Archivia Novembre 2017

Aiuto i fascisti! Scusate, ma nel 2001 da Bolzaneto siete passati?

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Con grande rilievo Repubblica riporta oggi l’”aggressione” fascista avvenuta durante una riunione di gruppi pro migranti.  A stupire è l’editoriale accorato sulla sfrontatezza dei nuovi gruppi fascisti, che non restano più nascosti e non hanno paura di mostrarsi e di mostrare la consueta pacatezza di modi e la padronanza presso che piena della lingua. Un vero allarme, da far tremar le vene e i polsi. Rabbrividisco già.

Scusate, ma nel luglio 2001 nessuno è mai passato da Bolzaneto? Nessuno ha letto il resoconto di quello che è avvenuto in quella caserma? I cori imposti ai fermati, faccetta nera, ecc.? Nessuno ha sentito l’intercettazione della poliziotta che si rallegrava per la morte di una zecca comunista (Carlo Giuliani, n.d.r.)?.

Protetti dalla divisa e dal governo Berlusconi, nessuno di quei vigliacchi, scusate non riesco a chiamarli poliziotti, io della polizia ho rispetto,è stato punito. Sono dunque almeno diciassette anni che i fascisti godono di impunità assoluta nel nostro paese. E sono pure armati.

Scomparsa la sinistra, scomparsa anche la sinistra extraparlamentare e quindi liberato il terreno, questi giovani e patriottici decerebrati hanno trovato l’opportunità di guadagnare il loro quarto d’ora di celebrità. Almeno non hanno torturato nessuno. Sono fascisti 2.0: dei loro antenati hanno solo la massa cerebrale e la capacità di non capire una minchia su come va il mondo.-

Dire che in Italia ci sono i fascisti è come dire che c’è la mafia, è ovvio. Come i topi che affollano le nostre città nascosti nel sottosuolo, elaborando rancore e odio come il protagonista del libro del grande Feodor, finalmente eccoli mostrarsi in tutto il loro splendore decadente. Peccato che i fascisti 2.0 sono brutti e fanno ridere.

Parlano anche, riescono persino, a tratti, a esprimere linee di pensiero. Fanno paura? Ma chi, questi ragazzotti ben pasciuti che credono che Anna Frank sia una favola e i forni crematori un’invenzione giudaica? Ma dite davvero? Paura di questi? No, questi non mi fanno paura, i loro amici in divisa sì, quelli di Bolzaneto, i picchiatori della Diaz, Alemanno, che ha definito “zecche” quelli che lo contestavano, la classe è classe, anche lui un po’ di paura la fa. Ma giusto come incontrare Brunetta di notte  e confonderlo con un pechinese arrabbiato. 

Ma per favore, se dobbiamo raccattare voti a sinistra portiamo avanti battaglie di civiltà, approviamo lo ius soli  contro tutto e tutti, rimettiamo in mare le Ong e mandiamo a fanculo i libici, ma non tiriamo fuori i fascisti. Quelli veri, quelli bastardi, hanno fatto saltare treni, stazioni, hanno messo bombe nelle piazze, non facevano azioni dimostrative, portavano l’unica cosa che il fascismo ha portato a questo paese: morte e distruzione. Questi sono fascisti 2.0, i fascisti dei Simpson.

Lasciamo  perdere questi mocciosi con seri disturbi di apprendimento e occupiamoci dei problemi seri e reali di questo paese.  Proviamo a fare una campagna elettorale che parli di lotta alle mafie, di droga, di soluzioni possibili al disagio giovanile, di periferie degradate, di lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, di risanamento del territorio, di ristrutturazione dei centri storici e di rifiuto alla cementificazione, ecc.ecc.

I fascisti non vi voteranno, non sono ancora arrivati al vocabolario, ma forse qualche voto di chi, come il sottoscritto, ha più paura di voi che di loro, lo recuperate…

Provate a dire e fare qualcosa di sinistra…poi se vediamo che è pericoloso tornare a fare quello che fate adesso. Cos’è, esattamente, che fate adesso? Ah,dimenticavo, vi occupate di fake news, falsi allarmi, ecc.

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L’insopportabile comizio di un ineleggibile

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Francamente mi piacerebbe commentare notizie assai più sinistre e importanti del comizio di Berlusconi ieri sera su Rai uno, complice un Fabio Fazio come al solito deferente e prono ai potenti.

Mi piacerebbe parlare delle infiltrazioni mafiose nel traffico di migranti dalla Tunisia scoperte da Nemo ( altro programma, altra rete, altra tempra di giornalisti) o delle testimonianza raccolte dalle Ong, o del silenzio del ministro Minniti sulle condizioni in cui vengono detenuti i profughi rispediti in Libia, ma comprendo che sono argomenti di nessun interesse: la campagna elettorale è già cominciata con frizzi e lazzi, bonus come noccioline e il pregiudicato sorridente che riguadagna gli schermi televisivi, questo appassiona gli italiani, non tediose stragi di esseri umani consumati nel black friday, non la quotidiana tragedia di quelli a cui chiudiamo la porta.

Due parole quindi su Fazio e Berlusconi. Fazio è un conduttore mediocre, un uomo buono per tutte le stagioni perché pronto a salutare qualunque bandiera e a seguire dove soffia il vento. Piace alle mamme e alle nonne, è odiato dai radical chic che per questo vengono accusati di essere radical chic, ha creato un  circolo di soliti noti che lo aiutano a dare prestigio allo stesso programma che ci propina da anni.  Gramellini, al suo confronto, fa monologhi interessanti e avvincenti, tenete conto che io considero, di solito, Gramellini interessante come un calcio nei denti.

Ovvio quindi che Berlusconi abbia scelto il nulla per parlare del nulla. Uno sfondo neutro, un conduttore inesistente e deferente, un grande pubblico assicurato.

C’è da chiedersi, casomai, quale tipo di servizio pubblico permette, a pochi giorni dalla morte del capo di Cosa Nostra, di comparire in televisione a un pregiudicato ineleggibile dopo la riapertura del fascicolo per il suo coinvolgimento nell’attentato di via d’Amelio. Non solo, ma quale servizio pubblico permette a un pregiudicato in odor di mafia di tessere le lodi di un condannato per associazione mafiosa. Non si poteva certo pretendere che un non conduttore, non giornalista, si permettesse di opinare in proposito. Ma in questo paese, nulla accade per caso e ciò che sembra banale, spesso non lo è.

Il discorso si fa complesso e pericoloso. Due giorni dopo la morte di Riina, Sottile sul Foglio e Sansonetti sul giornale per pochi intimi su cui scrive adesso, discettavano della inutilità del 416 bis e della  necessità di chiudere, anche dal punto di vista giudiziario, quella stagione che secondo loro è terminata con la morte del boss dei corleonesi. Come se Messina Denaro non fosse latitante, come se la Camorra non uccidesse quasi quotidianamente, come se la ‘Ndrangheta non si estendesse in tutta Europa, come se ogni giorno non comparissero notizie sui giornali riguardo la presenza mafiosa al nord, come se la mafia che non uccide ma fa affari, ricicla denaro, traffica droga, rifiuti e armi,  entra nel business dei migranti, ecc., fosse meno pericolosa e letale della vecchia mafia.

Lungi da me pensare che Sansonetti e Sottile siano anche lontanamente collusi con la mafia: sono certo che hanno scritto in buona fede, convinti della bontà delle loro asserzioni. E il problema è esattamente quella buona fede, quella convinzione.

Se la mafia non spara, la mafia non arriva sulle prime pagine e, se non arriva sulle prime pagine, non esiste. La normalizzazione, il silenzio, l’anonimato, sono esattamente quello di cui hanno bisogno le organizzazioni mafiose, quello che auspicano ed il motivo per cui tutti odiavano, pur temendolo, Totò Riina. Con un’ antimafia civile ormai istituzionalizzata,  che celebra, giustamente, la memoria delle vittime ma forse, ha perso di vista la necessità di tenere alta la guardia, di avvertire, informare, denunciare, con un’antimafia politica delegittimata dalla stessa magistratura, la guardia alta la tengono poche persone che non arrivano al grande pubblico: studiosi seri  come Nando Dalla Chiesa, scrittori e intellettuali come Saviano, Giacomo di Girolamo, che spesso eccedono e diventano oggetto di facili accuse da parte di chi ha interesse a marginalizzarli.

Il primo messaggio è arrivato con quel post su Facebook della figlia di Riina: una foto elegante, moderna, quasi glamour, che riprendeva una parte del viso della figlia e un dito che indicava il silenzio.La mafia comunica per simboli, sono uomini medievali con una mentalità medievale e un’ intelligenza moderna.  Cosa significava quel post? Dovete tacere davanti a un grande uomo o continuate a tacere, non è cambiato niente? A colpire era l’eleganza del messaggio, evidentemente studiato a tavolino, non lo sfogo improvviso e comprensibile di una figlia che ha perso il padre, ma un messaggio, appunto.

Non vorrei che anche l’ignobile comizio di ieri sera sia un altro segnale, questa volta non state zitti, ma state tranquilli. Non vorrei, ma a pensar male   spesso…

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La scuola è aperta a tutti e a tutte

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Invito tutti, ma proprio tutti i miei 25 lettori e i loro amici/e a sottoscrivere la petizione del manifesto Scuola bene comune, redatto dai sindacati confederali per la difesa di una istituzione che, da anni, subisce attacchi e tagli da governi di ogni colore.

  1. La scuola è un bene comune che appartiene al Paese e non può essere oggetto di riforme non condivise e calate dall’alto: rappresenta invece una risorsa fondamentale di crescita umana e civile per le persone e la società, una priorità su cui far convergere gli interessi dell’intera comunità nazionale

Così recita il primo articolo del manifesto: sembrerebbero parole scontate, quasi banali in ogni paese democratico ma così non è in Italia, dove le riforme scolastiche sono, negli ultimi anni,  sempre state  calate dall’alto,  spesso redatte da chi non è mai entrato in un’aula o da chi, basta leggere il testo della 107, ha scarsa confidenza con la grammatica e le arti retoriche in genere.

Questo è un paese dove stiamo assistendo al tentativo deliberato e reiterato di trasformare gli insegnanti in meri erogatori di un servizio secondo regole e contenuti imposti.

La scuola vive una condizione di diseguaglianza diffusa: alle differenze strutturali tra scuole del nord e scuole del sud, si aggiungono le differenze tra scuole all’interno della stessa città, tra “buone” scuole e “cattive” scuole, tra scuole di periferia e del centro. Sono differenze che influiscono in modo significativo sul lavoro quotidiano e che mettono in crisi, talvolta limitano in modo inaccettabile, il diritto allo studio.

Diritto allo studio garantito per tutti/e e libertà d’insegnamento sono i due pilastri su cui si fonda la scuola , la conditio sine qua non   perché, almeno a scuola, sia garantita equità per tutti.  Tutte e due hanno rischiato in questi anni di essere seriamente limitate da una politica ottusa orientata solo a fare della bassa macelleria sociale, incurante della qualità dell’insegnamento e della qualità di vita all’interno delle scuole.

Gli insegnanti sono stati progressivamente delegittimati, anche grazie a campagne stampa sapientemente orchestrate, la conflittualità con le famiglie è aumentata, una brutta legge come quella del presunto merito ha creato ambienti divisivi minando alla radice la collegialità.

Il problema di fondo è culturale: la scuola non solo deve essere aperta a tutti, la scuola è di tutti. La scuola produce cultura e forma i  cittadini di domani, rende viva e rinnova quotidianamente la lettera della Costituzione, deve sviluppare le competenze necessarie per orientarsi nel mondo e lo spirito critico necessario per contestare ciò che non va e guardare al futuro.

Dietro questo compito fondamentale e strategico per la democrazia, ci sono gli insegnanti e tutte le altre figure professionali che operano nelle scuola, tutte necessarie, tutte importanti: senza la presenza degli uni, il lavoro degli altri non sarebbe possibile.

La scuola è comunità, aperta al mondo e nel mondo, non una torre d’avorio ma una casa di vetro, non è un luogo dove si imparare a diventare lavoratori o consumatori, ma dove si impara a diventare uomini e donne.

La scuola vuole misure concrete, non grandi proclami e il  recupero di spazi di dignità che le sono stati sottratti con il tacito consenso di troppi, con la colpevole indifferenza della maggioranza silenziosa.

Per questo vi invito a firmare e a far firmare un manifesto che riguarda ognuno di noi: disinteressarsi della scuola significa disinteressarsi del futuro di questo paese e dimenticare il passato.

Il link per firmare la petizione è:  http://www.petizioni.net/manifesto-scuola-bene-comune

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La sinistra massimalista non ha più senso, una sinistra nuova, sì.

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Da sindacalista, sono profondamente contrariato dell’ennesima, inutile prova muscolare della Cgil che sembra voler lanciare il nuovo Movimento MDP-Si che correrà come avversario del Pd renziano.

Mi sembra un ritorno al passato, una vacua ricerca di un consenso che non tornerà mai ai livelli di un tempo, perché i tempi sono cambiati, soprattutto mi sembra gravissimo e autolesionista abbandonare il tavolo delle trattative e rinunciare a quello che si è ottenuto in nome, appunto, di un massimalismo sindacale che era già fuori dal tempo al culmine del suo splendore, figurarsi oggi.

Ma io sono un militante della Cisl, quindi il mio giudizio è sicuramente viziato da parzialità. Quindi, abbandoniamo, per ora. il discorso sindacale.

Quello che non vorrei è che la “nuova” sinistra commettesse l’errore imperdonabile di porsi in continuità con il passato, di guardare indietro invece che avanti, di voler combattere il radicalismo della destra ( così si chiama, giornalisti illetterati, non populismo che è altra cosa) con un neo radicalismo di sinistra altrettanto ottuso, antistorico, stereotipato e vecchio. Insomma non vorrei che Mdp e Si seguissero l’esempio della Camusso (scusate, ho detto che non ne parlavo più).

Se deciderò di votare Mdp, e al momento mi sembra l’unica scelta possibile, lo farò perché ho molta stima di Pippo Civati e del suo amico Letta, se deciderà di tornare in campo, non certo per Bersani, D’Alema o Grasso, gente che ha portato a Renzi, cioè al disastro Civati e Letta sono uomini di sinistra con in mente un’idea di social democrazia moderna, che non rifiuta in toto il liberalismo ma solo le sue istanze più ciniche e disumane, che sa guardare avanti, che ha una visione del mondo diversa.

Io credo che una società più giusta sia possibile anche all’interno del sistema capitalista, se l’Italia trova una coalizione di governo formata da uomini  seri e competenti, se questa coalizione smette di mentire alla gente, se non insegue la destra mirando a provvedimenti che solleticano la pancia di quella gente, se insomma prende una direzione diversa dalla politica di Renzi e da un governo che è stato un vero capolavoro di incompetenza e approssimazione.  Il paese  non ha bisogno di visionari, giustizialisti  o neo demagoghi che facciano risuonare i consueti slogan vecchi di cent’anni, ma di una classe dirigente nuova, preparata e lungimirante.

Troppo comodo per un Pd che ha fallito obiettivi e promesse, che ha dato vita a una serie di riforme sbagliate e raffazzonate, che ha addirittura, negli ultimi tempi, svoltato a destra su questioni di principio, come quella degli immigrati, dire che con la divisione si favorisce la destra. Troppo comodo recuperare la solita litania del voto utile per arginare la destra fascista quando la destra fascista l’avete riesumata voi.

Perché Berlusconi e Salvini li ha resuscitati il Pd, erano morti e il Pd gli ha ridato vita sbagliando tutto quello che si poteva sbagliare, impedendo a Renzi di frenare la propria megalomania e accompagnandolo al disastroso referendum che ne ha sancito la fine politica. A meno di non credere alla farsa delle primarie e a un consenso a sinistra che solo lui crede ancora di avere.

La verità è che il Pd targato Renzi ha fallito tutti gli appuntamenti importantti,ha perso la Liguria e la Sicilia, non ha portato a termine nessuna delle riforme che si era prefisso e l’apparente miglioramento della situazione economica, esiguo, quasi impercettibile, è dovuto a un momento di congiuntura favorevole, non certo a provvedimenti controproducenti come il jobs act, i voucher, i bonus, ecc.

Renzi non ci ha traghettato fuori dalla crisi, come vuole la schiera dei suoi estimatori, ci ha resi più poveri, un po’ meno liberi, molto meno fiduciosi nel futuro.  E ha distrutto il più grande partito di sinistra dell’Europa occidentale.

Soprattutto, ci ha sommerso di bugie.

Mi aspetto dalla nuova sinistra un cambio di passo: provvedimenti seri, chiari, che non salvino le masse proletarie ma non cerchino neanche di azzerarle, una narrazione più aderente alla realtà e meno simile a quella della famiglia del Mulino bianco, politiche sociali forti, una tassazione progressiva ormai irrinunciabile in un paese civile, un contrasto deciso e fermo all’evasione fiscale, un piano a lungo termine ( non quinquennale, lo dico per i maligni) sul lavoro e sul rilancio dei settori più a rischio, nuove infrastrutture che non violentino il territorio e non richiamino alla memoria il gigantismo fascista (niente Ponte sullo stretto, per favore, ampliamo la rete ferroviaria siciliana, piuttosto), meno cemento e più ristrutturazioni, più cultura e meno tv spazzatura. Mi aspetto inoltre un piano strutturale di risanamento delle periferie e soluzioni serie, condivise con le realtà sane del quarto settore riguardo il problema dei migranti.  Tanto che ci siamo mi piacerebbe che in campagna elettorale, vista l’aria che tira, si ribadisse la necessità di mantenere il carcere duro per i mafiosi e si pensasse  a un approccio diverso riguardo al problema delle droghe (liberalizzazione? Consumo responsabile? Non so, il discorso sarebbe lungo).

In sintesi, mi aspetto la possibilità di avere un paese più civile, più moderno, più libero.

Naturalmente, tutto questo è realizzabile se si ha il coraggio di guardare avanti  e si lascia perdere la tentazione di un impossibile revival. la scelta della Camusso  e le parole di Landini, a mio parere, non lasciano ben sperare. Quella sinistra è e sarà sempre più marginale.

Se tutto si risolverà in una gara a chi è in grado di riempire le piazze e gridare più forte, allora chi crede in una sinistra moderna, nei suoi valori, nella sua capacità di far diventare il mondo un posto migliore, sarà stato tradito per l’ennesima volta. E francamente, cominciamo ad averne le scatole piene.

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La curiosa schizofrenia del ministero dell’Istruzione

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La parola d’ordine del Miur, per quest’anno, sembra essere: contrastiamo il bullismo.  Le scuole sono obbligate da quest’anno ad avere un referente per il contrasto al bullismo e il referente è obbligato (ahimè) a formarsi sull’argomento, così da ritrovarsi la posta elettronica piena di offerte di formazione, tutte a pagamento, of course, dai vari angoli d’Italia.

E’ mia opinione personale che il bullismo sia fenomeno molto più marginale di quanto i media ci facciano credere, tuttavia, fosse anche solo una l’anno la vittima di tali atti, va tutelata, e l’autore va recuperato o punito. Già.

Dico già perché qui arriviamo alle dolenti note. Da quest’anno, il voto di condotta, oltre ad essere, per motivi oscuri, di nuovo espresso ” con una valutazione del comportamento con giudizio sintetico e non più con voti decimali, per offrire un quadro più complessivo sulla relazione che ciascuna studentessa o studente ha con gli altri e con l’ambiente scolastico” non ha più valore ai fini dell’ammissione della classe successiva.  Come poi io possa offrire un quadro di più complessivo sulla vita di relazione di uno studente all’interno della scuola con un giudizio di poche righe è oggetto di esilaranti discussioni tra noi insegnanti e frutterà, probabilmente, formule alchemiche standardizzate.

Il povero referente sul bullismo si chiede: senza un deterrente efficace, come lo spettro della bocciatura, senza soldi per attuare progetti ad hoc, senza un rapporto costante e cooperativo con la famiglia, come te lo recupero il bullo ?

Il professore, specie se lavora in una scuola di periferia, con quei criteri di disagio economico e sociale che le fanno attribuire la qualifica di scuola a rischio, si chiede: come la mantengo la disciplina se il comportamento non vale neanche per la media finale di ammissione all’esame?

Nel giro di tre anni siamo passati dalla possibilità di bocciare un alunno con solo un cinque in condotta ( follia pura),  al non poter più non ammettere alla classe successiva un alunno che si comporta in modo non adeguato con compagni e professori, che è maleducato, ecc. ( follia purissima).

Personalmente non credo nelle sanzioni disciplinari ma nei deterrenti sì e questa schizofrenia ministeriale, questo andare incontro a genitori iperprotettivi e sempre assolutori nei riguardi dei figli, invece che a insegnanti  sempre più delegittimati, mi preoccupa molto.

In realtà il mistero è presto svelato: le bocciature costano e il ministero, non potendo (ancora) vietarle del tutto, forse per un residuo di pudore, forse per mera dimenticanza, mette comunque dei paletti sulla strada degli insegnanti sempre più ardui da superare.

Peccato che così ad essere danneggiati siano i primi fruitori della scuola, i ragazzi e le loro famiglie, anche quelle iperprotettive. 

Perché un ragazzo che non rispetta gli altri non rispetta, prima di tutto, sé stesso, un ragazzo che ignora le regole non è libero e intraprendente, la maggior parte delle volte è solo maleducato, un ragazzo “difficile” può essere recuperato, con lo sforzo congiunto dei suoi insegnanti, molta pazienza  e adeguati deterrenti ma, se questi mancano, sarà perso. A meno che il Miur non voglia risparmiare ulteriormente aumentando i tassi di dispersione scolastica.

Spesso, gli unici a curarsi veramente dei ragazzi, a tendergli la mano, sono gli insegnanti, dal momento che, specie in certe realtà, le famiglie, quando ci sono, sono occupate a tirare avanti a stento. Con questa schizofrenia costante, queste normative che sono evidentemente mirate esclusivamente al risparmio e ignorano totalmente il lato educativo e formativo della scuola, si sta via via indebolendo e delegittimando un’Istituzione che dovrebbe essere a fondamento della democrazia di un paese civile.

Quando a quegli insegnanti verrà tolta la possibilità di tendere la mano, sta già succedendo e succederà, creeremo generazioni di ragazzi infelici, arrabbiati, disadattati,  autoreferenziali e nichilisti, e il successo che riscuotono presso i giovani certi movimenti è la prova evidente di quanto sto scrivendo.

Io, quando devo fermare un alunno, mi faccio mille scrupoli e problemi e così ognuno dei miei colleghi: valutiamo i pro e i contro, la sua situazione familiare e sociale, i margini possibili di miglioramento, ecc.

Tutto questo, che è parte del nostro lavoro, che è una importante assunzione di responsabilità, da quest’anno non avrà più senso perché un burocrate ha deciso che la scuola deve continuare ad essere oggetto di macelleria sociale.

Tanto non importa nulla a nessuno. Tranne a chi quei ragazzi e quelle ragazze li vede ogni giorno, li guarda negli occhi, a volte li sgrida, più spesso li ascolta e, ogni giorno, sente la frustrazione di non poter fare altro per loro se non svolgere al meglio il proprio lavoro.

Ed è proprio il nostro lavoro che non vogliono più farci fare.

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La scuola che si apre al mondo non è quella che ci state imponendo

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Mentre scrivo ascolto Blue  maquams dI Anouar Brahem, grande suonatore di Oud, strumento a corde maghrebino. E’ accompagnato da Dave Holland, Jack de Johnnette e Django Bates, nomi che chiunque ami il jazz conosce molto bene.

E’ musica che profuma di mediterraneo, di deserto, di spezie e tristezza, l’ideale colonna sonora per una panoramica sui volti tristi dei migranti su una nave, in attesa che il mare decida la sentenza. E’ musica che arriva all’anima, che ti avvolge come un abbraccio caldo e ti fa viaggiare con la mente.

Nella scuola che sogno, durante l’ora di musica, i ragazzi, ad occhi chiusi, ascoltano queste note di una bellezza struggente, aprono la mente ad altri suoni, ad altre possibilità e sentono l’odore del mondo.

Si potrebbe partire da quei suoni per parlare di migrazioni, o della desertificazione del pianeta, degli squilibri sociali, del terrorismo, dell’arte islamica paragonata a quella cristiana, delle tre grandi religioni monoteiste che nascono dove nasce questa musica…

Si potrebbe, se avessimo una scuola attrezzata, dove la musica si può ascoltare e apprezzare in modo decente e non attraverso orribili registratori portatili, se in ogni scuola ci fosse una lim e una connessione adeguata, per aprire Google earth, se si potesse, senza attendere il placet di dirigenti che spesso lavorano su più scuole, invitare a scuola, a parlare con i ragazzi un Imam, un sacerdote, un rabbino, confrontandosi con loro e cercando risposte alle domande che certamente sorgerebbero numerose nei ragazzi.

E’ un esempio banale di scuola che si apre al mondo. Ma perché lo faccia, perché i ragazzi possano comprendere quello che gli si propone, bisogna fargli qualche orribile lezione frontale e dargli anche qualcosa da approfondire a casa. Perché comprendano anche che,se si vogliono avere risultati, bisogna impegnarsi per ottenerli.

La scuola proposta dal ministero, la scuola della 107 e oggi della ministra Fedeli, non è scuola. Nella narrazione renziana la logica del sacrifico non esiste ad nessun livello, esiste invece la velocità, quella tanto amata dai futuristi. I ragazzi vanno preparati presto ad entrare nel mondo del lavoro, tanto presto da pensare di eliminare un anno di scuola alle superiori, per accelerare il processo, nel nome di un schizofrenia motoria assolutamente incomprensibile e incompatibile con quello che è l’istruzione.

Non pensare, corri, è il mantra dei nostri tempi.

Fermati    e rifletti, dopo che l’hai fatto, rifletti ancora, questo è quello che dovremmo insegnare a scuola. Pensa, guardati attorno, cerca di capire cosa ti circonda, di decifrare i messaggi con cui ti bombardano, trova la tua strada. Questo insegniamo ai nostri ragazzi e ancora: nessuno ti regala niente, non ci sono scorciatoie, a pagare è il sacrificio, l’onestà, l’impegno.

Sono consapevole che sono valori in contrasto sia con la scuola supermercato berlusconiana sia con la scuola azienda di Renzi, ma questo è quello che fanno gli insegnanti quando mettono un brutto voto o quando, malvolentieri, bocciano un ragazzo. Perché la bocciatura non è un atto di sadismo gratuito, ma una decisione collegiale presa da tutti i docenti del corso per il bene del ragazzo.

Così come i compiti a casa sono il necessario complemento del lavoro svolto a scuola. Mi spieghi il ministro Fedeli come potrebbe insegnare qualcosa di utile senza assegnare un ripasso o un’ esercitazione sul lavoro svolto in classe un insegnante che ha due ore a settimana con quei ragazzi, magari attaccate o una all’inizio e una a mezzo settimana. Mi spieghi anche come possiamo verificare quello che hanno capito, le famose competenze di cui il ministero e lei, Ministro, mostrate di non capire niente, senza compiti, senza studio, lavorando solo in classe?

Le competenze sono una cosa seria, non sono d’accordo con chi dice che non servono a nulla, ma presuppongono un’altra scuola e un altro modo di lavorare. Lavoro per classi parallele, modalità cooperativa, classe capovolta, sistemi che possiamo utilizzare sporadicamente, per singole attività e non sistematicamente per quella carenza di strutture e materiali di cui parlavo all’inizio.

La compilazione del foglio che indica le competenze dei ragazzi, obbligatoria da quest’anno, è una presa in giro, alberi distrutti inutilmente per fabbricare cartaccia perché non siamo in grado, nel sistema attuale, di valutare nessuna competenza.

Avendo perso i docenti, il Ministero cerca di recuperare i genitori , con proposte prive di senso senza un cambiamento strutturale di programmi e modalità operative differenti. La scuola dovrebbe cambiarla chi la scuola la vive e la fa ogni giorno, non dei burocrati che fanno calare dall’alto riforme che sembrano copiate a spizzichi e bocconi da manuali di pedagogia vecchi di trent’anni.

La scuola non è una torre d’avorio e non è una fucina di lavoratori, è un luogo dove si maneggia materiale delicato e incandescente: gli uomini e le donne del futuro, i cittadini del futuro. Andrebbe trattata con più rispetto, andrebbe considerata un bene comune e, come tale, qualunque modifica andrebbe sottoposta al giudizio di chi  alla scuola riesce ancora a dare un senso col proprio lavoro quotidiano.

Siamo stanchi di frasi buttate a caso, di esternazioni estemporanee, di considerazioni da viaggio in metropolitana senza capo né coda, che sottintendono che gli insegnanti passano il loro tempo a trastullarsi invece di pensare al proprio lavoro.

Gli insegnanti italiani lavorano con spirito di servizio, affrontano e risolvono problemi spesso da soli, sono punti di riferimento per famiglie ed alunni e meriterebbero ben altro rispetto e considerazione da chi dovrebbe garantirli ed aiutarli a svolgere al meglio i propri compiti.

La funzione educativa va di pari passo con quella formativa, il mondo è sempre più complesso e sono gli insegnanti, in prima battuta, a fornire le chiavi per decodificarlo mentre il loro compito prioritario sembra essere diventato quello di riempire moduli su moduli che non dicono niente e non servono a niente.

Non magister scholae sed magister vitae, dicevano gli antichi, trovando perfetta consonanza tra il sapere, la conoscenza e la vita. Questo dovrebbe essere la scuola, un luogo in cui si studia la musica del mondo perché ognuno possa trovare la propria melodia.

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un passato lontano, un presente vicino

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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.

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Memoria dell’infamia Perché l’orrore non deve essere dimenticato

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“ E ora hanno tirato fuori questa storia di Anna Frank, ammesso che sia mai esistita”.  (estratto di chat con un  mio ex alunno  neofascista)

Dobbiamo ricordare Riina, ficcarlo bene nella nostra memoria  alla voce “infami assassini”  perché domani un giovane eviti di dire “ammesso che sia mai esistito”.

Accanto alla memoria necessaria e dovuta di ogni vittima di mafia , va coltivata, a mio parere, anche una memoria dell’infamia e degli infami, di quella lunga scia di assassini miserabili, Riina sebbene ritenesse di essere un re era solo uno tra tanti, che ha insanguinato il nostro paese e continua a farlo.

La foto postata dalla figlia di Riina su Facebook, una foto elegante, quasi glamour, sembra uno spot perfetto per la mafia 2.0, quella che è già presente nel nostro paese  e in Italia: state zitti, dice quella foto, tacete di fronte alla fine dell’imperatore, non dovete credere che adesso che lui non c’è più sia cambiato qualcosa, perché la storia, la nostra storia , continua…

E’ una intimidazione mafiosa? La richiesta di chinare la testa e togliere il cappello per la fine di quello che, secondo la logica mafiosa, è stato un grande capo,  il capo dei capi? 

Probabilmente lo scopriremo tra qualche tempo.  I mafiosi ragionano per simboli, i loro messaggi sono molto meno espliciti  quando sono importanti, meno rozzi delle teste mozzate di cavallo.

Un errore imperdonabile sarebbe quello di pensare che  con l’ultimo dei corleonesi è finita la mafia.  Intanto Matteo Messina Denaro , colpevole di un numero di omicidi almeno pari a quelli commessi da Riina, è ancora in circolazione e continua a coltivare, a quanto pare, la passione per l’arte, in secondo luogo, sebbene la narrazione berlusconiana prima e renziana poi non la contempli, le mafie prosperano in buona parte del paese, stringono accordi, tessono trame, sono l’unica, vera organizzazione bipartisan del paese.

Pensare che un contadino ignorante come Totò Riina,  semianalfabeta, psicopatico  e megalomane sia riuscito, da solo, a dominare Cosa nostra per decenni sterminando i suoi nemici e arrivando a ricattare lo Stato con la stagione delle bombe, è semplicemente assurdo. Riina, da un certo punto in poi della sua storia e della nostra storia, è stato uno strumento utile a generare il caos nel paese e a favorire l’ascesa di una certa parte politica piuttosto che di un’altra, giudicata forse meno malleabile.

Gli omicidi Dalla Chiesa, La Torre, Reina, Mattarella, Lima sono stati omicidi prima di tutto politici, la mafia ci ha messo, forse, solo i sicari.  Come politiche sono state le stragi di Capaci e via D’Amelio, eterodirette da una mano sconosciuta.

Fino a che non sapremo la verità reale, non solo quella processuale, su quanto è successo in quegli anni, sarà necessario tenere alta la memoria  dell’infamia e degli infami, per riconoscerne la mano, per non dimenticare mai che accanto allo Stato ufficiale, che ha pagato un prezzo altissimo in vite umane con il sacrificio di tanti fedeli servitori e di troppe vittime innocenti, è esistito ed esiste uno stato nascosto, infame, costituito da uomini di potere disposti a tutto pur di  gestire, come burattinai le sorti del paese.

Riina è stato un pupo nelle mani di un puparo senza volto e senza nome, un personaggio secondario , senza nemmeno la dignità del dubbio, di una tragedia che ha condizionato e, forse, continua a condizionare la storia del nostro paese.

Don Luigi Ciotti oggi ha detto che tutti i morti meritano rispetto ed è la prima volta che mi trovo in disaccordo con lui, che però è un sacerdote: io non riesco a provare rispetto di fronte alla morte di un volgare assassino, un pupo maligno  e irredimibile che ha trasformato Palermo in un cimitero a cielo aperto.

E quella foto della figlia, quel segnale nascosto, quell’arroganza tipicamente mafiosa, fa nascere in me la rabbia per la consapevolezza che Riina non era il diavolo, il diavolo è ancora nell’ombra intento a tessere la sua tela.

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La scuola che non vogliamo

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“L’attuale rivoluzione tecnologica deve essere ben gestita se vogliamo ricadute positive sotto il profilo sociale ed economico. Per questo occorre un’evoluzione profonda di tutto il sistema formativo dove conoscenze e competenze sono fondamentali per le sfide globali che ci attendono.

E’ importante governare i cambiamenti e non subirli se vogliamo realizzare un corpo docente competitivo”. 

Sen. Angela  D’Onghia, sottosegretaria al Miur, fonte: Orizzontescuola.

In queste parole sono compendiate tutti i fraintendimenti, gli errori e le sviste  della politica scolastica degli ultimi dieci anni e di quella del governo Renzi in particolare.

Il pensiero che il percorso formativo debba essere sottomesso all’attuale rivoluzione tecnologica, che vadano rivisti modalità e temi dell’insegnamento alla luce dei nuovi strumenti e vada quindi formata una nuova classe di tecno insegnanti al passo con i tempi, è semplicemente aberrante. Corpo docenti competitivo con chi, con cosa?

Qual è l’epistemologia sottesa a questa frase? Perché c’è un mondo dietro, il mondo della narrazione che chi ci governa ci propina da più di vent’anni, un mondo dove tutto funziona alla perfezione e ad emergere  sono i migliori, i più giovani e i più bravi ( la gioventù è condizione irrinunciabile nella narrazione, l’esperienza non conta nulla), un mondo dove la competizione è sempre salutare, un mondo dove chi resta indietro non esiste.  La scuola di questo mondo non è costituzionale.

Manca completamente, in questa visione distorta e parziale, uno dei compiti istituzionali fondamentali della scuola, quello formativo. Manca completamente la scuola come rapporto, il valore umano che fa la differenza, manca la scuola come fucina di valori, manca la scuola come ricettacolo dei problemi sociali, come punto di riferimento in mezzo al deserto.

Profilo sociale ed economico non sempre vanno di pari passo, anzi, negli ultimi anni, l’economia sta distruggendo il sociale in ogni suo aspetto. Asservire la scuola alle logiche aziendalistiche, renderla azienda a sua volta, sarebbe un errore gravissimo e il governo Renzi sembra aver intrapreso esattamente questa strada. Sostituire l’obbedienza allo spirito critico è il sogno di ogni sistema totalitario e un mondo dove le logiche economiche definiscono quelle sociali e politiche, è un mondo totalitario.

La scuola è prima di tutto cultura, uno sguardo sul mondo per trovarne chiavi di lettura, il tentativo di decodificare e smascherare tutto ciò che limita, controlla o cerca di influenzare la nostra libertà di giudizio. Non c’è macchina che possa fare questo, la tecnologia non sostituirà mai un buon insegnante. La scuola deve educare alla bellezza, non a bruciarsi le diottrie dietro uno schermo.

Bisogna educare i giovani insegnanti ad ascoltare i ragazzi, a mettere da parte quanto imparato sui libri e negli osceni corsi di formazione istituzionali, bisogna che comprendano chi hanno davanti, le sue esigenze, il suo linguaggio, che entrino nel suo mondo per aiutarlo a uscire e ad entrare nel mondo reale. Altro che  innovazione tecnologica e corpo docenti competitivo.

Chi scrive non è un luddista, sono un appassionato di nuove tecnologie e credo che, se usate con parsimonia, possano risultare utili nel lavoro. ma si tratta di meri strumenti, come i libri di testo: non possono essere la base di definizione del mio programma didattico né influenzarlo in alcun modo.

Per altro, questa fantomatica tecnologia latita nella maggior parte delle scuole, questi input che arrivano dal ministero sono un vacuo ciarlare di nulla.

Ovviamente i ragazzi vanno educati a un uso intelligente delle nuove tecnologie,  ne devono conoscere le potenzialità e soprattutto, i pericoli. Forse il sottosegretario non sa che mettere tra le mani di un adolescente uno smartphone di ultima generazione o un laptop senza controllo, equivale a farlo giocare con una rivoltella carica. Ed è grave che il sottosegretario non lo sappia, ancor più grave che non lo sappia il ministro.

Prima di governare i cambiamenti è necessario comprenderli, non seguire lo spirito del tempo in modo supino, senza avere idea di cosa si sta facendo. Sarebbe opportuno che pedagoghi, psicologi, filosofi e politici la piantassero di dire cosa la scuola deve essere e cosa non deve essere e lasciassero che a farlo siano gli insegnanti, che la scuola la tengono in piedi, nonostante tutti quelli di cui sopra, e la mandano avanti ogni giorno.

Ultima osservazione: quanto affermato dal sottosegretario entra in contrasto, seppure in limine, con la libertà d’insegnamento. Attenzione, perché è il fondamento della democrazia in questo paese, la conditio sine qua non  per definirci ancora un paese libero.

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Whistleblowing: prove tecniche di un nuovo concetto di cittadinanza

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La notizia non ha avuto una grande rilevanza sui media, eppure la meriterebbe. L’approvazione della legge sul whistleblowing, una serie di norme per proteggere chi denuncia comportamenti scorretti sul posto di lavoro, a partire da episodi di corruzione, segna un passo in avanti verso quella rivoluzione culturale di cui questo paese ha un assoluto bisogno. Tutti noi, oggi, siamo un po’ più responsabili, abbiamo una possibilità in più per cambiare lo stato delle cose.

Fino ad oggi, non solo chi segnalava un episodio di corruzione non era tutelato ma, spesso, era soggetto a ritorsioni e perdeva il posto di lavoro. Questo non accadrà più. La legge è perfettibile, lo Stato, per esempio, deve fornire gli strumenti tecnici adeguati che garantiscano il whistleblower, ma è comunque di fondamentale importanza che sia stata approvata.

Arriviamo curiosamente in ritardo, ma forse non troppo curiosamente, viste l’incidenza della corruzione nel nostro bilancio, rispetto ad altri Stati europei e non, dove, ad esempio, il whistleblower viene addirittura premiato. 

Denunciare la corruzione non deve essere visto come un atto delatorio ma come un atto di cittadinanza attiva, compiuto a beneficio della collettività. Bisogna combattere la logica del farsi i fatti propri, l’eterno atteggiamento delle tre scimmiette, così caro agli italiani: se la corruzione danneggia tutti , è arrivato il momento che tutti si adoperino per contenerla. Il whistlebowing  dovrebbe diventare un dovere civico per ognuno di noi, un atto necessario.

Ovviamente, questo strumento non va usato per consumare vendette private, non deve trasformarsi in un incitamento alla calunnia e un tale uso della legge andrebbe sanzionato severamente.

Questo provvedimento non è ovviamente sufficiente a contenere un male che nel nostro paese è endemico, trasversale e, tutto sommato, socialmente tollerato. Sembra quasi essere opinione comune che chi occupa posti di potere ne abusi a proprio vantaggio, con buona pace dei concetti di etica del lavoro e professionalità, per non parlare dell’utile comune. manca il discredito sociale verso i corrotti e la capacità di comprendere che chi li denuncia rende un servizio alla collettività.

Non basta una legge a cambiare le persone, a modificare un atteggiamento culturale, è necessaria un’opera di educazione che andrebbe condotta, in primis, naturalmente, dalle agenzie educative che svolgono istituzionalmente questo compito per formare le nuove generazioni. La scuola deve tornare ad essere protagonista, a dare ai ragazzi delle basi valoriali oltre che delle nozioni.

In seconda battuta, toccherebbe allo Stato e ai media avviare una grande e diffusa campagna d’informazione sull’argomento. Il relativo silenzio che ha fatto seguito all’approvazione della legge, l’anglicismo con cui è stata designata, suonano un tantino sinistri, come se si fosse trattato di un atto ormai dovuto ma non troppo auspicato.

La lotta alle mafie e alla corruzione, che delle mafie è il terreno di coltura e l’arma più potente, non può essere delegata esclusivamente alla magistratura, deve diventare un impegno collettivo di ogni cittadino.  Bisogna sconfiggere la logica del favore, della scorciatoia, del consesso dei pochi che decide per gli altri, dell’invidia per chi ha amici importanti e può arrivare dove altri non arrivano, senza nessuna logica meritocratica. Bisogna scardinare alle radici l’osceno concetto che un po’ di mafia, un po’ di corruzione in fondo fa bene a tutti e sostituirlo col concetto che un po’ di mafia, un po’ di corruzione danneggiano tutti, con conseguenze spesso tragiche: basta pensare ai casi di mala sanità, alle case costruite con la sabbia, ai rifiuti tossici, ecc.

E’ ormai tempo di capire che la tutela dei nostri diritti non può essere totalmente delegata ad altri così come la responsabilità individuale. Solo così questo paese potrà ritrovare un futuro. Solo se ogni cittadino comprenderà che è suo dovere attivarsi per rendere questo paese migliore.

La speranza è che questa legge rappresenti un inizio, un primo passo sulla strada del coinvolgimento sociale di tutti contro la corruzione e la sopraffazione e che non si trasformi nell’ennesima occasione mancata.

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