Archivia Agosto 2018

La scuola al tempo dell’ipocrisia

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Lunedì le scuole riaprono per i docenti, con il consueto corollario di incontri più o meno inutili, più o meno noiosi, più o meno necessari a gettare le basi per il lavoro del nuovo anno:per i ragazzi se ne parla tra un paio di settimane, a seconda dei calendari stabiliti dalle singole regioni.

Quest’anno il mio stato d’animo è piuttosto tormentato all’idea di riprendere le attività, vuoi per la presenza, anzi per l’assenza del ponte Morandi, e le nuove ferite di una città in ginocchio, vuoi per il mare di ipocrisia che ci circonda e per il clima di odio che ha avvelenato gli ultimi mesi.

Da più parti leggo appelli sulla reintroduzione di Educazione civica come materia obbligatoria. Inutili, c’è già, si chiama educazione alla cittadinanza, è materia trasversale e non si limita alla conoscenza della Costituzione ma anche all’analisi di problemi complessi come le dipendenze, il contrasto alle mafie, i problemi legati all’alimentazione e all’ambiente,ecc.

Il sospetto è che questa richiesta nasconda in realtà la tentazione di fare politica in classe, di indottrinare i ragazzi in una determinata direzione. Roba da riforma Gentile, assolutamente sbagliata.

Fare scuola è forse l’attività più politica che esista ma in senso classico, aristotelico, di chi fa gli interessi della polis, della collettività, formando le nuove generazioni.

Compito di un insegnante, parlo per me e del mio modo di intendere la scuola, sia chiaro, è quello non di indirizzare le scelte politiche dei ragazzi ma di fare sì che quelle scelte, tutte, siano ragionate, motivate da un’attenta riflessione, ponderate sulla base di dati di fatto. Noi dobbiamo insegnare a ragionare con la propria testa e  a fare scelte consapevoli, qualche che sia la direzione verso cui si muovono.

Questo dello sviluppo del pensiero critico è un punto assai spinoso perché, in una società in cui lo spirito critico viene screditato, ridicolizzato e messo in discussione da chicchessia, in una società manichea e radicalizzata dove il dialogo sta scomparendo sostituito dalla rissa, il confronto è inesistente e tutti, da una parte e dall’altra, vanno avanti a forza di slogan e retorica d’accatto, diventa assai complicato far capire ai ragazzi che non sempre l’opinione della maggioranza è quella giusta e che, cito un verso di Brecht a me molto caro, ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai.

Le scuole sono sempre più ridotte a tanti Fort Apache, a zattere che navigano sempre più controcorrente. Ed è giusto così, intendiamoci, ma diventa sempre più faticoso, tanto più oggi, che rischiamo anche di essere menati per un brutto voto o una bocciatura.

Lavoro in una scuola fortemente multietnica, per fortuna,  non ho difficoltà a parlare con i ragazzi di un problema come il razzismo, dal momento che la maggior parte di loro o è stata vittima o ha assistito ad atti razzisti. E già questo è assai triste, ascolti certe storie e te le porti dentro, non riesci a liberartene. I ragazzi non sono razzisti, caso mai bisogna lavorare perché non lo diventino da adulti.

Sono altri i problemi che mi angosciano, problemi di cui i media non parlano e che quindi, per le perverse leggi dell’informazione, non esistono.

Mi riferisco all’aumento dell’uso di stupefacenti, ai problemi legati alla criminalità organizzata, al gioco d’azzardo,  ai tanti lavoratori che rischiano di perdere il posto, tutti temi che riguardano direttamente il quartiere in cui lavoro.

I ragazzi quando si affrontano queste questioni, chiedono inevitabilmente: – Ma perché non le dicono queste cose, perché nessuno fa niente?

E qui si apre un bel dilemma etico: perché uno dei principi che mi sono imposto dal primo giorno in cui sono entrato in una classe è quello di non mentire mai, per nessun motivo, ai ragazzi. Quindi cosa dovrei rispondere a queste domande  cercando di essere equilibrato, equidistante, asettico?

La soluzione è semplice: essendo più o meno equilibrato ma assai poco equidistante e per nulla asettico, presento alla classe la mia opinione in proposito, chiarendo che è la mia personale, mutuata dalla mia storia e dalla mia esperienza e quindi non ha alcun valore assoluto e invito i ragazzi a confrontarsi con altre opinioni, possibilmente opposte, per arrivare a conclusioni che, nella migliore delle ipotesi, saranno diverse per ognuno di loro.

Il mio modello è Danilo Dolci, ma caratterialmente, probabilmente, sarei ben presto venuto alle mani con i contadini  che lui cercava di educare a un’idea diversa di società, devo quindi cercare di conciliare il mio carattere con il suo metodo, la maieutica con l’impulsività. Ma quando si riesce a far venire fuori dai ragazzi quello che hanno dentro, a portarli a ragionare con la loro testa, la soddisfazione ripaga di tutti gli sforzi. Nota a margine: spesso, i ragazzi sono molto più esasperanti dei contadini di Dolci, che avevano dalla loro l’eredità di secoli di oppressione.

Per arrivare a questo, per sperimentare, cercando di fornire ai ragazzi le chiavi per decifrare almeno una parte del presente, io e i miei colleghi non abbiamo bisogno di una materia in più, di altre carte da imbrattare, basta il buon senso e la professionalità che, nella scuola, nonostante quel che si dice, è abbastanza alta.

Spiegare ai ragazzi il concetto di ipocrisia, quello sì che è complicato ma, per fortuna, ci viene incontro la tanto vituperata cultura libresca: il buon vecchio Dante, Parini e l’odiatissimo Manzoni, che più di tutti ha compreso l’Italia e gli italiani, stigmatizzando vizi e vezzi che si riproducono immutati dai suoi tempi ai nostri.

Perché la scuola deve soprattutto fare scuola, educare alla bellezza, al gusto per la cultura, alla poesia intrinseca in una formula matematica e al suo titanico tentativo di dare una logica a un mondo che ne è privo.  Spiegare che nel mondo la bellezza supera comunque quello che non va, anche se noi non ci crediamo, è importante che ci credano loro.

Sarà un anno complicato questo per gli insegnanti che credono nel valore del proprio lavoro, nella laicità della scuola e nella sua indipendenza, sarà un anno difficile perché ostinarsi a formare teste pensanti in un paese che sembra aver abdicato all’uso della ragione, è impresa da far tremare le vene ai polsi.

A tutti i colleghi e le colleghe, Buon inizio.

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Uno squallido imbroglione con le spalle coperte

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Salvini non delira, Salvini non è pazzo, è un lucido e cinico calcolatore della peggior specie, un imbroglione spietato e amorale.

Il suo gioco sulla pelle di 170 disgraziati, tra cui uomini e donne malati, lo avrebbe portato comunque a vincere. O l’Europa cedeva al suo ricatto, accettando lo sforamento dei vincoli di bilancio così da poter inserire in

finanziaria la flat tax, tanto cara ai ricchi imprenditori padani che lo foraggiano, oppure si sarebbe verificato quello strappo istituzionale che sta cercando da tempo per far cadere il governo e andare ad elezioni nella veste

di eroe di un popolo di idioti.

Salvini fa il bullo perché sa di non rischiare nulla. Il Parlamento, se i magistrati lo richiederanno, non voterà mai l’autorizzazione a procedere.  Ce la vedete Forza Italia a votare una richiesta dei giudici che ha combattuto per

decenni senza tregua?  Per non parlare di quella parte del Pd che continua a far danni anche quando tace, per non parlare di quando si pronuncia, come ha fatto Minniti ieri.

Salvini si è inventato difensore di confini che non sono mai stati invasi, in nome di un patriottismo cialtronesco e volgare, tradendo i principi fondanti della nostra Costituzione e quindi quella patria che ha la pretesa di voler

difendere. Ha alimentato e creato un’emergenza stranieri che non esiste, ha trasformato il suo mandato in una crociata sadica e ossessiva contro chi non ha voce per difendersi, ha ignorato completamente quelle che sono

le vere emergenze del paese: la lotta alla corruzione, la lotta alla criminalità organizzata, l’emergenza ambientale, l’evasione fiscale.

E’ comprensibile, dal momento che quelli che lo finanziano e lo appoggiano con le mafie fanno affari d’oro al nord, molti di quei 120 miliardi di euro riciclati ogni anno dalla ‘ndrangheta vengono reinvestiti proprio al  

in Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto, Liguria, mentre al sud una parte del paese resta, di fatto, sotto il controllo della Camorra e di Cosa Nostra.  Non parliamo della lotta alla corruzione, che vede implicato il suo

partito per 49 milioni di euro e quasi quotidianamente amministratori leghisti finire in manette. L’emergenza ambientale non può essere un priorità per chi fa gli interessi dei grandi imprenditori del nord, protagonisti del

traffico di rifiuti tossici che avvelena le nostre campagne, quanto all’evasione fiscale, cambiamo discorso, please. Come non riguarda Salvini il fatto che il consumo di droga nel nostro paese è talmente alto, che le mafie

nostrane non riescono più a soddisfare la domanda e devono ricorrere ad alleanze con le mafie straniere.

No, a questo sepolcro imbiancato non importa di svolgere il proprio lavoro come vorrebbe la costituzione, lavoro per cui il martire è lautamente pagato, a lui importa solo di gettare benzina sul fuoco dell’odio, per ottenere

consenso, e se qualche nero ci rimetterà la pelle chi se ne frega, non sono morti nostri, no?

Quanto ai Cinque stelle,  sono caduti in trappola come era inevitabile per un partito di gente in parte volenterosa e anche capace, guidata da un demente.

Adesso o votano l’autorizzazione a procedere e finiranno, inevitabilmente, per dividersi, o non la votano e sono, definitivamente, sputtanati. La dimostrazione che l’uomo della strada non può fare politica e neanche lo

steward.

Nel frattempo i barricaderi da tastiera continueranno a mostrare la loro miseria umana sui social, incapaci di uscire dalla gabbia del loro livore di frustrati.

E’ un momento pericoloso, non perché l’uomo, squallido e patetico, sia pericoloso ma lo è chi gli va dietro, quelli di cui difende gli interessi, perché hanno i mezzi per  fomentare disordini e creare la paura necessaria a far sì

che perfino questo buffone appaia come l’uomo della Provvidenza. Ci siamo passati, l’abbiamo già visto succedere, si chiama strategia della tensione.

E’ necessario che centri sociali, no tav, radicali di sinistra mantengano la calma, non rispondano alle provocazioni, restino rigidamente all’interno delle regole democratiche,  nel 2001 abbiamo visto da che parte sta una

certa polizia, quindi cerchiamo di non creare inutili revival.

E’ necessario chiudere veramente e definitivamente con il renzismo a sinistra, non padre di tutti i mali ma perché di parecchi lo è stato e se si vuole sopravvivere e dare una speranza al partito e al paese, bisogna avere il

coraggio di cambiare davvero.

Poi tocca a noi, cittadini, lavoratori, noi che paghiamo tutte le tasse e facciamo fatica ad arrivare a fine mese, noi che crediamo, nonostante tutto, nella democrazia e nel diritto: non dobbiamo dare tregua a questa gente,

sugli autobus, nei posti di lavoro, per strada, i commenti razzisti non devono essere tollerati, come il fumo nei locali pubblici, perché sono altrettanto dannosi per la collettività. E’ necessaria un ‘assunzione di responsabilità

da parte di tutti, non basta più fare solo il nostro dovere, bisogna fare di più.

Dobbiamo trasformare lo sporco trucco di questo illusionista da quattro soldi nella corda con cui si impiccherà ( metaforicamente, ovviamente).

Solo così questo paese potrà riguadagnare rispetto e dignità e portare il proprio contributo a cambiare quell’Europa che non è solo male ma che deve cambiare rotta se non vuole crollare e tornare ad essere

provincia dell’Impero.

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Uomini diversi

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Leggo con attenzione i post di alcuni amici di Facebook, persone di diversa estrazione sociale che fanno i mestieri più disparati, uniti dall’indignazione per quanto accade nel nostro paese e dalla volontà di fare qualcosa.

Al contrario di me, sono persone pazienti, pacate, che replicano alle decine di commenti aggressivi, violenti, nauseabondi che ricevono i loro post.

Io non sono così, è un mio limite, o meglio, lo sono in classe con i ragazzi, ma, fuori dal mio lavoro, dialogo con chi sa ascoltare e con chi mi piace ascoltare, con persone da cui credo di poter imparare qualcosa o di potermi

confrontare ed, eventualmente, modificare la mia opinione e ignoro gli altri, perché credo sia tempo sprecato.

Chi giustifica un’azione miserabile come bloccare su una nave uomini, donne e bambini in nome di un calcolo politico,  è un miserabile, un uomo diverso da me, anzi  faccio fatica a definirlo uomo e io credo, alla mia età, di

essermi guadagnato il diritto di non parlare con i miserabili.

Eppure sarebbe facile chiedergli, quando ti dicono di portarti gli immigrati a casa tua o di pensare agli italiani che muoiono di fame, cosa fanno loro per gli altri. Sarei curioso di sapere quanti italiani che muoiono di fame

hanno ospitato a casa loro o, semplicemente, a quanti hanno fatto la carità, quante volte sono andati alla Caritas a dare una mano, quante volte sono scesi in piazza per i diritti di tutti, o contro le mafie, la corruzione, ecc.

La risposta sarebbe sempre la stessa: tanto sarebbe stato inutile, la Caritas è corrotta, i sindacati prendono i soldi, ecc.  Il qualunquismo allo stato dell’arte, al discussione da bar come fenomenologia della realtà.

Se questo paese è arrivato a un punto di non ritorno è anche per colpa di gente così, chei non ha mai speso un minuto del proprio tempo per gli altri, si è sempre disinteressata di quello che gli accadeva intorno e ha

pensato solo a sé stessa.

Salvini e Di Maio, nullafacenti, uno incolto e l’altro l’esempio di come, a volte, lo studio non serva a nulla, arroganti, vuoti parolai che dicono tutto ( male) per non dire niente, sono i campioni perfetti di questa gente, i figli

di un capitalismo portato all’eccesso che conduce inevitabilmente a un  individualismo assoluto, radicale, spietato. Salvini e Di Maio sono il braccio armato del Sistema.

Bisognerà trovare una nuova categoria antropologica che definisca questo relativismo morale portato all’eccesso, questa capacità di essere, a un tempo, persone normali, ammesso e non concesso che esista una persona

che possa definirsi normale, e individui ottusi, violenti, pronti a scagliarsi con il capro espiatorio del giorno, pronti perfino a sacrificare la salute dei propri figli pur di non accettare l’idea che esistano persone competenti e

impegnate a  operare per il bene comune.  Ci vuole un nuovo Zimbardo che studi questo effetto Lucifero mostruoso, abnorme e prolungato nel tempo.

Il principio su cui gente come Salvini e Di Maio fondano la propria epistemologia del potere è elementare: gli altri, categoria che comprende la sinistra, i neri, i gay, i trans, i tossici, i rom, ecc., a seconda del momento, sono

una minaccia perché sono diversi da noi, che sappiamo come vanno veramente le cose.

Questo semplice assunto, questa presunzione di onniscenza, gli permette di discettare su tutto e tutti, di scaricare sistematicamente le colpe  di quello che non va sull’altro, se poi è un’entità astratta, metafisica come

l’Europa meglio ancora, di dire che la vendita di un’azienda è stata condotta in modo irregolare ma non può essere annullata, di sequestrare esseri umani sofferenti su una nave ottenendo comunque consenso da chi ha

ormai  superato concetti come dignità, coscienza, altruismo, condivisione, sostituendoli con l’adorazione incondizionata di chi, così simile a loro, ce l’ha fatta, soddisfacendo il sogno che covano nelle loro menti frustrate.

Ci sono dei limiti, si dice , che non possono essere superati, si dovrebbe dire, più correttamente, che c’erano dei limiti che non andavano superati. Perché il segreto di questa nuova visione del mondo, è che non ci sono

limiti.  Anche se De Sade e Rabelais contesterebbero l’aggettivo “nuova”.

Con questi presupposti, con questa gente, non serve più ragionare, non serve più dare l’esempio,  trovare un punto di comune accordo perché punti di comune accordo non ce ne sono. Questi sono integralisti

dell’Io, egoisti patologici, siamo passati dall’uomo a una dimensione al mondo a una dimensione, la loro.

Come se ne esce da questo incubo? Possiamo chiuderci in una torre d’avorio e lasciar passare l’autunno del nostro scontento fino a diventare indifferenti a tutto, oppure indignarci, contarci e ritrovare la rabbia che un

tempo ci spingeva a dire che a noi importava, di tutto e di tutti, che a noi importa ancora, di tutto e di tutti. 

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Un governo da commedia ( tragica)

pacino

Mi ero ripromesso di non parlare più di politica e, nonostante il titolo, il post parla di difficoltà d’apprendimento, disturbi ossessivo compulsivi, problemi di comprensione quindi materie di mia competenza che esulano dalle polemiche di questi giorni.

Shylock, sublime e sgradevole personaggio shakespeariano, vero e assoluto protagonista del Mercante di Venezia , incarna alle perfezione il capro espiatorio, figura a cui René Girard ha dedicato le geniali riflessioni di una vita.

Shylock viene imbrogliato, beffato, tradito, umiliato da tutti gli altri personaggi della commedia, è l’unico innocente, non ha altra colpa che quella di rialzare la testa, con crudeltà assai umana, dopo essere stato preso a calci dal mondo, eppure è l’unico ad esere condannato, mentre traditori, cialtroni, figlie dai facili costumi e imprenditori dalla moralità discutibile festeggiano il loro trionfo.

Oggi gli sgradevoli panni di Shylock, vengono indossati da Matteo Renzi, che di colpe, intendiamoci, ne ha parecchie, ma non tutte e non quelle per cui in questi giorni è stato messo alla berlina dal governo che dovrebbe rappresentare il nuovo, che si candida ad essere il più vecchio dei nuovi governi, con ottime possibilità di vincere la gara.

Partiamo da Salvini, uomo oggi felice perché può tornare a frequentare la sua ossessione: impedire lo sbarco di poveri disgraziati sulle nostre coste, vero atto compulsivo, privo di un reale significato e di un qualche valore per la collettività, che però soddisfa, appunto la sua mania.

Nel frattempo, Salvini ha chiesto a gran voce la testa di Autostrade per l’Italia, invocando la nazionalizzazione, per poi essere smentito da Giorgetti, suo degno compare. Scopriamo che i due, nel 2008, firmarono  e approvarono un decreto che  liberava coloro che godevano  delle concessioni di Stato dai vincoli imposti dal governo Prodi, soprattutto in materia di sicurezza. Firmò Giorgetti, allora sottosegretario e approvò Salvini, allora non so  se deputato o senatore, poco conta. Tale presa di posizione fu determinata dalla spinta di imprenditori veneti amici della Lega interessati a fare scempio di ampie parti della regione costruendo strade inutili, chi è interessato può leggersi il libro La colata, dove tutto è documentato ampiamente. Il Pd, sorpresa, votò contro.

In anni più recenti, Marta Vincenzi, allora sindaco di Genova e grande capro espiatorio anche lei per la tragica alluvione avvenuta durante il suo mandato, provò sia a chiudere il ponte, ma venne sconsigliata per gli enormi problemi che avrebbe provocato alla viabilità, sia ad avviare i lavori per la gronda, opera che non sarebbe stata conclusa in tempo e che non avrebbe impedito la caduta ma che, se avviata, avrebbe potuto essere completata in fretta e permettere a Genova di non essere soffocata dal traffico, come avverrà dalla prossima settimana nonostante le consuete rassicurazioni di quel grande pifferaio magico che è Toti e del meno astuto sindaco Bucci. A impedire il progetto,con lazzi e cachinni sulla caduta del ponte Morandi, furono i Cinque stelle, allora in grande ascesa.

Graziano del Rio, altro imputato messo alla gogna in questi giorni, ricevette una relazione sullo stato del Ponte che non richiedeva nè la chiusura, nè urgenti lavori da parte di quegli stessi tecnici incaricati dal ministro Toninelli, autentico caso clinico, a relazionare sua quanto da loro stessi relazionato in questi anni. Tra quei tecnici si annovera l’ingegnere docente unviersitario che sparò a zero sul fallimento architettonico dell’opera, si pronunciò sulla scarsa attendibilità dei controlli ma poi, misteriosamente, firmò la relazione.  Anche lui, nominato ispettore per verificare la regolarità della relazione da lui firmata.

La conclusione non è che il pd non abbia responsabilità nella vicenda, l’immobilismo di Genova è leggendario, anche se ricordo che per otto anni la città è stata governata dai sodali di Salvini, ma ha tante responsabilità. a voler essere pignoli, un po’ meno, quante ne ha la Lega. Ad avere la coscienza pulita, incapacità di intendere e di volere di Toninelli a parte, è solo il movimento Cinque stelle che però, ha scelto di puntare il dito contro Shylock Renzi ignorando di avere come amico il suo peggior nemico. O meglio  decidendo per cavalcare l’onda che era meglio prendersela col capro espiatorio piuttosto che con lo scomodo alleato. Che è un modo vecchissimo di fare politica.

La vicenda è emblematica del modo di (non) fare politica del governo: basta puntare l’indice contro il capro espiatorio per ridisegnare il passato, e il passato della Lega è fatto di alleati che ridevano davanti alle macerie dell’Aquila, ricordiamolo, e dare addosso a un nemico la cui azione di governo è stata breve e, tutto sommato, neanche così dannosa come vogliono farla passare, dati e fatti alla mano, e il gioco è fatto, si può continuare a non fare nulla ancora per un po’.

Sugli immigrati questo gioco (sporco) è ancora più evidente. vediamo, punto per punto, i cavalli di battaglia di Salvini:

  1. L’Italia è sotttoposta a una invasione e non può più resistere all’orda di immigrati che arriva dal mare. FALSO: dati alla mano, Minniti, con il suo osceno decreto, ha fatto meglio di Salvini e non c’era alcuna invasione già allora, dal momento che l’ottanta per cento di chi arrivava, partiva per altri lidi.
  2. L’immigrazione aumenta la criminalità. FALSO:  i dati del ministero degli interni dicono che i reati violenti sono in calo, sono in aumento solo i furti, dato normale in un contesto di grave crisi economica.
  3. Con gli immigrati arrivano i terroristi islamici. FALSO: non c’è un solo caso di terrorista islamico arrivato con i barconi e solo un idiota può pensare che un’organizzazione terroristica in grado di scuotere il mondo come l’ISIS, metta a rischio la vita dei suoi uomini per farli arrivare in Italia.
  4. L’immigrazione rappresenta un pericolo per le nostre tradizioni, un attacco al’italianità. FALSO: ahahahahahaha!
  5. L’Europa ha fatto meno di noi. FALSO: tutti i paesi europei hanno percentuali di immigrati superiori di molto alla nostra.
  6. Gli immigrati contribuiscono al degrado delle periferie. FALSO: è il disinteresse del,a politica ad aver aumentato il degrado delle periferie, di cui ci si ricorda solo in campagna elettorale per aizzare guerre tra poveri.

Nonostante questa marea di fesserie, Salvini riscuote consenso, manipolando abilmente i social e mostrando atteggiamenti da duro che hanno presa su una certa opinione pubblica, uniti ad ossessivi attacchi a Shylock Renzi che, ripeto, non è una povera vittima ma non ha mai avuto (per fortuna) il potere che l’attuale governo gli ascrive. I Cinque stelle, partito aziendale privo di humus politico, si adeguano e seguono a ruota, pronti, casomai le cose si mettano male, a sacrificare un Toninelli, che viene sempre bene.

Intanto, nell’indifferenza generale, 117 esseri umani vivono  da cinque giorni su una nave insieme ai nostri marinai perché un maniaco con una evidente distorsione dell’ego ha deciso che gli conviene tenerli lì e nessuno ha la statura morale o il coraggio di opporglisi, nel timore di perdere consensi.

E Renzi Shylock? Meglio farebbe, come il vero Shylock, ad accettare la sconfitte e andarsene, tanto un modo per riciclarsi lo ritrova.

Nota a margine: niente fiorellini, lacrimucce, retorica da baci perugina, ecc. per i dieci morti in Calabria. Purtroppo, questo paese, resta sempre uguale  a sé stesso. I meridionali, si sà, sono un po’ meno italiani, un po’ meno “noi”, nell’Italia leghista di oggi i terroni meglio che restino al loro posto. E’ già tanto che qualcuno non abbia inneggiato al fiume che li ha inghiottiti.

Questa è l’Italia di oggi, un paese alla deriva, privo di unità, di valori e di idee, unito dall’odio e dalla paura. Da troppo tempo i nani si arrampicano sulle spalle dei giganti e presto o tardi, continuando così, finiranno per seppellirli.

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La scomparsa del sacro e del senso di comunità

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Parto da un post su Facebook di un giovane amico dalla mente lucida e di buone speranze e propositi. Scrive di non aver apprezzato la super messa ai funerali di Stato delle vittime e di non comprendere perché vada celebrata una messa in queste occasioni. In realtà, il giovane amico ignora che non c’è stata nessuna super messa ma una celebrazione sobria ed essenziale, come richiedeva l’occasione, con in più la novità, felice, dello spazio lasciato all’Imam per celebrare il suo rito funebre.Le due prediche, quella del cardinal Bagnasco e dell’Imam hanno sostanzialmente mostrato, com’era logico, gli stessi contenuti, gli stessi richiami a un’unità che è stata la grande assente alla cerimonia.  Il giovane amico, probabilmente per età, non ricorda i funerali di Stato che si celebrarono per la strage di Bologna e quella di Capaci nelle cattedrali di Bologna e di Palermo, non ricorda, o non può ricordare, che c’è sempre stata, in queste occasioni, una celebrazione religiosa.

Non mi scandalizzo per i selfie di Salvini e i sorrisi di Di Maio, la statura morale dei due è nota, mi preoccupano invece gli applausi e i fischi in quel contesto, mi preoccupa il fatto che migliaia di persone possano applaudire discorsi che invitano all’unità, al superamento delle differenze, al rispetto dell’umanità e poi ignorare 117 persone in condizioni di bisogno bloccate in mare da quello stesso individuo che hanno applaudito in Chiesa.

I funerali delle vittime di Genova, che ho seguito in televisione, hanno testimoniato, una volta di più, la scomparsa del sacro dalle nostre vite, il sacro religioso, in crisi da tempo ma, soprattutto, il sacro laico.

Si può cercare di essere individui decenti perché si ha fede in Dio o di può cercare di esserlo proprio perché in Dio non si crede e si vuole dare un senso alla propria vita seguendo norme e regole che, inevitabilmente, perché la legge morale è dentro di noi, diceva Kant,  coincidono con quellle del credente autentico. Ho conosciuti atei più rigorosi di molti credenti dal punto di vista etico e morale, atei, non me ne voglia il giovane amico, che non avrebbero mai confuso una super messa con un celebrazione sobria, perché a non credere ci vuole coraggio e bisogna conoscere a fondo ciò che si rifiuta.

Il sacro, religioso e laico, era il collante che univa la comunità  attorno a valori condivisi da tutti, comunità capace di stringersi e compattarsi quando un tragedia la colpiva, capace anche di sfogare la propria rabbia ma unita, ma senza mai dividersi.

Oggi quel collante non esiste più, la scomparsa del sacro ha lasciato posto al relativismo morale, al principio che se non c’è Dio, religioso o laico che sia, resta l’edonismo, l’arrivismo, la ricerca e la difesa del benessere, l’individualismo più sfrenato. Il sacro ha costituito per secoli un freno alle pulsioni peggiori, ha indicato con chiarezza il limite tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ha fornito le coordinate etiche per essere uomini e donne autentici.  Con la sua scomparsa, assistiamo a uno smarrimento, una diminuzione di senso che lascia confusi e disorientati.

Se il freno non esiste più, non esiste più la comunità. L’abbiamo visto con i fischi e gli applausi, l’abbiamo visto nei post livorosi che hanno affollato la rete due minuti dopo la celebrazione delle esequie, l’abbiamo visto in chi ha continuato a postare foto delle vacanze anche nei giorni del dolore, all’insegna del chi vuol esser lieto sia, dimenticando di essere parte di una comunità ferita, dimenticando non solo di chiedere per chi suona la campana, ma anche di ascoltarla. L’abbiamo visto nella necessità di esorcizzare la morte con le vignette, i disegnini, i fiorellini, quasi che regredendo all’infanzia si riesca a dimenticare che esiste, si riesca a mitigare l’angoscia per la paura che comporta la consapevolezza che sia il caso e nient’altro a decidere di noi.

Il più squallido, volgare e agghiacciante tra i post apparsi in rete, è stato quello che riportava l’elenco delle vittime della tragedia e al fondo metteva: e per loro nessuno indosserà una maglietta rossa. Una frase assurda, spietata, che voleva sancire una graduatoria tra noi e loro, tra i nostri morti e quelli degli altri. Un post, per altro, di immane stupidità, dal momento che moltissime delle vittime del ponte erano straniere, ammesso che questo conti qualcosa.

Ma non è sorprendente, scomparendo il sacro scompaiono quei meccanismi che attivano l’empatia, la solidarietà, la pietà, che ci fanno riconoscere nell’altro un essere umano.  Scompare qualcosa che ha accompagnato l’uomo dalla sua comparsa sulla terra, che ha portato al contratto sociale e alla nascita delle prime civiltà.

Di fronte a questa scomparsa, il valore simbolico di un ponte che crolla è enorme: per i romani la massima autorità sacerdotale era il pontifex, colui che gestiva il ponte, letteralmente, il tramite tra la divinità e l’uomo, un ponte appunto. 

Il rischio è che questo sia solo l’inizio, che il senso di comunità, che nell’Italia campanilistica delle grandi dicotomie è sempre stato labile, si ricomponga  in modo perverso, come già accaduto in passato, sia con i regimi totalitari sia ,in tempi più recenti, ad esempio in Ruanda, dove l’invenzione sulla carta di due etnie nella realtà inesistenti, ha scatenato un conflitto sanguinoso e feroce, o nella ex Jugoslavia, in altre decine di paesi del mondo.

Il rischio è che domani, di fronte all’ennesima tragedia, siano Salvini e i suoi sodali ad essere fischiati da Casapound e co.

Sarebbe il caso di interrogarsi su che razza di futuro stiamo preparando per i nostri figli, cosa potremo dirgli domani guardandoli negli occhi, quale direzione di vita potremo indicargli.

Io, ad esempio,  trovo moralmente inaccettabile un paese che mentre sta celebrando i funerali per le vittime di una tragedia, fomenta un’altra tragedia lasciando in mare 117 persone, trovo eticamente schifoso il gioco delle parti riguardante le responsabilità e la rimozione totale della memoria storica di questo paese che racconta un storia diversa da quella dello storytelling governativo, una storia non tanto lontana nel tempo da giustificarne la dimenticanza collettiva.

Se vogliamo salvarci, è necessaria una rivoluzione culturale che deve partire da ognuno di noi, un’assunzione di responsabilità da parte di chi è ancora disposto a discutere con chi la pensa in modo diverso per trovare un punto di accordo, sono necessarie nuove idee e un modo nuovo di concepire la politica e l’impegno, che non segua il modello cominciato da Berlusconi, proseguito da Renzi e perfezionato da Salvini, quello dell’uomo forte, che finge di fare e non fa, che finge di muoversi e resta fermo, che si dice nuovo ed è vecchio, ma porti avanti un nuovo paradigma di società che parta, realmente, dalle persone, con l’intento di migliorarle, non di blandire la loro parte peggiore e che torni a produrre valori, a dare coordinate di vita che non facciano a meno della dignità e del riconoscimento dell’altro.

Non so, onestamente, se siamo ancora in tempo e lo zeit
geist in cui siamo immersi mi induce al pessimismo. Ma la fede, laica o religiosa che sia, obbliga comunque ad avere fiducia, e per quanto la mia sia traballante, non so se per accidente o per fortuna, è ancora lì.

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Il silenzio che non c'è

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Si medita in silenzio, un silenzio che è dialogo interiore, ricerca di connessione con le radici più profonde del nostro io, con quell’essenza impossibile da raggiungere ma che si può accarezzare, ascoltare, seguire. Si pensa in silenzio, per sciogliere nodi, affrontare problemi e trovare soluzioni. Si rispetta, spesso, più col

silenzio che con tanta inutili parole, frasi fatte, retorica d’accatto. IL silenzio è importante, il silenzio è musica, il silenzio riempie i vuoti delle parole.

Il silenzio è il grande assente in questi giorni dolorosi per la città in cui vivo, caratterizzati da un frastuono inutile e volgare che spesso sfocia in pura pornografia verbale. Sarebbe opportuno, il silenzio perché tutti, ma proprio tutti hanno motivo di tacere.

Ho deciso di non fare più polemica politica su queste pagine, perché la politica in questo paese è morta e rimane oggi, solo un assordante rumore di fondo, un gioco delle parti di bassa commedia dell’arte, un costante e ripetuto oltraggio al buon senso, al decoro, all’intelligenza, alla buona educazione.

Tra un mese di Genova e del ponte non si parlerà più, tranne che, forse, in città.  Quell’assenza peserà in chi, come il sottoscritto, per un motivo o per l’altro, ci passerà ogni giorno davanti, in silenzio, facendosi un segno di croce, perché senza memoria non siamo niente e senza pietà siamo ancora meno.

Temo, purtroppo, che tra un mese non si parlerà neppure dell’unico argomento che dovrebbe affrontare la politica, se esistesse ancora: una razionale redistribuzione delle risorse in questo paese che non  può non partire dalla lotta all’evasione fiscale e alla criminalità organizzata, un piano di riassetto idrogeologico e

un piano infrastrutturale serio che si occupi di mettere in sicurezza l’esistente e costruire quel che manca, una legge seria sugli appalti.

Io penso sia necessario anche un piano serio per il rinnovamento etico e morale di questo paese, che bisognerebbe finirla con politici che fanno discorsi da bar, riprendendo temi e modi dei discorsi da bar. I politici non devono essere la fotocopia dell’italiano medio, non devono accarezzare la sua paura, blandire la sua

grettezza, alimentare la sua rabbia. I politici dovrebbero essere i nostri elementi migliori, non la fotocopia dei peggiori. Penso che chi scrive che invece di spendere venti miliardi per i migranti si potevano costruire ponti, mostri prima di tutto, una spaventosa ignoranza, i miliardi venivano dall’Europa e a quello erano

destinati, ma soprattutto una pochezza umana, una squallore di pensiero, un vuoto etico che spaventano. Questo vuoto etico la politica dovrebbe riempirlo, non incrementarlo ogni giorno.

Io non sono tendenzialmente contrario al liberismo, o meglio, dopo quello che è successo a Genova nel 2001 ( ancora Genova), quando la politica è morta, mi sono rassegnato al liberismo. Va detto che esistono paesi liberisti dove i ponti non cadono e il tenore di vita della gente è decente, e quindi non

è il liberismo il problema ( o meglio, lo è ma irrisolvibile) ma è il finto liberismo italiano, una imprenditoria familiare che ricalca alla perfezione la struttura delle mafie, che condiziona da sessant’anni la crescita di questo paese.

La gente ha la memoria corta e selettiva, ricorda solo quel che vuole ricordare, io che insegno storia, purtroppo, sono costretto a ricordare un po’ di più. Ricordo chi e come votò le privatizzazioni e i motivi che portarono a quella scelta, ricordo che gli stessi che oggi chiedono a gran voce la testa dei responsabili  hanno

governato questa citta per otto anni e la governano di nuovo da tre, ricordo chi ha bloccato con epocali pagliacciate i lavori della Gronda che, se fosse stata costruita, non avrebbe impedito il crollo del ponte, no, ma avrebbe impedito che questa città finisse in ginocchio con la prospettiva di non salvarsi più.

Ma non serve a nulla lanciare accuse, portare fatti e dati, unirsi all’assordante frastuono che sembra aver riempito questo paese. Servirebbe mettersi attorno a un tavolo, rimboccarsi le maniche e trovare soluzioni. Che è quello che la politica, se esistesse, dovrebbe fare.

Tra un po’ partirà una fiaccolata nel quartiere in cui lavoro, per ricordare tutte le vittime del disastro e le due del quartiere, che hanno un rapporto stretto con la mia scuola. Pregherò che la luce che porteremo davanti a quel ponte, arrivi a illuminare le menti di chi potrebbe e dovrebbe cambiare le cose, a provocare

quella scintilla di comprensione necessaria a rendersi conto che forse si sta sbagliando tutto. perché si sta sbagliando tutto.  Pregherò anche per la moltitudine di imbecilli che in questi giorni parlano senza pensare, tanti, troppi. Con meno fervore, però.

Domani quei funerali di Stato saranno il funerale di un paese, e quando sentirete suonare la campana, non chiedetevi per chi sta suonando.,

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Niente sarà più come prima a Genova

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Chi non vive a Genova non può saperlo, non può capire quanta paura ci facesse quel ponte e quanto malvolentieri ci passavamo sopra o sotto, non può capire il rapporto di amore e odio che passava tra ogni genovese e quell’opera monumentale, non può capire quanto  profondamente inciderà per anni sulla vita quotidiana di chi vive in periferia questa tragedia.

Ieri è simbolicamente crollato il mito della Genova industriale, del terzo polo, di una città che non esiste più da tempo, che si è chiusa in sé stessa e non ha trovato né la forza nè le idee per rialzarsi. Ma il crollo di ieri rappresenta anche, simbolicamente, questo paese che va a pezzi, le sue infrastrutture obsolete, una classe politica, nessuno si senta escluso tra maggioranza e opposizione, la cui cifra comune è data dallo squallore morale.

Se ne ricordino tutti, perché Genova ha sempre segnato il tempo al paese. Lo ha fatto l’ultima volta nel 2001, anticipando l’ondata di intolleranza e repressione degli ultimi che stiamo vivendo di questi tempi , lo ha fatto ieri, piangendo i morti di una tragedia annunciata, puntando il dito contro tutti quelli che in questi anni sono rimasti a guardare, puntando il dito contro chi sapeva e non ha fatto nulla.

Ieri è scomparso un pezzo di memoria collettiva, mai troppo amata ma nemmeno troppo odiata, è scomparsa una parte di tutti noi e tutti noi, chi vive a Genoa comprende quello che dico, siamo superstiti, perché solo il caso ha voluto che non fossimo lì sopra, o lì sotto, in quel momento.

Non illudiamoci, questa città è in ginocchio e non si rialzerà, Luca Bizzarri, che a volte ho criticato in questo spazio, ha scritto un post su facebook di cui condivido anche le virgole: se si rialzerà, non cambierà nulla, che è appunto, come non rialzarsi.

Non guarirà questa città, le ferite aperte sono tante e questa è troppo grossa, troppo grave, troppo profonda per essere sanata.

Nemmeno l’alluvione del settanta, uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia, avevo quattro anni e ricordo i fiumi di pioggia che scivolavano dalle scalinate del palazzo di fronte e l’angoscia di mia padre, che teneva mia sorella nata da poco in braccio, per mio padre bloccato all’Italsider, è lontanamente paragonabile come impatto sulla città a quello che è successo ieri.

Diecimila tir al giorno da dove passeranno? Genova ha una strada sola da Ponente a levante e viceversa, già congestionata, un servizio pubblico ridotto all’osso e treni cronicamente in ritardo.  Sampierdarena e Cornigliano, i due quartieri colpiti dal disastro, stavano avviando una ristrutturazione che attendeva da anni e che adesso si fermerà, perché sono l’unico punto di passaggio da est a ovest . Già l’autostrada e il ponte Morandi erano perennemente intasati nelle ore di punta, cosa succederà adesso? Ci toccherà riconfigurare le nostre vite, trovare altre soluzioni, avendo sempre davanti agli occhi quell’assurdo ponte spezzato e nel cuore le vittime innocenti.

Per fortuna non c’è scuola in questo periodo, non devo entrare in classe e guardare negli occhi i ragazzi che cercano risposte che non ho, o leggere lo smarrimento nello sguardo di chi è stato sfollato o lil dolore di chi ha perso un amico, un parente. Per fortuna posso prepararmi con calma a rispondere alle loro domande, a sentire le loro testimonianze, calmando la rabbia che provo dentro, trovando le parole giuste.

Fa troppo male oggi vivere in questa città, sentire che tutto è cambiato alle 11.50 di un giorno d’Agosto, sapere che quando sarà diffuso l’elenco delle vittime quasi certamente ci sarà qualcuno che conosci perchè Genova è piccola, ci consociamo tutti.

Fa troppo male sapere che da quando faccio sindacato, da quasi vent’anni, non c’è stato congresso o assemblea in cui non si sia posto all’ordine del giorno il problema delle infrastrutture a Genova, della loro obsolescenza e della necessità di costruirne di nuove, perché quelle esistenti erano insufficienti a gestire i flussi di traffico.

Fa troppo male sentire  lo scontro tra chi era favorevole e contrario alla gronda, perché, gronda o non gronda, che ponte Morandi prima o poi veniva giù, lo sapevano tutti.

Mi piace invece pensare con affetto e gratitudine ai ragazzi delle pubbliche assistenze, ai pompieri, a medici e infermieri, a tutti quelli che ieri erano lì, e che saranno lì oggi, a scavare, a cercare, a salvare vite ed estrarre salme.

Oggi è un giorno diverso, oggi mi sento diverso. Tra le tante cose che il crollo di ieri ci ha tolto, c’è anche la gioia di un giorno di festa che non sarà mai più lo stesso.

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