Archivia Maggio 2018

Il Sistema siete voi

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Sono molto preoccupato in questi giorni.  Preoccupato per i miei alunni stranieri. Finora la scuola ha accolto tutti, senza chiedere il permesso di soggiorno ai genitori e, quando hanno provato a imporlo per legge, gli insegnanti  hanno detto no e fatto ritirare la legge. Non so se oggi succederebbe lo stesso. Non so se quasi tutti sarebbero d’accordo.

Sono preoccupato per il campus di Coronata, un laboratorio sociale di integrazione nel quartiere in cui lavoro, un incubatore di possibilità e speranze. Gli permetteranno ancora di funzionare o verrà chiuso? Tutto il lavoro fatto, quello ancora da fare verrà cancellato in nome di una politica da teatro dei pupi, direi da Commedia dell’arte, non fosse che la Commedia dell’arte era nobile, uno strumento di protesta sociale e di emancipazione.

Questo governo, se nasce, nasce unicamente per cacciare via gli immigrati, a chi l’ha votato non interessa altro, il resto sono solo chiacchiere. Basta leggere quell’assurdo programma costruito sulle favole, basta guardare a fondo l’elettorato dei due partiti, basta, se proprio si vuole andare oltre, vedere cosa succede dove governa la lega: provvedimenti discriminatori bocciati dalla corte costituzionale, amministratori indagati, presenza mafiosa.

Quelli prima erano meglio? No, ma la sinistra può cambiare, i fascisti sono sempre fascisti, questa è la differenza fondamentale e chi si allea con i fascisti, è fascista.

Mi spiace per tante persone che stimo, contatti di Facebook o no, ma chi, in questi giorni, ha accusato il presidente Mattarella di difendere il Sistema, di aver forzato le sue competenze, di colpo di stato ecc., è il Sistema, che si dichiari anarchico, della sinistra radicale, sia giurista o commendatore, giovane o meno giovane.

Il Sistema non chiede di meglio che il caos e il governo che nascerà non porterà altro. Ripeto: guardate dove governa la Lega, azzerate le chiacchiere e considerate i fatti.

Vi dirò di più: avete difeso a spada tratta Savona, il Sistema per eccellenza, avvisi di garanzia e  scandali finanziari compresi, un ottuagenario che scrive di paragoni deliranti tra la Germania della Merkel e il terzo reich.

Io non so se vi rendete conto di questo, se la norma vale più del buon senso.  Lex mala lex nulla, dicevano i latini. A me della legalità importa poco, si muove nella legalità anche il poliziotto che pesta lo studente in manifestazione, la legalità è un feticcio, una parola vuota se non ha dietro un’idea di giustizia. Io un’idea di giustizia ce l’ho, e voi? Se contempla lasciare via libera ai fascisti, non è la mia.

Voi siete il Sistema perchè avete difeso il diritto di governare di gente che non dovrebbe neanche stare in Parlamento.  In compenso avete manifestato indignati prima delle elezioni contro quattro ragazzotti privi della capacità di intendere e di volere come fossero il Duce redivivo e poi abbandonato la nave dopo la sconfitta.

Voi, fatte le dovute differenze di cultura, siete come loro: pronti a difendere quello che tutti difenderebbero: i diritti dei gay, le vittime di guerra, le donne vittime di femminicidio, un po’ meno pronti quando ci sono da difendere i veri ultimi: i tossici, i rom, gli immigrati sui barconi, i coatti delle periferie. Allora fate finta di non vedere, di non sentire e tacete.

Mi spiace, senza offesa, io sto sempre dalla stessa parte, quella di Amir, Issam, Amina, Carlos, Ashley, Camila, ecc., io sto con chi ha un’idea di umanità diversa, con chi sbagliato e deve cambiare, non con chi non cambia mai. Io credo che comunismo e fascismo siano morti e sepolti dalla storia, che l’anarchia sia una splendida utopia e che il futuro sia nelle mani degli uomini di buona volontà, disposti a rimboccarsi le maniche e a cooperare.

Credo in un’Europa che torni ad essere quella sognata a Ventotene,  credo che esistano ancora gli Adriano Olivetti e che possano segnare la strada, credo nella fine del Capitalismo, sì, e nell’avvento di una terza via con meno leggi, meno legalità, con più giustizia e più umanità.  E sto con gli stranieri, con gli ultimi, con gli sfigati perché se c’è una speranza, la speranza sono loro.

Io sto con loro perché prima che finisca la farsa, rischiano di essere le prime vittime del vostro qualunquismo, della vostra rabbia ammaestrata, del vostro livore da privilegiati che hanno paura di perdere i privilegi.

Alla fine dei conti, col vostro qualunquismo, i vostri proclami roboanti, gli alti lai contro il Sistema, il vostro essere liberal all’acqua di rose, i soli, veri, radical chic in  questo paese, siete voi.

Un consiglio: leggetevelo Tom Wolfe, invece di citare a cazzo.

 

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Philip Roth, l'uomo messo a nudo

 
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Nel ricordare Philip Roth, scomparso ieri a 85 anni, insieme a Paul Auster e Don De Lillo il più grande scrittore americano contemporaneo, anche se da sei anni non scriveva più, per scomparsa dei lettori consapevoli, diceva,  richiamo alla memoria quella che chiamerò La trilogia dell’ipocrisia: Pastolare americana, il suo capolavoro, la macchia umana e Ho sposato un comunista, il più sarcastico e feroce della trilogia.

I tre libri hanno una struttura simile: la descrizione del sogno americano realizzato, il successo raggiunto partendo dal nulla e lavorando con fatica per accorgersi che esiste sempre un punto di rottura, che i valori reali sono altri, che l’ipocrisia è la matrice di cui si nutre il sogno americano e chi la rifiuta, chi non si adegua alla finzione, alla maschera, direbbe Pirandello, e molto pirandelliani sono questi tre romanzi, è destinato ineluttabilmente a soccombere.

Lo Svedese, il protagonista di Pastorale americana, è il personagigo che inevitabilmente resta indelebile nella memoria, perché è tutti noi, ingenuo, orgoglioso del proprio lavoro, tradito dal tempo, vittima di quell’inganno che svela il buco nero tra il sogno e la realtà.  Come nella memoria rimane la figlia e la sua ribellione gratuitamente violenta contro gli altri e contro sé stessa. Uno di quei romanzi che ti segnano, ti fanno fare un balzo avanti nella consapevolezza delle cose, ti restano addosso.

Mai autore a stelle e strisce è stato così caustico, feroce, implacabile nel mettere a nudo quella che è la natura reale della way of life  americana,  Roth scriverà di sesso e morte, dell’eterno connubio tra Eros e Thanatos, arriverà al successo scandalizzando i suoi lettori col turpiloquio di Lamento di Portnoy, opera incompresa che avrebbe potuto schiacciarlo come i suoi monologhi sboccati e oltraggiosi avevano schiacciato pochi anni prima il grande Lenny Bruce, ma mai sarà così lucido e velenoso, così chiaro, così netto nel denunciare il mare d’ipocrisia che inonda gli Stati Uniti, le radici della violenza che si abbeverano alla fonte del razzismo, l’intolleranza e la paura che portarono all’oscena farsa del maccartismo.

In particolare con la Macchia umana mette a nudo il mondo inbtellettuale, i sacrari delle università e la grottesca assurdità del politically correct. Libro non compreso, quando uscì, perché sfuggi, in un mondo sempre meno capace di ragionare per simboli,  il simbolo potente e assurdo del peccato del protagonista.

Roth parlava chiaro, senza peli sulla lingua, sia quando descriveva i tormenti erotici di un adolescente o il rimpianto dell’erotismo, leggi vitalità, perduto di un anziano, sia quando impietosamente, il suo occhio acuto, da chirurgo, si posava sulla miseria della malattia e della morte. Ma era la vita che Roth celebrava in ogni suo libro, e solo lui poteva scrivere di Shabbat che si masturba sulla tomba della moglie morte e non risuonare nè osceno nè blasfemo ma solo profondamente triste e umano.

Sapeva raccontare storie come pochi, partendo dalla realtà e incendiandola con il suo umorismo sapido e amaro, con vicende pirandelliane arricchite da un ebraismo moderno e svincolato dalla religione, con la sua enorme cultura, creando una lunga serie di personaggi indimenticabili che rappresentano le inquietudini, il vuoto morale, le paure e i tormenti dell’uomo del nostro tempo, quindi di tutti noi.

Ogni volta che un grande scrittore muore si perde la possibilità di uno sguardo diverso e illuminante sul mondo e su noi stessi e, di questi tempi, non è perdita da poco.

Addio, Philip Roth, e grazie di tutto.

 

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Le consapevolezze ultime di Aldo Busi

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Solo un grande scrittore è in grado di cogliere perfettamente lo zeitgeist di un’epoca e solo Aldo Busi può spiattellarcelo davanti agli occhi in modo così impudico, oscenamente sincero, disturbante. Come in un lugubre carosello interpretato da fantasmi.

L’ultimo libro dello scrittore di Montichiari non è solo un ferocissimo e perfido j’accuse, ma una fotografia dolente e dolorosa di un paese ridotto a una terra desolata, la constatazione di una povertà culturale assoluta in un paese dove l’innocenza non esiste più e tutti sono colpevoli, senza nessuna difesa possibile. Non ci sono più valori nell’Italia di Busi e nella nostra, ideali politici, principi: solo cannibali.

Busi racconta e si racconta con la sua prosa spumeggiante, leggera, eccessiva, a tratti sgradevole e disturbante, a tratti profonda come sempre più raramente accade nella narrativa italiana contemporanea. Unico scrittore contemporaneo in grado di fulminarti con una frase, di aprire spazi di rivelazione nel bel mezzo di un intermezzo escatologico.

Vero testamento letterario, il libro ci restituisce il miglior Busi, funambolo della parola, sincero fino al masochismo e, proprio per questo, moralista nel senso più positivo del termine, come solo un grande scrittore può esserlo. Non credo me ne vorrà se, mutatis mutandis, il paragone che mi viene per primo alla mente, è Manzoni.

E’, tra quelli che ho letto, il suo libro più dolente, attraversato com’è in limine da una delle tante tragedie del Mediterraneo che appare all’improvviso, di tanto in tanto, nella narrazione come un memento, come a dire che sì, stiamo leggendo di cose serie, serissime, non lasciamoci distrarre dal riso amaro dell’autore.

Il pretesto narrativo è una improbabile cena felliniana a cui partecipa una corte dei miracoli alto borghese a cui Busi viene invitato non in quanto scrittore ma in quanto provocatore televisivo, personaggio fittizio, icona del trash contemporaneo. Esilarante il brano in cui una convitata gli chiede se conosce Sgarbi.

Busi fa i conti con sé stesso e con l’Italia, il saldo è positivo nel primo caso, fortemente negativo nel secondo, tuttavia, come afferma orgogliosamente in un passo indimenticabile del libro, contrapponendosi a quella teoria di morti joyciani che sono i convitati alla cena, vuole morire da vivo.

Alla fine del libro, resta l’amaro in bocca. Il piacere della lettura ripaga solo in parte la consapevolezza di essere invischiati in una enorme distesa melmosa e di non riuscire a vedere via d’uscita. Lo scrittore è umano, troppo umano e troppo sincero in questo mondo di sepolcri imbiancati.

Una piccola nota di costume. Ho letto molte recensioni del libro, compresa come quella esilarante dello stesso Busi e ne ho dedotto che:

a) La maggior parte dei recensori non ha letto il libro.

b) Un altro gruppo di recensori si ferma alla superficie, ai passi volutamente sgradevoli e disturbanti, all’esibizionismo semantico di Busi che è una sua cifra stilistica irrinunciabile, per commiserarne la decadenza, testimoniata dall’uso della volgarità. Imbecilli.

c) Lo scrittore bresciano disturba ancora. Dire la verità in questo paese, quella verità che tutti conoscono ma, cattolicamente, tacciono, è ancora oltraggioso.

E questo, credo che ad Aldo Busi, ormai davvero un classico come lui stesso ama definirsi dal suo primo romanzo, piaccia moltissimo.

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Graziella, Simonetta, Cocò e gli altri: A futura memoria

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Graziella  Campagna aveva diciassette anni, è morta perché aveva trovato una carta d’identità in una giacca nella lavanderia dove lavorava, Cocò Campolongo aveva tre anni, bruciato in un’auto insieme al nonno e alla sua compagna, Simonetta Lamberti aveva dieci anni, uccisa da un proiettile destinato al padre magistrato. Sono solo tre della trentina di storie accennate nelle piastrelle commemorative dedicate alle vittime di mafia minorenni che potete osservate da oggi sul muro della memoria di Genova Prà, una testimonianza forte dello spirito civile che anima le scuole di Genova.
E’ un progetto partito dal basso, questo del muro, dal contatto diretto tra gli insegnanti, gli unici in grado di superare burocrazia, diffidenze, dimenticanze, che accompagnano in genere operazioni di questo tipo. Non docenti narcisisti e incoscienti come il professore dell’Attimo fuggente ma professionisti/e disposti a mettersi in gioco per seguire un’idea di libertà e civiltà.
Abbiamo scelto il muro perché è un simbolo divisivo, abbiamo voluto trasformarlo in un simbolo di memoria civile, un muro che non divide ma unisce, lasciando fuori gli infami, gli assassini, destinandoli all’oblio. Abbiamo voluto lanciare un segnale forte e chiaro ai mafiosi: sappiamo chi siete e cosa avete fatto e questo muro che continueremo a costruire è lì restare a futura memoria.
I ragazzi ci hanno messo l’entusiasmo e la creatività, consapevoli di lasciare qualcosa che resterà, consapevoli di fare memoria nel senso più concreto del termine. Sono stati guidati senza essere indottrinati, perché chiunque ha a che fare con loro sa quanto siano manichei, come possiedano istintivamente il senso del bene e del male. Basta un piccolo aiuto e fanno tutto da soli.
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Abbiamo scelto il ponente perché espressione da un lato, di quella periferia depressa e disagiata in cui molti di noi lavorano con fatica, silenziosamente e tenacemente ogni giorno,  dall’altro di quella periferia che alza la testa e reclama diritti e opportunità, si rimbocca le maniche e lavora per un futuro migliore. Se il futuro di Orwell era nei prolet, quello del nostro paese è in periferia, nei non luoghi, nei quartieri ghetto, dove nascono fiori nel fango e nel cemento.
E’ un lavoro che parte da lontano,questo, dalla creazione del codice etico di Libera per le scuole, quattro anni fa, dalle adesioni degli Istituti genovesi, dalle prime due giornate celebrate negli anni scorsi, con molti insegnanti, moltissimi ragazzi e nessuna autorità a riconoscere il valore di un lavoro ben fatto, per arrivare a oggi, terza giornata, con molte autorità e la presenza preziosa e graditissima di Giancarlo Caselli, un vero servitore dello Stato, a portare il saluto e l’abbraccio di Libera.
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Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’impegno gratuito, prezioso e generoso degli insegnanti degli I.C.Pegli, Cornigliano, Prà, Campomorone, S. Teodoro, Quezzi,  Sestri Est, che hanno aderito all’iniziativa senza riserve, stanziando i fondi per le piastrelle e aiutando i ragazzi a lasciare un segno.
Questo è il senso del nostro lavoro: lasciare un segno, per noi e per gli altri.  Questa è la scuola pubblica italiana che lavora e crea, non quella degli stereotipi dei media e dei bizantinismi della politica.
Questa operazione è la testimonianza che la scuola è ancora capace di creare valori, che partendo dal basso, cooperando, confrontandosi,  si possono acquisire nuovi punti di vista, trovare soluzioni, cominciare a cambiare le cose.
Fare antimafia sociale significa costruire una coscienza condivisa che non può che partire da una memoria civile condivisa.  Fare antimafia sociale significa  costruire concretamente simboli forti e duraturi che vadano oltre i nobili discorsi e indichino una direzione, siano pietre miliari di una strada da costruire tutti insieme.
Alcune scuole di Genova, oggi, possono affermare con orgoglio di aver cominciato a farlo, con la forza delle idee e il coraggio che nasce dalla consapevolezza che saranno i ragazzi e le ragazze di domani a cambiare il mondo, perché il tempo è dalla loro parte.  Oggi è stata la loro giornata, speriamo che domani sia il loro tempo.

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La follia di Beppe Gambetta

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L’acoustic night 2018, organizzata da Beppe Gambetta, in scena in questi giorni al Teatro della Corte,  è stata dedicata a Fabrizio De Andrè, in particolare al tentativo di universalizzare il suo messaggio portandolo nel mondo.

Beppe Gambetta, i tedeschi Felix Meyer, cantante, ed Eric Manouz, polistrumentista  come lo scozzese Hugh McMillan, il cantautore canadese James Keelaghan e il jazzista genovese Riccardo Barbera, hanno offerto uno spettacolo di qualità altissima,  valorizzando i testi di De Andrè, tradotti in tedesco e in inglese, migliorandoli dal punto di vista musicale con una inventiva e gusto straordinari.

Questa operazione, a mio parere l’unico, vero modo di rendere veramente omaggio al cantautore genovese, lontano anni luce da tante celebrazioni che lasciano il tempo che trovano, mi dà la possibilità di fare alcune riflessioni.

Sono riuscito a tollerare una mezz’ora di concerto del Primo maggio prima di accendere l’ Xbox e dedicarmi allo sterminio degli alieni, più qualche estratto visto su you tube. L’ho trovato uno spettacolo indecoroso e deprimente, forse anche perché reduce dal magnifico concerto di Bob Dylan a Genova.  Volgarità sparsa a piene mani, testi banali e, come si usa dire oggi, “populisti”, musica quasi totalmente assente.  Semplicemente orribile.

Possibile che un musicista straordinario come Beppe Gambetta debba vivere negli Stati Uniti per avere un seguito? Possibile che la musica di qualità, linguaggio universale per eccellenza, come ha dimostrato la serata dedicata a De Andrè, dove musicisti tedeschi, scozzesi e canadesi hanno perfettamente colto lo spirito delle composizioni del cantautore, non possa trovare spazio nelle passerelle televisive, nei grandi eventi, nelle occasioni in cui può essere fruita dal grande pubblico?

C’è da anni in questo paese una sorta di rifiuto dei media per tutto ciò che è cultura, è come se la televisione, i giornali, in un’ assurda rincorsa verso il fondo, facciano a gara per produrre più spazzatura possibile, per proporre il peggio, solo perché più ben accetto dal pubblico.

Poi succede che Dylan fa sold out a Genova e che il Teatro della Corte è esaurito per le serate dell’Acoustic night, segno che quando le proposte sono di altissimo livello, la gente risponde.

Va detto che sia al concerto di Dylan che  alla Corte l’età media del pubblico era medio alta, ma c’erano anche giovani e comunque, il gusto dei giovani va educato, non blandito proponendo  costantemente il peggio.

Io non credo che tutta la musica ascoltata dai ragazzi sia spazzatura, ma molta lo è e ha un seguito, a mio parere, perché non gli viene proposto altro, perché i media hanno ormai abiurato dalla mission di educare i gusti del pubblico, semplicemente perché seguirne lo stomaco paga di più.

Il discorso andrebbe allargato alla scuola, alla necessità di porre fine all’esasperazione su tecnologia e scienza e di valorizzare, non al posto di, ma insieme a , discipline come la musica e l’arte che meriterebbero ben altro rilievo nel curriculum dei nostri ragazzi. Questo non per indirizzare le loro scelte e i loro gusti, ovviamente, ma perché possano scegliere a ragion veduta. non seguendo la massa, non perché quello è il prodotto che il mercato propone e che deve essere consumato.

Si parla tanto, a sproposito, di meritocrazia, categoria oggi scomparsa nel mondo della musica e della cultura in genere. Da tempo non sale alla ribalta chi merita, chi ha doti tecniche e qualcosa da dire, ma chi si presenta bene, e se riesce a scandalizzare i benpensanti con una parolaccia al posto giusto o a solleticarne le fantasie erotiche da adolescenti disturbati, tanto meglio.

Nonostante tutto, Beppe Gambetta ha dimostrato ancora una volta, la diciottesima, che si può proporre cultura  e intrattenimento di alto livello ed avere un seguito, che si può perseguire la propria idea di arte e avere un riscontro di pubblico.  Quella che sembra, al giorno d’oggi, una follia si è tramutata in realtà.

Una lezione importante per tanti giovani artisti di valore che non devono rassegnarsi alla volgarità e mediocrità imperanti ma proseguire sulla propria strada, in direzione ostinata e contraria, appunto.

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