Siamo lo stesso coinvolti

Novembre 10, 2017 Attualità, Cronaca

Adesso che è sotto gli occhi di tutti, adesso che nessuno, nemmeno il ministro Minniti, può far finta di non sapere, è evidente quello che molti hanno già scritto ignorati dai più: con la Libia è stato stipulato un patto scellerato,firmato col sangue dei migranti.

Lunedì mattina non si è combattuta una battaglia, come titola oggi La Repubblica, ma nel Mediterraneo si è concluso l’ennesimo atto di un genocidio centellinato, distillato a piccole dosi per non urtare la sensibilità di noi europei così sensibili, così evoluti, così pronti a difendere i diritti umani, a patto che non siamo noi a violarli.

“Quando ho tenuto tra le braccia quel bambino annegato, ho toccato il fondo dell’umanità” ha detto un volontario italiano della Sea Watch, nave di una ONG tedesca testimone della strage.

È un fondo che tocchiamo ogni giorno, ancora l’altro ieri Avvenire esplorava il cinismo dei suoi lettori (sic!) riguardo i ventisei cadaveri ritrovati sulla nave approdata a Salerno, è un abisso di indifferenza, odio, assenza di pietà che sembra non terminare mai, traversale, globale e desolante.

La violenza, se non ha nome e cognome e un volto riconoscibile, non ci tocca, ci lascia tranquilli, protetti dal muro del nostro egoismo. È normale che uomini, donne e bambini vengano falciati in mare, malmenati a bordo di una motovedetta libica per impedirgli di raggiungere una nave che per loro rappresenta la salvezza, anzi è giusto: la nostra sicurezza, la nostra tranquillità, esigono un prezzo che devono pagare altri.

Perché indignarsi, allora, se un boss pesta a sangue un giornalista e sui social riceve consensi e solidarietà?

É lo spirito del tempo, non più il pensiero liquido ma il pensiero fetido, stantio e nauseabondo degli spettri di un passato troppo recente per essere dimenticato.

Lo spirito del tempo può essere sintetizzato nell’acronimo NIMBY, not in my backyard, non nel mio cortile: eliminate il problema, lontano da qui. Aiutiamoli a casa loro, uccideteli a casa loro.

Ma “lontano” non esiste nel mondo globalizzato, e presto o tardi, qualcuno chiederà ragione di un massacro tollerato, ignorato,favorito da quell’Europa che non ha ritegno a scendere in piazza quando è vittima e a nascondersi quando è carnefice. D’altronde è vizio antico: i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, affermarono di non sapere nulla dell’Olocausto. È la banalità del male,  la quotidianità del male.

Siamo tutti coinvolti in questa tragedia perché tutti abbiamo dato il nostro più o meno consapevole contributo a che le cose andassero così: con il nostro disimpegno, la nostra disillusione, il nostro correre insensato, la nostra indignazione a comando. Non ci sono giustificazioni e non ci sono validi argomenti da portare a difesa: nel caldo tepore della nostre case stiamo perdendo la nostra umanità.

Alla fine restano solo le urla silenziose e assordanti di uomini, donne e bambini sacrificati sull’altare dell’ipocrisia, fiori sull’acqua, segnali della nostra colpa della nostra sconfitta.

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