Archivia Marzo 2018

Perché uno degli assassini di Graziella Campagna era libero?

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La notizia è di ieri e la si può leggere in rete, non sui quotidiani nazionali  che, evidentemente, non hanno ritenuto degno di nota il fatto che un mafioso condannato per due omicidi fosse in libertà  e fosse implicato un traffico di droga nel bar che gestiva insieme al fratello.

Giovanni Sutera, insieme a Gerlando Alberti jr.,  freddò con cinque colpi di lupara, la sera del 12 Dicembre 1985, Graziella Campagna, di diciassette anni, colpevole solo di aver trovato una carta d’identità in una giacca lasciata da uno dei pregiudicati  nella lavanderia dove lavorava.

Solo grazie alla tenacia e all’ostinazione di Pietro Campagna, il fratello carabiniere di Graziella, si giunse a smascherare una lunga catena di depistaggi e corruzione, arrivando, nel 2009, alla sentenza di Cassazione che confermava l’ergastolo ai due imputati.

Premetto che questo non è un articolo obiettivo, equilibrato: conosco Pietro Campagna fin da ragazzo e posso solo immaginare quanto questa notizia abbia riaperto una ferita che non si è mai chiusa, riportandolo con la memoria a quel tragico Dicembre.

Scrivo dunque mosso dallo sdegno, dalla rabbia, con ancora nelle orecchie le parole pronunciate da Barbara Balzarani pochi giorni fa.

Non esiste chi fa di mestiere il parente delle vittime, come ha sfrontatamente affermato la terrorista assassina senza che nessuno degli uditori avesse nulla da obiettare, esiste invece chi, come il mio amico Pietro ieri, è costretto a non dimenticare mai di essere parente di una vittima, perché cronache di quotidiana ingiustizia non mancano di ricordarglielo.

Ad aggiungere amarezza è il fatto che pochi giorni fa, il 21 Marzo, si è tenuta la giornata della memoria delle vittime innocenti di mafia organizzata da Libera che vede la famiglia Campagna sempre in prima fila tra i parenti delle vittime, come incessante è l’attività di Pietro nel fare memoria, parlando con i giovani, spiegando le spietate logiche mafiose perché quello che è accaduto a Graziella non accada mai più.

A me non interessano gli artifici legislativi che hanno permesso a un assassino di tornare in libertà a  delinquere, credo che le leggi non debbano prevedere automatismi ma vadano interpretate anche sotto il profilo etico e morale e, sotto questo profilo, non esisteva alcun motivo perché Sutera tornasse a camminare libero in mezzo a noi.

Io sono garantista, ritengo che la pena debba prevedere la possibilità di reintegrare il colpevole nella società, soprattutto per quanto riguarda i reati comuni.

Ma per i mafiosi vale tutt’altro discorso. I mafiosi vivono fuori dalla società, ne rifiutano le regole e le leggi, vengono educati alla sopraffazione, alla violenza, a sentirsi superiori agli altri perché capaci di intimidirli e di eliminarli se necessario. I casi di mafiosi che si sono realmente pentiti, che hanno cercato una impossibile redenzione, sono rarissimi e, certamente, Sutera non rientra tra questi.  La mafia è un mondo a parte in guerra con il mondo “normale” e garantire la certezza della pena  a chi si è macchiato di delitti brutali, bestiali  e inumani a danno di vittime innocenti, significa una sconfitta in questa guerra che lo Stato sembra ultimamente aver dimenticato.

I mafiosi sono un’eccezione e come tali vanno trattati anche giuridicamente, i recenti tentavi di proporre l’abolizione del 41 bis vengono confutati da episodi come quello di Sutera.  L’azione repressiva dello Stato che fu massiccia e, probabilmente, anche esagerata nei confronti del terrorismo, portandolo alla sconfitta, nei riguardi della mafia si è estrinsecata con l’introduzione del 41 bis e quella della confisca dei beni, strumenti efficaci ma non sufficienti.

Il problema è che il terrorismo flirtava solo marginalmente con la politica mentre le infiltrazioni mafiose sono ormai capillari a ogni livello, il problema è che in questo paese si preferisce ignorare il problema invece che risolverlo, e le conseguenze di questo atteggiamento ricadono su tutti noi. Non mi risulta che nei programmi dei nuovi padroni del Palazzo ci sia la lotta alle mafie, e non mi stupisce.

Sono parole che scrivo con grande amarezza, vicino con il cuore a Pietro, Pasquale e a tutta la famiglia Campagna.  Confido solo che i bambini e i ragazzi che hanno celebrato con me e i miei colleghi il 21 Marzo distribuendo fiori di carta e semi alle persone, insieme a un biglietto col nome di una vittima innocente di mafia, ricordino domani, quando saranno giovani uomini e donne, cosa è la mafia e perché va combattuta senza quartiere. la speranza è che da quei semi germogli una giustizia diversa e un paese diverso.

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Santuario, di William Faulkner

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Inauguro, con  un classico di Faulkner, la sezione del blog dedicata alle recensioni.  Parlare del presente  incita a usare toni e argomenti che non gradisco, preferisco che a farlo siano le opere di chi ha saputo guardare lontano, purtroppo senza sbagliarsi.

Il noir, per definizione, necessita di una redenzione,all’annientamento del male deve far da contraltare un riscatto morale che ristabilisce l’ordine naturale delle cose. Non c’è nulla di tutto questo in Santuario, un libro dove “la tragedia greca irrompe nel noir”, come ebbe a dire Malraux.

Non c’è redenzione nè speranza in questo libro che è un cupo canto di morte dove anche gli intermezzi lirici vengono spezzati dall’azione e la natura è più simile alla cupa matrigna leopardiana, quasi che l’ambiente della cotton belt, la zona del sud degli Stati Uniti dove è ambientato il libro e dove Faulkner ha vissuto per quasi tutta la sua vita, fosse malato, avvelenato dall’odio e dalla meschinità che  designano i suoi abitanti.

Non ci sono personaggi positivi in questo libro: nè l’ingenua lolita Temple Drake, non più bambina e non ancora donna, vittima di un osceno oltraggio che avvia la catena di morte e complice dell’omicidio rituale di un innocente,  nè  l’avvocato Horace Bembow , succube dell’odiosissima sorella Narcissa, simbolo della borghesia razzista e ipocrita del borgo dal nome impronunciabile in cui si svolgono i fatti, non sono innocenti i politici, corrotti e immersi in torbidi affari, nè quelli che sono delegati ad amministrare una giustizia che non prevede la ricerca della verità ma solo la resa alla pancia della folla. Non è innocente di sicuro Popeye, emblema del male assoluto, gratuito, insensato e senza spiegazione.

Lo stile è nervoso, teso, il libro è ricco di azione, di salti temporali in avanti e indietro, una sfida continua per il lettore che si trova immerso in un labirinto di cui non riesce a intravvedere la fine e che lascia presto senza fiato.  C’è dentro la disperata e morbosa indolenza di Tennessee Williams, il pulp di Tarantino, la disperazione di Cèline, la condanna di una società sempre più violenta, perbenista, ipocrita.  Santuario  è un canto funebre per la scomparsa della pietà.

Su tutto e su tutti, come in ogni tragedia che si rispetti, domina il Fato, un destino crudele attivato dalla malvagità propria degli uomini e della natura che si abbatte spietato e cieco come un maglio che tutto schiaccia senza distinzione. La descrizione potentissima dell’incendio equivale al lancio di una maledizione dove a bruciare non sono gli innocenti ma  chi appicca il rogo e applaude all’olocausto.  La religione è faccenda per wasp e non contempla pietà, comprensione, apertura verso chi soffre ma solo ipocrisia e tutela di un decoro vuoto e di facciata.

C’è molto dell’America ipocrita, razzista e primitiva che ha portato al potere un uomo ipocrita, razzista e primitivo come Donald Trump ma c’è molto anche di noi, di questo nostro tempo dove basta un soffio ad accendere un rogo e  in cui colpevoli e innocenti sono solo due facce della stessa, consunta medaglia e la giustizia un lancio nel vuoto.

Il grottesco epilogo finale non ristabilisce nessun equilibrio, non punisce alcune hybris, è solo il risultato della geometria spietata e imperscrutabile che fa sì che il postino suoni sempre due volte.

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Il Pm Zucca o della verità sotto gli occhi di tutti

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Non si capisce lo scalpore suscitato dalle parole del Pm Zucca riguardo la profonda ipocrisia di uno Stato che chiede il rispetto delle libertà civili a un paese straniero dopo essere stato teatro della più grande sospensione di massa dei diritti civili dal dopoguerra a oggi in un paese occidentale  a cui ha fatto seguito una impunità per i responsabili che si è trasformata in beffa, con la promozione dei responsabili della repressione e la totale impunità dei responsabili politici di quei fatti.

Impunità che negli anni ha fatto altre vittime, cito per es.  il caso Aldrovandi, permettendo a  chi ha commesso fatti indegni della divisa che indossava di farla regolarmente franca complice l’assenza nella nostra giurisprudenza del reato di tortura.

Tortura che, come risulta dagli atti, venne praticata a Bolzaneto da chi era deputato a difendere l’incolumità dei manifestanti da chi, probabilmente interpretando un copione già scritto, l’ha messa in pericolo impunemente per tre giorni.

E’ una verità documentata, filmata, scritta, nota e sotto gli occhi di tutti.  Col senno di poi, quei fatti appaiono come un prova generale, un test per saggiare le reazioni delle gente a una improvvisa ondata repressiva. Chi era a Genova in quei giorni, io c’ero, può testimoniare come quell’ignobile pestaggio di massa, che ha visto il tragico epilogo della morte di un ragazzo, anch’essa mai chiarita, fosse stato preparato, come la tensione fosse aumentata giorno dopo giorno, tramite i media e le dichiarazioni degli uomini che lo Stato aveva scelto per proteggere i grandi della terra riuniti a conclave a Genova e quelli che manifestavano contro i grandi della terra e la loro logica di spartizione del mondo.

Il caso Regeni è figlio di quei giorni, l’atteggiamento del governo è stato analogo a quello del governo Berlusconi nel 2001 e la ricerca della verità perseguita con  lo stesso impegno pari a zero.

Per quanto mio riguarda, da quei giorni di diciassette anni fa, parlare di giustizia accostandola al nostro paese equivale a fare un ossimoro, più opportuno e logico accostare a Italia la parola ipocrisia.

Bene ha fatto Enrico Zucca a riportare alla memoria quei giorni e l’esito di quei processi, rispondendo idealmente alle parole del capo della polizia in visita a Genova che, tempo fa, aveva invitato la città a mettersi alle spalle il G8, a non pensarci più.

Che questo sia un paese senza memoria, è cosa nota, che debba continuare a restarlo, e auspicabile da molti e deprecato da pochi. Con troppe cose in Italia non si sono fatti i conti, dal 25 Aprile 1945 a oggi. Ne abbiamo pagato le conseguenze e continueremo a pagarle a meno che non si avvii un rivoluzione culturale che non può prescindere da una memoria civile condivisa.

Alla luce di quello che sta succedendo in queste ore nei palazzi del potere, dubito che questo possa avvenire in tempi brevi.

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Gli invisibili

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Non li vedi, quindi non esistono: sono nascosti, senza nome, rinchiusi in un mondo a parte che non ci riguarda, un mondo di giorni e notti interminabili, tutti uguali, dove a scandire le ore sono la noia e la paura, un  mondo dove non esiste mai il silenzio, violato dai rumori di cancelli che si aprono e chiudono, lamenti, bestemmie, pianti.

I carcerati sono colpevoli, non sempre ma di solito sì, pagano per quello che hanno fatto e vengono esclusi temporaneamente dal mondo per entrare in un mondo altro, spesso un anticipo d’inferno o un’anticamera di un futuro segnato. Non sono più uomini degni di essere  considerati tali, hanno violato il contratto sociale e per questo devono essere banditi da quella società che hanno offeso, devono diventare invisibili, non disturbare, soffrire ed espiare.

La storia carceraria italiana è una storia di repressione e violenza, nonostante il nostro codice penale non sia solo repressivo ma anche mirato al recupero alla società di chi ha sbagliato. In questo senso si muove il progetto di riforma carceraria del ministro Orlando ed è un passo di civiltà, qualcosa di sinistra, qualcosa che guarda agli invisibili, ai senza voce. Qualcosa che colma una lacuna che dura da quando venne vara la Costituzione.

L’approvazione del disegno di legge è quasi un disperato segnale da parte della sinistra, un flebile richiamo: non ci siamo ancora e siamo diversi. Noi ci siamo e stiamo dalla parte di chi non si vede.

C’è voluto coraggio a farlo in questo momento, il tema non è esattamente di quelli graditi alla gente, bombardata da una distorsione mediatica e politica che dipinge il nostro paese per quello che non è, c’è voluto coraggio: il coraggio di stare dalla parte degli ultimi, un coraggio di sinistra.

Di Maio, con le sue rozze dichiarazioni, ha dimostrato di non aver letto la legge, o di non averla capita e di schierarsi sulla stessa linea forcaiola della Lega, forse un primo assaggio di alleanza tra i due peggiori schieramenti politici che mai abbiano ottenuto un successo elettorale nel nostro paese.

Travaglio, con l’editoriale di oggi, mostra di essere quello che è sempre stato: un fascista, senza neanche il coraggio di affermarlo chiaramente, come faceva il suo maestro, Montanelli.

Il popolo è dalla loro parte, il popolo vuole pene dure per chi delinque, poco importa se la certezza della pena non è un deterrente, poco importa se la pena è certa solo per i disgraziati, poco importa se le pene alternative esistono da decenni nella giurisprudenza di quei paesi civili tirati in ballo quando fa comodo. Poco importa, se in un paese cattolico, un carcere umano dovrebbe essere la regola, poco importa se è la Costituzione a dire che, quando possibile, a chi sbaglia va data un’altra occasione.

Tra multe per chi rovista nei cassonetti, leggi sul decoro dei centri urbani, ONG accusate di associazione a delinquere, il disegno di legge del ministro Orlando è una ventata d’aria fresca, un segno che esiste ancora qualcuno che vede gli invisibili.Comunque vada, anche se i nuovi fascisti la affosseranno, grazie di averci provato.

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aNCORA E SEMPRE TERRONI

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Sui giornali e sui social torna la solita, irritante, ridicola spocchia nordista e, spesso, radical chic, pronta a spiegare il successo al sud del Movimento cinque stelle  con la promessa del reddito di cittadinanza e l’apertura di una nuova stagione di assistenzialismo. I soliti terroni che non vogliono lavorare, insomma.

Che i renziani schiumino rabbia e cerchino, come d’abitudine, di trovare le cause del fallimento non nella loro linea politica ma mettendo alla berlina gli altri, non importa che siano i transfughi di Leu o appunto, i meridionali,è normale: la totale incapacità di autocritica e il narcisismo patologico dell’ex leader del pd hanno distrutto un patrimonio enorme di voti e consenso ed evidentemente contagiato i servi di ieri, che lo facciano anche gli organi di stampa che hanno cercato fino all’ultimo di convincerci che il Pd  sarebbe stato il primo partito anche quando la realtà diceva il contrario, leggi Repubblica, è un esempio di grave disonestà intellettuale e di incapacità di leggere il reale.

Una voce fuori dal coro c’è stata, quella di Michele Serra, che non amo e stimo poco da quando si è trasformato da uomo capace di satira pungente a cantore di una sinistra votata alle magnifiche sorti e progressive, ma che, nella sconfitta, sembra aver riacquistato lucidità e onestà.

Serra afferma sostanzialmente che negli ultimi anni la sinistra ha ignorato la grave situazione in cui versa il meridione, cancellando dall’agenda la questione meridionale.  Questione meridionale che si è sempre risolta con politiche assistenzialistiche fallimentari, condivise da tutti i partiti al governo, compreso il vecchio Pci. Invece di cercare una strada nuova il Pd ha semplicemente deciso di ignorare la mancanza di infrastrutture, la penetrazione della criminalità organizzata, i potentati politico-affaristici e, anzi, ha cercato a volte l’alleanza, per un pugno di voti, con chi di quel sistema è corresponsabile.

Gli occhi chiusi di politici locali e media sulle fabbriche del nord che sversano i loro rifiuti al sud da anni, con l’aiuto delle mafie che vengono contattate come normali competitors sul mercato , rappresentano esempio di compromesso inaccettabile e di uso del sud come pattumiera di casa.

Appare tanto più odioso questo rigurgito di razzismo contro i terroni in quanto il nord industriale, motore dell’Italia , senza la manodopera meridionale che negli anni cinquanta e sessanta arrivò in massa e cominciò a riempire le fabbriche, non sarebbe esistito. Stesso discorso per le conquiste sindacali che hanno assicurato a questo paese un patrimonio  di diritti che la politica non ha saputo rinnovare alla luce della globalizzazione, ma solo erodere.

Il Sud ha una lunga tradizione di reazione all’infamia, di lotta alla mafia, di adattamento a condizioni di vita critiche, dai fasci siciliani, a Portella della Ginestra, dalla reazione popolare dopo la morte di Falcone e Borsellino a oggi. Un sud che tante, troppe volte, ha dato fiducia a una sinistra che ha eluso goni promessa e ha chiuso gli occhi facendo finta di non vedere, spesso sacrificando  sull’altare della real politik i suoi uomini migliori.

Io non amo il Movimento, per certi versi, un governo a Cinque stelle mi spaventa quanto un governo leghista, tuttavia è innegabile che ha portato un salutare carica eversiva che non poteva non coinvolgere una popolazione meridionale dimenticata da tutti e lasciata sola. Ha portato speranza e di speranza il meridione ha bisogno.

Il voto meridionale è la protesta di chi è stato tradito per l’ennesima volta, una disperata richiesta d’aiuto da chi viene, da decenni, lasciato indietro perché così conviene a chi sta nella stanza dei bottoni, è troppo comodo definirlo come frutto di un gigantesco voto di scambio. Senza contare che un reddito di cittadinanza gestito in modo intelligente, potrebbe probabilmente togliere terra sotto i piedi alle mafie, offrendo una scelta a chi oggi non ce l’ha.

Al contrario del mortifero voto leghista, ma piantiamola col radicamento sul territorio e tutte queste minchiate, di razzismo si tratta, quello al movimento è un voto vitale, l’ennesimo tentativo di rivolta di una parte del paese che non ce la fa più e che è l’unica, per altro, capace di ribellarsi guardando al futuro e non al passato.

Troppo semplice scaricarsi delle proprie responsabilità tornando alla retorica soft razzista dei terroni che non vogliono lavorare. Dovrebbe vergognarsi chi scrive certe cose, perché il suo benessere, nasce anche dal lavoro dei meridionali, soprattutto di quelli che non hanno rinnegato le proprie radici, come hanno fatto e fanno molti, segno che ancora oggi essere siciliano o calabrese, o napoletano è una sorta di marchio che viene portato con imbarazzo.

Dovrebbero vergognarsi ma è cosa nota, purtroppo, che la vergogna non abita più qui.

P.S. A scanso di equivoci, chi scrive e di origini siciliane e ne è sempre andato fiero.

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Lettera aperta di un buonista

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Da tempo  Genova non è più la mia città ma solo il posto dove, da figlio di migranti, sono nato e vivo. Una città che mi è estranea quanto mi era cara da giovane, che ha scelto di perdere ciò che la rendeva speciale per adeguarsi allo spirito del tempo. Una città sempre più grigia e triste che ha perso la memoria e arranca in un presente opaco e senza storia.

Da lunedì vivo in un paese che non è più il mio paese, vuoi perché da figlio di migranti io sono nato senza terra sotto i piedi e vedo un unico cielo dovunque mi trovi, vuoi perché un paese dove una persona su quattro è un razzista mi fa schifo. Li nti sull’autobus, per strada, congratularsi tra loro, sorridere felici di aver trovato qualcuno che comprenda il loro odio, un grande miserabile che rappresenti tutti i piccoli miserabili che possono, finalmente, non vergognarsi più di quello che sono. Vorresti parlare, capire ma ci rinunci, perché con l’età hai imparato che le parole contano, sono importanti, non vanno sprecate con chi non può e non vuole capire.

Sono un buonista, lo confesso, credo nell’accoglienza e nella solidarietà, nella cooperazione e nell’obbligo, per ognuno di noi, di impegnarsi perché questo mondo sia migliore per tutti. Credo nelle mani tese, nella possibilità di condividere il cammino con chiunque, di costruire ponti con ogni cultura a partire dalla cultura, dai libri, dal cibo, dagli odori. Sono un sindacalista, lo dico sottovoce, lo so che è una colpa, mi spendo per gli altri senza ricavare altro in cambio che la soddisfazione effimera di aver fatto quello che reputo mio dovere. penso anche che, se ognuno di noi si spendesse per gli altri, almeno un minimo, e facesse il proprio dovere, vivremmo in un mondo migliore.

Sono un cattivo maestro, insegno ai ragazzi che ho davanti che l’odio e la violenza che dell’odio è figlia, generano solo altro odio e altra  violenza, sono l’argomento di chi non ha argomenti. Gli insegno a essere curiosi di tutto e di tutti, a non avere pregiudizi, a comprendere che navighiamo tutti su una palla che ruota a velocità folle nell’universo, che può essere una prigione o una miniera di stupore continuo, dipende da noi. Li invito a leggere, sempre ovunque, il più possibile, perché chi viaggia con un libro non sa odiare, solo  conoscere. Sono un cattivo maestro perché non sono meritocratico, non credo che un numero possa definire il valore della persona addirittura uso con morigeratezza la tecnologia. Non condivido l’amore per il web dei nuovi potenti nè l’esaltazione della rete, essendo un uomo del secolo scorso, mi ricorda Orwell.

Sono un comunista del secolo scorso, figlio di operai, di quelli che credevano di poter costruire un mondo migliore e una società più giusta e per fare questo, avevano imparato a dare l’esempio, ovunque si trovassero, qualunque ruolo ricoprissero. E l’hanno costruito un mondo migliore, dalle macerie della guerra.  Poi è arrivata la televisione e il resto l’hanno spiegato Chomsky, Sanguineti ed Eco, che non basta leggere, bisogna capirli.

Vede Salvini, lei avrà anche sentito De Andrè, magari al mare, sotto l’ombrellone, ma non l’ha mai ascoltato, altrimenti non sarebbe diventato quello che è.  Io De Andrè non l’ho mai amato perché era un borghese, ma l’ho ascoltato e l’ho rispettato, lei ogni volta che lo nomina non lo rispetta, perché non ha rispetto per nessuno. Lasci perdere. 

Sono di origine meridionale, siciliana, odio la mafia  e cerco di contribuire alla sua sconfitta, nel mio piccolo, con le risorse a mia disposizione, con quello che so fare.

Capite il mio disagio a vivere in un paese dove la maggioranza ha dato fiducia agli amici dei mafiosi, ai corrotti, ai razzisti, convinta che togliere quattro ragazzi neri che chiedono l’elemosina lungo le strade avrebbe risolto per miracolo i problemi del nostro paese. Hanno votato in maggioranza il male, forse non potendo trovare la cura. O hanno votato in maggioranza chi li illude di essere dei vincenti e non dei poveri frustrati, chi li inganna sussurrando che tutto è lecito, tutti si può fare, basta solo volerlo. Tutto si può schiacciare, calpestare, violare in nome del principio di piacere. Ragionano così i bambini e gli psicopatici. Giusto perché lo sappiate.

Una parte dei Cinque stelle è razzista, una parte ha stretto la mano ai neofascisti di Casapound che, fortunatamente, non esistono, una parte viene dal mio mondo ed è quella che mi fa più rabbia. perché esiste anche un limite all’essere coglioni.

Evasione fiscale, Corruzione, Mafie, Clientelismo, sono i nodi da sciogliere per liberare questo paese, per ridargli dignità e una strada da percorrere, Non mi pare siano nell’agenda dei Cinque stelle e non sono sicuramente in quella del centrodestra. Quindi no, per quanto la sinistra mi abbia deluso, offeso, fatto sentire solo, continuo a stare dalla mia parte.

Sono schifato dalla città dove vivo, dal quartiere in cui lavoro, dove l’integrazione è una bella realtà e il razzismo una brutta realtà, tanto più quando viene da chi non ricorda da dove è partito è cosa ha subito, sono schifato dal paese in cui vivo, ma non me ne vado, non alzo bandiera bianca, non mi chiudo nel silenzio.

Perché sono un uomo del secolo scorso e credo ancora che un altro mondo sia possibile, un mondo solidale e unito, un mondo senza ruspe e senza barconi, un mondo senza razzisti e votazioni online.

Perché quando tocchi il fondo hai due possibilità: o continui a scavare o butti via la pala, o rialzi la testa e ricominci a lottare.

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Rispondere alla violenza con la violenza è fascismo

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Sbagliano i colleghi che sui social difendono l’insegnante esagitata che augura la morte ai poliziotti, come testimoniato dal video che in questi giorni è circolato sui media e in rete.

Sbagliano perché,  se c’è un messaggio che dobbiamo passare ai nostri ragazzi, è che la violenza, non importa se verbale o fisica, non è una soluzione, o meglio, è la soluzione di chi non possiede altri argomenti ed è quindi inesorabilmente destinato a soccombere.

Quando parlo di mafia, in classe, comincio dalle parole che i ragazzi usano tra loro. Ad esempio infame, parola che contiene al suo interno una violenza tremenda, tanto da ridurre l’altro a qualcuno che non può essere detto, nominato, una vergogna per sé e per gli altri. Lo faccio per spiegargli quanto il pensiero mafioso sia radicato  anche nel nostro lessico quotidiano e quanto le parole possano essere distruttive, feroci, crudeli.

Le parole contano, un’insegnante dovrebbe saperlo, le parole definiscono alterità o comunione, differenza o uguaglianza.  Prendersela con dei poliziotti che svolgevano il proprio servizio, in quanto poliziotti, è stupido e ingiusto, tanto più stupido e ingiusto in quanto proveniente da chi ha il compito di tramandare la memoria, di educare riguardo i poteri dello Stato e la necessità di rispettare le regole.

Perché, per quanto io sia in disaccordo, per quanto la cosa possa darmi fastidio e offendermi, se una manifestazione di estrema destra è stata autorizzata, chi la promuove ha il diritto di parlare.  Altrimenti, se impediamo a chi può farlo legalmente di parlare, cadiamo nel paradosso di contrastare il fascismo col fascismo, che è quello che ha fatto la professoressa.

La democrazia si conquista giorno per giorno, non è scontata e non può essere tirata in ballo solo quando fa comodo a noi. A Genova, nel 2001, molti di noi hanno toccato con mano cosa significa la sospensione della democrazia. Io non auguro alla destra, per quanto sia distante ideologicamente da loro e per quanto combatta le loro posizioni, di subire lo stesso trattamento: sarebbe una sconfitta di tutti noi come quella di Genova, anche se non ci arrivano, è stata una sconfitta anche per loro.

Le forze dell’ordine svolgono una funzione  di controllo e , a volte, repressiva, necessaria e non possono essere attaccate o denigrate per quello che è il loro compito istituzionale.  Soprattutto, la provocazione, l’incitare alla reazione violenta, è stupida ed è fascista.

L’antifascismo si pratica ogni giorno dando l’esempio, noi insegnanti lo facciamo proponendo valori e tramandando una memoria che dovrebbe essere condivisa: se non lo è è perché la scuola non è riuscita, in questi anni, svolgere bene il proprio lavoro anche perché, questo va detto chiaramente, il potere, la politica, hanno avuto interesse e continuano ad averlo, a che non lo faccia.

Trovo che questo episodio, alla viglia di elezioni contraddistinte da una violenza verbale e di contenuti senza precedenti, dalla tendenza a distinguere il bene e il male a seconda del colore della pelle, da fesserie prive di fondamento come la presunta difesa di una delle etnie più meticce del mondo ( la nostra), sia l’immagine evidente di un clima tossico, che ben poco ha a che fare con la democrazia, che molto ha a che fare col fascismo quotidiano da cui siamo, spesso, inconsapevolmente, circondati.

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