Archivia Luglio 2018

In ricordo di Claude Lanzmann, che non avrebbe messo la maglietta rossa.

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E’ morto, a novantadue anni, dopo una vita ricca di incontri, riconoscimenti e polemiche, Claude Lanzmann, autore di Shoah, il film definitivo sull’Olocausto, tutto quello che è stato girato prima e dopo, al confronto, non conta nulla.

Shoah dura nove ore, non è fatto di sequenze scioccanti e non racconta storie edificanti, semplicemente si limita a intervistare i testimoni, a sentire chi , in prima persona, ha visto e sentito.

Non sono mai riuscito a vederlo tutto, non per la lunghezza, ma per l’orrore che sale lentamente, sequenza dopo sequenza, intervista dopo intervista, come una marea inarrestabile. Le interviste riprendono i testimoni in primo piano, così che possiamo intuire su quei visi tesi, nervosi, il peso intollerabile del ricordo di un’atrocità che non ha spiegazioni.

La parte più agghiacciante del film, paradossalmente, non  è quella che riprende la testimonianza del capo di un lager che, con precisione teutonica, descrive compiaciuto le modalità dello sterminio di migliaia di esseri umani, nè quella del barbiere che tagliava i capelli alle donne in procinto di entrare nei crematori, che vede venirgli incontro una cugina, nè quella dell’addetto a inserire i cadaveri nei forni che incontra un suo caro amico in attesa di essere gasato e gli offre una scatoletta di tonno.

No, la parte più agghiacciante è quella dei racconti dei testimoni neutrali, contadini e cittadini polacchi che vivevano nelle vicinanze dei campi di sterminio o vicino alle famiglie ebree deportate.  A gelare il sangue nelle vene è la loro totale mancanza di empatia, l’assenza di giudizio. Sono persone che non hanno mai, nemmeno per un istante, pensato che forse avrebbero potuto salvare una vita, fare qualcosa, opporsi a un sistema di cui sono stati complici volontari.

E questo ci riporta all’oggi. Lanzmann era un ostinato e rigido difensore della verità dei fatti, polemizzerà a lungo con Spielberg riguardo il valore di Schindler List convinto, a mio parere a ragione, che la Shoah doveva essere raccontata, non spettacolarizzata.

Ma soprattutto, il ventenne Lanzmann, amico e amante di Simon de Beavoir e Jean Paul Sartre, si schiererà, insieme a molti altri intellettuali, contro la guerra in Algeria, firmando un manifesto contro l’operato del suo governo, con un atto concreto di rivolta: sono francese ma non mi riconosco nel governo francese.

Credo che oggi, di fronte a un Olocausto centellinato nei bollettini che annunciano gli affondamenti dei barconi, occultato dal Mediterraneo, manchi esattamente questo: una presa di posizione forte degli intellettuali contro il governo di questo paese, che ha avviato una politica razzista senza precedenti e il cui unico scopo sembra essere di combatterla fino all’eliminazione del finto nemico o quanto meno, alla sua scomparsa dai nostri occhi.

Per questo non metterò la maglietta rossa seguendo l’invito di varie associazioni, domani. Rispetto quelli che lo faranno ma, in un momento come questo,  lo trovo un atto retorico, inutile e tipicamente radical chic, un esempio di quell’impegno che non costa nulla perché si esaurisce nell’arco di poche ore. 

Era nell’aria da tempo il clima che stiamo vivendo e gli stessi che si indignano oggi sono stati prudenti quando non era il momento, hanno affrontato con schemi vecchi (fascismo/antifascismo/) un problema nuovo, sbagliando. L’hanno fatto per non rischiare o perché non era, in quel momento, politicamente conveniente ma l’impegno vero, autentico, e molte delle associazioni che hanno promosso l’iniziativa sono state un esempio vero di impegno autentico, deve essere rischioso e controcorrente, altrimenti non conta nulla.

Io non metterò la maglietta rossa perché mi sono battuto con i miei colleghi contro l’evacuazione dei bambini dal campo rom del quartiere in cui lavoro e nessuno di quelli che invita a mettere la maglietta rossa c’era, quel giorno, non la metterò perché abbiamo approvato in due scuole del Ponente una mozione per stigmatizzare il razzismo che montava in città con la nuova giunta e nessuno ci è venuto dietro. Soprattutto, non la metterò perché quotidianamente, ogni giorno, testimonio la mia solidarietà ai migranti fornendo ai loro figli gli strumenti per comprendere la realtà che li circonda e non ho bisogno nè di mostrare la mia avversione a qualunque forma di razzismo nè  di mettermi a posto la coscienza che sta benissimo. Io credo che la società civile, l’associazionismo, abbia necessità di rinnovarsi, di trovare modalità di azione più concrete e forti che non siano l’agitare bandiere e l’indossare magliette.

Chi crede ancora che un mondo diverso sia possibile non ha bisogno di magliette ma di una guida, di un’assunzione di responsabilità, di un atto forte di rivolta vera, come quello di Lanzmann, intellettuale vero anche quando sbagliava. E il discorso sull’assenza degli intellettuali in questo momento merita un approfondimento a parte.

Ci sarebbe bisogno di uno come Lanzmann oggi, di uno che ci mostrasse i volti, le espressioni dei mostri, dei sommersi e dei salvati, di  qualcuno che ci spinga a chiederci cosa potevamo fare e cosa possiamo fare oggi.

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La rabbia di una zecca

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Quanto deficit di umanità ci vuole per falsificare le foto di tre bambini morti ? Quanto squallore interiore è necessario per arrivare a una carica di governo e condurre una guerra senza quartiere contro gli ultimi aizzando odio e rabbia contro un nemico che non esiste e che può solo lanciare urla silenziose?

Perché un buffone che vive da sempre sulle spalle degli altri, incolto, rozzo, bugiardo, un essere umano di una pochezza impensabile, riscuote tanto consenso in uno dei paesi più ricchi del mondo?

Non riesci a dare una spiegazione al fatto di svegliarti improvvisamente  in un paese popolato di cinici spietati e volgari, di persone che si vantano della propria ignoranza e non trovano di meglio da fare che calunniare chi prova a essere ancora umano, nonostante tutto, li senti per strada, sull’autobus, li senti dire stupidaggini prive di senso e vedi gli altri assentire. Sui social compaiono post allucinanti di persone che conosce, che fino a ieri erano normali e che hanno subito una metamorfosi improvvisa,.

Qui non è questione di buonismo, di fascismo o altre idiozie del genere, qui non stiamo assistendo solo alla creazione di un nemico immaginario ma alla sua distruzione preventiva e alla delegittimazione preventiva di chi non ci sta., di chi si ostina, nonostante tutto, a non abdicare alla propria dignità di uomo, che si fonda anche sul porgere la mano a chi sta soffrendo. Qui siamo nel pieno di un lavaggio del cervello globale, un esperimento di condizionamento di massa senza precedenti nella storia.  Nè Quinto potere nè Orwell sono arrivati a tanto nel descrivere come la fantasia malata di un pazzo asociale potesse arrivare a modificare radicalmente il carattere di un popolo, o forse a far uscire allo scoperto la sua vera natura.  Non è la fantasia che supera la realtà, è l’incubo che ha preso il posto della realtà.

Salvini è un sinistro pupazzo che odora di morte e questo odore, una parte degli italiani si rifiuta di sentirlo.   Stanno morendo ogni giorno persone nel nostro mare, per causa nostra e, presto o tardi, in un modo o nell’altro, saremo chiamati a rispondere di questo.

Viviamo in mezzo a mostri, la psicopatia è l’incapacità di provare empatia e l’empatia, la condivisione del dolore, la comprensione del dolore altrui, è quello che ci rende umani Stiamo diventando un popolo di psicopatici.

Quanto bisogna essere mostri e psicopatici per falsificare la foto di tre bambini morti e quanto bisogna essere vuoti, cinici, squallidi per condividerla sui social sputando il proprio odio contro il prossimo?

Le Ong non sono associazioni a delinquere, i procedimenti in corso sono stati tutti archiviati, la Libia non ha campi di accoglienza organizzati ma veri e propri lager, dove la tortura è la regola e puoi comprare uno schiavo o una schiava per pochi dollari, l’Italia non è soggetta a nessuna invasione e i flussi migratori sono già stati quasi azzerati dopo lo schifoso decreto di Minniti.

Verità che non contano nulla per chi spende il suo tempo falsificando (malissimo, perché chi odia è sempre cretino) la foto di tre bambini morti.

Ormai non bisogna più chiedersi cosa stiamo diventando, ma cosa siamo diventati, non più dove andremo a finire, ma come siamo finiti. Perché la gente muore ogni giorno ed è colpa nostra.

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