Archivia Maggio 2017

La dignità non è in vendita

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Questo è un post per chi ha voglia di riflettere quindi invito ad astenersi dal leggerlo cinici, opportunisti, servi di partito, radical chic, ecc.

Ero presente ieri, come sindacalista e come lavoratore, all’incontro con Papa Francesco all’Ilva di Genova. E’ stato un incontro emozionante sia perché mio padre ha lavorato in quel capannone con quella tuta e quel casco per quarant’anni, facendo anche lui sindacato, sia perché, sin dalle prime battute ho avuto l’impressione di avere di fronte un uomo di statura morale elevata, una persona che crede fermamente in ciò che dice e che non cerca di accendere il fuoco della conversione, non vuole catturare nuovi adepti, ma con il suo tono pacato, da professore davanti a una platea di ragazzi a cui deve insegnare concetti importanti con parole semplici, illumina la mente e ci fa ragionare, riportandoci all’essenzialità dell’essere uomini.

Il discorso che ha fatto ieri, invito tutti a ripescarlo su youtube, è stato un discorso di teologia del lavoro e di morale della politica, una lezione su valori che non sono né di destra, né di sinistra ma appartengono all’uomo.

D’altronde, Hans Kung, Monsignor Romero, tutta la teologia della liberazione, non a caso esperienze a cui il pontefice ha restituito dignità, hanno mostrato, e solo chi non vuol vedere non vede, che in ultima analisi, il marxismo, inteso come filosofia e non come scellerata applicazione pratica, e la dottrina sociale della Chiesa, convergono molto più di quanto si pensi.

Entrambe hanno al centro l’uomo e i suoi diritti fondamentali, entrambe concepiscono l’umanità alla luce di concetti quali la cooperazione e la solidarietà oggi desueta, entrambe guardano agli ultimi.

Il lavoro è dignità, dà un senso al nostro essere uomini e la dignità non è in vendita, questi due principi costituiscono il nucleo di quello che abbiamo ascoltato ieri, concetti semplici e “rivoluzionari”, in un mondo in cui tutto viene venduto al miglior offerente.

Il discorso del Papa è stato solo apparentemente semplice; quando ha affermato che per i disoccupati non esistono domeniche né lunedì mi è tornato alla mente uno splendido film spagnolo, I lunedì al sole, che raccontava la vita di un gruppo di disoccupati spagnoli al tempo dell’inizio della crisi economica che ancora ci attanaglia. Quando ha parlato di lavoro fatto bene, non poteva non tornare alla mente il concetto del lavoro ben fatto di Vaclav Havel,, che ne Il potere dei senza potere, teorizza appunto il lavoro ben fatto come potente strumento a disposizione dei lavoratori, per inceppare la macchina del regime autoritario.

Un discorso alto e semplice a un tempo, un discorso che ha toccato il cuore di tutti i presenti. In qualche modo, mi ha personalmente restituito l’entusiasmo dell’impegno, sul lavoro, nel sindacato, rispondendo in modo convincente a quel ” chi me lo fa fare?” che di tanto in tanto mi risuona nella mente.

Mi hanno particolarmente irritato alcuni commenti su facebook riguardo cosa significhi essere “veramente” di sinistra, riguardo al fatto che c’è chi parla e chi fa.

Sull’ultimo punto sono d’accordo: c’è chi fa, malissimo, e per di più parla, ancora peggio. Ci sono poi quelli che credono di fare e non si accorgono di non fare nulla e ci sono quelli, tanti, che pensino che basti spegnere la luce un minuto per essere autenticamente rivoluzionari.

Per me, essere di sinistra significa rispettare le regole, lavorare con coscienza e dare di più, sempre, senza chiedere nulla in cambio, senza ottenere favori, finanziamenti o prebende, non per masochismo, ma per dare l’esempio. Non riuscirei a fare sindacato se non svolgessi sempre un lavoro ben fatto, appunto. Per me essere di sinistra significa guardare agli ultimi, tutti, anche quelli brutti, sporchi e cattivi, senza distinzioni, perché è dai distinguo che nasce l’ipocrisia. per me essere di sinistra significa dare una mano, evitare nei limiti del possibile di giudicare e provare a capire chi ho di fronte, cambiare prospettiva e non fossilizzarmi nelle mie convinzioni. Per me essere di sinistra è essere coerente su pochi principi sui quali non esiste possibilità di transigere. Essere di sinistra significa leggere più che si può, informarsi su tutto, non credere mai di avere la verità in tasca e quando ritieni di averla, rimetterla in discussione.

E’ per tutto questo che considero il mio essere credente perfettamente coerente con il mio essere “comunista, ed è per questo che Papa Francesco mi ha toccato il cuore.

Tra parentesi, ho conosciuto pochissime vere persone di sinistra ed erano uomini e donne di fede convinte di essere atei.

Io non prendo lezioni di cosa significa essere di sinistra dai fighetti radical chic che guardano dall’alto in basso senza vedere niente, ma accetto la lezione di un uomo tra gli uomini, che parla con il cuore e dice parole pesanti e aguzze come pietre,.

Parole che non resteranno sempre inascoltate perché, presto o tardi, i semi crescono, sempre.

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Sperando in un paese diverso

Il voto elettorale è una concessione di fiducia e una delega a favore di chi, si ritiene, abbia le competenze e l’autorità, anche morale,di portare avanti le istanze che gli elettori avanzano.

Sto seguendo distrattamente, in questi giorni, la campagna elettorale per le prossime elezioni nella mia città, Genova. So chi voterò in prima battuta, e so chi non voterò in prima e seconda battuta: il  candidato del centro destra e quello appoggiato dal Pd. la novità sta nel fatto che, per la prima volta, non li voterò per ragioni simili.

Non voterò il candidato di centro sinistra appoggiato anche da Pd, perché è ormai evidente la svolta a destra di quello che fu il principale partito della sinistra europea.L’episodio della Serracchiani e l’assordante silenzio della direzione del partito al riguardo, non che la triste, inutile e squallida difesa d’ufficio di quello che fu Michele Serra, la legge sul decoro dei centri urbani e l’assenza di Renzi ieri a Milano a una manifestazione che, personalmente, ritengo l’unica, autentica celebrazione alla memoria di Falcone e Borsellino, una testimonianza di coscienza civile e democrazia invece di parole al vento, testimoniano che il Pd ha fatto una scelta di campo chiara, che non è la mia.

Non voterò il candidato di centro sinistra perché assessore di una giunta che, per motivi elettorali, ha proceduto nel modo peggiore possibile allo sgombero (necessario ma assai tardivo) del campo rom di Cornigliano, ignorando il diritto allo studio dei bambini e dei ragazzi che frequentavano l’Istituto comprensivo del quartiere e rispondendo con un assordante silenzio alle richieste delle maestre e degli insegnanti riguardo alla sorte di quei bambini e quei ragazzi e al loro futuro scolastico.

La politica è l’arte del compromesso e della mediazione, ed è giusto che sia così. Ma i principi sono principi, non  sono liquidi, non sono soggetti a usura e i diritti sono diritti che valgono per tutti. I rom sono impopolari, creavano oggettivi problemi,, l’operazione ha assicurato un consenso facile, sulla pelle di chi non può difendersi, svendendo i diritti dei bambini.

E’ un piccolo episodio, una grave caduta di una giunta che, a mio parere, non ha nel complesso demeritato, ma è un errore che non si può perdonare. Se si comincia a derogare sui diritti di pochi si derogherà sui diritti di molti. Ho scritto a proposito della Serracchiani e in risposta a  Michele Serra, che un politico non deve fare e dire quello che la gente vuole sentire, deve fare e dire ciò che è giusto.

Non voterò il centro destra né i Cinque stelle perché sono stato educato all’antifascismo e tanto basta. Non voterò il centrodestra e i Cinque stelle perché sono, politicamente, il nulla e questo paese ha bisogno di qualcosa.

Vorrei sentire invece del solito e stantio bla bla elettorale, parole nuove, vorrei percepire una visione, un programma di rifondazione morale, oltre che politico.

Vorrei una politica che torni a offrire valori condivisi, che consideri i diritti ineludibili e la giustizia sociale un obiettivo imprescindibile. Voglio sperare che la manifestazione di ieri sia una richiesta di cambiamento forte e rappresenti una speranza di un futuro diverso.

L’ultima volta che qualcuno l’ha chiesto, a Genova, ha ricevuto sputi e manganellate, a Milano è andata meglio e speriamo che sia un segno.

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L'Italia inesistente di Michele Serra e Debora Serracchiani ( e di chi gli dà ragione…)

Un paio di doverose premesse.

1) Lo stupro è un reato odioso, senza attenuanti e chiunque lo commetta va condannato e imprigionato.

2) Non esistono, per fortuna, aggravanti legate alla razza o alla provenienza geografica nel codice penale. Nel caso, si violerebbe palesemente il dettato costituzionale in uno dei suoi articoli immodificabili.

3) Non sono un buonista, ho una lunga esperienza di lavoro con ragazzi stranieri e, quindi, di contatti con le loro famiglie. detesto e combatto da sempre ogni forma di razzismo e trovo particolarmente spregevole l’ondata di razzismo 2.0 recentemente inaugurata dal Pd.

3) Fino a due giorni fa, attribuivo al Pd almeno il merito di non aver mai indugiato su posizioni razziste come la destra e i CInque Stelle ( a me non frega nulla che siano onesti, gente che segue quello che dice Grillo, da sempre fascistoide, e attacca le Ong nel modo in cui l’hanno fatto loro, mi fa schifo). Da due giorni a questa parte, non ha neppure più questo merito.

Debora Serracchiani e Michele Serra, l’ombra del giornalista che fu o che, probabilmente non è mai stato e faceva finta di essere, partono da un assunto sbagliato, quello cioè che l’Italia sia una paese accogliente e ospitale, aperto a chi arriva qui in cerca di una speranza di vita e, che per questo, si sente tradito quando un ospite tradisce.

A parte che nel mondo globale in cui viviamo trovo spregevole l’uso del termine “ospitare” riferito ad altri esseri umani, vorrei informare i due autorevoli esponenti del nuovo centrodestra, perché questo è il Pd di Renzi oggi, che l’Italia non è un paese ospitale.

Forse i due incauti mai hanno sentito parlare di caporalato e non sanno che a raccogliere la frutta e la verdura che imbandisce i loro deschi, quelli di Salvini e perfino quelli dei decerebrati di Forza nuova, sono proprio i nostri “ospiti”, sfruttati, tartassati, trattati come schiavi dai caporali al soldo di proprietari e criminalità organizzata. Nelle imprese edili che a prezzi convenienti ristrutturano le nostre case e appartamenti o, come capitato qualche anno fa in questa città, svolgono lavori per il comune, gli stranieri lavorano in nero, senza diritti sindacali, senza presidi di sicurezza, senza straordinari pagati, ecc. A volte muoiono anche, a volte scompaiono. Spesso lavorano in nero le badanti che accudiscono i genitori anziani, e in nero lavorano anche le giovani schiave che ogni notte offrono il loro corpo ai mariti italiani annoiati dalla routine matrimoniale e in cerca di emozioni forti a buon prezzo.

Potremmo anche parlare del razzismo, delle bugie che stampa e media producono a getto continuo, delle statistiche reali, del termine “invasione” usato a sproposito perché fa vendere, delle statistiche del ministero degli interni e dell’Ista, del fatto che senza stranieri molti di noi non riceverebbero più la pensione o non lavorerebbero, ecc.

Potremmo parlare di una democrazia portata a suon di bombe, degli immigrati rispediti indietro per  essere torturati nelle prigioni libiche e mandati a morire nel deserto, delle Ong attaccate perché loro sì che “accolgono” chi sta per morire, dell’amico Gheddafi con cui per anni i nostri governi hanno stretto affari, ecc.

Vogliamo poi parlare dei centri di accoglienza o, peggio ancora, dei famigerati centri di riconoscimento ed espulsione? Vogliamo davvero parlare di queste vergone nazionali sulle quali tanto ha scritto Gatti in passato, lo stesso Gatti che ha denunciato come le nostre forze militari abbiano fatto affondare un gommone uccidendo, di fatto, uomini,donne e bambini mentre si palleggiavano la responsabilità?

Responsabilità è parola sconosciuta sia a Serra sia alla Serracchiani, sia al partito di cui sono servi. La responsabilità, per un politico, di non dire ciò che la gente vuole sentire ma di dire  ciò che è giusto, corretto e necessario dire, a rischio di essere impopolari, la responsabilità per un giornalista di non giustificare l’ingiustificabile sotto le spoglie di un moralismo da quattro soldi.

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Ignorando quelli che non sono come noi

Oltre

Con grande amarezza  ho constatato come la notizia di di due bambine e della loro sorella bruciate vive in un camper, di fatto non interessi a nessuno: poco rilievo su tutti i giornali, nessun commento politico se non quello, alto e condivisibile, del presidente della repubblica, molti commenti razzisti di vigliacchi che non hanno mai compreso il senso della parola dignità. Poi, un assordante silenzio.

Inutile chiedersi cosa sarebbe accaduto se a bruciare fossero state due bambine e una ragazza “nostre”: bianche, cattoliche, italiane. Prime pagine a cascata, servizi sui telegiornali, Vespa pronto a sbavare. Ma le bambine erano rom, non sono come noi, tre di meno. Contano molto di più l’età della moglie di Macron o i favoritismi della Boschi o una legge elettorale che nessuno vuole fare.

Altrettanto scalpore avrebbe dovuto suscitare l’agghiacciante documento dell’Espresso in cui le nostre autorità militari, giocando a scaricabarile, non intervengono nel salvataggio di un barcone che affonda. Tra i morti, dei bambini ma i bambini erano neri, non sono come noi, sei, dieci cento di meno. 

Già, cento come i passi che separavano Peppino Impastato dalla casa del boss Badalamenti, un po’ di meno in realtà, confessa il fratello Giovanni nel bellissimo libro “Oltre i cento passi”, uscito da poco.

Il libro è la storia di un’idea, quella comunista e di un impegno, quello contro l’ingiustizia, che non sono cessati con la morte di Peppino. Giovanni ha continuato a chiedere giustizia, a girare l’Italia e le scuole, è andato in Africa e in India, restando turbato dalle miserevoli condizioni di vita in cui si trovava la gente di quei posti e tornando provato, ma con la convinzione di dover fare qualcosa. Giovanni Impastato è uomo di una sinistra novecentesca, direbbe qualcuno. Ideale, utopica e destinata a uno splendido fallimento, dico io. Ma non per questo da svendere, o da rottamare.

E’ una lettura toccante per chi, come me, condivide sostanzialmente le idee politiche dello scrittore e ha sempre pensato che se vuoi che gli altri ti seguano, se vuoi preparare il cambiamento, devi essere un esempio. L’ha scritto in modo mirabile Havel ne Il potere dei senza potere, un libro che bisognerebbe studiare a scuola, altro che educazione di cittadinanza di facciata da portare all’esame.

Giuseppe Impastato non è un buonista, è un uomo che piange per il dolore degli altri uomini, scriverebbe Vittorini. Se non proviamo empatia, se non soffriamo per la sofferenza degli altri, che uomini siamo? Se tiriamo il sasso e poi nascondiamo la mano, come il procuratore di Catania, come assolviamo al nostro dovere?

Certamente non sanno cosa significa essere di sinistra ed essere empatici tutti quelli che hanno preferito non rispondere, a Genova, alle maestre di Cornigliano che chiedevano che fine avrebbero fatto i bambini rom che frequentavano la loro scuola ( la mia scuola) una volta che il campo rom sarebbe stato sgomberato, certamente non sanno cosa significa essere di sinistra ed essere empatici i cittadini del paese vicino a Cuneo che si sono ribellati alla notizia che sarebbero arrivati 23 profughi da ospitare,  suscitando la rabbia del loro medico, certamente non sanno cosa significa essere di sinistra ed essere empatici tutte le brave persone che hanno applaudito la retata cilena alla stazione di Milano, un altro episodio schifoso scomparso dalle pagine dei nostri giornali.

Troppa gente chiacchiera a vuoto, fa discorsi nobili, sproloquia e dimentica che il mondo non è fatto solo da quelli come noi, che chi arriva da lontano, chi vive in un camper, chi non ha avuto la fortuna di nascere in un paese ricco, piange, ride, prova dolore, lacrima e sanguina come noi, e scusate la citazione banale.

Troppa gente parla e si crogiola nelle proprie parole, belle, nobili alte, ma destinate a sciogliersi come neve al sole se non sono seguite dagli atti. Io sono vecchio e mi hanno insegnato che la teoria è il preludio della prassi, altrimenti sono solo chiacchiere.

Troppa gente è semplicemente, banalmente, desolatamente cretina e non c’è miglior alleato del potere più bieco e del malaffare di un cretino.

Troppa gente invita alla calma, alla moderazione, a un pacato esame dei fatti e non si accorge che, nel frattempo, ci stanno defraudando non solo dei diritti e dello stato sociale, ma della nostra umanità.

Sono le piccole cose, le piccole schifezze quotidiane, le piccole indifferenze, omissioni, dimenticanze, collusioni che vanno eliminate se si vogliono eliminare le grandi schifezze, collusioni, ecc. Tutto ha importanza, le parole sono sassi e sono acuminati e dolorosi anche i silenzi. E’ necessario introiettare come un vaccino il concetto di responsabilità individuale in tutti i cittadini di questo paese, se vogliamo avere ancora un futuro, e magari aggiungere anche una dose di cittadinanza attiva e consapevole, che male non fa.

Viviamo in un paese pieno di brutte persone, con cui non voglio dialogare, che non voglio comprendere e insieme alle quali non voglio trovare nessuna mediazione. Certe cose, certe persone, come quelle che stanno dietro i fatti che ho citato sopra, o si combattono o si condividono, non si possono ignorare né giustificare.

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Perché la scuola che scuote le coscienze non fa notizia?

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Trecentocinquanta ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado del Ponente genovese riuniti sotto le bandiere di Libera  al teatro Verdi di Sestri Ponente per presentare i loro lavori sull’antimafia, sul razzismo, sul gioco d’azzardo, su tutto quello che riguarda diritti civili, giustizia e libertà. Video, cartelloni, poesie, presentazioni, manifesti, una festa di fantasia e creatività, la dimostrazione che una nuova coscienza civile, responsabile e condivisa, non può prescindere dalla scuola. Questa è stata la celebrazione della Seconda giornata del Codice etico di Libera per le scuole.

“La mafia verrà sconfitta da un esercito di maestre” ha scritto Gesualdo Bufalino. Forse. Certamente non verrà sconfitta dai giornalisti genovesi,  dal Comune e dai suoi rappresentanti, dalla politica cittadina, tutti assenti alla manifestazione. Quelle sedie vuote in prima fila stanno lì, a dire una sola parola: vergogna.

Insegnanti che lavorano e ragazzi che apprendono e restituiscono quello che hanno appreso non fanno notizia, specialmente se si tratta di insegnanti e ragazzi di scuole periferiche. Genova, mediaticamente, è solo centro storico e centro città e in questa città la scuola, mediaticamente, è rappresentata solo da un paio d’ istituti che godono sempre, qualunque cosa facciano, di buona stampa e hanno sempre, qualunque cosa facciano, la politica che si schiera con loro. Gli altri finiscono in prima pagina solo se accadono eventi negativi. Uno schifo.

I giornali cittadini si ricordano della periferia se devono lanciare campagne più o meno razziste contro gli immigrati, parlare dello sgombero di un campo rom, di rapine, aggressioni, disservizi vari. Quello che funziona e che funziona bene, non conta.

Ma i giornalisti rispondono a una redazione che risponde alle logiche editoriali, dietro c’è sempre la politica. Una politica che, alle  istanze delle periferie, non risponde quasi mai.

Esseri presenti a una manifestazione di questo genere, non  era solo un obbligo morale nei confronti dei ragazzi, il nostro futuro, la nostra speranza di cambiare questo paese sempre più simile a un letamaio, ma sarebbe stato un segnale forte verso una città che riguardo la mafia, l’azzardo, etc. ha un atteggiamento che definire indifferente è usare un tiepido eufemismo. Sarebbe stata un’occasione per parlare di stranieri in modo diverso dal solito e per informare che, forse, i problemi di questa città non sono legati esclusivamente a poche decine di rom e agli immigrati, ma sono più grandi, più gravi, più nascosti e, per questo più pericolosi.

Sarebbe stato importante soprattutto avere un presenza e non solo il patrocinio, della Direzione didattica regionale, i rappresentanti istituzionali di tutti gli insegnanti presenti. ma posso comprendere che, in un momento delicato come quello attuale, in cui il seggio più alto è al momento vacante, ci siano urgenze più pressanti da risolvere.

Questa è una città superba ed elitaria, è una città che se ne frega,.ed è un peccato: perché Genova ha segnato la strada della solidarietà e della cooperazione per decenni e quei quattrocento ragazzi che hanno riempito il teatro con i loro sorrisi e il loro lavoro, sono una segnale che quella strada può essere ancora percorsa.

Due ringraziamenti: a Radio Articolo 1, la radio della Cgil, che ha fatto un’intervista in diretta a chi scrive e a un giornalista di un quotidiano cittadino  che ha intervistato gli organizzatori chiedendo documentazione e materiale sull’evento.

Anche se l’articolo poi non è uscito, sappiamo che ci ha provato.

Ringrazio anche tutti gli insegnanti presenti, per il loro impegno e la loro passione e, naturalmente, tutti i ragazzi, per il loro entusiasmo e la gioia con cui hanno lavorato.

Nonostante un po’ di amarezza, il 4 Maggio è stata una bella giornata per la scuola che funziona e di cui nessuno parla.

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Ricordando Portella della ginestra

La strage di Portella della Ginestra rappresenta la perdita dell’innocenza della democrazia italiana, almeno quanto l’omicidio di J.F.K. rappresenta la stessa cosa per quella americana. Un perdita precoce che suona quasi come un destino predeterminato.

C’è tutto in quella strage di lavoratori, tutto quello che verrà: l’anticomunismo che caratterizzerà buona parte della nostra politica, il timore che “gli ultimi” alzino la teste rivendichino i propri diritti, la mafia utilizzata da parti  dello stato e dell’imprenditoria  per fare il lavoro che, fino a qualche anno prima, avevano fatto le squadracce fasciste, i depistaggi, le ambiguità, le collusioni e le intersezioni che si sono ripetute in tutti gli eventi cruciali della storia italiana recente.

Il bandito Giuliano, usato e poi tradito, assassino assassinato per ragion di Stato, è solo uno dei tanti criminali che, in momenti topici della nostra storia, hanno svolto il lavoro sporco, hanno messo bombe sui treni, nelle stazioni, durante manifestazioni sindacali, hanno fomentato scontri di piazza, hanno commesso omicidi eccellenti.

La mafia, non un anti stato, come è stata dipinta per troppo tempo, piuttosto un complemento oscuro dello Stato, ha giocato in questi eventi un ruolo da protagonista e, purtroppo, continua a giocarlo nell’indifferenza  colpevole e complice, della politica e del mondo dell’imprenditoria, che non sono cambiati poi molto da quegli anni.

Portella della Ginestra è un’offesa non ancora sanata ai lavoratori, a quei principi di internazionalismo e solidarietà una volta vivi e, oggi, sempre più trasformati in memoria pallida ed evanescente.

Bene hanno fatto i sindacati confederali, che con tutte le contraddizioni e gli errori di percorso restano portatori di valori e difensori di diritti, a scegliere quella piana insanguinata per la manifestazione odierna, a ribadire il valore simbolico e sacrale di un luogo dove la nostra democrazia ha svelato una parte della sua anima. Bene hanno fatto a ricordare che alcuni dei morti di quel giorno portavano cognomi albanesi,bene hanno fatto a sottolineare che la lotta per il lavoro è internazionale e globale.

Questo è un paese con una democrazia incompiuta, che non ha mai fatto i conti con la propria storia e chi non sa guardarsi indietro non troverà mai il coraggio di guardare avanti. E’ anche un paese dove latita il senso della responsabilità individuale, non esiste una coscienza civile condivisa e non esiste una concezione del bene comune. La Resistenza, l’unica pagina gloriosa della storia dell’Italia unita, è stata lotta di una parte contro l’altra, vinta dalla parte minoritaria. L’affermazione di uno sconsolato Pavese secondo cui l’Italia era e sarebbe rimasto un paese fascista, trova, purtroppo, conferme quasi quotidiane nella ricerca dell’uomo forte, nel populismo razzista e anti sindacale, nel qualunquismo dominante e forcaiolo.

Portella è una ferita ancora aperta nella nostra storia e quei lavoratori continuano a popolare la piana in cerca di giustizia e di libertà. Non potremo mai considerarci davvero liberi, se quella ferita non verrà sanata.  La strada, al momento, sembra ancora lunga.

Buon Primo Maggio a chi crede che un altro mondo e un’altra Italia è possibile.

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