Archivia Ottobre 2018

Il pensiero squallido della destra italiana

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Un’alta carica della regione Liguria, che non nomino perché mi auguro che il suo nome torni nell’oblio al più presto, ha stigmatizzato il comportamento della sindachessa di centro destra di Savona, rea di aver preso parte a una manifestazione antifascista in una città medaglia d’oro della Resistenza.  Lo ha fatto sulla sua pagina facebook, il da tze bao dei nuovi padroni del paese, con argomenti talmente triviali e capziosi da da suscitare, oltre che rabbia e sdegno,  imbarazzo in chi legge.

Fedele suddita del verbo di Salvini non ha esitato, mostrando una statura morale sul cui livello tutti possono giudicare, ad attaccare chi difende i diritti civili e la Costituzione argomentando riguardo l’omicidio orribile della ragazza sedicenne di Roma e vomitando i soliti, scatologici attacchi contro gli immigrati, facendo, naturalmente di tutt’erba un fascio. Dimenticando per altro da donna, che il novanta per cento dei femminicidi sono compiuti da italiani, parenti, mariti traditi, compagni che non accettano la rottura, ecc., e che il delitto si di Roma si è consumato in un clima di degrado e abbandono per risolvere il quale nella finanziaria del governo in cui si riconosce, non c’è scritta una riga.

Lo stesso genio della politica, tempo fa, durante una manifestazione di Libera contro la mafia, aveva lasciato il corteo sdegnata perché dagli altoparlanti si suonava Bella ciao, canzone secondo lei di parte. Qui non è questione di fascismo, ma di pura stupidità.

A me non preoccupa il fascismo. Il fascismo erano assalti vigliacchi nel cuore della notte nelle case dei contadini, violenze consumate sempre e comunque in cinquanta contro uno, omicidi brutali, la violenza come strumento politico al servizio della grande borghesia, la viltà come metodo. Il fascismo era guidato da un voltagabbana che aveva tradito ogni bandiera, un narcisista patologico amorale e immorale ma dotato, indubbiamente, della capacità di sentire l odore del vento e di cavalcarlo. Il fascismo godeva dell’appoggio delle forze dell’ordine e di quelli che oggi chiamiamo poteri forti. Non tornerà, perché persino gli italiani di oggi non lo tollererebbero e perché il fascismo aveva dietro un pensiero, per quanto spregevole e abietto, che questa destra non ha.

Ecco, non mi spaventa il fascismo ma il pensiero squallido e opportunista dei ras della destra, scusate l’improprio termine del ventennio, anzi il non pensiero, che supera il concetto di pensiero liquido e diventa pensiero volatile, cangiante, un pensiero per ogni stagione e per ogni sussulto dello stomaco della gente.

Non temo il fascismo, temo il crollo delle istituzioni, quando rappresentate da individui come quella sopra descritta e il caos, temo la scomparsa della politica a scapito della sete di potere di pochi, temo l’ignoranza e la cecità di quel popolo che, lungi dall’essere sovrano, ammesso che lo sia mai stato, non è mai stato schiavo come da vent’anni a questa parte.

E il Pd? Chiederebbe a questo punto il solito cinquestelle imbelle. Al Pd basterebbe togliersi dai piedi Renzi e i renziani, che forse hanno .pagato e continuano a pagare un prezzo troppo alto per il loro reale demerito ma che hanno ormai rotto le palle a tutti, a destra e sinistra; tolti di mezzo loro, ormai improponibili, basterebbe mettere alla guida del partito un normodotato per riguadagnare quel venti, ventiquattro per cento di consensi storici della sinistra e fare un’opposizione sensata e puntuale. Già fare opposizione, sarebbe una novità.

Certo è che ci vorranno anni per riportare questo paese a un livello accettabile di dignità civile, per ripulire le ferite lasciate da una classe politica che non è tale, piuttosto un manipolo per metà di idioti ( non per questo meno colpevoli) e per metà di razzisti e disonesti al soldo della grande borghesia italiana, la palla al piede di questo pase.

Certo è che prima che si possa ricominciare, bisognerà ancora toccare parecchi fondi.

Il consenso di cui gode Salvini, l’alfiere del non pensiero, è lo specchio del non pensiero della gente, disacculturata, disinformata ad arte, indifferente e capace di guardare solo un metro davanti ai suoi occhi, di lato è già troppo. E’ così che ragiona la destra italiana postfascista ed è così che sta portando il paese alla rovina.

Agli ex compagni che trovano nei provvedimenti del governo accenni di politica sociale  anti sistema (ma dai! Questi sono i servi del Sistema) oltre a consigliare  una ripulita agli occhiali  dalle illusioni senili, vorrei ricordare che sostenendo questo governo sostengono anche individui come quella che ha stigmatizzato una manifestazione antirazzista, che sostengono il razzismo , la liberalizzazione delle armi, ecc. Perché, cari compagni, o si sta da una parte o dall’altra, non esistono distinguo in politica.

Io, personalmente, sto sempre dalla stessa.

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Lettera al ministro Bussetti: sulla scuola e il suo senso.

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Egre.gio Ministro Bussetti.

finora si era tenuto distante dalle esternazioni demenziali dei suoi sodali di governo e aveva mantenuto un apprezzabile basso profilo, da persona di scuola qual è.

Mi ha quindi lasciato basito la sua affermazione  riguardo al fatto che a scuola non si deve fare politica.

Lei è laureato in Educazione fisica, quindi non la tedierò con affermazioni filosofiche né perderò tempo a spiegarle che la sua affermazione è politica e invita la Scuola a  prendere una posizione politica. 

Io credo sia importante, oggi più che mai, usare le parole nel modo giusto, restituirgli la dignità che meritano, perché noi siamo le parole che diciamo e la forma è sostanza.

Se lei voleva dire che non si devono plagiare né indirizzare i ragazzi verso una determinata fazione politica, sono d’accordo; personalmente non amo vedere i bambini alle manifestazioni. Ma quello non è fare politica, è svolgere male il proprio lavoro, non essere professionali ed essere irresponsabili, esattamente come sono irresponsabili, poco professionali e inetti molti dei suoi sodali al governo.

In caso non intendesse questo, la invito a rimettere il suo mandato, perché non sa cosa significa fare scuola.

Se c’è un ambito in cui si “fa” politica, nel quale il dettato costituzionale diventa prassi, è la scuola e se la scuola non si immerge nella realtà con spirito attento e critico, perde il suo significato e la sua funzione sociale. Se dovessimo limitarci a tramettere nozioni e non valori, sarebbe sufficiente wikipedia, quella su cui si sono acculturati, con esiti a dire il vero imbarazzanti, molti dei suoi colleghi di governo.

Un insegnante deve formare teste pensanti, pensanti con la propria mente, giovani uomini e donne in grado di esercitare lo spirito critico e fornire un contributo attivo alla società. Per fare questo la scuola non può esimersi dal “fare” politica.

Come si può spiegare, secondo lei, il novecento senza la contrapposizione tra capitalismo e comunismo? Come si può parlare dei Promessi sposi senza illustrare la situazione politica dell’Italia  nel seicento e al tempo di Manzoni? Oppure pensa che si debbano saltare fascismo e nazismo, le lotte operaie, la Resistenza?  La libertà d’insegnamento prevede che si possa scegliere quali parti del programma svolgere e quali no, su cosa soffermarsi di più e su cosa di meno e fare sì che questo processo non venga svolto sulla falsariga di quello che fanno i nostri quotidiani, disonestamente e dilettantisticamente, dipende dalla professionalità degli insegnanti, che è altra cosa rispetto al ruolo della scuola. Inoltre, nel corso della loro carriera scolastica, i ragazzi incontreranno insegnanti con opinioni diverse e potranno così valutare, riflettere, criticare o trovarsi d’accordo. Il pensiero unico a scuola costituisce ossimoro.

Comincia  a rendersi conto dell’enorme bestialità che ha detto?

Ministro, le parole sono importanti, pesano come sassi, restano nella memoria, la gente oggi le ripete come un mantra. La scuola non ha bisogno di legacci, di ulteriori pressioni. Ha letto le statistiche sul fallimento della scuola come ascensore sociale? Io vado oltre: la scuola sta fallendo, punto e basta. Non riusciamo più a far fronte a una situazione sociale devastata, all’ignoranza dilagante, alla mancanza di una politica culturale seria, alla tv spazzatura e alla manipolazione delle informazioni. E mi viene a dire che non devo fare politica? Invece di spingere per potenziare i servizi sociali, aumentare i fondi d’Istituto, firmare il nuovo contratto, rivedere i programmi, assumere uno psicologo in ogni scuola per far fronte a una vera emergenza sociale, mettere in sicurezza gli edifici, lei se ne esce con queste bella pensata?

Non ho mai fatto mistero delle mie opinioni ai ragazzi, dicendo che erano mie, mutuate dalla mia personale storia, dai miei studi, dal mio percorso di vita e che non erano per questo giuste, solo personali. Dico anche loro di parlare con i genitori, di confrontarsi sulle cose che accadono, di leggere il più possibile,  soprattutto di documentarsi perché, come ho imparato dalla mia splendida maestra il primo giorno di scuola, “ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”. (E’ Brecht, lo aboliamo?). Non credo per questo di essere un cattivo insegnante, cerco di svolgere al meglio il mio lavoro, per cui sono pagato poco e male, e se ci riesco, saranno i ragazzi a dirlo. Per me conta solo il loro giudizio. perché è per loro che lavoro.

La scuola dovrebbe essere una palestra della mente, una terra di nessuno al di fuori del vociare quotidiano dove si insegna a decifrare le voci del mondo, a esercitare il libero arbitrio, a stare insieme e ad ascoltare cosa ha da dire l’altro. Dove si insegna a cooperare e a riconoscere noi stessi nell’altro, di qualunque colore sia e forse è questo a dare fastidio ai suoi colleghi.

Il tipo di scuola che avete in mente voi non è apolitica, cosa impossibile, è monocolore: ci ha provato Giovanni Gentile, il più brillante dei nostri filosofi del novecento, che ha pagato di persona l’aver provato a fare del pensiero prassi. Era una scuola orribile quella gentiliana,, classista, escludente, tetra, abbastanza simile a quella uscita dalla riforma renziana, con il potere in mano a uno a scapito della collegialità, la premialità per chi lavora tanto e gratis e fa quello che dice il capo, ecc.  Eppure, anche quella riforma balorda, conteneva del buono, eppure, al vostro confronto, Faraone, che l’ha scritta (malissimo), si staglia come un gigante.

Lasciateci lavorare in pace, Ministro, non nominateci: lasciateci ancora uno straccio d’illusione di servire a qualcosa. Lasciate che la scuola resti una terrà di nessuno, dove il confronto sia civile e sereno, al contrario della canea quotidiana a cui siete abituati. Tanto le promesse elettorali sono già lettera morta, come sempre.

Ma riflettete sul fatto che oggi la scuola funziona solo per i ricchi: è il tradimento più doloroso della Costituzione, è il risultato finale del saccheggio continuo fatto ai nostri danni  in questi anni, è un deficit di civiltà e spiega  molto di questo paese.

Per favore, torni a mantenere il suo basso profilo da burocrate e,se non ha nulla da dire, taccia. Ma tenga conto che anche quella è una decisione politica.

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Salutiamo Aarto Paasilinna, che ci ha fatto riflettere sorridendo

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La morte dello scrittore Aarto Paasilinna in una casa di riposo finlandese, entrerebbe a buon diritto tra le pagine tristi di uno dei suoi libri.

Boscaiolo, giornalista e scrittore di culto Paasilina aveva il dono della leggerezza, del sorriso affettuoso sulla vita e sulla sua assurdità, insieme a una vena malinconica, tipicamente nordica, che impregnava anche le pagine dei suoi libri più esilaranti.

Paasilinna non affrontava temi leggeri: in Piccoli suicidi tra amici, un esuberante inno alla vita, nonostante il titolo e la tragicità di alcune pagine, l’argomento era l’altissimo tasso di sucidi in Finlandia, ne L’anno della lepre, il libro che gli ha dato la fama in Italia, si parlava di ecologia, di vite sbagliate alla ricerca di un nuovo inizio,  Lo smemorato di Tapiola affrontava il tema della vecchiaia e della malattia mentale, mentre ne Il  liberatore dei popoli oppressi, il più sarcastico e cattivo dei suoi libri, si schierava contro ogni dittatura, fascista o comunista che fosse scrivendo un violentissimo atto d’accusa contro la tortura.

In ogni libro si alternano pagine francamente esilaranti, descrizioni della natura che testimoniavano il suo amore da ex guardaboschi, sarcastiche annotazioni sulle cattive abitudini dei finlandesi, come la passione dell’alcool e una malinconia crepuscolare, segno di un male di vivere dei suoi protagonisti nascosto sotto una glacialità nordica che finiva per sciogliersi in una elegia sentimentale. Tutto descritto con uno stile unico, leggero, sorridente, come solo un grande scrittore è in grado di fare.

Lo scrittore finlandese sarebbe piaciuto, probabilmente, a Pirandello, con la sua capacità di trovare il senso del comico nella tragedia, di descrivere l’assurdità della vita ridendoci sopra. 

Amante delle tradizioni del suo paese, che naturalmente prende amabilmente in giro, Paasilinna odiava le convenzioni della società della finlandese e, nel loro modo straniato e candido, i suoi protagonisti sono tutti dei ribelli.

L’atmosfera surreale dei suoi libri, l’acutezza con cui stigmatizza le contraddizioni della vita, l’empatia verso la sofferenza umana, la perturbante capacità di analisi del reale, rendono riduttiva la definizione di scrittore umoristico quanto quella di scrittore di culto.

Paasilinna è stato un grande scrittore, capace di farci pensare alla tragedia della vita sorridendo. E scusate se è poco.

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Non si torna indietro

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Se anche la massa di incoscienti, inetti e disonesti che governa questo paese scomparisse domani, non esiste nessuna possibilità per questo paese di riacquistare una “normalità” a breve termine.

Il solco tracciato dopo le ultime elezioni è troppo profondo per essere colmato da una sinistra che continua ostinatamente a rifiutarsi di comprendere il presente, divisa com’è tra la tentazione dell’uomo forte e una retorica ormai da tempo stantia, o da una destra che non è mai diventata democratica, spostandosi verso il centro a misura delle destre europee, non quelle radicali, ovviamente, che restano e resteranno marginali nel continente.

Non si torna indietro dal razzismo, e più in generale, dall’ossessiva ricerca di un nemico su cui scaricare la proprie responsabilità, non importa si chiami Renzi, Autostrade per l’Italia, migranti, Europa, purché ci sia, che è l’unica forma politica conosciuta da sempre dalla Lega e abbracciata con entusiasmo da un Movimento Cinque stelle abile anche più del Pd a suicidarsi. Quello del capro espiatorio, d’altronde, è un espediente antico come il mondo, il sacrificio di sangue attorno a cui, condividendo la colpa, si ricompatta la comunità.

Non si torna indietro dall’idea, vecchia ma sempre buona, di Stato etico ( cosa è morale comprare e cosa no, cosa è giusto scrivere e cosa no, cosa è giusto dire e cosa no) che evoca fantasmi ben peggiori del farsesco reddito di cittadinanza approvato dal governo con un gioco delle tre carte la cui posta pagheremo noi e i nostri figli. Peccato che lo Stato etico non si applichi ai condoni e che sia morale fare lo sconto a chi ha rubato. Peccato non si applichi neanche a chi cita un mafioso per denigrare un onesto.

Non si torna indietro da una nuova propaganda, vuota e becera come la vecchia ma veicolata da strumenti nuovi, più veloci, più efficaci, in grado di raggiungere in pochi secondi milioni di persone.

Il mezzo, ormai, ha soppiantato il messaggio, il veicolo conta più del passeggero.  E’ una novità devastante, perché domani al timone potrebbero esserci individui più intelligenti, più pericolosi, più lucidi nel guidare il paese verso un autoritarismo per cui è epistemologicamente un errore l’evocazione ossessiva del fascismo da parte di chi continua a usare vecchie categorie per definire un nuovo presente, ma bisognerebbe coniare un nuovo termine: socialcrazia, retismo, facebbokismo, fate voi. Ci saranno semiologi e linguisti che certamente riusciranno a trovare un termine adatto a definire il fenomeno, perché le parole sono importanti: se vuoi combattere un nemico, per prima cosa, devi definirlo.

Non si torna indietro da gente che ha abiurato a qualunque forma di spirito critico a favore dell’urlo, del vituperio, dell’esternazione di una rabbia cieca e ottusa che si scaglia su chiunque esprima un pensiero contrario. Questo tempo vede la morte del confronto, del dialogo, della mediazione. Questo è il tempo dell’ignoranza che si prende la propria rivincita sulla cultura.

Io comprendo le persone di sinistra che si aggrappano ostinatamente all’idea, del tutto assurda alla prova dei fatti, che questo governo stia facendo qualcosa per gli ultimi, che davvero abbia avviato il primo atto della guerra contro la povertà. Sono sufficienti due conti fatti su un tovagliolo per capire che la realtà è ben diversa, o evidenziare come, per esempio, il reddito di cittadinanza al sud senza una politica chiara e forte di lotta alla criminalità organizzata, che non esiste nel Def, è del tutto inutile, soldi gettati al vento che non aiuteranno nessuno. O ancora, che tagliare i fondi per il recupero delle periferie, dei grandi quartieri dormitorio, e dare il reddito di cittadinanza suona come una ironica e crudele presa in giro che non elimina neanche superficialmente l’angoscia di vivere ogni giorno un non tempo in un non luogo. Tutto questo tralasciando l’assenza di una politica sul lavoro a lungo termine che rende il reddito di cittadinanza assolutamente inutile ovunque.

Ma, come ho scritto, capisco quelle persone, i vecchi poeti, i sognatori di un tempo che hanno marciato, lottato, gridato, cercato di dare l’esempio in un nome di un’idea che si è sciolta come neve al sole della modernità. Ammettere che si è sbagliato tutto, è dura, sia per chi resta ostinatamente fedele a un partito che non esiste più, sia per chi è passato dall’altra parte. Ammettere che siamo di fronte a una terra desolata, che dei sogni di ieri sono rimaste solo macerie ricordi, fa male.

Quello che non capisco è come possano non accorgersi che le loro idee prevedevano cooperazione, non divisione, solidarietà, non chiusura, internazionalismo non autarchia. Ecco, questo proprio mi sfugge. Ma si sa, i rivoluzionari di ieri diventano i conservatori di oggi.

Nonostante tutto, resto convinto che esista una maggioranza silenziosa sia a sinistra, quella vera, quella che non si riconosce in nessuno dei ridicoli partiti che offendono l’idea stessa di sinistra, sia nel mondo cattolico, quello cooperativo e sociale, sia nel mondo delle cooperative, quelle che lavorano nel silenzio e salvano vite,  una maggioranza silenziosa basata sul concetto del lavoro ben fatto, della coerenza, della resilienza attiva, una maggioranza silenziosa che quotidianamente, silenziosamente, ostinatamente resiste e continuerà a resistere, una maggioranza silenziosa che invece di cambiare bandiera o restare ostinatamente legata al passato, continua a dare l’esempio.

Ed è l’unico pensiero che permette ancora di respirare nel mare di merda in cui navighiamo.

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Per fortuna l'Europa non siete voi

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L’Italia, se si eccettuano i paesi di Visegrad il cui peso specifico a livello politico è pari a zero e sono tollerati (a torto) solo per motivi strategici, è l’unico grande paese europeo dove le forze neofasciste e populiste sono al governo. Certo, la destra guadagna consensi in Francia e in Germania, ha già provocato l’uscita dall’unione dell’Inghilterra, ma fossi Di Maio e Salvini, e per fortuna, non lo sono, eviterei di annunciare ai quattro venti che alle prossime elezioni europee tutto cambierà e, finalmente, avremo un’Europa razzista, protezionista e autarchica, cioè un’Europa suicida. L’Inghilterra, tornando a lei, insegna che nons empre il volere del popolo è la scelta più intelligente : la politica deve essere in grado di indirizzarlo, non di seguirlo nè di trincerarsi dietro il suo feticcio.

Già altre volte le destre sembravano aver preso il sopravvento in Europa e alla prova dei fatti, si sono ritrovare con nulla in mano se non i loro proclami roboanti e le loro truci minacce. Perché, nonostante tutto, francesi, tedeschi e tutti gli altri paesi dell’Europa centrale, a cui va aggiunta la Spagna, quando il gioco si fa duro, scelgono il futuro invece del ritorno al passato, specie di un passato con cui loro, al contrario degli italiani, hanno fatto i conti da tempo.

Per altro, da qui alla data delle elezioni, verrà ampiamente dimostrato dai fatti che il re è nudo, la gente capirà che la rivoluzione annunciata è una semplice riproposizione in peggio non della vecchia Dc ma dell’odiato renzismo: assistenzialismo, un jobs act appena sfiorato in modo inconsistente dal decreto dignità, un reddito di cittadinanza basato su una inesistente riorganizzazione delle agenzie per il lavoro e vincolato in modo magari anche opportuno, ma sostanzialmente indigesto, nessuna politica sul lavoro, tagli alla scuola, incremento delle tasse per le piccole e medie imprese, l’ennesimo favore ai grandi evasori in termini di condono.

La novità sta nel razzismo sdoganato e portato come vanto, nell’insulto becero come strumento di comunicazione politica, nelle minacce mafiose ( vedi quelle ai giornali) come mezzo di coercizione per i media.  La gente, presto o tardi, probabilmente trattandosi di uno dei paesi più ignoranti d’Europa, con un livello di cultura medio e di analfabetismo di ritorno allarmante, si accorgerà che il problema di questo paese non sono gli stranieri, i rom, i gay, le lesbiche, ma gli italiani disonesti e ladri come il loro idolo, quello che patteggia per un furto di 49 milioni e fa ironia sull’arresto di un uomo onesto.

Questo è il paese dei Gramellini, quelli pacati e lievemente ironici, che quotidianamente ci offrono la loro dose di moralismo d’accatto e scrivono che sì, il sindaco di Riace è una brava persona ma le leggi vanno rispettate ( ma dove, in Italia? Il paese delle mafie e dell’evasione, quello dove non si paga il biglietto sull’autobus, la terra dell’abusivismo edlizio e delle mazzette? Ma che cazzo dici?).

E’ il paese di brillanti cialtroni come Diego Fusaro, non a caso considerato intelligente anche a sinistra, in  quegli ambienti radical chic che della sinistra hanno fatto strame.

L’Italia rischia di restare giustamente isolata, non perché questo sia un governo più disonesto di altri, anche se la lega la sua parte la fa più che dignitosamente, ma perché è un governo di inetti e cialtroni, esattamente come lo è stato il governo Renzi, ma con di più di volgare arroganza che renderà il suo crollo ancora più rovinoso.

Il problema è che, andati via gli inutili Di Maio e Conte, finito Salvini, non si torna indietro, quello che è stato distrutto non si ricostruisce. Non lo farà la destra, che non ha mai costruito nulla in questo paese, non lo farà una sinistra giustamente morta e sepolta nelle sue varie incarnazioni sotto un mare di bugie, retorica, clientelismi, gruppi di potere, ecc.ecc.

L’unica speranza è in una società civile rinnovata, in un cooperativismo sano e svincolato da chiese e patroni politici, indipendente, davvero indipendente, non come molte associazioni e cooperative che predicano bene e razzolano malissimo, che porti istanze chiare e comprensibili a tutti, e abbia la forza di ripartire dallo zero in cui ci ritroveremo tra pochi mesi. Arriverà presto il momento del fare, non secondo la vulgata di Renzi o di Salvini, che pari sono per me, se non altro nel mio profondo disprezzo, ma del fare per gli altri, del ricostruire davvero sulle macerie, del ritrovare il coraggio di unirsi su principi e valori universalmente condivisi e confrontarsi su ciò che divide, trovando una mediazione intelligente, al di là delle ideologie e delle bandiere, tutte allegramente sputtanate dai rispettivi alfieri.

Avrà questo paese ancora una volta la forza di cambiare direzione? La città in cui vivo, Genova, ha spesso indicato la strada. Temo che lo abbia fatto anche questa volta, che quel ponte crollato che vedo ogni mattina sia una metafora tragica e indelebile di quello che ci aspetta. Ma, naturalmente, spero di sbagliarmi.

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Lex mala lex nulla: dalla parte degli ultimi col sindaco di Riace

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Non sono mai stato un paladino della legalità nè uno di quelli che dice che le sentenze vanno sempre rispettate. Da cattolico, mi pongo sulla linea della teologia della liberazione che, negli anni ’70, teorizzava la ribellione dei campesinos in un sud America, come atto del tutto lecito per contrastare la violenza fascista finanziata e promossa dagli americani.

Non ho mai rispettato le sentenze del giudice Carnevale, chi ha qualche anno sa di cosa parlo, nè le assoluzioni in primo grado di poliziotti e appartenenti alle forze dell’ordine che hanno abusato del loro potere, o quelle famigerate dei terroristi di destra., nè le assoluzioni nei casi di stupro che una volta andavano di moda.

Ultimamente, ho fortemente contestato, e i fatti mi hanno dato ragione, i provvedimenti contro le Ong nel mediterraneo avviati dalla procura di Trapani.

Quindi, senza alcuna remora e senza essere tacciato di incoerenza,  posso affermare di trovare semplicemente scandaloso che il capo di un partito di ladri, indagato per sequestro di persona e violazione dei diritti umani, circoli a piede libero seminando il suo letame verbale e contribuendo a spingere l’Italia sul baratro mentre viene arrestato un uomo che ha avuto l’unico torto di forzare la legge per restituire dignità ad altri uomini.

Perché, sia chiaro, il sindaco di Riace si è semplicemente rifiutato di applicare una legge iniqua e disumana, indegna di un paese civile, e ha scelto di essere giusto.  Non l’ha fatto in buona fede, per spirito umanitario, l’ha fatto perchè convinto di contrastare una legge iniqua e sbagliata. Ridurlo a un santino è quanto di peggio possiamo fare: il suo è un atto politico che dovrebbe far riflettere tutti.

La cesura tra giustizia e legalità nel nostro paese è sempre più profonda, sempre più spesso la legalità viaggia a due velocità a seconda di chi si trova davanti, tanto che il principio dell’uguaglianza davanti alla legge è talmente disatteso quotidianamente, da risultare ironico.

Troppo spesso assistiamo a sentenze ingiuste,  troppo spesso legalità e giustizia scelgono strade diverse.

Nessuno, a parte il politico di turno quando viene colpito da un avviso di garanzia, mette in discussione nè la necessaria indipendenza nè il ruolo della magistratura, necessario contrappeso al potere politico e regolatore della macchina repressiva dello Stato, però è sotto gli occhi di tutti che la macchina della legge non funziona per motivi interni ed esterni. Ed è sotto gli occhi di tutti che certe indagini, certi provvedimenti, oggi come ieri, hanno una valenza politica sospetta.

L’arresto del sindaco di Riace è inopportuno e ingiusto, anche se probabilmente giustificato dal punto di vista legale. Ma la legge non può essere un feticcio dietro cui trincerarsi facendosene scudo, la legge è applicata da uomini che hanno il potere e il dovere di umanizzarla, di renderla opportuna e giusta. Vanno valutati il contesto e le eventuali implicazioni etiche che quello che sembra un reato ed è in realtà un atto di giustizia, può avere. La legge non è una equazione matematica con soluzione univoca ma una creazione umana fallibile ed emendabile.

Questo arresto sembra francamente spropositato rispetto ai fatti imputati, a detta per altro degli stessi inquirenti, e politicamente scorretto in un momento in cui nel nostro paese l’aggressione verbale e fisica nei riguardi degli ultimi è all’ordine del giorno e spesso resta impunita.

Io sto col sindaco di Riace, dalla parte degli ultimi e mi auguro che siano in molti a pensarla così, non voglio un paese dove governano i quaqquaraqquà e gli uomini veri finiscono ai domiciliari.

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