale, è inutile, una pia illusione.

Non a caso, qualche tempo fa, Gratteri, parlando ai ragazzi di un liceo, alla domanda riguardo quanto può pesare la società civile nel combattere la mafia ha risposto: nulla.

Io non sono così pessimista: credo che molto si possa fare con i giovani, nelle scuole, ma che lo si faccia male, utilizzando una prassi che se era valida vent’anni fa, oggi mostra tutti i suoi acciacchi. Credo che si faccia poco e, a volte, male, sprecando una grande occasione. Perché i ragazzi sono manichei, sensibili al problema, interessati ma anche facili alla noia e abituati a consumare e dimenticare ciò che non li colpisce nel profondo. E a volte, per colpirli nel profondo, bisogna aprirsi, andare sopra le righe, avvincerli con. la verità delle proprie convinzioni, non recitare il compitino. Non sono ammesse improvvisazioni, con i ragazzi.

Chi lavora a scuola, chi fa scuola, sa che non si può usare lo stesso metodo con tutti i ragazzi di tutte le classi ogni anno, ma che bisogna costantemente reinventarsi, a volte giorno dopo giorno, rimettersi in discussione, capire cosa non funziona e ricominciare da zero.

Ecco, credo che questo manchi all’antimafia civile che si limita a riproporre più o meno nello stesso modo, le stesse proposte, le stesse modalità di azione. Non ha la forza di rimettersi in discussione, di lasciare il vecchio, mantenendo ciò che non deve andare perso, per il nuovo.

Gli altri, invece, i mafiosi, si aggiornano e sono sempre un passo avanti a tutti, tanto che un geniale Antonio Albanese, in un programma recente in cui interpretava un capo mafia, alla richiesta della cupola su cosa fosse necessario fare per rilanciare le attività, diceva: dobbiamo fare antimafia.

Albanese ha messo il dito su un nervo scoperto: ciò che è debole è infiltrabile e l’antimafia civile oggi, è debole e infiltrabile. La retorica della memoria, legittima e necessaria ma diventata stucchevole, grazie anche a una pletora di fiction, spesso anche ben fatte, che hanno però il difetto di rappresentare la mafia come qualcosa di legato al meridione e al passato, la trasformazione di figure critiche del movimento antimafia come Peppino Impastato in santini o icone pop, l’idea che le manifestazioni piene di bandiere colorate riescano a convincere la gente che la mafia è un problema di tutti, sono strumenti che hanno fatto parzialmente il loro tempo, che non incidono più sul presente perché il presente, per le mafie, è già futuro. Se Peppino Impastato fosse vivo, sarebbe parecchio incazzato oggi, come lo fu al tempo.

Questo senza togliere nulla a chi ci crede e si impegna quotidianamente per un mondo migliore, lungi da me l’idea di mettere in dubbio la buona fede e l’onestà intellettuale di tutti gli aderenti del movimento antimafia, che però, spesso, sono più simili a chi attende il verbo dall’alto invece che a chi il verbo lo rende realtà e prassi quotidiana. Perdonate il mio eloquio da cattocomunista, ma il movimento antimafia ha bisogno di preti operai, chi ha una certa età e i capelli bianchi sa cosa voglio dire.

Per concludere, mi sarebbe piaciuta una presa di posizione netta contro il decreto sicurezza sia da parte di Libera, che da parte di tutte le associazioni che fanno parte della sua rete. Una presa di posizione, chiara, forte, decisa, che andasse a tutelare i diritti civili e costituzionali, una presa di posizione che sarebbe già dovuta arrivare ai tempi del decreto Minniti e in molte altre occasioni.

Forse non si possono combattere tutte le battaglie, ma io credo che oggi siamo arrivati al punto in cui bisogna almeno provarci.

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Dei due DiDi, di marce dei colletti bianchi e della libertà di stampa.

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Essendo il parto di un comico annoiato, i Cinque Stelle, inevitabilmente, non possono esulare dal ridicolo. Non si capisce, altrimenti, la riabbia livorosa dei due DiDi dopo la sentenza che ha assolto Virginia Raggi.

Di cosa accusano i giornalisti della parte avversa i due autorevoli esponenti di un movimento politico che appare sempre più allo sbando?

Non certo di essere bugiardi come Marco Travaglio, il cantore delle loro gesta condannato per diffamazione nei riguardi del padre di Renzi. Perché, tolti i  titoli maschilisti e volgari dei brogliacci di destra, quindi vicini al loro alleato di governo, gli altri, i giornali vicini alla sinistra, hanno scritto il vero.

Virginia Raggi non è stata assolta per non aver commesso il fatto ma perché l’ha commesso e non costituisce reato. Sentenza bizantina e un po’ sospetta, per chi non mastica i codici, ma tant’è se vi pare, la legge ha parlato e va rispettata. Ciò detto,  chi ha accusato la Raggi dei fatti addebitati, al contrario del bugiardo Travaglio, non ha diffamato nessuno.

Sembra di rivivere i giorni seguenti alla presunta assoluzione di Andreotti , che assoluzione non fu, perché venne accertato che aveva avuto rapporti con la mafia ma i reati erano stati prescritti. Ovviamente, nel caso del sindaco di Roma, si tratta di fatti meno gravi, di una ineleganza, una caduta di stile o, se volete, di un peccato minore rispetto ai peccati ben più gravi di cui si macchiano i nostri amministratori locali, diverso insomma dal fare affari con la ‘ndrangheta,tanto per restare all’attualità.

La reazione dissennata, triviale e fuori luogo dei due DiDi è l’ennesima prova dell’incapacità congenita di comprendere cos’è la politica da parte del Movimento, incapacità ampiamente dimostrata dal fatto che a dirigere questo governo, ormai, è il solo Salvini, fino a ieri solo un brutto comprimario della nostra politica, oggi una pessima parodia dell’uomo forte. E’ anche, naturalmente, la reazione isterica di chi l’ha scampata bella e può continuare, ancora per un po’, a fare finta che vada tutto bene.

Mi ha inoltre particolarmente disturbato il termine “puttane” usato dai due Abbot e Costello nostrani: le puttane svolgono un lavoro triste e antico quanto il mondo perché uomini per bene le disprezzano pubblicamente di giorno e vi si accompagnano in segreto. “Clienti” sarebbe stata imprecazione più adeguata anzi, perché no, “Clientes”, tanto per smentire chi li taccia di ignoranza. Ma viviamo in una società maschilista, come ben sanno gli esponenti di un esecutivo che si appresta a votare il decreto Pillon.

Non che la stampa nostrana brilli per onestà ed equilibrio, asservita com’è da una parte e dall’altra alle logiche editoriali. L’epoca dei grandi giornalisti sembra finita, tuttavia, chi canta fuori dal coro è sempre gradito, offre un punto di vista diverso, dà la possibilità di riflettere e rivedere, a volte, le proprie posizioni, tutte cose sgradite ai due DiDi. Salvini, furbo e scafato, ha avuto una reazione molto più misurata, nonostante pregustasse già, se fosse arrivata una condanna, l’ennesimo Sacco di Roma.

Se è questa la novità della politica italiana, un giustizialismo di facciata, il turpiloquio per zittire il dissenso, la tentazione di una voce unica e di un unico pensiero, direi che di nuovo ha veramente poco e che quando la gente finalmente si accorgerà che non solo il re è nudo ma è anche idiota, saranno guai.

Una piccola riflessione: personalmente, non sono entusiasta dell’adunata dei trentamila a Torino,  sono sempre stato no Tav anche perché amo molto quei luoghi e considero la ferrovia un’opera inutile e un inutile scempio ambientale, mi ricorda la marcia dei colletti bianchi che, sempre a Torino, produsse una sconfitta storica del sindacato che portò alla stagione del terrorismo. In un paese diviso, avvelenato da liti continue, sempre più partigiano e sempre più incapace di considerare le ragioni dell’altro, la libertà di stampa è un bene imprescindibile, un diritto di tutti, anche di chi oggi sui social plaude ai due DiDI, invitandoli a chiudere la bocca al nemico. A parte che nell’era di Internet è impossibile mettere a tacere il dissenso, i Cinque Stelle dovrebbero fare un monumento ai giornali di sinistra che li hanno creati dal nulla, continuando anche adesso a descriverli come se fossero qualcosa.

Mi permetto per concludere,di dare ai due DiDi un consiglio: comprate un mazzo di rose e distribuitelo alle poveracce che si vendono per vivere nelle strade di Roma: perché oltre al buon senso e al decoro, avete offeso loro.

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Sciacalli di Stato

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La Lega, dal suo apparire sullo scenario della politica italiana, ha sempre perseguito la stessa linea d’azione, anche perché intellettualmente non è in grado di produrre altro: infierire su chi non può difendersi, creare un inesistente allarme sociale e cercare, con mezzi coercitivi e repressivi, di trasformarlo in vero allarme sociale così da reiterare ad libitum l’unica cosa che sanno fare.

Non stupisce, quindi, che nel decreto sicurezza manchi anche solo un cenno ai veri allarmi sociali del nostro paese: le mafie, la corruzione ( dai, non scherziamo, anche se viene nominata non c’è una reale volontà di combatterla), la condizione dei giovani, che imporrebbe una seria riflessione sulla politica proibizionista del governo ma si sa che l’aggettivo serio accanto a questo esecutivo costituisce ossimoro ( per leghisti e pentastellati: figura retorica che accosta due termini che si escludono a vicenda).

La Lega non può attaccare seriamente le mafie, perché un consistente numero di suoi elettori con le mafie fa affari d’oro al nord, citando testualmente Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, i provvedimenti contenuti nel decreto sono: «piccole cose, robetta, riforme molto marginali rispetto a quella che è la realtà criminale in Italia, sia comune che organizzata».: https://www.valigiablu.it/decreto-sicurezza-salvini-immigrazione/,  non può attaccare la corruzione seriamente per lo stesso motivo, e la grottesca pantomima sulla prescrizione ne è la prova, non può riflettere seriamente sui problemi dei giovani perché la sua politica è l’emblema del presentismo, ovvero di chi  si occupa di ascoltare la pancia degli elettori qui e ora, per acquisire consensi fregandosene allegramente del futuro. Il presentismo è lo stesso modello politico che ha fatto la fortuna di perfetti imbecilli come Trump e Bolsonaro, dalle nostre parti di Di Maio e Salvini, appunto, anche se la fortuna di Di Maio sta calando a vista d’occhio. Il presentismo è la non politica, la ricerca del consenso a qualunque costo, senza remore morali ed etiche. Il primo, grande presentista della nostra storia politica è stato Benito Mussolini, gli altri, squallidi comprimari e stiamo parlando di un miserabile.

I provvedimenti adottati colpiscono, vigliaccamente,oltre che i migranti, privandoli di diritti riconosciuti fino a ieri dallo Stato,  le cooperative che lavorano con loro, quel mercato del lavoro sociale che supplisce alle carenze di un Stato che si è preoccupato, negli ultimi vent’anni, di demolire il welfare, invece di modernizzarlo e renderlo efficace. So che è un concetto complesso da capire per leghisti e grillini, pari alla Fenomenologia dello Spirito o a Essere e tempo, ma colpendo le cooperative sociali per colpire gli immigrati, Salvini finirà per ridurre sul lastrico tanti italiani che sul sociale ci lavorano seriamente, con dedizione e impegno. Ma la creazione di un finto nemico , di un capro espiatorio, è il primo passo di ogni stato autoritario e da ieri, viviamo in uno Stato governato da una destra radicale che si distingue per l’assenza di qualunque riferimento culturale e di qualunque logica nella sua prassi di governo.

Intascato il plauso della lobby delle armi con la legittima difesa, lobby di cui non si parla mai ma che nel nostro paese è potentissima e annovera autorevoli esponenti nel governo, Salvini pregusta già le orde di immigrati privi di cittadinanza, ridotti alla fame e costretti alla clandestinità da una legge che, mi auguro, la Corte costituzionale o quella dei Conti possano frenare, orde da sfruttare per creare un altro menzognero allarme sociale e reiterare all’infinito l’opera di sciacallaggio. Orde inesistenti ma che i suoi imbelli fedeli e i più furbi manipolatori dei social, stanno già creando ad arte.

E’ già successo con i rom: invece di favorire i processi di integrazione  si è preferito usare la politica delle ruspe, imitata nella mia città anche dalla ex giunta di sinistra con un atto vergognoso di speculazione elettorale, passato sotto il silenzio colpevole di tanti che a quella giunta dovevano favori, politica che crea nuovi disperati, e, soprattutto, impedisce una seria alfabetizzazione dei giovani, quelli che domani potrebbero cambiare la situazione.

E’ una politica razzista, anticostituzionale ed eticamente spregevole ma che sembra gradita alla maggior parte degli italiani, ben lieti di prendersela con chi non può difendersi invece di guardarsi allo specchio e trovare i veri responsabili dello sfacelo.

Dei Cinque stelle non parlo, trovo il fideismo acritico di molti adepti, soprattutto gli ex compagni, quasi tenero se non fosse un atto di fede verso un partito che sta approvando, con la scusa del cambiamento, tutti i provvedimenti repressivi dei suoi amici e alleati post fascisti. Nutro rispetto per le persone serie che si ostinano ancora a militare nel movimento e mi auguro, senza crederci, che possano cambiare la situazione tragica in cui versa.

Quanto alla sinistra, non una voce seria di contrasto a questa oscenità si è levata da un partito che non esiste più. Forse per pudore, visto che Minniti ha aperto la strada. Il penoso, irritante, patetico sforzo di Renzi di tenere in mano un partito che ha distrutto è l’ennesima testimonianza di una irredimibile vocazione al fratricidio e al suicidio che accompagna la sinistra sin dalla sua nascita. Pur avendo pagato un prezzo troppo alto per la reale entità delle sue colpe, qualcosa di buono ha fatto, in confronto a questi è stato uno statista lungimirante, è diventato ormai insopportabile anche a chi non lo ha sempre osteggiato. E’ un impresentabile, un patetico cialtrone che si ostina a voler cercare di recuperare un potere che ha perso in modo cretino. Faccia un favore al paese e alla sinistra e si tolga dai piedi.

Sperare nella gente, non si può, in chi governa, peggio che andar di notte, l’opposizione non esiste, cosa rimane a chi non ha mai cambiato bandiera e valori, a chi non si è lasciato irretire dal finto anarchismo del movimento e non si è illuso che la grande buffonata del reddito di cittadinanza fosse uno straccio di politica sociale?

Non rimane nulla, solo la consapevolezza che presto o tardi, anche Salvini cadrà, facendo parecchio rumore (più si gonfiano più forte è il botto) e bisogna essere pronti a quel momento. Ci rimane l’etica del lavoro ben fatto, il sogno di un futuro migliore e la volontà di continuare a lavorare con onestà per costruirlo. Così è, se vi pare.*

* N.d.r. Per i leghisti e i pentastellati: citazione pirandelliana.

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