Archivia Febbraio 2018

L'analfabetismo sociologico dei nuovi potenti

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Le manifestazioni di ieri, quelle di destra e quelle di sinistra, sono mera illusione, parate organizzate allo scopo di mostrare i muscoli prima della tornata elettorale.

Una sinistra improvvisamente unita sui valori dell’antifascismo , dopo le coltellate che si sono scambiati per anni, fa semplicemente ridere e comunque bisognerebbe accordarsi su cosa intendiamo per fascismo.

Non è fascista l’antisindacalismo di Renzi e l’imposizione di una riforma scolastica che mirava a trasformare gli insegnanti in subordinati taciti di fronte all’autorità di un dirigente che poteva decidere, in base a criteri arbitrari, la permanenza degli stessi nel suo Istituto? Non è gentiliana, quindi fascista, la visione di una scuola meritocratica, dei migliori, dove chi resta indietro viene avviato ai lavori manuali e di basso livello? Non è fascista una riforma del lavoro che permette alle aziende di trattare i lavoratori come schiavi salariati, di assumere e licenziare a piacimento, facendo tornare in voga l’antico ricatto sul lavoro dei padroni? Non è fascista la legge sul decoro dei centri urbani di Minniti? Non è fascista l’accordo con la Libia sui profughi che condanna alla tortura e alla morte migliaia di persone nelle carceri libiche? Non abbiamo sdegnati protestato tutti, anche quelli che erano in piazza ieri, contro la riforma costituzionale di Renzi tacciandola di svolta autoritaria?

Certo è fascista anche Salvini, la Meloni, CasaPound e compagnia, ma quello è un fascismo palese, evidente: ci sono strumenti legali per combatterlo e, quando la polizia la finirà di menare le mani solo con i radicali di sinistra, anche strumenti repressivi.

Il fascismo contro e a favore del quale la gente ieri è scesa in piazza, non è il problema di questo paese ma solo la manifestazione dell’analfabetismo sociologico, dell’incapacità di leggere la società da parte del potere che oggi ci governa.

Il problema di questo paese è una generazione di  giovani senza ideali, senza prospettive e senza futuro, che anzi, ha cancellato la parola futuro dal proprio vocabolario e vive il momento, in giornate sempre uguali e sempre vuote, dove il tempo scorre infinitamente più lento, dove il tempo non esiste, in quartieri che sono luoghi altrettanto inesistenti. 

La porzione più scolarizzata di questi giovani, quella appena appena toccata da un’ideologia che non gli appartiene, perché di un tempo che non è il loro tempo, se la prende con i vecchi, i garantiti, che gli ruberebbero il futuro per garantirsi la vecchiaia, dimenticando che quei vecchi hanno lottato anche e soprattutto per loro che se hanno studiato e sono arrivati ad articolare una visione della società demenziale, ma comunque una visione, lo devono proprio ai vecchi e non alla loro intrinseca genialità.

La porzione più disagiata, semplicemente non ha una visione di società, è autoreferenziale, o legata apparentemente a un gruppo di pari più simile a monadi comunicanti che a un’idea di condivisione di una visione comune. Il gruppo dei pari ha il compito di confermare il proprio punto di vista, di dare l’illusione di essere meno disperatamente soli, di sentirsi parte di qualcosa.  Quando la frustrazione sale, si scatena contro le categorie vittimarie di sempre, è la logica del capro espiatorio descritta da Girard su cui non mi soffermo.

A monte, va considerata anche la dissoluzione della famiglia nucleare, l’immaturità genitoriale sempre più diffusa che si trasforma in indifferenza, a volte, quando il figlio non risponde ai desideri del padre o della madre, generando un conflitto che aumenta ulteriormente il livello di frustrazione.

Una scuola che non sa più rispondere alle esigenze del tempo, che spesso è situata fuori dal tempo, ben chiusa nella sua torre d’avorio, come i licei, una scuola che non sperimenta più e non guarda più fuori da sè per capire cosa è bene che entri e cosa è bene che non entri tra le mura scolastiche, una scuola che non è più politica in senso alto, ma istituzione svalorizzata e delegittimata da quello stesso potere che dovrebbe sostenerla, una scuola che dovrebbe puntare sulla socializzazione, sulla condivisione, sul muto supporto e che invece viene orientata verso una meritocrazia insulsa e vuota, completa questo quadro desolante.

Ad aggravare la situazione un numero rilevante di persone di mezz’età licenziate, che all’improvviso, restano prive di lavoro e devono ricominciare da capo in un mondo complesso, che non permette più di ricominciare da capo.

Tutto questo genera rabbia, una rabbia che si manifesta in vari modi di cui l’inesistente revanchismo fascista è solo un aspetto, non il più rilevante ma il più comodo da contrastare pubblicamente, ammorbando l’aria di retorica stantia e frasi fatti.

In questo momento non provo alcuna sintonia con quelle parti dell’associazionismo di sinistra che marciano fianco a fianco con quello stesso potere che è concausa del declino della nostra società. Trovo contraddittorio manifestare contro un sintomo minore accanto a chi è causa del male maggiore.

Questa cecità diffusa, questa incapacità di leggere cosa ci sta accadendo, e quindi approntare i correttivi necessari, che non possono non estrinsecarsi in una rilettura del welfare, in un nuova stagione di dialogo con i sindacati su basi paritarie e non convocando le parti per relazionare loro quanto è stato fatto, su una radicale revisione delle politiche del lavoro, su un dibattito pubblico di alto livello sul problema della diffusione delle droghe, su una riforma del reclutamento delle forze dell’ordine, su una riforma della scuola condivisa con chi la scuola la fa ogni giorno, su una progressiva ristrutturazione e riscrittura delle periferie, rischia di portarci a una conflittualità sociale inedita, mai affrontata prima e, per questo, pericolosissima.

La rabbia sociale degli anni settanta che portò al terrorismo rosso e nero, conteneva barlumi di ideologia, obiettivi, un’idea di società. La rabbia odierna è rabbia cieca, nichilista e senza altro scopo che non sia il caos.

Non vedo, onestamente una forza politica capace di raccontare l’Italia di oggi per quello che è, proponendo un cambio di marcia deciso. D’altronde se anche ci fosse, non verrebbe ascoltata e non otterrebbe consenso.

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La violenza in mezzo a noi

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I femminicidi, gli  innumerevoli abusi  subiti quotidianamente da molte donne e non denunciati, gli atti estremi di bullismo, il cyberbullismo, i flames nelle chat, i commenti dei lettori sui forum dei quotidiani, sono segnali non colti di una violenza che sta salendo lentamente, giorno dopo giorno, attorno a noi e di cui nessuno sembra curarsi. Violenza verbale, fisica,mentale, quasi solida nella sua consistenza. Mille facce della stessa medaglia, espressioni diverse della stessa rabbia, frutti velenosa della stessa   mancanza di cultura.

Non c’è bisogno di ammantare di ideologia il pestaggio dell’esponente di Forza Nuova e l’accoltellamento del militante di potere al popolo, la politica non c’entra nulla o meglio, c’entra la politica di questi giorni, portata avanti da miserabili, buffoni e giullari, nella migliore delle ipotesi da uomini senza storia e senza idee, c’entra come specchio del vuoto che ci circonda,dell’assenza di un’idea di Stato che brilla come un fantasma o un ricordo sul punto di svanire.

I giovani sono vittime e artefici di questa violenza. Vittime perché la politica li ha depredati del futuro e ha reso il loro presente difficile, artefici perchè piuttosto che rimboccarsele, hanno scelto di menarle, le mani. Non sono le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma le debolezze e le sconfitte dei padri che hanno basato il loro riscatto caricando i figli di aspettative  che non gli appartengono.

Piantiamola di agitare lo spettro di una contrapposizione fascisti e antifascisti che non ha alcun senso. magari fosse così, la nostra polizia è più che attrezzata, fin troppo direi, per perseguire eventuali rigurgiti di terrorismo, sarebbe questione di pochi giorni azzerare i vertici di eventuali frange radicali e risolvere il problema.  A meno che, ovviamente, un certo livello di tensione sociale non giovi al potere, chiunque lo detenga. Ma   questa è storia vecchia e, nel secondo millennio, non c’è più bisogno della Strategia della tensione, quella sì era roba per giovani politicizzati e ubriacati di ideologia. Oggi è sufficiente la televisione e la pessima musica per ottundere le giovani menti.

Dirò qualcosa che i genovesi non mi perdoneranno, ma la storia insegna a documentarsi e a sfatare i miti. La famosa rivolta di Genova del ’60, passata come un’onda di reazione antifascista alla notizia del congresso dell’MSI, fu solo in minima parte  rivolta la politica.  A Genova , in quei giorni, si sfogò la rabbia dei giovani proletari e sottoproletari delusi dalle promesse del dopoguerra che colsero al volo l’occasione per fare casino,  casino immediatamente sposato da una sinistra che solo molti anni dopo, troppo tardi, avrebbe preso le distanze dalla violenza terrorista che in quei giorni ha cominciato a germinare, illudendosi di controllare e canalizzare quella rabbia contro il sistema.

Nel 2001, sempre  a Genova, città che ha nel destino il segnare il passo nel nostro paese, il Sistema si prende la sua rivincita e quelle manganellate colpiscono tutti quelli che hanno creduto che un altro mondo fosse davvero possibile, che il liberismo, la deregulation, la globalizzazione perversa potessero essere ridiscussi e ridotti a misura d’uomo. 

La violenza di oggi nasce anche da quella delusione cocente che ha colpito quelli che oggi sono i padri sconfitti di una gioventù nata sconfitta, condizionata dalla ricerca del successo a tutti i costi, da media e pubblicità che continuano a sbandierare l’immagine della donna come un oggetto da usare e da comprare, dalla frustrazione che deriva dallo spendere anni sui libri di scuola e trovarsi regolarmente superati non per merito ma per censo  o per casta.  I nuovi miti sono il sesso, il denaro e il potere e in nome di queste divinità tutto è lecito.

Ovvio che una simile cultura genera frustrazione, frustrazione che si sfoga sull’altro, non importa che sia il nero, il gay, il pensionato, o la fidanzata, quello che conta è cancellare, per un momento, quel senso insopportabile d’inutilità. Sono ragazzi soli, vuoti, incapaci di gestire le sconfitte della vita in un mondo che non contempla sconfitte.

Non li sto giustificando, sto cercando, per quanto possibile, di capire, che è il primo passo per trovare soluzioni adeguate. Da insegnante, mi sento in prima linea nella prevenzione di questo malessere sociale. Da insegnante, sento sulla mia pelle il fallimento della scuola, di un sapere che non parla più a loro, che loro non possono capire se non per vie traverse, che costa fatica cercare.

La violenza sugli altri, una violenza incontrollabile, incontrollata, imprevedibile e pericolosa, la violenza che per anni abbiamo sopportato negli stadi nella speranza che non tracimasse fuori, si manifesta anche come violenza contro sé stessi: l’ago nel braccio, il rito della pipa di crack, lo sballo del sabato sera, l’alcool. Fenomeni mediaticamente inesistenti ma dilaganti, in forme nuove e  inquietanti, rispetto alla moria degli anni settanta e ottanta. Fenomeni che meriterebbero una riflessione politica ampia, sulla legalizzazione, sul consumo responsabile e limitato, ad esempio, possibilità che equivalgono a bestemmie nel nostro paese.

Questa politica urlata, fatta di insulti, accuse reciproche, violenza verbale e culturale, non è strutturata per poter affrontare problemi sociali di questa levatura.  la soluzione non può essere nè una maggiore severità delle pene, le carceri sono già strapiene di disgraziati, nè fare finta di nulla e sperare che passi. C’è bisogno di una nuova visione del welfare, di controlli fiscali severi, di tassazione progressiva reale e di un recupero delle periferie, veri e propri focolai di rabbia tossica. C’è bisogno di una visione sociale che contempli tutti, non solo chi può produrre o chi può essere sfruttato, non solo i meritevoli o i privilegiati. Quando si sente dire che si punta al voto moderato, significa che bisogna blandire la borghesia, ovvero la palla al piede, insieme a una parete del mondo cattolico, di questo paese.

Il fatto che nessuna delle compagini   in lizza, si fa per dire, per le elezioni più inutili degli ultimi vent’anni,presenti un solo accenno a questi problemi, la dice lunga sulla competenza di questa gente.  La dice lunga su una politica che è mero esercizio di potere, rappresentanza di pochi a spese dei molti. Tanto varrebbe reintrodurre limiti di censo al diritto di voto, sarebbe molto più onesto.

Gli stucchevoli richiami a un’italianità che non esiste, da un lato, e a un diffuso sentimento antifascista altrettanto illusorio ( tornate a leggervi Pavese, per favore, e magari anche quel nazista di Cèline, che male non fa), sono solo la colonna sonora stonata di un paese che ha smesso da da tempo di cercare la strada per il cambiamento.

Non vedo vie d’uscita e temo che stiamo assistendo solo all’inizio di un’escalation progressiva di violenza che, per la sua natura, sarà molto difficile fermare.

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Contratto scuola: ritorno al passato per costruire il futuro

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Con buona pace dei detrattori di ogni colore, quelli che accusano il sindacato di aver contrattato al ribasso e quelli che accusano il governo di avere, nei fatti, sconfessato la 107, due posizioni opposte e incompatibili entrambe dettate da non proprio nobili motivazioni politiche, l’art. 24 del nuovo contratto che definisce la scuola come “comunità educante” potrebbe rappresentare un inizio per ricostruire quello che alla scuola è stato tolto in questi anni.

Un sindacato responsabile, moderno e concreto non può limitare la propria azione solo all’incremento, per quanto legittimo, della retribuzione ma deve mirare a migliorare la qualità di vita dei lavoratori, contribuendo così al miglioramento della qualità del servizio. Sarebbe opportuno a tale fine, agire di concerto con il governo di turno ma sarebbe necessario, come presupposto, che il governo di turno fosse interessato a garantire un’istruzione pubblica di qualità, cosa che negli ultimi vent’anni non si è verificata.

Una scuola definita “comunità educante”, il termine è stato coniato da Dewey negli anni sessanta, ribalta il concetto di scuola manageriale intrinseco alla formulazione pura della 107 e la struttura verticistica, con uno capo, uno staff di collaboratori scelti dal capo e dei sottoposti, che la legge sottintendeva e riporta in primo piano il ruolo della collegialità e la necessità che tutti coloro che fanno scuola collaborino a un obiettivo comune.

Dall’attuazione della 107 abbiamo assistito a una radicale trasformazione del ruolo del preside, che è diventato, di fatto un manager, spesso preoccupato più di tutelare sé stesso da eventuali ricorsi o sanzioni che di altro.

Ormai nelle scuole si va avanti per acronimi e progetti, spesso inseguendo la moda del momento: nuove tecnologie, bullismo, ecc. nei collegi docenti si alza la mano

Le prove Invalsi, una scopiazzatura maldestra dei test in voga nelle scuole anglosassoni da decenni, sono la prova dell’approssimazione e del dilettantismo con sui si tratta la scuola nel nostro paese: è semplicemente assurdo sottoporre alla stessa prova alunni che appartengono a scuole situate in realtà con profili economico sociali distanti anni luce. Decontestualizzando le prove, inevitabilmente, le si falsa. In USA, negli anni cinquanta, ci erano arrivati i sociolinguisti, noi siamo ancora in attesa dell’ìilluminazione.

Si spera che la firma del nuovo contratto torni a fare della scuola un luogo di condivisione di esperienze, del dirigente un primus inter pares con compiti di coordinamento e sostegno agli insegnanti, dei collegi docenti organi che definiscono gli obiettivi delle scuole, obiettivi disegnati sulle necessità dei territori e non sulla base dei soldi che si possono ottenere con questo o quel Pon a prescindere dalla sua utilità effettiva. E’ tempo di ritrovare collegialità e comunione d’intenti e la restituzione del merito alla contrattazione sindacale dovrebbe garantire equità, correttezza e limare certe conflittualità interne che non fanno il bene di nessuno.

Si auspica che dopo il 4 Marzo, chi siederà in parlamento sia disposto ad ascoltare e mettere mano alle vere esigenze della scuola pubblica che comprendono, oltre a un sacrosanto incremento delle retribuzioni, una ridefinizione della libertà di insegnamento con indicazioni ministeriali sulle materie di studio che non si limitino solo a un uso fine  a sé stesso delle nuove tecnologie ma tengano conto delle nuove necessità di formazione culturale degli alunni, strumento di legge efficaci per evitare aggressioni a danno degli insegnanti come quelle di questi giorni, una ridefinizione della libertà d’insegnamento che consideri gli insegnanti professionisti competenti e responsabili e non dei meri esecutori di direttive altrui, una ridefinizione del ruolo prezioso e fondamentale per la tenuta democratica di questo paese delle scuole di periferia, che spesso rappresentano l’unica presenza dello Stato in territori dove domina l’illegalità. Questo per cominciare.

Quanto a chi, per gioco e convenienza politica, continua a sparare a zero sui sindacati che hanno firmato il contratto proponendo piattaforme fantasiose e irrealizzabili, ricordo che la 107, nella sua applicazione pura, non comprendeva la firma di contratti nazionali.  Come sempre, in questo paese, fare i duri e puri è comodo quando sono gli altri a lavorare per garantire i diritti.

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Il regno animale: una graphic novel parla alla coscienza

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Il regno animale di Emanuele Giacopetti è una graphic novel distopica, su un futuro prossimo venturo fin troppo presente in alcune parti del mondo, non troppo lontano in altre.

Narra di una umanità devastata dalla guerra e da alterazioni climatiche, un’umanità per cui la migrazione è lo stato naturale, l’ultima traccia dell’istinto di sopravvivenza. La colonna, la forma di aggregazione naturale per questa orda di disperati, non contempla rapporti umani se non utilitaristici e il mondo descritto non contempla la pietà.

L’autore, con il suo  tratto personale, maturo ,  riesce a cogliere suggestioni visive, letterarie, cinematografiche e a creare tavole crude e poetiche, cariche di pietas nel descrivere un mondo dove il sentimento dominante è solo il desiderio di arrivare a domani.

Si scorge in qualche tavola una Genova spettrale e angosciante, inedita, terra  senza nome in un mondo dove i nomi non sono più necessari e l’unico che compare nel libro deriva da un’arma.

La tavola ambientata nel supermercato mi ricorda Romero, lì era la società dei consumi che finiva per divorare sé stessa, qui una società che ha imparato a odiare verso il basso senza accorgersi di quello che arrivava dall’alto.  Le città devastate  rievocano il Carpenter di 1992 Fuga da New York, e un’altra suggestione forte, per il tono del racconto è The road di Cormack McCarthy e il film che ne è stato tratto.

Quello di Giacopetti è un discorso politico nel senso più alto del termine, un incubo fin troppo reale disegnato da chi ha toccato con mano la realtà degli ultimi, delle tante, troppe “colonne” che sotto il nostro sguardo distratto attraversano il mondo, in cerca di sopravvivenza, vittime colpevoli di essere nate dalla parte sbagliata di un mondo dove la giustizia sociale è un mito per molti e sta diventando un ricordo per tanti altri, noi compresi.

Vi invito a immergervi in questo viaggio dove ogni tavola parla alla nostra coscienza, ci invita a riflettere. Emanuele ha molto da dirci  e lo fa in modo originale e appassionato, il suo è un monito, come la poesia di Primo Levi che apre Se questo è un uomo, un monito che arriva da chi vede quel futuro possibile avvicinarsi sempre di più.

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Il difficile mestiere d'insegnare

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Da anni il mestiere dell’insegnante viene quasi quotidianamente denigrato e delegittimato dai media, dalla politica e perfino dall’organo che dovrebbe tutelarlo, quel ministero dell’Istruzione che ha visto avvicendarsi titolari improbabili.

Siamo passati dalla scuola supermercato di Berlusconi e co. alla scuola-azienda renziana, senza ascoltare il parere di chi nella scuola lavora quotidianamente e guardandosi bene dall’intervenire sui problemi reali.

Siamo passati dai Presidi, a volte autoritari ma più spesso interpreti del ruolo di primus inter pares  e abili mediatori di conflitti interni ed esterni ai Dirigenti, burocrati interessati più alle carte da riempire che alle persone e alle relazioni tra le stesse.

Inutile stupirsi se oggi i professori vengono aggrediti da genitori e alunni. Inutile stupirsi dello svilimento di una professione che tutti credono di poter svolgere facilmente e che diventa ogni giorno più dura, difficile, faticosa.

I social networtk, la creazione delle chat di classe dei genitori, hanno portato allo stato dell’arte il processo di distruzione della figura dell’insegnante, trasformando il pettegolezzo in verità e inventando un figura mitologica: l’adolescente sincero.

Internet ha trasformato persone che non leggerebbero un libro di pedagogia neanche sotto tortura in esperti di didattica che si sentono in dovere di dare consigli a insegnanti con una carriera ventennale su come insegnare la Storia o la Geografia. 

Sono  così venute alla luce  alcune leggi naturali, teoremi che ogni nuovo insegnante dovrebbe mandare a memoria, che consiglio al Ministero di inserire nei corsi di formazione:

1) Non esistono alunni/e che non studiano. Tutti restano alzati fino a tardi e sapevano una lezione su cui non hanno spiccicato parola fino a cinque minuti prima di uscire di casa.

2) Qualsiasi mancanza disciplinare, non importa che l’alunno marini o alzi le mani su un compagno, è sempre colpa della sensibilità del ragazzo/a che si lascia trascinare dagli altri.

3) Sgridare un alunno/a significa provocare uno stato di tale prostrazione che perdura per mesi e ne pregiudica ineluttabilmente il rendimento scolastico.

4) Le parole “l’anno scorso l’abbiamo promosso/a nella speranza che quest’anno mostrasse un atteggiamento diverso, non l’ha fatto e c’è la possibilità che venga bocciato/a” equivalgono a una sacrilega bestemmia e non vanno mai pronunciate.

5) Lo sport è prioritario rispetto alla scuola.

6) C’è in ogni consiglio di classe un insegnante che tratta male gli alunni: a turno, è ognuno di noi.

7) Mai dare compiti per il week end e tutelare il giusto diritto al riposo dei ragazzi. Possibilmente, mai dare compiti.

8) Se il ragazzo si addormenta in classe è colpa dell’insegnante 

9) Non stupitevi e non fate facce se un genitore alla notizia che il figlio non combina un accidente, risponde compiaciuto:- proprio come suo padre/madre.

10)  Se un ragazzo/a presenta insufficienze in tutte le materie è evidente che gli insegnanti si sono messi d’accordo per bocciarlo.

Forse questo decalogo fa sorridere chi non vive di scuola ma vi garantisco che è basato sulla realtà. L’atteggiamento di molte famiglie, per fortuna non tutte, è esattamente questo.

Non voglio fare una difesa aprioristica della categoria e nei prossimi post parlerò anche dei problemi della scuola e delle responsabilità di chi svolge la mia professione, ma è indubbio che il clima che si respira è questo.  Da qui alle aggressioni, se ci riflettete un istante, il passo è breve.

Come se ne esce? Restituendo dignità alla categoria e mettendo mano ai problemi reali della scuola che non sono l’uso delle nuove tecnologie o quello dello smartphone. ma, se volete, ne riparleremo.

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Di favino, dei licei e altre amenità

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Confesso di non aver visto S. Remo. Lo trovo ormai da anni un programma di infima qualità e i dieci minuti in cui casualmente l’ho seguito, hanno confermato la mia opinione.  Trovo che la musica italiana presente al festival rappresenti il fondo del barile di un panorama non certo esaltante e la banale scontatezza della canzone vincitrice, non che lo stucchevole ritornello, ne sono la riprova.

Ho visto su Youtube il monologo di Favino. Un mediocre pezzo di teatro, datato, recitato da un grande attore con la giusta dose di pathos e immedesimazione.  Dieci all’interprete, cinque al monologo, ripetitivo, banale, monotematico. Tuttavia, in un clima soporifero come quello sanremese, tra un pezzo d’avanspettacolo anni sessanta e una lagnosa canzone di un Baglioni ormai mutatosi in Silvan, si è trattato di un pugno nello stomaco, una immersione nella realtà nel tempio dell’oblio del reale.

Che dire di  Gasparri e di chi si è sentito in dovere sui social di insultare l’eccellente attore? Niente, se non che, in un paese dove un pregiudicato si presenta a guidare una destra morta e sepolta da anni e un altro pregiudicatoguida il partito che si presenta come nuovo, che la merda parli e scriva su facebook non stupisce.

La destra italiana, al contrario della sinistra, non cambia mai: non riesce a produrre neanche l’ombra di una cultura politica, sa soltanto insultare, disprezzare, minacciare.  Dio sa se questo paese non avrebbe bisogno di una destra europea, moderna, sempre più vicina ai partiti conservatori europei e spogliata dei retaggi di un fascismo che non rappresenta un pericolo per la tenuta democratica di questo paese  perché non esiste. Ma, evidentemente, non è possibile. Finché la destra sarà guidata da ladri, cialtroni, nani e ballerine, il suo destino è restare minoritaria, dopo brevi periodi di latrocinio a danno di tutti noi.

Passiamo alla polemica sui Licei. I licei sono classisti, e allora?  Dirò di più: la scuola tutta è classista, espressione della dominante cultura borghese e portatrice dei valori che la formano. Ripeto: e allora?  La scoperta è degli anni sessanta, i sociolinguisti scoprirono che no, i neri americani non erano ritardati e avevano bassi risultati scolastici perché parlavano una lingua diversa e vivevano sotto coordinate sociali dive. Anni sessanta.

Il valore formativo del Liceo, una scuola obsoleta, ingessata, ferma agli anni cinquanta già ai tempi in cui la frequentavo io ( con profitto, giusto per mettere a tacere chi pensa a un ex studente rancoroso) è da un lato, indiscutibile, dall’altro discutibilissimo. Il Liceo uccide l’intelligenza e la creatività nel biennio e la sprona nel triennio, un loop schizofrenico che non tiene conto delle fragilità dei ragazzi di oggi, dove i rapporti umani con gli insegnanti sono sinistramente simili a quelli tra prigioniero e secondino ( con le dovute eccezioni, ovvio), dove ognuno va per la sua strada e chi resta indietro la cambi.

E’ così, piaccia o non piaccia, classista, razzistoide, snob, non è una scuola per poveri o meglio, è una scuola per pochi poveri consapevoli e incazzati, ce n’erano tanti ai miei tempi, pochissimi oggi.  Con una scuola che non è più ascensore sociale, il Liceo, che non offriva pari opportunità già ai tempi del sottoscritto, è destinato a diventare sempre più classista. Le alternative ci sono, bisogna decidere se si ha la volontà e le palle di soffrire un paio d’anni e crescere gli altri tre, consapevoli di non avere altro in mano se non la capacità di non sbagliare i congiuntivi qualora si decidesse di entrare in politica. La scuola superiore si sceglie, nessuno ti obbliga, tutto il resto sono chiacchiere

Gli idioti che hanno preso a pietrate le vetrate del Liceo D’oria a Genova, istituto che rappresenta l’apoteosi di quanto ho scritto sopra, sono, appunto, idioti e non meritano altro commento.

Curioso come in questo paese a volte ci si renda conto all’improvviso che la vita è complicata per i poveri e quelli che partano in svantaggio, salvo poi scordarsene per passare cinque interminabili serate ascoltando le oscene melodie di San Remo.  Sic est, sic erat, sic erit.

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Pamela non ha colpa, noi sì

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Pamela era una bella ragazza di diciott’anni, con dei sogni concreti e l’incapacità di affrontare la vita, tanto da bruciarla dentro una pipa di crack. Pamela dovrebbe ricordarci che la droga sta tornando a falcidiare una generazione smarrita, che non  trova più riparo nella scuola, nella famiglia, nella società in  generale. Ci urla che dobbiamo tornare ad ascoltare i ragazzi e non possiamo continuare a lasciarli soli.

Pamela è scappata dalla comunità di recupero in cui era tornata, secondo un logoro clichè seguito da molti giovani tossicodipendenti. Molti si chiedono come sia stato possibile, ma la comunità di recupero non è un carcere o un ospedale, è un luogo dove chi entra deve portarsi dentro la voglia di provare a risolvere i problemi che  l’hanno spinto a rifiutare la vita, non è un domicilio coatto. Forse, semplicemente, Pamela in quella comunità c’è entrata  troppo tardi.

Pamela è morta,probabilmente per una overdose, ed è stata fatta a pezzi, il suo corpo scempiato diviso in due valige. Che il suo carnefice sia un nigeriano, che per una beffa crudele del destino si chiami Innocent, poco conta. Questo è un paese dove gli italiani danno fuoco alle fidanzate, uccidono cugine colpevoli di essere belle, picchiano e abusano di donne e bambini, è il paese che registra il poco invidiabile record di turisti sessuali. Certi discorsi quindi, lasciamoli ai miserabili sciacalli  e agli psicolabili con le bandiere nere.

Quello che conta invece, quello che ferisce, quello che è insopportabile, è che di Pamela non importa più a nessuno. Conta solo che a fare scempio del suo corpo sia stato un nero. Fosse stato un bianco, sarebbe stata solo l’ennesima storia di droga finita male che avrebbe occupato giusto poche righe in cronaca.

Stanno  continuando a fare a pezzi Pamela, senza pietà, senza rispetto, senza quel pudore che dovrebbe ispirare una giovane vita spezzata.

Invece di riflettere insieme su cosa sta succedendo ai nostri ragazzi, invece di cercare soluzioni per evitare che tragedie come questa si ripetano, e si ripetono continuamente,invece di riflettere sul fatto che nel nostro paese gira tanta droga da rendere necessario il coinvolgimento delle mafie straniere per soddisfare la richiesta, stanno trasformando Pamela in uno strumento di odio, la stanno privando della sua umanità per farne un feticcio da propaganda elettorale.

Ecco, se al silenzio si sostituisce un vociare di bestie, se alla pietà subentra la violenza ottusa e cieca, significa che siamo arrivati ormai sull’orlo del baratro.  E non è più necessario chiedersi per chi suona la campana.

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la trave nell'occhio

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Questa campagna elettorale si sta distinguendo sia per la mancanza di una proposta di programma sensata, di lungo respiro e concreta, che vada al di là di affermazioni di principio demagogiche mirate a solleticare la pancia della gente, sia per la tendenza a scorgere le pagliuzze nell’occhio dell’avversario evitando di soffermarsi sulle travi nei propri  da parte di tutte le forze politiche in lizza.

E’ stupefacente come Repubblica, per esempio, stigmatizzi, quanto in modo disinteressato e giustificato sarebbe da approfondire, la politica aziendale di Amazon quando solo due anni fa annunciava con squillar di trombe che Renzi avrebbe nominato il vicepresidente di Amazon, Diego Piacentini, commissario del governo per l’innovazione digitale. Oppure quasi quotidianamente titoli su aggressioni ai danni di insegnanti, dopo che la Buona scuola ha completato il processo di delegittimazione della categoria avviato da Berlusconi. O, ancora, si occupi di delinquenza minorile dopo aver per anni amplificato la trionfale narrazione renziana di un paese che sta cambiando in meglio, dove la criminalità organizzata e il disagio giovanile crescente non hanno mai avuto posto.

Altrettanto miracoloso appare il ripensamento di Salvini che a più riprese aveva dichiarato che mai più si sarebbe alleato con Berlusconi e Forza Italia e  che arriva a candidare addirittura il suo acerrimo nemico Bossi. Salvini che ha fatto della lotta contro i terroni, ora affini ai neri ora parassiti, un cavallo di battaglia della Lega e si candida al sud, Salvini che non è razzista ma propone alla guida della Lombardia un difensore della razza bianca.

Quanto ai Cinque stelle, a parte le distinzioni tra fascismo buono e fascismo cattivo della Lombardi, le strette di mano con Casapound, gli affitti a sette euro e l’utilizzo della macchina di servizio a fini personali di alcuni esponenti, a parte il vero volto dell’amministrazione Appendino e la grammatica personalizzata di Di Maio, va sottolineato come quest’ultimo, in barba alle tematiche ecologiste delle origini, che guardavano alla decrescita felice con simpatia, sia ormai perfettamente in linea con il sistema di liberismo deregolarizzato in cui viviamo e si preoccupi di rassicurare chi ha già molto che, se anche i Cinque stelle salissero al potere, non avrà mai di meno.

La sinistra radicale, i duri e puri, fuori dal tempo e dal mondo, dimenticano di aver affossato, ai tempi, due governi Prodi e di aver spianato la strada al berlusconismo per la medesima ottusità mascherata da coerenza di cui si vantano oggi.

Si sorvola serenamente sul fatto che Berlusconi è un pregiudicato amico di mafiosi, Renzi un incompetente circondato da straordinari incompetenti e che i Cinque stelle fanno apparire i primi due come giganti della politica.

In realtà, in lizza alle prossime elezioni, ci saranno solo i vuoti a perdere mentali di una generazione di politici priva di valori e idee, interessata solo ad un potere rapace e violento per ottenere un’affermazione del sé, incurante del benessere di un popolo che si sta trasformando sempre più in massa ignorante, ottusa, cieca e frustrata.

Personalmente ritengo una volta tanto fondata l’odiosa massima qualunquista che tanto sono tutti uguali, perché davvero questi politici sono tutti uguali: avidi di potere, privi di ideali, incuranti del prossimo, ignoranti, imbevuti di una cultura fatta di pessima televisione e spot pubblicitari. Dopo il pensiero liquido, siamo al pensiero liquame.

Ciò nonostante eserciterò il mio diritto dovere di voto perché sono un uomo del novecento, di sinistra, imbevuto di una ideologia di cui non riesco a liberarmi.  Non foss’altro che per rispetto nei confronti di chi ha dato la vita per permetterci di votare, non foss’altro per dire no ai miserabili istigatori di odio e a chi ha fatto della corruzione la regola.

Che poi serva a qualcosa, è argomento che preferisco non affrontare.

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