Archivia Settembre 2018

Finanziaria gialloverde: mantenere i privilegi, diminuire il welfare e aumentare il consenso.

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Quello che doveva essere un movimento che avrebbe portato rinnovamento e pulizia, torna indietro di trent’anni, alla peggiore Democrazia cristiana. La finanziaria farisaica di Salvini e Di Maio è un pasticcio senza capo nè coda che non mette mano a nessuno dei problemi strutturali di questo paese, uno slogan pubblicitario privo di contenuto e ricco di conseguenze nefaste per il futuro del paese.

I tanti adepti dell’uno o dell’altro capetto che inneggiano sui social in queste ore, compreso il servo Travaglio, astutamente omettono l’ennesimo condono fiscale che i due ometti avevano giurato e spergiurato che mai avrebbero applicato, omettono anche di dire che la versione due punto zero dell’assistenzialismo dc, leggi reddito di cittadinanza, viene finanziata con i tagli ai comuni, alla scuola e alle periferie, quindi, nella sostanza, si dà ai poveri togliendo ai poveri in un gioco delle tre carte maldestro e squallido.

Quanto alle pensioni, questa riforma attuata senza sgravare l’Inps da oneri che non le competono, problema annoso che nessun governo ha ritenuto di voler risolvere, Monti e Renzi compresi, di fatto peserà in modo drammatico sulle nuove generazioni. Quando Di Maio dice che per ogni lavoratore  in più pensionato c’è un lavoratore giovane che trova lavoro,  intanto sbaglia grossolanamente la matematica, per pagare la pensione del lavoratore anziano e la propria dovrebbero prendere il posto del pensionato due lavoratori a tempo indeterminato, in secondo luogo la formula non funziona e non ha mai funzionato perché quando arriverà la tempesta finanziaria verso cui ci sta conducendo questo governo, l’ultimo problema che avranno le aziende sarà quello di assumere.

Quanto alla flat tax, se e quando verrà applicata, è anche quello un furto ai danni dei poveri e a favore di quella classe media e alta borghese che, come lo fu del fascismo, è il bacino elettorale del neofascista Salvini.

Nulla sull’ambiente, nulla sulla lotta alla criminalità organizzata, nulla sua una politica fiscale equa, nulla sulla lotta all’evasione fiscale.  Questa è la finanziaria di Salvini e Di Maio. Aggiungiamoci un decreto migrazioni criminale e anticostituzionale  e ci accorgeremo di quanto sinistre e grottesche siano quelle bandire sventolate sul balcone da questa congrega di scappati da casa e reduci della prima repubblica. Bandiere che rischiano di sventolare sulle macerie di un paese,

Altro che governo del cambiamento!

L’Europa paga i suoi errori. Se avesse immediatamente espulso i firmatari del patto di Visegrad che hanno violato i principi su cui è stata fondata, forse Salvini e co. non avrebbero osato tanto, se avesse attuato delle serie politiche sociali comunitarie invece di blandire i mercati, forse oggi avremmo un continente diverso. Si è invece chiusa in sé stessa, incapace di darsi un governo unitario a causa dei nazionalismi dei paesi più forti, il male di sempre. Non importa che gli inglesi siano sull’orlo del baratro, i paesi europei sembrano giganteschi lemmings che sia avviano allegramente verso la scogliera sull’oceano.

Tenuto conto che un’Europa a pezzi farebbe gli interessi di Trump, tenuto conto del nostro recente passato, c’è da chiedersi se la Cia non abbia giocato un suo ruolo nell’ascesa dei movimenti neofascisti, ma questa è una domanda che troverà risposta solo tra qualche anno.

Non stupisce che a inneggiare alla banda degli inetti nostrana siano tanti giovani: la deprivazione culturale è un grande problema ignorato e coltivato dai governi del nostro paese, stupisce invece la conversione al nuovo verbo razzista e demagogico di molti militanti di sinistra, di persone rispettabili, di gente che, normalmente, usa il cervello per ragionare. 

Si continua ad agitare lo spauracchio di Renzi omettendo vent’anni di governo di Berlusconi e della Lega: basta confrontare i dati del deficit per comprendere come Monti e Renzi, che personalmente detesto entrambi, abbiano dovuto far fronte a una situazione drammatica. Si poteva far meglio? Certamente sì. Questa finanziaria fa meglio? Sicuramente no. Anzi, per quanto impossibile, riesce a fare peggio.

Redistribuire la ricchezza significa togliere un po’ a chi ha tanto e dare a chi ha poco ed è il principio su cui si basa il liberismo classico di Adam Smith, utopico quanto il marxismo.  Non è esattamente quello che fa questo governo, anzi, la novità è che, senza alcun pudore, taglia il welfare per fare un’elemosina inutile, che non servirà neanche a pagare i servizi tagliati.

Il decreto su Genova è l’esempio più eclatante dell’ipocrisia e della falsità su cui si fonda questo esecutivo: fondi neanche lontanamente sufficienti a pagare i danni subiti dalla città, un commissario straordinario che  sarà pure onesto ma è in palese conflitto d’interessi, tante chiacchiere e nessun fatto concreto.

Sic parvis magna, e mai frase fu più adatta ad indicare lo stato delle cose.

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Razzismo di (bassa) lega, e gli insegnanti dove sono?

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Due notizie ampiamente riportate dai quotidiani su cui non mi dilungo più di tanto: a Lodi, in provincia di Milano, un provvedimento discriminatorio, anticostituzionale e vile della giunta leghista, di fatto impedisce ai figli di famiglie straniere di accedere al servizio di scuolabus e mensa a una tariffa adeguata al loro reddito e li obbliga a pagare le tariffe più alte, sottraendogli un diritto e introducendo una norma razzista che va a colpire i bambini.

A Monfalcone invece, i bengalesi sono i benvenuti se devono sputare sangue nei cantieri navali, meno se i loro figli devono frequentare le scuole materne, perchè è stato deciso dal sindaco un tetto massimo (incostituzionale) del 45%  di bambini non italofoni, gli altri si cerchino un posto altrove.

Inutile cercare di esprimere a parole il mio totale disprezzo per la giunta leghista di Lodi e l’amministrazione comunale di Monfalcone, lavoro da quasi vent’anni in una scuola multietnica, alla periferia di Genova, battendomi, insieme ai miei colleghi, contro ogni forma di discriminazione e di razzismo.

Quello che mi stupisce è il silenzio, della gente e dei colleghi delle scuole interessate. Che la gente possa anche trovarsi d’accordo su simili posizioni, di questi tempi, che dei genitori possano trovare normale discriminare i compagni dei loro figli, mi rattrista, mi disgusta, ma non mi stupisce più di tanto.

Non riesco invece a concepire un insegnante che accetti senza fiatare simili porcherie, va contro la nostra deontologia, il nostro obbligo di obbedienza al dettato costituzionale, la nostra dignità professionale, va contro il nostro essere uomini e donne che hanno il compito di formare gli uomini e le donne di domani.

Se la scuola e chi la scuola la fa funzionare ogni giorno, si adegua a provvedimenti simili, è la fine. Se si confonde il rispetto della legalità con il rispetto di qualsiasi provvedimento scatologico l’amministrazione del momento possa vomitare, allora davvero non serviamo più e sono sufficienti un tot di ore l’anno su wikipedia, così eliminiamo anche i libri polverosi.

Lex mala, lex nulla,  dicevano gli antichi, una cattiva legge non si rispetta e i primi ad alzare la testa e dire di no dovrebbero essere gli insegnanti che ogni giorno, quando entrano in classe, rendono vive e concrete le parole della Costituzione.

Se questo non succede, se cerchiamo il quieto vivere e voltiamo la testa per non vedere, allora scivoleremo con questo paese in un meritato baratro.

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Sulla mia pelle, passione e morte dei diritti civili

Sulla mia pelle
Sulla mia pelle, il film sul caso Cucchi uscito recentemente nelle sale e su Netflix e proiettato “illegalmente” ieri alla Sapienza di Roma, è un prolungato, quasi insostenibile pugno nello stomaco dall’inizio alla fine. Il regista non ha bisogno di mostrare la violenza, la violenza è nelle parole, negli atteggiamenti, nell’indifferenza di chi ha lasciato che un ragazzo passasse un’agonia di sette giorni prima di morire nel letto di un carcere.

Cucchi, interpretato in modo straordinario da Alessandro Borghi in un’operazioni di mimesi che, se si trattasse di un attore d’oltreoceano farebbe gridare al miracolo, non risulta neanche troppo simpatico, non siamo di fronte a un santino, alla descrizione della tragedia di un innocente, qui abbiamo uno spacciatore a cui vengono sistematicamente e inspiegabilmente negati i diritti civili più elementari da un Sistema disumano e disumanizzante, dove non esistono innocenti ma solo diversi livelli di colpevolezza.

E’ tempo di prendere atto che certi corpi, quelli dei migranti, quelli dei tossici, quelli degli spacciatori, quelli degli omosessuali, valgono meno, possono essere scissi dall’essere umano che temporaneamente li abita e pestati, violati, umiliati, ridotti a meri involucri privi di anima.
E’ un discorso che Ta Nehisi Coates, giornalista afroamericano, ha svolto in modo approfondito a proposito del corpo dei neri americani in Tra me e il mondo, libro in cui in una lunga lettera al figlio racconta come il corpo dei neri, per gli americani wasp, sia sempre stato scisso dalla loro anima, sia sempre stato disumanizzato.

Da noi, specie in questi tristissimi tempi, il discorso può essere trasferito alle categorie che ho elencato sopra, giovani uomini e donne che, come Cucchi, una volta entrati nel Sistema, smettono di essere tali e diventano qualcosa di meno, corpi da usare, involucri, meri simboli di qualcosa che rifiutiamo, che non fa parte della normalità e quindi, è pericoloso.

Noi vediamo per tutta la durata del film un corpo martoriato, abbandonato, ignorato, non un essere umano sofferente. I medici, i poliziotti, gli assistenti, i volontari, non si preoccupano della sofferenza di quel corpo, o se lo fanno, lo fanno in modo superficiale, con distacco, con durezza.

Una delle scene più emblematiche è quella della convalida del fermo: il giudice, una donna, non alza mai lo sguardo, non si cura di quel viso pieno di lividi perché ha davanti un colpevole e tanto basta.

Male, malissimo hanno fatto polizia e carabinieri a schierarsi contro l’uscita del film aprioristicamente, dichiarando candidamente di non averlo visto e non volerlo vedere. Sia perché criticare qualcosa che non si conosce è stupido, per quanto sia ormai diventato un atteggiamento comune, sia perché denuncia la paura di confrontarsi, di ammettere gli errori, di aprire una riflessione profonda sulle forze dell’ordine di questo paese che stiamo aspettando da quei tre maledetti giorni di Luglio del 2001.

Male, malissimo ha fatto il ministro dell’Interno e, lo ammetto, mi ripugna definirlo così, a non andare alla prima del film e a rifiutare un incontro con Ilaria Cucchi. Ma da chi è indagato per sequestro di persona e violazione dei diritti civili e resta al suo posto, non ci si può aspettare altro.

Sono convinto che molte brave persone liquideranno questa storia dicendo che se Stefano Cucchi non fosse stato uno spacciatore, questo non sarebbe successo. Tanto, lo sappiamo, queste sono cose che capitano sempre ai figli degli altri, non ai nostri.

Invece credo che sia proprio per i nostri figli che dovremmo tutti vedere questo film, magari insieme a loro, magari parlandone dopo, spiegando che gli errori a volte si pagano molto più della loro reale portata specie se incontri la persona sbagliata nel momento sbagliato o, come nel caso di Cucchi, le persone sbagliate, una lunga serie di persone sbagliate.

Il film non lancia accuse, non è politicamente schierato, non assolve e non condanna: è una foto devastante e devastata del nostro sistema giudiziario, una luce puntata su una terra incognita, che non interessa la maggioranza della gente e che invece dovrebbe riguardarci tutti, perché i diritti di uno, colpevole o innocente che sia, sono i diritti di tutti.

Una delle pochissime cose buone che aveva fatto il precedente governo era la riforma penale del ministro Orlando, una riforma seria, civile, perfettibile ma dignitosa che è stata immediatamente azzerata da questo esecutivo. Forse, Stefano Cucchi, se quella riforma fosse stata fatta prima, sarebbe ancora vivo e non sarebbe stato necessario girare un film di un’ora e quaranta minuti per ricordarci cosa può succedere ai nostri ragazzi nelle nostre carceri.

Un’ultima nota a margine: Renzi aveva provato, malissimo, a introdurre timidamente il reato di tortura, questo governo non l’ha preso neanche in considerazione. Fino a quando non verrà inserito in modo serio nel nostro codice penale e non riguarderà anche le forze dell’ordine, senza nessuna attenuante ma con le dovute aggravanti che merita chi abusa del proprio potere, parlare di democrazia e civilità nel nostro paese sarà del tutto superfluo.

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Piccola storia kafkiana con una morale

Essere insegnante, oggi, significa anche, purtroppo, doversi tutelare dal punto di vista legale. Per questo ho ordinato presso Aruba un kit per la firma digitale, in modo da rendere immodificabili le numerose relazioni che, purtroppo, mi tocca ogni anno inviare al dirigente di turno e che spesso si smarriscono nel breve tragitto tra la mia sede e una segreteria oberata di lavoro.  Dal momento che, talvolta, tali relazioni contengono dati sensibili o meritevoli di attenzione da parte del giudice dei minori, comprenderete che la mia non è una preoccupazione di poco conto.

Il kit mi arriva martedì, con una puntualità diabolica, ma io non sono in casa e mia moglie non può ritirarlo perché serve la presenza fisica del ricevente. Mi viene lasciato un foglietto con un numero verde da chiamare per accordarsi su una seconda consegna. Mi risponde una gentile ragazza del call center  e ci accordiamo su una nuova consegna per il giorno seguente.  Non viene nessuno e richiamo il call center. Mi informano che la richiesta di consegna non era partita e che il sistema non ne permette un’altra, devo richiamare la mattina successiva. Richiamo il giorno seguente per tre volte, stessa storia. Faccio presente che,  se il pacchetto entro cinque giorni non viene consegnato, verrà rispedito al mittente e dovrò pagare un’altra spedizione. Niente da fare.

Il giorno dopo mi reco personalmente all’ufficio postale dove il pacchetto è depositato, a un quarto d’ora da casa mia (sic!). Una gentilissima impiegata mi fa vedere il pacchetto e mi dice che essendo una pec, la seconda riconsegna deve essere prenotata via call center. Chiama direttamente il call center e verifica di persona che le ho raccontato la verità. Mi lascia il numero dell’ufficio, dicendomi di riprovare e di chiamarla, perché in caso di esito negativo avviserà il direttore. Dopo altre due snervanti telefonate col call center, chiamo l’impiegata che stamattina mi richiama e mi dice che il pacchetto mi verrà recapitato dalla postina, come avviene regolarmente.

Dov’è la morale in questa storia? Una persona competente e gentile vale più di dieci (tante sono le telefonate al call center) persone gentili ma inesperte e impreparate. Non è vero, come vuole la vulgata del momento, che uno vale uno e tutti possono  fare tutto. La competenza ha un valore imprescindibile sia che tu ti occupi di lavare vetri che di amministrare la cosa pubblica, non ci si improvvisa ministri o presidenti della commissione cultura se non si hanno competenze adeguate che si acquisiscono solo con lo studio e l’esperienza. Semplicemente perché puoi essere presuntuoso o arrogante quanto vuoi , raccontare tutte le bugie che vuoi ma se sei un incompetente lo resti.

L’esperienza è un valore assai disprezzato oggi, in nome di un giovanilismo di maniera. Essere giovani sembra in sé un valore, e lo è, per certe cose, per altre, conta invece l’esperienza, la conoscenza profonda delle situazioni che si acquisisce solo col tempo. La mia generazione è stata abituata a guadagnarsi lavorando quel poco o tanto che ha ottenuto e per noi, al tempo, essere giovani, non era sempre un vantaggio. 

Il terzo insegnamento di questo piccolo apologo kafkiano è che il fattore umano, il rispetto dell’altro, la cortesia disinteressata, fa sempre la differenza e che una persona chiusa al prossimo svolgerà male il suo compito e sarà un danno per la società.

E’ una bella storia per chi la sa ascoltare, in un momento in cui tutti sono medici, ingegneri, esperti di economia ma pochi hanno la coscienza della dignità del proprio lavoro e purtroppo per loro, non godranno mai della soddisfazione di una lavoro ben fatto, come la gentilissima impiegata che mi ha risolto il problema insieme ai suoi colleghi.,

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Succede a Genova

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Genova è il posto in cui vivo e lavoro, fino al luglio 2001 era anche la mia città, poi qualcosa è cambiato, si è e rotto, e oggi è solo il posto in cui vivo, ciò non significa che non mi stia cuore, solo che non la amo più. Ma questo non significa che mi piaccia vederla ferita e derisa.
Succede a Genova che la città è spezzata in due e lunedì, quando cominceranno le scuole, la città sarà alla paralisi.
Succede a Genova che il sindaco appare in tv e dice che va tutto bene, che si registrano code al massimo di un quarto d’ora quando al mattino, solo per fare il ponte di Cornigliano, quello rimasto in piedi, ci vogliono quarantacinque minuti invece dei consueti cinque.
Succede a Genova che non sono stati predisposti treni straordinari e autobus straordinari e lunedì bisognerà armarsi non solo di pazienza ma proprio armarsi, per prendere il treno e andare al lavoro o a scuola.
Succede a Genova che  il trasporto pubblico era già ampiamente sottodimensionato prima della tragedia e adesso è semplicemente ridicolo, di fronte alla tragedia.
Succede a Genova che Comune e Regione che sono sembrati attivissimi i giorni del crollo, ma non lo erano,  erano attivissimi, i vigli del fuoco e i volontari delle assistenze, adesso sembrano inerti, preoccupati a litigare su chi ricostruirà il ponte. Volendo malignare, preoccupati a litigare su chi deve intascarsi i soldi pubblici per il finanziamento del ponte.
Succede a Genova che la Val Polcevera, dove sono nato, è isolata e quando arriveranno le piogge, (nessuno sembra ricordare che a Genova piove in autunno, e parecchio), si fotterà anche la metro e l’isolamento sarà completo.
Succede a Genova che ci vuole più di un mese per mettere dei cazzo di sensori sui resti del ponte e permettere agli sfollati, succede anche questo a Genova, ancora sfollati senza casa, di recuperare qualcosa dalle proprie case.
Succede a Genova che degli imbecilli si fanno dei selfie con i resti del ponte alle spalle, ma questo succede anche altrove, gli imbecilli sono trasversali.
Succede a Genova che in pieno caos, con una città che rischia di non rialzarsi mai più e un ponente esasperato, la giunta comunale approvi l’ istituzione del registro delle famiglie, solo quelle sposate, con figli, le altre non contano un cazzo, un po’ come gli abitanti del ponente e quelli della Val Polcevera.
Succede a Genova che venerdì si farà un minuto di silenzio per ricordare la tragedia ma bisognerebbe urlare fino a quando non avremo più fiato che siamo stanchi di vedere questa città umiliata da amministratori incapaci.
Succede a Genova che, magari, se si chiudesse il centro al traffico, si potenziasse il servizio pubblico e quello ferroviario, ma non solo adesso, per sempre, le cose, forse andrebbero meglio.  magari si potrebbero fare anche delle piste ciclabili e recuperare un po’ della salute che stiamo perdendo in questi giorni.
Succede a Genova che Cornigliano si è liberata dei fumi dell’Italsider ma i fumi che si respirano in questi giorni ogni mattina per i gas di scarico delle auto sono peggiori e più concentrati, e sono preoccupato per la salute dei ragazzini con cui lavoro. Io, il signor sindaco e il signor governatore, meno.
Succede a Genova che sono stati condannati quattro agenti per arresto ingiusto durante il G8. Bene, bella notizia. Diciassette anni per sancire legalmente quello che abbiamo visto tutti, tutti quelli che erano in piazza, tutti quella che volevano un mondo migliore e una realtà diversa,tanti, tra loro,  hanno smesso di amare questa città.
Perché quello che succede a Genova oggi, non è un caso.

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Quando a scrivere di scuola è qualcuno che non sa cos'è la scuola

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Chioso un  articolo abbastanza esilarante di  di tale Chiara Saraceno, editorialista di Repubblica,.che parla della riapertura delle scuole inanellando una serie di idiozie abbastanza rare anche per un giornalista.

Cominciamo, l’articolo è tratto da Repubblica on line di oggi:

….Sarebbe legittimo aspettarselo, dopo tre lunghi mesi di vacanza in cui i bambini e i ragazzi sono stati affidati alle risorse, di tempo e finanziarie, delle loro famiglie, anche allargate – quanti nonni “in carica”, in città e nei luoghi di vacanza, a luglio e poi di nuovo a fine agosto-primi di settembre – con l’effetto di acuire le disuguaglianze sociali tra loro nei tipi di esperienze che possono fare e che possono contribuire al loro sviluppo cognitivo, estetico, relazionale.

La geniale autrice parla dell’organizzazione della scuola, come sempre critica all’inizio dell’anno scolastico. Quindi passare le vacanze con i figli, per l’editorialista, non solo è uno spreco di tempo e risorse finanziarie per le famiglie, ma avrebbe anche l’effetto di acuire le disuguaglianze sociali nei tipi di esperienze che possono fare. Mi viene da pensare che la dotta giornalista rimpianga le colonie estive di gentiliana memoria, che non abbia consapevolezza del fatto che le disuguaglianze sociali esistono a prescindere e anzi, forse la scuola è l’unico luogo in cui, per un breve periodo della vita, si attenuano, che il tempo passato dalle famiglie con i figli è sempre minore e i risultati, chi fa il mio mestiere, li vede ogni giorno.

Bontà sua, la geniale continua: “In questi tre lunghi mesi, gli insegnanti e il personale della scuola e del ministero hanno legittimamente goduto di meritate vacanze. Ma una parte avrebbe dovuto essere utilizzata per preparare, appunto, il rientro“.

Primo: gli insegnanti non fanno tre mesi di vacanze perché chiudono il trenta giugno e rientrano il primo settembre, appunto per preparare il rientro. A meno che, la geniale, non voglia anche accollarci il lavoro burocratico che non è di nostra competenza. Quindi due mesi di vacanze, e tenuto conto che anche gli  inse  gnanti hanno figli, cosa che la geniale forse ignora, i tempi reali di recupero sono ancora minori.

Invece, al momento della riapertura delle scuole, qualche cosa manca sempre a ogni livello organizzativo. Tra diritto degli insegnanti di ruolo a chiedere il trasferimento ad altra sede fino all’ultimo minuto, assunzioni ritardate che a loro volta innescano possibili rinunce e richieste di trasferimento, ricorsi vari, appalti per le mense non completati, lavori di adeguamento edilizio non fatti per mancanza di finanziamenti o perché avviati in ritardo e così via, non solo il primo giorno di scuola, anche tutta la prima settimana, se va bene, inizieranno a tempo ridotto.

Concentrare tante stupidaggini in un poche righe è un esercizio di alto virtuosismo. Primo gli insegnanti di ruolo chiedono trasferimento a Febbraio- Marzo e sanno già a fine Giugno se l’hanno ottenuto, assunzioni ritardate non possono essercene perché entro il 31 Agosto devono essere completate e gli esuberi si conoscono a Giugno, non so a che ricorsi si riferisca, ma sono un diritto che va rispettato, gli appalti per le mense sono esterni e non hanno nulla a che fare con gli insegnanti,i lavori edilizi devono essere avviati dai comuni, proprietari degli edifici e anche qui, le scuole non c’entrano nulla, si tratta di inadempienze della macchina burocratica dello Stato. Non è vero che tutte le scuole iniziano a tempo ridotto, molte cominciano già con l’orario definitivo dal primo giorno, quanto a quelle che cominciano a tempo ridotto, mi spieghi la geniale come fare scuola senza personale.

Ci si aspetta che i genitori prendano un permesso ogni volta che c’è un’assemblea di classe o ricevimento degli insegnanti, o quando devono andare a firmare il diario dei figli: il tutto sempre in orario scolastico. Ma ci si aspetta anche che le famiglie facciano fronte quando l’organizzazione scolastica non funziona come dovrebbe.

Altra sequela di idiozie della geniale. Gli unici appuntamenti con i genitori in orario scolastico sono i ricevimenti singoli, opzionali e, spesso, disertati. Tutti gli altri appuntamenti si svolgono in orario extrascolastico proprio per permettere ai genitori che lavorano di partecipare.

è la scuola che deve far fronte alle proprie responsabilità nel tempo che le spetta. Anche questa assunzione di responsabilità fa parte del rapporto educativo.

Informo la geniale che la scuola cerca, nonostante tutto, di far fronte alle proprie responsabilità che sono didattiche ed educative, e ci riesce anche, a volte.

Che Repubblica pubblichi una simile sequenza di scempiaggini, è un segno di decadenza di quello che una volta era un giornale che faceva informazione. Che lo faccia dalla dalla parte di chi, con la Buona scuola, ha amplificato il caos burocratico e organizzativo, è vergognoso. Che l’articolo tenda a deresponsabilizzare le famiglie, famiglie che spesso si deresponsabilizzano abbondantemente da sole, specie in certe realtà che certamente la geniale non conosce, sfiora l’oscenità.

Sarebbe forse il momento di cominciare a far scrivere di scuola persone competenti, che conoscono quanto sacrificio, fatica e impegno costi a tutti i suoi componenti portare avanti quello che è, lo ricordo, un presidio irrinunciabile di democrazia.

Ne abbiamo pieno le tasche di radical chic che pontificano sul nulla, la Scuola pretende rispetto.

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Sotto il vestito ( e gli slogan) niente

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Questo governo non ha una linea politica, ormai è chiaro a tutti. Non esiste un programma, un progetto sensato e a lungo termine che vada oltre gli slogan e il sadico infierire del ministro dell’Interno su chi non può difendersi.  Non c’è politica, confronto, discussione, non ci sono proposte di cambiamenti strutturali.

Provvedimenti come il reddito di cittadinanza o la flat tax, che se attuati avrebbero conseguenze disastrose e comporterebbero inevitabilmente altri tagli dolorosi al welfare, leggi sanità e scuola, possono anche soddisfare la pancia di chi ha la vista corta e i tappi nelle orecchie, ma non hanno nulla di strutturale, non producono lavoro, non cambiano di una virgola la situazione in cui versa il paese e non possono essere sostenuti a lunga scadenza.

Per quanto riguarda poi la sicurezza, uno dei cavalli di battaglia del governo, a parte le menzogne e i presunti abusi di potere, non ci sono in vista provvedimenti che vadano nella direzione di un contrasto forte e deciso verso il potere delle mafie, verso la corruzione e l’evasione fiscale, c’è solo qualche inasprimento (legittimo) di provvedimenti già esistenti, come la proposta di escludere a vita dagli appalti pubblici chi è stato condannato per corruzione (che approvo).

Per non parlare del tira e molla con un’ Europa che, ci piaccia o no, e ci piace poco, è casa nostra e con cui siamo costretti a fare i conti, in tutti i sensi, se non vogliamo diventare il paese più ricco del terzo mondo.

Ma se Atene piange, Sparta, l’opposizione, non ride.

Al di là della retorica ormai stantia sull’ antifascismo, i valori della Costituzione e il bla bla bla sulla democrazia, gli esponenti del Pd continuano a parlare come se non avessero portato a termine l’ultima legislatura, facendo qualcosa di buono ma ponendo anche solide basi per quello che sarebbe accaduto in seguito.

Il problema non è la svolta liberista, inevitabile se solo si usa il cervello, non è, come scriveva un editorialista di Repubblica, il fatto che Renzi stesse con Marchionne e non con gli operai, il problema sta nel fatto che Marchionne era l’esponente di un liberismo cinico, spregiudicato, un liberismo che pone al di sopra di ogni valore l’aumento dei dividendi dell’azienda e trasforma le persone in numeri. Il problema è la svolte verso quel liberismo.

Come il comunismo non si manifesta in una sola forma, quello cinese è stato diverso da quello cubano, l’eurocomunismo è stata altra cosa rispetto a Mosca, ecc., così il liberismo non comporta necessariamente l’azzeramento del welfare, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la precarizzazione selvaggia del lavoro.

La fuga di cervelli dall’Italia non è casuale: oggi, le condizioni di lavoro nei grandi paesi europei sono migliori che nel nostro, gli stipendi più alti, i contratti a tempo indeterminato più facili da ottenere, la qualità della vita migliore. Eppure parliamo di Olanda, Svezia, Islanda, Germania, paesi alfieri del liberismo ma anche di un welfare moderno ed efficiente. Paesi dove si può dare una concessione autostradale ai privati senza che vengano giù i ponti anzi, con qualche prospettiva di miglioramento del servizio.

La differenza la fa proprio quel popolo che compare così spesso sulle labbra dei nostri incapaci populisti e degli altrettanto incapaci oppositori, la differenza la fa una civiltà e un senso civico, un rispetto per la cosa pubblica diversi dai nostri, la differenza la fanno le tasse pagate da quasi tutti che finiscono in servizi efficienti, in un welfare che funziona.

Quello che non capisce l’opposizione, è che questo governo attualmente composto da nulla facenti che intascano lauti assegni mensili pagati da tutti noi, si combatte non con i proclami e la retorica,  ma con una radicale inversione di rotta programmatica che deve essere, per forza di cose, transnazionale e non guardare più solo al proprio, devastato orto di casa.

Nelle dichiarazioni di Zingaretti, come in quelle dei renziani, non c’è nulla, niente di concreto, manca una visione, una scadenziario con progetti concreti, una visione che guardi lontano, manca una speranza per la gente. Parole vecchie, concetti vecchi  lontani da questo tempo, assoluta mancanza d’idee.

Anche sull’immigrazione, tema che mi è caro, non si va oltre il dire che Salvini è cattivo e chi sta dall’altra parte è buono, senza che chi sta dall’altra parte proponga una regolamentazione dell’accoglienza sensata, che coniughi umanità e rispetto delle leggi, solidarietà e regole condivise, regole, possibilmente, europee.

E’ arrivato il momento di premere sull’Europa perché ci sia una svolta nelle politiche sociali, perché ci si avvii verso un’Europa delle persone, dopo aver costruito l’Europa delle banche. Solo una sinistra nuova, europea, unita, che vada oltre gli equilibrismi di Macron e la rigidità della Merkel, può riuscire nell’intento, perché l’ha sempre fatto in passato, perché tutto quello di buono che è venuto dal dopoguerra a oggi per le persone comuni, è venuto da sinistra.

Una sinistra che non dev’essere anti liberista, quello è un sogno finito, ma proporre un altro liberismo, che esiste, funziona, può essere preso a modello. Una sinistra che torni a cambiare la gente, che riesca di nuovo a  trovare parole e soluzioni chiare, forti e incontestabili che possano essere comprese e accettate da tutti. Una sinistra che torni a curarsi della gente.

C’è bisogno di politica e di politici in Europa, non di  dilettanti allo sbaraglio o vecchi marpioni che vanno avanti a bugie,  c’è bisogno di cambiare le persone, ripotarle alla ragione, riunirle di nuovo attorno a valori forti e condivisi.

Altrimenti quello che ci aspetta, l’abbiamo già visto, lo vediamo ogni giorno, lo possiamo leggere, per quei pochi che ancora ritengono utile aprire un libro per viaggiare con la mente, nei libri di storia.

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