Archivia Settembre 2017

Genova muore a Multedo

Qualche tempo fa in via XX Settembre, in pieno centro città, si radunò davanti a un palazzo un centinaio di persone che portavano delle bottiglie d’acqua. Avevano tagliato l’acqua a un gruppo di immigrati ospitati in quel palazzo e tanti genovesi hanno detto no, questo è troppo. A scuola, alcuni miei alunni mi videro sul giornale, c’eravamo anch’io e mia moglie tra quelle persone, e mi chiesero cosa era successo. Quando terminai il mio racconto, una ragazzina ecuadoriana disse: “ Dobbiamo fare qualcosa anche noi, non è giusto, ci dica cosa possiamo fare”.

Potrei concludere qui quest’articolo sulla vergognosa vicenda di Multedo, una vicenda di razzismo pregiudiziale e scaricabarile politico, potrei concludere dicendo che grazie a Dio, i ragazzi sono meglio di noi. Anche quelli stranieri.

Quella è stata l’ultima occasione, non accadeva da tempo, in cui mi sono sentito orgoglioso di essere nato casualmente in questa città. Dopo lo sgombero del campo rom con miei alunni annessi nel quartiere  in cui lavoro, sgombero necessario e sacrosanto, effettuato nel peggiore dei modi possibili, per calcolo politico, dopo questa vicenda di Multedo, torno ufficialmente a essere quello che sono sempre stato: un figlio di emigranti, operai, senza terra sotto i piedi e senza bandiere da sventolare.

A Multedo muore la Genova operaia e solidale, la gente pronta a compattarsi per gli oppressi e i diseredati, la Genova antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, la Genova che scende in piazza contro il congresso dell’Msi, la Genova che segna la strada, quella che nel 2001 insulta I picchiatori in divisa, la Genova operaia e internazionalista, la Genova di don Gallo e don Prospero, dei preti di fabbrica, la Genova che piange Guido Rossa e dice no alla violenza.

Io abito a Pegli, cinque minuti da Multedo e in quindici anni, non ho mai sentito di un fatto di cronaca che avesse come protagonista uno straniero. Mafiosi che vivevano nel quartiere, si, omicidi in odore di  mafia, si, scontri tra figli dei quartieri dormitorio delle  colline, sì.

Multedo ha i suoi problemi, i problemi di una città morta, dove i giovani non hanno prospettive e si chiudono le fabbriche, dove i problemi restano immutati e irrisolti da decenni, dove la politica fa promesse che non mantiene mai.

Anche Cornigliano ha i suoi problemi, è il quartiere dove lavoro da quando vivo a Pegli.  A Cornigliano sedici anni fa, di stranieri ne arrivavano a centinaia, siamo passati dal trenta per cento di stranieri nelle scuole al sessanta per cento di oggi. Ricordo discussioni, tensioni, problemi, fraintendimenti, ma mai levate di scudi aprioristici e ingiustificati contro persone che arrivavano da lontano.

Molto, moltissimo, per la condivisone di percorsi comuni, integrazione è parola che detesto, ha fatto la scuola, prima le maestre e i maestri, infaticabili, impagabili per la loro fantasia e il loro impegno quotidiano, poi i professori della scuola media, i miei maestri, persone che non andavano in televisione parlando di “splendide esperienze con gli stranieri”, come va di moda oggi in tv e sui giornali, ma le esperienze le facevano sul campo, ogni giorno, senza lamentarsi. Continuiamo a lavorare così, in silenzio, senza avere l’onore di prime pagine e servizi televisivi, perché riteniamo che lavorare così faccia parte dell’etica del nostro lavoro.

Mi chiedo: perché Cornigliano, disastrata, avvelenata per decenni dai fumi dell’Italsider, quindici anni fa andava bene e Multedo, oggi, non può accogliere sessanta persone? Perché certi quartieri sì, e altri no?

Ma soprattutto mi chiedo quale insegnamento danno ai loro figli quelle persone che manifestano il loro odio pubblicamente verso altre persone che non conoscono, di cui non conoscono le storie e le aspettative?

Mi spiace, so di essere impopolare, ma queste persone, per me, non hanno giustificazione. Qui si parla di umanità, pura e semplice e il fatto che i profughi verranno ospitati in una struttura della curia rende tutto solo un po’ più triste, un po’ grottesco. Non c’entra niente la politica, né il mio essere cattolico: si tratta di una questione etica.

E veniamo all’atteggiamento della politica. Il Pd, sempre più spostato a destra, che a Genova offre una delle sue versioni più penose, tace. Anche perché la sinistra ha senza dubbio la colpa di non aver risolto il problema epocale dello spostamento del petrolchimico da Multedo, quello sì, problema serio che meriterebbe barricate.

La nuova giunta, salita anche grazie alle tendenze xenofobe della sua maggioranza, lascia la patata bollente al prefetto, nella migliore tradizione della vecchia politica. Da quando il nuovo sindaco si è insediato, abbiamo sentito tante chiacchiere, assistito a nomine ai confini della realtà, ma visto pochissimi fatti e, quei pochi, irrilevanti.

Ecco io credo che anche la politica dovrebbe porsi un problema etico: l’odio non giova a nessuno, l’odio cieco, ancor meno, anche perché l’obiettivo può cambiare a seconda del momento e a quelli a cui conviene oggi può non convenire più domani. La politica dovrebbe educare al rispetto del dettato costituzionale che parla di uguaglianza  e condanna del razzismo e delle discriminazioni.

Purtroppo, Multedo è lo specchio di un paese senza direzione e senza valori di riferimento, la guerra tra poveri è l’inevitabile conseguenza della guerra al buon senso e all’ integrità combattuta e trionfalmente vinta dai nostri politici negli ultimi anni.

“La speranza è nei prolet”, recitava Orwell, la speranza è negli ultimi, in quelli che si rimboccano le maniche e ogni mattina, lavorano duro per portare a  casa il pane.

Ci abbiamo creduto in molti a quelle parole, purtroppo, oggi, dobbiamo accettare il fatto che la speranza, se c’è ancora, è altrove.

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Miserie in ordine sparso.

A volte di una tragedia sono i particolari che ci colpiscono, stranamente  e impietosamente, se volete. Così della storia della ragazzina uccisa dall’ex compagno della madre mi è rimasto impresso il fatto che la donna abbia esternato la sua rabbia su Facebook.

Com’è possibile? Sparano in faccia a tua figlia, uccidono tua figlia e tu trovi il tempo per postare su Facebook e rilasciare interviste alla tv?

Siamo arrivati alla socializzazione del dolore e sarebbe da studiare, per capire se si tratta di un mezzo per sterilizzare le emozioni, renderle accettabili se condivise con altri, in qualche modo alleggerirne il peso facendole in piccoli pezzi e distribuendoli al mondo oppure se, come temo, progressivamente, stiamo perdendo la capacità di vivere emozioni autentiche, con tutto quello che questo comporta in termini di elaborazione del lutto e reazioni smodate, ad esempio, di fronte a un comune fatto della vita come un abbandono.

Il ragazzo che uccide l’ex fidanzata e fa le boccacce alla gente che grida improperi contro di lui, è l’immagine simbolo della scomparsa del senso di colpa. A furia di coccolare, blandire, incoraggiare i giovani, abbiamo fino per deprivarli di quel deterrente giudaico cristiano,a volte devastante ma spesso salutare, che ha segnato tutti quelli che hanno più o meno la mia età. LI abbiamo lasciati soli, senza una bussola, e l’esagerato investimento emotivo nei rapporti interpersonali, vissuti senza mezze misure, con un dannato spirito di possesso, è il risultato.

Vedo quotidianamente genitori giovani, brave persone, preoccupate per i figli, che non comprendono che se la colpa non comporta nulla, se la trasgressione non viene sanzionata in modo severo, non c’è colpa. E’ un discorso difficile da fare in una società in cui si confonde la comprensione con la giustificazione, in cui a sentirsi in colpa sono i genitori e non i figli, in cui psicologi, pedagoghi  ed  esperti vari, propongono ricette preconfezionate di assoluzione aprioristica di certi comportamenti avallandoli nei fatti.

Così finiamo per perdere il senso di quello che conta davvero e accettiamo tutto: il ragazzino figlio di papà che dà fuoco al barbone, le ignobili insinuazioni su due turiste stuprate da due carabinieri, le assoluzioni dei politici corrotti, le manifestazioni contro i negri, le ignobili forzature quando gli stupratori sono stranieri, gli ignobili titoli di giornale. Ci culliamo nell’illusione che questa si libertà, democrazia, parole che hanno perso significato in una società in cui nessuno vuole essere veramente libero, per questo comporterebbe assumersi delle responsabilità.

La notizia che più mi ha amareggiato è stata la riunione dei cittadini di Multedo, un quartiere operaio della periferia genovese, contro l’arrivo di sessanta profughi da ospitare in un ex asilo dismesso. In particolare, mi hanno colpito i commenti di giovani e arroganti radical chic in carriera politica che fingono di tutelare e difendere gli interessi del quartiere per avallare il proprio razzismo e quello dei propri concittadini.

Parole che suonano come musica alle orecchie di una giunta di estrema destra che si trova inaspettatamente in sintonia con la pancia di molti cittadini in una città che ha scritto pagine epiche della Resistenza. Parole che suonano come un de profundis per la Genova in cui sono cresciuto, una città capace di alzare la testa e i pugni chiusi in difesa di chiunque fosse umiliato ed offeso, la città di don Gallo, la città degli operai che, molte volte, ha segnato il tempo ai governi e la linea al paese. 

Il mio non è un discorso ideologico, come potrebbe sembrare. Anni di giunte rosse hanno portato alla creazione di comitati d’affari da sagra paesana e bloccato le possibilità di sviluppo di una città vecchia, decadente, abitata per lo più da anziani e incapace, oggi, di ritrovare un briciolo di quella superbia per cui era conosciuta nel mondo.

Ma malgrado le speculazioni, gli scandali, i padrini e feudatari politici, quando arrivava il momento la città si univa e si muoveva come un solo uomo. Non è più così e personalmente, con le mie origini siciliane e il questo non sentirmi più a casa nella città dove sono nato, mi sento sempre più profugo anch’io, migrante nell’anima in cerca di un  porto dove gli uomini sono ancora uomini e non bisogna continuamente insegnare ai ragazzi che siamo tutti diversi, siamo tutti coloured, a seconda di dove andiamo e di quelli con cui ci rapportiamo, che i colori non esistono, sono una rifrazione della luce, che le razze non esistono, ecc.

Non è colpa della politica, è colpa nostra, del nostro benessere costruito sulle miserie degli altri, della nostra profonda ignoranza e del compiacimento della nostra ignoranza. La politica disgustosa di questi tempi è solo specchio della società disgustosa che abbiamo contribuito a creare.

E sto esternando su un social anch’io, maledizione.

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La scuola e la narrazione di un mondo diverso

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Tutti quelli che tra qualche giorno si siederanno in cattedra nelle loro aule, me compreso, dovrebbero farlo con la consapevolezza che mai come in questi tempi il nostro lavoro rappresenta un argine all’epidemia di stupidità, egoismo e ignoranza dilagante.

La scuola deve tornare ad essere, nonostante le pessime finte riforme e i discutibili ministri, il personale che manca, i problemi strutturali degli edifici, la conflittualità con le famiglie, un presidio di democrazia e recuperare quel ruolo di ascensore sociale e palestra di spirito critico che, negli anni, è andato sempre più scemando.

Dobbiamo tornare a offrire una narrazione diversa del mondo, spiegare ai ragazzi che questo non è il migliore dei mondi possibile e che cambiarlo è loro preciso dovere, se non vogliono essere risucchiati nella deriva etica e morale che ci circonda. Narrare il mondo presuppone conoscerlo, raccontarlo significa riconoscerlo e vederlo da nuove prospettive, l’atto di insegnare non è mai unidirezionale: è sempre un dare e ricevere, un aprire e un aprirsi.

E’ tempo che la scuola torni a creare valori, a porre le basi per una cittadinanza attiva e consapevole, a informare e invitare a leggere con occhi critici e attenti la realtà che ci circonda.  Senza dogmatismi, senza disonestà intellettuale, senza verità in tasca: a scuola bisogna invitare a ricercare ognuno la propria verità.

Per fare questo, a mio parere, è necessaria una scuola nuova, libera da programmi predefiniti, vecchi di trent’anni e modalità di insegnamento ancora più vecchie, una scuola che educhi, formi e informi, aperta al mondo e al dialogo, che sperimenti quotidianamente nuove strade, che metta al primo posto i ragazzi e il valore che questi ragazzi rappresentano per il mondo. Una scuola che non integri, ma condivida un parte di strada con chi arriva da lontano. Il verbo integrare presuppone l’esistenza di una cultura dominante, migliore, esattamente quello che la scuola non deve insegnare.

Gli insegnanti devono assumersi la responsabilità del proprio ruolo comprendendo che mostrare la bellezza e insegnare ad apprezzarla, trasmettere le lezioni del passato che spieghino il presente e preparino il futuro, entrare in empatia con ragazzi sempre più smarriti, privi di valori di riferimento e spinti ad omologarsi è compito gravoso, da far tremar le vene e i polsi, ma prezioso e necessario, ineludibile in un mondo in cui dilaga l’odio. Canta Chico Buarque che “figlia della paura la rabbia è madre della codardia”, sarebbe una bella frase da scrivere alla lavagna il primo giorno.

Personalmente, trovo aberrante la riduzione imperante della scuola a trampolino per il mondo del lavoro, pur essendo consapevole della necessità di un percorso virtuoso che vada in questa direzione, soprattutto negli ultimi anni delle superiori.Nello stesso tempo, riscontro la necessità di riportare a scuola quelle attività pratiche, manuali, oggi scomparse, che un tempo permettevano di stabilire un canale di comunicazione con i ragazzi più problematici, impermeabili a una pagina di Dante ma affascinati da un circuito elettrico. Ecco, bisogna tornare a spiegare Dante partendo da fili e lampadine, si faceva, si può tornare a fare, si deve tornare a farlo. Il valore formativo di ogni attività che si svolge a scuola non può essere messo in discussione dalle logiche economiche imperanti: prima di tutto formiamo uomini decenti, il resto verrà da sé.

Trovo altrettanto fastidioso il dibattito sui compiti a casa e sulle bocciature: la vita è assunzione di responsabilità, la vita è risolvere problemi consapevoli che ogni porta che si apre ne chiude altre, ogni scelta avvia un cammino. Oggi è più che mai necessario che i ragazzi comprendano che non esistono scorciatoie nella vita, nonostante la visione portata avanti dai media, che la finzione non è realtà e che l’unica strada che permette di andare avanti nella vita è quella che comprende onestà, impegno, sacrificio e responsabilità. L’atto banale di assegnare un compito a casa, e chi mi conosce sa che io preferisco lavorare in classe, è di per sé formativo, perché spiega al ragazzo che vivere non è solo divertirsi, che la conoscenza va acquisita a volte con fatica, che bisogna imparare a gestire il tempo, insegna soprattutto il piacere del lavoro ben fatto, del risultato ottenuto con fatica: un valore fondamentale per la democrazia in questo paese, secondo Havel, l’arma più forte contro l’autoritarismo.

Sono polemiche inutili di chi non comprende che il tempo scuola non è staccato dalla vita ma è tempo di vita fondamentale, per imparare a socializzare, a guardare all’altro senza pregiudizi, per ottenere possibili chiavi di decifrazione del presente, per crescere conoscendo, per stabilire rapporti, per comprendere e comprendersi.

Dobbiamo recuperare la dignità e il valore del nostro lavoro, consapevoli che se qualcosa può ancora cambiare, quel cambiamento può partire solo dalle nostre brutte e scomode aule e dagli occhi pieni di domande inespresse che ci guarderanno il primo giorno di scuola.

Buon lavoro dunque a tutti i colleghi e le colleghe, nonostante tutto e nonostante tutti, a volte, nonostante noi.

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Traiettorie di vite cadenti

Quando ero ragazzo li potevi incontrare ovunque: nei portoni, barcollanti per strada, gli sguardi vuoti persi nei loro sogni chimici. I drogati erano i paria, scomode prove più o meno viventi che no, il nostro non era il mondo migliore possibile. Li disprezzavano tutti; quelli che contestavano la società e non riuscivano a comprendere che, per quanto nichilista e atroce, anche la loro era una protesta, l’urlo silenzioso di chi si sente fuori posto, e i moderati, i perbenisti, spaventati dalla diversità, timorosi del contagio, ben chiusi dietro il muro dei loro pregiudizi.

L’abbiamo incontrata tutti la droga, chi ha avuto la fortuna di scansarsi e lasciarla passar,e sa che è stato solo un caso: la mia, che allora ero un ragazzo di periferia solitario e spesso malinconico, è una generazione di reduci da una guerra non dichiarata che ha seminato e continua a seminare vittime nell’indifferenza di tutti.

Sembrava che tutti i problemi di ordine pubblico e di sicurezza fossero colpa dei tossici: così abbiamo riempito le carceri. I tossici sono sempre lì, ma non li vediamo e li sentiamo poco, continuano le loro traiettorie di vite cadenti, discreti e ignorati.

Poi sono arrivati i rom. La loro percentuale sulla popolazione totale è talmente ridicola che sembra assurdo citarla, eppure anche loro sono stati il problema.  Stavano e stanno sulle palle a tutti i rom: non si lavano schiavizzano le donne, rubano, i soliti luoghi comuni, la solita costruzione del nemico che quel comunista di Chomsky ha analizzato quarant’anni fa. Forse gioca il suo ruolo anche l’invidia per quel vivere misterioso e abusivo, seguendo leggi che non conosciamo, così distanti dalla logica del migliore dei mondi possibile. Hanno cominciato a sgomberarli, vantandosi di aver distrutto con le ruspe le loro case, come accadeva nei ghetti sudafricani, come accade nelle favelas o in tutti i luoghi dove cercano di tirare avanti gli abusivi della vita.  Poco importa se, sgomberandoli, si sdradicavano anche i bambini dai quartieri e dalle scuole dove stavano imparando che si poteva vivere anche in un altro modo, che il loro destino poteva non essere quello del campo. Poco importa se veniva violato il loro diritto costituzionale allo studio e vari altri. Continuano a farlo, nell’indifferenza di tutti, è o non è il migliore dei mondi possibile?

Oggi ci sono i migranti. Se dovessimo sgomberare gli abusivi italiani da tutti i quartieri delle periferie, dallo Zen di Palermo, da Scampia, dai quartieri dormitorio di Milano, Genova, Torino, sarebbe un vero inferno: manganellate come   pioggia d’autunno. Invece un palazzo occupato da anni, sgomberato con una violenza improvvisa e fuori luogo a Roma, diventa l’ennesimo terreno di scontro tra buonisti e razzisti.  I buonisti sono quelli che credono che essere umani abbia ancora un senso.

Lo Stato italiano ha deciso che è elettoralmente e politicamente più comodo mandare i migranti a morire nell’inferno libico invece che razionalizzare l’accoglienza. Il ministro Minniti ha deciso che conta più la pancia razzista di un paese che ormai ha perso qualsiasi residuo di vergogna e dignità, piuttosto che l’etica e la pietà. Perché veniva messa in crisi la tenuta democratica del paese. Così ha detto. E ha messo in condizione di non poter prestare la loro opera quelli che gli esseri umani sentono il dovere di salvarli.

Chi ha la mia età ha visto il terrorismo, nero e rosso, le bombe di Milano e di Brescia, quelle sui treni e quelle di Bologna, ha visto un valente avvocato far scagionare dei killer mafioso dando della pazza alla madre della vittima e poi diventare presidente della repubblica e fare le corna durante una visita ai malati di colera nella sua città, ha avuto notizia di due golpe falliti, ha vissuto il rapimento di un presidente del consiglio lasciato morire perché era meglio così, ha sentito di un banchiere che si è impiccato da solo, come un equilibrista, sotto un ponte a Londra,  ha visto la mattanza di Palermo e sentito il fragore di Capaci, ha accolto con rassegnazione l’altro frastuono, quello che ha dilaniato Borsellino e la sua scorta, ha visto la P2, Gladio, depistaggi di ogni sorta, un aereo cadere nel mare e restare sommerso dalle menzogne, un anarchico volare dalla finestra, ha visto pestare manifestanti pacifici dai poveri polizotti che si beccano di tutto mentre dormivano e altri costretti, dai poveri poliziotti di cui sopra, a cantare in una caserma canzoni fasciste, ha sentito una povera poliziotta dire “uno l’abbiamo fatto fuori” parlando di un ragazzo morto, ha visto scandali di ogni tipo, politici riciclati, un presidente del consiglio con un palazzo di troie a disposizione.

Ecco, io penso che siano cose  come queste a mettere in pericolo la tenuta democratica, per altro sempre piuttosto labile, del nostro paese. Ma il ministro Minniti, probabilmente, queste cose non le sa: fa parte di un governo giovane e la storia è roba da rottamare.

I migranti vengono benissimo per raccogliere la frutta e verdura nei campi, frutta e verdura che finisce sulle tavole imbandite delle signore bene che tengono alla linea e si lamentano dei neri che le infastidiscono chiedendo la carità davanti al supermercato.

Vengono benissimo quando devono lavorare in nero nell’edilizia. Se muoiono, spariscono, tanto c’è sempre qualcuno pronto a sostituirli.

Vengono meno bene se chiedono giustizia e lavoro. Anzi, danno proprio fastidio. Come davano fastidio gli italiani quando all’inizio del secolo scorso e poi a metà del secolo scorso e poi un po’ più della metà del secolo scorso, facevano esattamente la stessa cosa.

Oggi sono gli africani che stuprano le donne, perché sono selvaggi, è la loro natura, ieri erano i romeni, idem. In realtà, a stuprare le donne, dargli fuoco, sfigurarle con l’acido, pestarle, sono gli italiani, sette volte su dieci parenti e amici. Questo se consideriamo le denunce effettive che sono solo la punta dell’iceberg.

Seicento morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, nuovi licenziamenti ogni giorno, le mafie che hanno in mano metà paese: tutti a prendersela con l’Isis e nessuno che si cura di quindicimila persone, tanti sono i mafiosi ufficiali, che gestiscono traffici di droga, di armi, di esseri umani e sono ormai diventati una parte integrante dell’economia del nostro paese. Disoccupazione in aumento, nonostante l’Istat, che considera posti di lavoro anche quelli di chi lavora un’ora a settimana, la droga che sta tornando ad avvelenare i nostri ragazzi, il welfare fatto a pezzi da una politica di macelleria sociale che non accenna a finire, periferie allucinanti e dimenticate in ogni città, infrastrutture insufficienti ovunque, corruzione diffusa capillarmente in ogni settore eppure il problema in grado di mettere in crisi la tenuta democratico dello Stato sono poche centinaia di migliaia di migranti, molti meno di quelli di cui avremo bisogno nei prossimi anni, se vorremo continuare a esistere come paese.

Qual è il male, dov’è il problema, cosa fa scattare il razzismo, la guerra tra poveri? Forse ci stiamo solo evolvendo, forse a furia di scaricare la colpa sugli altri, a furia di arrestare drogati, sgomberare rom, bruciare barboni, spingere omosessuali al suicidio, stiamo finalmente assumendo la forma che ci è più congeniale: quella dei mostri. E quando saremo tutti mostri, indifferenti e pieni di odio a tal punto da mangiarci l’uno con l’altro, ci renderemo conto che forse no, non è il migliore dei mondi possibili.

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