Archivia Luglio 2017

Nascondere i problemi reali non significa risolverli

La morte di una ragazzina di quindici anni è una tragedia insopportabile, lo diventa ancora di più se è frutto di uno sballo del sabato sera. Mi auguro almeno che possa essere l’occasione per un serio esame di un allarme sociale ormai conclamato che a Genova tutti ignorano, tranne chi vi entra  in contatto per lavoro ( forze dell’ordine, operatori del sociale, insegnanti).

Mi riferisco al ritorno in grande stile della droga, all’abbassamento dell’età di chi ne fa uso, alla sottovalutazione del problema da parte di chi dovrebbe prestarvi attenzione.

Siamo di fronte a un problema anche anagrafico: l’età media dei genitori e di molti educatori, fa sì che non abbiano vissuto gli anni della strage dell’eroina in città. Io ricordo benissimo, da ragazzino, lo stillicidio di notizie su ragazzi morti per overdose sui giornali, le siringhe nei parchi, i giovani che si bucavano nel centro storico, qualche amico che prendeva una strada sbagliata. I genitori di oggi hanno vissuto l’età più allegra e spensierata delle canne, al limite lo sballo veloce della cocaina, col mito che si trascina dietro di non dare dipendenza, non conoscono le nuove sostanze presenti sul mercato ( come le metanfetamine, che hanno ucciso la povera ragazzina ieri sera) e, soprattutto, non si rendono conto di quanto oggi sia facile procurarsi droga in città.

Posso capire che a livello nazionale il ritorno in grande stile degli stupefacenti, ormai oggetti di consumo presenti sul mercato a disposizione di tutti, contrasti con la narrazione di un paese in ripresa, con la favola che gli ultimi governi continuano a raccontare a sé stessi, mentre mi risulta difficile comprendere come una giunta comunale appena insediata, con velleità di una netta discontinuità rispetto al passato, non faccia neppure menzione di una ripresa di quelle politiche sociali che negli ultimi anni hanno visto una netta battuta d’arresto e cominci il suo mandato con provvedimenti di facciata che riguardano tutti il centro città. Per i politici genovesi la periferia non esiste. E i risultati si vedono.

Forse, invece di spostare mercatini di disgraziati e spendere migliaia di euro in red carpet, per altro esteticamente osceni e di rara inutilità, sarebbe meglio pensare a come frenare il dilagare degli stupefacenti in periferia, sarebbe più opportuno concentrarsi su come salvare le vite dei nostri ragazzi e su dove trovare i soldi per servizi sociali ormai ridotti all’osso.

Io non ho soluzioni da portare, per altro la mia opinione contrasta nettamente con quella comune sia in tema di liberalizzazione ( sono contrario, a meno che  non venga fatta a livello europeo) sia nella sottovalutazione generale del problema. Facendo parte di una generazione in cui quasi tutti hanno avuto un amico o un conoscente che ci ha lasciato le penne con un ago nel braccio, tendo ad essere piuttosto allarmista.

Le forze dell’ordine da tempo segnalano un aumento del consumo di sostanze tra i giovanissimi, la facilità di procurarsi droghe anche via internet e la moda dello sballo del sabato sera, forse quella che è costata la vita alla ragazzina ieri sera. Ma sono allarmi inascoltati, che non trovano risposte in chi è pagato per darle.

Nessuno sembra ascoltare. I servizi sociali vedono i loro budget ridotti ogni anno, la scuola non è preparata ad affrontare le droghe nella prospettiva attuale: fare terrorismo con ragazzi adolescenti è controproducente e, spesso, anche gli insegnanti sono colpevolmente disinformati sull’argomento. La politica, poi, affronta il tema con superficialità, approssimazione e opportunismo, limitandosi a uno stucchevole ed estemporaneo battibecco tra liberazionisti e contrari alla liberalizzazione, senza entrare nel merito del problema, senza sapere di cosa si sta parlando.

Le dinamiche sociali in atto, la dissennata politica liberista seguita dal governo che sta provocando una progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro con un aumento della precarizzazione e dei licenziamenti, e proprio Genova in questi mesi ha pagato e sta pagando un prezzo alto, fa pensare che presto il problema della diffusione delle droghe non riguarderà più solo i figli ma anche i padri e che si rischia di tornare a  trasformare le periferie in lazzaretti.

Io credo che la politica, locale e nazionale, se vuole davvero rilanciare questo paese, debba tornare prioritariamente a occuparsi delle persone, in particolar modo di quelle più svantaggiate e più a rischio. Visione che certamente non appartiene al neoliberismo imperante, me ne rendo conto. Personalmente, trovo raccapricciante mettere un manager invece che un politico alla guida di una grande città, al di là del colori che lo accompagnano che, nel caso di Genova, mi ripugnano.

Al contrario di quanto si pensa oggi, io credo che questo paese abbia bisogno più che mai di politica e di politici veri, che sappiano svolgere il proprio compito: quello di andare incontro ai bisogni delle persone, non di seguirne gli istinti più bassi. Gli extracomunitari sono diventati un ottimo capro espiatorio e uno specchietto per le allodole che serve a distogliere l’attenzione dai problemi reali del paese e dalle colpe della politica. Non è un caso se anche quel movimento che si proponeva come nuovo ha deciso di cavalcare la tigre del razzismo dilagante, con la consueta approssimazione e il consueto corollario di scemenze che lo accompagnano, da qualche tempo a questo parte.

Regolamentare in modo serio il mondo del sociale, le Ong, i centri di accoglienza, i centri di recupero per tossicodipendenti, ecc., finanziarlo in modo adeguato perché non ci sia chi si arricchisce sulla miseria, applicare in modo efficace e non in senso liberista il principio della sussidiareità, avviare un dibattito pubblico sulle periferie e sui problemi che nelle periferie nascono e dilagano verso il centro, sarebbe il primo passo per una politica diversa, che guardi finalmente alle persone come tali e non come consumatori. Se invece del red carpet e del ribasso del ticket per i parcheggi, che aumenterà a dismisura il traffico in centro con gravi danni per la salute pubblica, si avviasse una grande opera di ristrutturazione del centro storico e delle periferie più degradate della città, unita ad una ristrutturazione sociale, in accordo con le associazioni serie che operano nel sociale, si creerebbero posti di lavoro per anni e si avvierebbe un circolo virtuoso che porterebbe a quel fatidico rilancio della città che tutti auspicano. Sarò prevenuto, ma ho forti riserve sul fatto che leghisti e fascisti possano avviare tutto questo e i primi passi della giunta mi danno ragione.

Se perdiamo i nostri ragazzi, se ci giochiamo una, due generazioni, se sprechiamo idee e potenzialità, se continuiamo a ignorare i problemi reali, come è accaduto negli anni settanta, non rilanceremo questo paese ma lo affosseremo completamente.

Il problema della droga, ormai, è un problema culturale e solo a partire da una cultura diffusa e generalizzata si può risolvere. Invece di formare gli insegnanti su falsi fenomeni mediatici come il bullismo, fenomeno incredibilmente sovradimensionato dai media, sarebbe forse molto più opportuno permettergli di formarsi sulle nuove droghe, sul nuovo identikit dei consumatori e su come contrastare il fenomeno.

Mi rendo conto che le mie parole suonano ironiche, in un paese in cui si manifesta violentemente  e insensatamente contro uno dei pochissimi provvedimenti sensati  per la tutela dei minori  degli ultimi anni.

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Il giorno che hanno ucciso Carlo Giuliani…

Il 2001 dovrebbe essere fissato nella mia memoria perché è stato l’anno in cui sono stato assunto nella scuola pubblica, perché è terminata una storia d’amore, perché l’attacco alle torri gemelle ha cambiato la storia. Invece la memoria è rimasta ferma a quei tre giorni terribili di Luglio, che, in qualche modo, hanno cambiato le vite di chi c’era. Per sempre.

Il giorno che hanno ucciso Carlo Giuliani ero a La Spezia. Ero eccitato, perché quella sera avrei visto il concerto di Bob Dylan, il “mio” cantante, un mito per la mia generazione e molte altre.

Il giorno precedente c’era stata la prima manifestazione programmata in occasione del G8, a favore dei migranti: una festa di colori e sorrisi, che sembrava in parte aver allentato la tensione e le cattive vibrazioni che si percepivano nell’aria. Perché quello che sarebbe successo ce lo aspettavamo tutti, anche se non lo dicevamo.

Entro in un bar a prendere un caffè e sento che hanno ammazzato un ragazzo. “Cazzo, no!” grido, attirandomi le occhiatacce degli avventori. Chiamo mio padre, mi conferma che a Genova si è scatenato l’inferno annunciato e che i carabinieri hanno ammazzato un ragazzo. Ce lo aspettavamo, ma l’intensità del dolore e della rabbia quella no, non la puoi prevedere, non puoi immaginare quanto ti sconvolga la notizia di un ragazzo ucciso durante una manifestazione che chiede un mondo più giusto e solidale. E’ assurdo, inconcepibile. “Ne abbiamo fatto fuori uno” dirà una polizotta intercettata mentre parla alla radio. Si possono dimenticare parole così? Ci si può mettere una pietra sopra? “Ne abbiamo fatto fuori uno”. Ricordatele queste parole: perché anche se voi vi credete assolti siete lo stesso e per sempre, coinvolti.

Vado al concerto in preda a sentimenti contrastanti. Quella sera Dylan è in stato di grazia: esegue tutti i pezzi che avrei voluto sentire quella sera, le sue canzoni più “politiche”, più feroci, non so se per caso o per scelta, con lui non si può mai dire. In qualche modo, immagino che quel concerto sia un omaggio a Carlo Giuliani, a un ragazzo ucciso durante una manifestazione per un mondo più giusto.

Il giorno dopo rientro in treno e scendo a Nervi. Attraverso la città insieme ai manifestanti che cominciano ad affluire: visi da operai, pensionati, militanti comunisti, militanti del mondo cattolico, persone comuni, fricchettoni, ragazzine e ragazzini, stranieri dai visi stralunati. Sono allegri, nonostante tutto, si apprestano a manifestare con gioia per un mondo migliore e diverso.

Quando arrivo all’inizio di Corso Italia vedo i black block: mi metto in disparte, in un posto da cui posso guardare e scappare, se necessario, tattiche acquisite grazie ai consigli di un padre sindacalista e alla frequentazione dello stadio. La polizia è in assetto, schierata, ma lascia che quei pagliacci vestiti di nero facciano la propria sceneggiata senza reagire. Persino dopo non reagiscono, quando comincia la sassaiola. Penso che la tragedia del giorno prima abbia portato consiglio, anche se basterebbe una carica per sgomberare quelle poche decine di balordi. Poi arriva il corteo dei manifestanti pacifici, il resto lo conoscete tutti.

Quel giorno, ho perso la mia fiducia nello Stato. Pensando a quel giorno, ogni volta che in classe devo discutere di legalità, rispetto delle regole, diritti civili, mi chiedo se non sto prendendo in giro i ragazzi e le ragazze che ho di fronte, mi chiedo se non sto parlando di nulla. C’ero, ho visto, non posso dimenticare. Quel giorno ho perso l’illusione che nel nostro paese esista una democrazia, che davvero siamo tutti uguali davanti alla legge. Quello che è seguito, le promozioni, le impunità, i processi, i reintegri in servizio dei medici infami e dei picchiatori, non hanno fatto che confermare quella perdita. Il Defender dei carabinieri sul corpo di Carlo è passato centinaia di volte in questi anni.

Nessuno si è mai assunto al responsabilità politica di quella che è stata una violazione dei diritti civili più elementari dei cittadini talmente clamorosa, evidente e sfrontata da risultare inconcepibile. “Ne abbiamo fatto fuori uno” se le ricordino queste parole i polizotti indignati per una targa che ricorda quel ragazzo, se le ricordi chi, periodicamente, lo considera un delinquente, uno sbandato, un violento, se le ricordino le brave persone che pensano che, in fondo, abbia avuto quello che si meritava. “ Ne abbiamo fatto fuori uno”, un rosso, un deviante, un diverso, uno che non è come noi. Bastardi.

Quando sono arrivato a casa ho continuato a seguire in televisione cosa stava accadendo, insieme a  mio padre, indignato e addolorato come mai l’avevo visto. Poi è arrivata la mattanza della Diaz.

Trovo le recenti dichiarazioni di Gabrielli insufficienti, tardive e comode. Mancano provvedimenti seri e la burla del reato di tortura è l’ennesima presa in giro da parte del governo, che garantiscano che il pestaggio fascista di quei giorni non si ripeterà mai più. Mancano provvedimenti seri e chiari che permettano di togliere la divisa per sempre e chiudere in una cella chi usa la violenza gratuitamente e senza motivo, in uno scontro di piazza, nell’infermeria di un tribunale o in una prigione. Mancano provvedimenti seri e chiari che garantiscano l’identificazione dei picchiatori e  la loro immediata espulsione dai corpi di polizia. Tutto quello che ha detto Gabrielli, e gli va reso atto di averlo detto, conta poco o niente.

Perché quel giorno a Genova, oltre ad aver perso l’innocenza, chi c’era, chi ha visto, si sta ancora chiedendo se quella era una faccia del potere o la vera faccia del potere. Da sedici anni attendiamo risposta. “Ne abbiamo fatto fuori uno”.

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Migranti: la politica dei miserabili

Non stupisce la notizia apparsa oggi sul quotidiano di Genova che riporta l’intenzione della giunta di chiudere le porte ai migranti e mandare via anche quelli attualmente ospitati alla Fiera.  

I fascisti sono fascisti, i leghisti anche peggio e, nonostante la facciata rispettabile, chi va con lo zoppo impara a zoppicare e il neo sindaco, molto presto, sta dimostrando di non essere il sindaco di tutti, almeno non di chi crede nella solidarietà.

Addolora che una città come Genova, un porto di mare da sempre crocevia di genti diverse, si sia ridotta così e che la gente possa ritenere che i problemi della città si risolveranno come per magia chiudendo le porte a disperati in cerca di una opportunità di vita. Genova e i genovesi hanno evidentemente dimenticato le folle di emigranti italiani che, agli inizi del secolo scorso, riempivano le sue strade e le sue vie in attesa di imbarcarsi per l’America. La storia non insegna niente.

Mi addolora molto di più, perché lì sono le mie radici, la protesta contro i migranti dei comuni siciliani della provincia di Messina. Manco dalla Sicilia da molto tempo, purtroppo, e non so se la situazione sia veramente diventata insostenibile, conosco però bene le posizioni del sindaco di Messina, che non sono certo in linea con queste proteste. D’altronde, che il vento fosse cambiato, si era compreso con la mancata rielezione del sindaco di Lampedusa. Ma quelle proteste fanno male a chi consoce i siciliani.

Ormai la politica è diventato un gioco da miserabili, quando individui lombrosiani come Salvini riempiono le prime pagine dei giornali con le loro menzogne e le loro ignobili affermazioni razziste e chi sarebbe deputato a controbatterle segue invece l’onda stomachevole dell’intolleranza, per fare un passo indietro quando si accorge di aver esagerato, significa che la ragione ormai non è più immersa nel sonno, è caduta in coma.

Lo testimonia l’esultanza di Salvini per il rinvio dello Ius soli. Possibile che nessuno riesca a spiegare a questo essere abbietto che lo Ius soli non riguarda i migranti che arrivano in Italia, che deve smetterla di mentire e insinuare nella gente false idee, di esultare come un demente per il rinvio di un provvedimento civile e necessario?

Bene ha fatto Gentiloni a rinviare l’approvazione che Renzi, che in quanto a spregiudicatezza, cinismo, e opportunismo politico sulla pelle degli altri non è secondo a nessuno, aveva voluto, sperando di guadagnare voti alle recenti elezioni facendo qualcosa di sinistra e sbagliando, come sempre, tempi e modi.

Lo Ius soli riguarda quei bambini, e le mie classi ormai sono formate quasi sempre in maggioranza da loro, nati in Italia, che in Italia sono da cinque anni o hanno concluso almeno un ciclo scolastico. Sono bambini italiani a tutti gli effetti, che parlano la nostra lingua e sono cresciuti nella nostra cultura. Spesso hanno genitori che lavorano regolarmente nel nostro paese da anni e pagano le tasse.  Le folle di migranti sui barconi non c’entrano nulla, si tratta del perfezionamento di una legge già vigente che non comporta alcuna invasione né alcun attacco a una italianità che sarebbe invece tanto bello scomparisse nei suoi tratti più diffusi.

Machiavelli, il fondatore della scienza politica, scindeva la politica dalla morale ma non dall’etica: anche gli atti più riprovevoli come l’omicidio e il tradimento, erano secondo lui giustificati purché fossero commessi a favore del benessere del popolo. Sembra invece che i politici odierni, ovviamente non tutti, ci saranno anche persone coscienziose, siano più portati a seguire l’ottica di Guicciardini, secondo cui ognuno deve seguire il proprio “particulare”, la propria convenienza personale. A proposito di italianità, questo è sicuramente uno dei tratti più diffusi,

In questi giorni stiamo assistendo, nell’indifferenza quasi generale, a un gioco al massacro sulla pelle degli ultimi, a un disumana speculazione per guadagnare voti, a un imbarbarimento della politica a livelli talmente infimi  da risultare inconcepibili. Siamo allo sdoganamento del razzismo, all’egoismo e all’intolleranza come programma politico. E’ la reazione della borghesia più ottusa e corrotta del paese, quella che costituisce la vera palla al piede dell’Italia, che trova ampi consensi in una popolazione sempre più deprivata culturalmente, sempre più carente in quei valori fondamentali che sono alla base della civiltà.

Quello che più disturba sono le menzogne oggettive, come i dati sui migranti sparati a caso, la distorsione continua della realtà, l’assoluta mancanza di volontà politica di affrontare seriamente un problema ancora gestibile, gli esseri umani ridotti a merce di scambio politica, schiavizzati due volte, deprivati della loro umanità e ridotti a cose da spostare e allontanare per non turbare le coscienze dei bravi borghesi. A me questa politica, questa visione, questa strada che il mio paese e  le mie due regioni sembrano aver intrapreso, fa vomitare.

Non ho soluzioni da proporre, lotto contro il razzismo da così tanto tempo che tendo a considerarlo un male endemico, come l’influenza, qualcosa che a ondate arriva e poi se ne va, magari dopo qualche foto sui giornali di bambini morti. Già una volta l’Europa, sull’onda del razzismo, è arrivata all’autodistruzione. Oggi lo stesso vento soffia sugli Stati Uniti, che hanno però anticorpi democratici più forti dei nostri (quando si tratta della politica interna, sulla politica estera stendiamo un velo) e, si spera, riescano a contenere il presidente più demente degli ultimi decenni.

A mio parere, l’incompetenza dei nostri attuali governanti, che si occupano solo di tutelare lo status quo e mettere a tacere chi la pensa diversamente, sia quelli al governo sia quelli impegnanti in una opposizione solo apparente, sta costando molto cara a tutti. Ma la vita è assumersi responsabilità: la gente non può continuare a seguire il nulla e poi lamentarsi delle conseguenze, Genova non può votare i fascisti e poi andare in piazza se si comportano come tali e così l’Italia tutta. La gente, in questo momento, sta sorvolando sulla costante emorragia di diritti a cui viene sottoposta da anni, sulla distruzione sistematica della scuola, sempre più privilegio di pochi, su una politica economica a vantaggio esclusivo di banche e imprese scegliendo invece di concentrare la propria rabbia sugli ultimi, in nome di un desiderio di sicurezza inopportuno e smentito dalle statistiche sui reati fornite dal Ministero degli Interni, o in nome di quel principio del capro espiatorio che ha riempito le fosse dei cimiteri di tutta Europa in diversi periodi storici.

La politica è lo specchio della gente, e questa politica è lo specchio di un’opinione pubblica che non riesce più a compattarsi sui problemi reali, sui valori che contano. Un’opinione pubblica in  cerca di falsi profeti, di improbabili guru, a volte miliardari, che a suon di volgarità linguistiche e intellettuali la guidino verso la luce. Non importa se il guru dice oggi una cosa e domani l’opposto, magari, avesse letto della neo lingua di Orwell la gente capirebbe, ma il problema è che la gente non vuole capire, vuole essere presa in giro per sognare, che  a prenderli per i fondelli sia Renzi, Grillo o Salvini poco importa: sono intercambiabili, privi di cultura politica politica, signori e amplificatori di vuoti a perdere mentali che stordiscono e questo vuole la gente, stordirsi, fumarsi una mega canna e sorridere beata lasciando il mondo fuori e il guru a risolvere i loro problemi.

Questa è la vittoria più grande, e si avvia a diventare definitiva, del Sistema. Ci hanno ridotto a consumatori, quello è il nostro ruolo e chi non ci sta, vie
ne eliminato. Come nel Grande Fratello, la trasmissione televisiva, non quello di Orwell, In quello di Orwell ci viviamo da decenni senza accorgercene.

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Di comunismo, fascismo e altre amenità.

E’ singolare come ultimamente, io che trovo i miei referenti politici in Bakunin e Malatesta ed ho sempre votato a sinistra perché nel mondo reale qualcuno bisogna pur votare, ma anarchico sono sempre rimasto nel cuore, mi trovi a difendere il comunismo italiano, specialmente in queste ultime ore dove si leggono le più beate assurdità riguardanti la liceità o meno di esprimere la propria appartenenza al fascismo e, per esteso,sul la libertà d’opinione tout court.

Cominciamo ab ovo. Se questo paese ha una democrazia e dei diritti civili, sempre più debole l’una sempre meno gli altri, lo si deve anche a quei comunisti, non solo loro ma soprattutto loro, che sono saliti sui monti a combattere per la libertà dopo l’invasione nazifascista. Quind,i prima di recitare il de profundis per il comunismo e seppellirlo come un retaggio del passato, i giovani valenti e intelligenti che polemizzano con me o con cui polemizzo, e non faccio ironia sui due aggettivi,dovrebbero riflettere sul fatto che, se possiamo civilmente esprimere opinioni contrastanti, lo devono anche ai comunisti.

Ai comunisti e ai socialisti pre Craxi devono anche uno stato sociale che è stato per decenni il migliore d’Europa e tra i più avanzati del mondo. Il comunismo italiano non è mai stato, dalla nascita della repubblica, rivoluzionario e lo testimonia l’episodio dell’attentato a Togliatti. Dopo i fatti d’Ungheria, il Pci prende le distanze da Mosca e nasce quell’eurocomunismo di cui il Pci è stato capostipite e che, se non fosse stato assassinato Moro, avrebbe potuto portare a quella terza via tanto anelata, già stroncata in Cile dall’imperialismo americano. Dunque, il Pci è sempre stato un partito democratico e fautore di un riformismo che guardasse alle fasce più deboli e ha costretto la Democrazia Cristiana a una politica di mediazione tutto sommato moderata che ha portato questo paese a essere una potenza mondiale.

Quindi, per chi appartiene alla mia generazione, dichiararsi comunista significa rifarsi a quegli di ideali di solidarietà, cooperazione, riformismo e giustizia sociale che erano propri del Pci italiano e non rifarsi a Mosca o a Pechino.

Diverso è il discorso per il fascismo: l’Msi nasceva dai reduci di Salò, cioè quei fascisti che si schierarono a fianco dei nazisti contro gli italiani. Considererei un insulto all’intelligenza dei giovani polemisti di cui sopra  (ripeto, parlo senza ironia: la mia professione mi porta ad avere grande rispetto dei giovani) spiegare cosa era il nazismo. Appartenenti all’Msi si sono distinti negli anni della repubblica, per tentativi golpisti e aiuti all’eversione nera, per dichiarazioni antidemocratiche e nostalgie del ventennio.

Con Fini e Alleanza nazionale la destra ha tentato di lavarsi la faccia e ha ripudiato, almeno a parole, il fascismo. Fascismo che è anticostituzionale come anticostituzionale è farne l’apologia.  E qui il discorso di potrebbe chiudere.

I padri del comunismo italiano sono Gramsci, Togliatti, Amedeo Bordiga per la frangia più radicale, Di Vittorio per il sindacalismo. Figure che non non si sono macchiate le mani di sangue nè mai hanno teorizzato l’eliminazione fisica dell’avversario. Al contrario, il fascismo italiano si rifà ancora oggi a Mussolini, il criminale che ordinò l’omicidio di Matteotti e tanti altri, che fece manganellare e umiliare operai e contadini, che fece emanare le leggi razziali, che a Salò diede mano libera ai suoi seguaci più sadici e vigliacchi, che per vent’anni tolse la libertà al paese trascinandolo in una guerra fratricida.

Per questo dichiararsi comunisti, oggi, non significa essere nostalgici ma rivendicare valori e principi che hanno fatto la storia di questo paese e ne hanno tutelato la libertà e dichiararsi fascisti è giusto che venga considerato reato. La libertà d’opinione non c’entra: il fascismo non la contempla e dunque non deve esservi contemplato. Punto.

Comprendo che fa molto figo assumere posizioni snobistiche e fare di tutt’erba un fascio, così come può sembrare in linea col giovanilismo imperante considerare vecchio tutto ciò che non si comprende o non si è vissuto,ma bisogna stare molto attenti : la libertà è qualcosa che è stata conquistata col sangue ed è stata difesa da generazioni di lavoratori con lotte dolorose e difficili e anche se sembra scontata, è facilissimo farsela sfilare sotto gli occhi, specie se si è convinti che quello in cui viviamo sia l’unico sistema in grado di assicurarla. No, questo non è il migliore dei mondi possibili e la nostra libertà la pagano masse di diseredati che bussano alle nostre porte e vengono ricacciati indietro a calci dai benpensanti che vogliono aiutarli a casa loro dopo averli derubati. Ma almeno, abbiamo la possibilità di scriverlo.

La mia generazione ha vissuto il terrorismo e la mattanza mafiosa, è scesa in piazza contro le bombe sui treni e nelle piazze, ha visto l’omicidio di Aldo Moro, un episodio cruciale nella storia del nostro paese, tutto quello che siamo oggi ne è la diretta conseguenza.  A fronteggiare quell’ emergenza c’era una democrazia compromessa ma ancora forte, una politica non asservita al mercato e una coscienza civile che ancora ricordava cosa significa il rosso e cosa il nero. Oggi non è più così e questo mi preoccupa molto.

Ai giovani che polemizzano con me o con cui polemizzo, ricordo affettuosamente una frase di Gramsci, che, insieme a una poesia di Brecht, fa di me l’insegnante che sono, se buono o cattivo maestro non sta a me dirlo: Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Studiate ragazzi e ragazze, prima che vi rubino sotto il naso quello che i vostri padri e i vostri nonni hanno conquistato col sudore, studiate quello che vi piace e, soprattutto, quello che non vi piace e quando penserete di avere la verità in tasca, gettatela via  ricominciate. Perché, diceva Brecht: ciò che non sai di tua scienza in realtà non sai.

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La condizione umana (ignorata)

I non luoghi sono i luoghi degli altri senza la presenza degli altri  (Marc Augè)

Diceva Marcuse che il sistema capitalista è talmente forte che può permettersi la tolleranza, anche se una forma di tolleranza assai particolare, che lui chiama tolleranza oppressiva.

Quando un sistema di potere controlla l’informazione, può selezionarla e fornirla a chi ne usufruisce dando l’impressione che sia libera e pluralistica, mentre in realtà, la censura è alle radici.

In questi giorni, riguardo al problema delle migrazioni, stiamo sperimentando sia il non luogo teorizzato da Augé sia la tolleranza oppressiva in tutto il suo splendore.

Cifre, dati, statistiche, bugie, affermazioni infami, omettono infatti, con una precisione chirurgica, di rivolgere lo sguardo sulla condizione umana dei migranti. Non è necessario richiamare i meccanismi di creazione del nemico così magnificamente descritti da Chomsky né di richiamare alla memoria il compianto René Girard per comprendere che ci troviamo di fronte a una gigantesca distorsione informativa, una manipolazione globale delle informazioni che mira a deumanizzare i migranti per cancellare, nell’opinione pubblica, qualsiasi sussulto etico e morale che possa spingere la gente a comprendere che se si può privare degli esseri umani della loro umanità lo si può fare, quando questo convenga al potere, con tutti gli esseri umani, compresi quelli che riempiono i social e i forum da giorni di commenti che sarebbero piaciuti a Goering.

Così, dopo la tempesta emotiva provocata dalla foto del piccolo cadavere sulla spiaggia, il momento in cui ci si è resi conto che quelli che arrivavano sulle nostre coste erano esseri umani come noi, adesso le navi dei migranti sono non luoghi per eccellenza, abitati temporaneamente da non persone.

Basta sottolineare l’ipocrita e disgustosa definizione di migrante economico contrapposta a quella di profugo, per verificare quanto ho detto sopra: come se morire di fame rappresentasse un salto nella scala sociale tale da non meritare attenzione, accoglienza, comprensione.

Il potere si fa furbo e utilizza mezzi di disinformazione assai raffinati: così a Genova il neo sindaco annuncia una operazione radicale di pulizia delle strade (doverosa e necessaria) e l’accompagna, subdolamente, ad un altro tipo di pulizia, quella contro i mendicanti e senza tetto che, nell’immaginario della destra, sporcano le strade come l’immondizia, perché immondizia umana sono considerati..

Quanto a quelli che vogliono aiutare i migranti ma a casa loro, appare superfluo ricordare che le barche cariche di disperati sono il frutto, appunto, dell’aiuto che il mondo occidentale ha portato a casa loro.

Trovo deprimente,  che questo atteggiamento cinico, spietato, disumanizzante trovi ampio consenso tra quelli che Orwell definiva i prolet e in cui riponeva la speranza.

E’ come se la nostra condizione umana stesse mutando, come se, a poco a poco, stessimo dismettendo l’armamentario etico e morale sedimentato da secoli di filosofia, quell’armamentario che dovrebbe costituire la supposta superiorità dell’occidente a favore di un razionalismo arido, di un egoismo autistico, di una quotidiana sconfessione della frase di John Donne secondo cui un uomo non è un’isola.

La libertà è tale se c’è relazione ed empatia tra esseri umani, se gli esseri umani si trasformano in monadi, autoreferenziali e spinti solo a consumare, non c’è bisogno neanche del totalitarismo per privarli di diritti che ritenevamo, fino a qualche tempo fa, inattaccabili. Basta solo una buona dose di tolleranza oppressiva.

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Vasco: una vita a dire no

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Vederlo su Rai uno dà una certa tristezza: non è la prima volta ma le celebrazioni hanno sempre qualcosa dell’abbandono, della fine di un’epoca. Il concerto è quello che ci si aspettava, un greatest hit di canzoni che ha fatto da colonna sonora a quattro generazioni.

Non lo seguo da tempo Vasco, da Fronte del Palco, sontuoso live di parecchi anni fa. Ho trovato i dischi successivi ripetitivi, con qualche buona canzone e molti pezzi più deboli, una continua autocelebrazione di un rocker che ha dato il meglio di sé molto tempo fa.

Tuttavia, mentre guardavo il concerto in tv ieri sera, nonostante il tedioso e inutile Bonolis, è riaffiorata la nostalgia, emozioni che credevo sopite, la consapevolezza che quelle canzoni hanno rappresentato qualcosa, fotografato precisi momenti topici della mia generazione: la disillusione, la perdita dell’innocenza della sinistra, il nichilismo autodistruttivo della droga, la solitudine e l’incomunicabilità, lo sdoganamento della cultura dello sballo, non quello obbligato delle discoteche ma quello che nasce dall’incapacità di sentirsi parte di un tutto, ecc. Tutte cose che chi ha cinquant’anni ha vissuto più o meno tutte, più o meno direttamente. Mi risulta meno comprensibile come riesca ancora a parlare alle nuove generazioni. probabilmente entra in gioco l’autenticità del personaggio, quel suo raccontarsi impudicamente senza remore.

Le canzoni di Vasco sono diario in  pubblico, a tratti anche irritante ma sempre vero.

La generazione per cui ha cominciato a cantare, la mia, è sempre stata fuori posto e fuori tempo, come lui: pacifista nell’epoca del terrorismo, adolescente e arrapata quando si manifestava l’Aids, impegnata quando dilagava la filosofia degli yuppies e tutto era in vendita, derubata degli ideali del sessantotto e, con il crollo del Muro, ideologicamente denudata, insomma, sempre in bilico tra il mettersi in vendita al miglior offerente, diventare “adulta”, o ostinarsi a dire no, cercando la forza di opporsi in un attaccamento morboso ai propri principi o, come Vasco, nell’alcool e nella droga.

Non a caso, torna spesso nelle sue canzoni il richiamo alla dignità, virtù ormai quasi scomparsa nel mondo di oggi.

Quella generazione ha perso quasi tutte le sue battaglie, dobbiamo ammetterlo, siamo reduci di una guerra che ha mietuto vittime, tanti stroncati da una overdose di eroina, tanti seduti nei consigli di amministrazione, tanti a cercare di trovare un senso dove un senso non c’è. Per questo il concerto di ieri sera anche se non è un addio alle scene definitivo, ma sarebbe bello che lo fosse, sarebbe giusto per Vasco chiudere da re, è stato comunque un amarcord, un amarcord amaro, se mi perdonate l’ignobile gioco di parole, e impregnato di malinconia e di rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, per quello che è.

Ricordo un concerto a Genova, a piazzale Kennedy, molti anni fa, insieme a mia sorella, di poco più giovane di me. Vicino a noi, c’erano due ragazzini ancora più giovani, la faccia pulita, vestiti secondo la moda di quel periodo. Poco prima del concerto, si arrotolarono una canna enorme, fumandosela tranquillamente. Erano già diversi da noi, un’altra razza di adolescenti, affascinante e un po’ spaventosa per chi, come me e mia sorella, era stato educato in base a principi molto rigidi. Già le sue canzoni attraversavano il tempo. Non so se per il fumo indiretto, non so se per il fatto che in quel periodo ero ancora impallato con Vasco, che avrei smesso di seguire, dopo qualche tempo, ma il concerto fu entusiasmante, non molto diverso da quello di ieri sera, un rituale collettivo di festa, rabbia sublimata  e di gioia . Tornammo a casa storditi ma felici, perché per una sera, avevamo messo da parte problemi, tensioni, angosce e ci eravamo lasciati trasportare dalla musica e dalle parole del rocker di Zocca.

Riflettendoci adesso, non è giusto chiedere più di questo a un cantante. Grazie per aver sempre detto di no, Vasco.

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